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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Elogio della gratitudine

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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 414

Come per ogni guerra, visibile o nascosta, questa seconda di Gaza è dolore e vergogna, per tutti. A due mesi dalla preghiera per la pace di Francesco, Abu Mazen e Peres nei giardini vaticani, dunque, dobbiamo disperare? dobbiamo pensare a una totale impotenza della pace? Noi vogliamo credere e sperare che il cammino della storia umana verso la pace-giustizia sia possibile e in corso, anche se incontra abissi di violenza dominatrice e di dolore ribelle, come in questa nuova dannata catena di vendetta-più-vendetta tra Israele e Hamas. E anche pare possibile riconoscere tale cammino nei fatti storici e nelle coscienze e aspirazioni delle culture e degli animi. Infatti, la guerra (violenza diretta) e il dominio oppressivo statico (violenza strutturale e culturale) non sono più sentiti come una fatalità meteorologica, necessaria, ma come responsabilità umana. Nel centenario del 1914 conosciamo un secolo di guerre e anche un secolo di crescita della cultura e della pratica di pace giusta e attiva, di lotte per la dignità con forza nonviolenta. Chi ha occhi per vedere e per leggere veda e legga. Ciò non assicura del tutto, ma emancipa dalla rassegnazione sottomessa alla regola della violenza.

La preghiera non è fallita, perché non chiede una pace miracolosa e improvvisa, ma invoca lo Spirito (Luca 11,13) che anima le coscienze nel lungo cammino della nascita umana. Siamo in questo cammino lungo, accidentato. La preghiera, le energie profonde e alte, il pensiero serio, la riflessione delle coscienze, circolano nel silenzio vivo del mondo, più profonde dei fragori della guerra.

Che abbiamo una fede o un'altra, o nessuna fede religiosa definita, ogni fedele all'umanità ha fede nella nostra vita, come la cosa più comune e preziosa, inviolabile, che può, ben guidata, svilupparsi in ogni tipo di bene. Ogni politica che usa lo strumento della morte è antiumana. È la paura che ci mostra il contendente come nemico. Ma l'altro ha la nostra stessa paura, e soffre lo stesso dolore e rabbia che incendiano e nutrono la vendetta. La paura e la vendetta sono una trappola che cattura e schiaccia il vincitore come il vinto, il forte come il debole.

Giustizia e utilità ci propongono, anche nel conflitto Israele-Palestina, di non guardare solo le ultime vicende («Ha cominciato lui!...», come bambini litigiosi), e neppure pretendere di risalire al primo torto di una catena lunga come la storia.

I giusti di ogni parte comincino ora, per primi, a comprendere il dolore dell'altro, così entrando nell'umanità di tutti; comincino ora a superare la colpa altrui con la riconciliazione creativa; comincino con l'ammettere la propria parte di responsabilità (che non manca mai); comincino così a dare al "nemico" la possibilità di vedere il proprio errore, e di proporre il proprio diritto senza violenza; vedano, più ancora della violenza fragorosa e cruenta, quella sorda e continua, strutturale, e quella insediata nelle menti, culturale.

La pace è possibile, se non pretendiamo tutto ciò che vorremmo nostro; se scegliamo di essere quella parte di noi che è comune a tutti gli umani, e dunque è la più vera nostra identità; se abbiamo l'intelligenza per capire che vivere è inseparabile dal lasciar vivere, e che la pace è un bene comune a tutti, oppure non è nostra, perché nessuna vittoria ottiene la pace. C'è più vantaggio pratico e materiale a cercare la pace che la vittoria. E se non c'è sempre certezza di arrivare a una pace positiva e giusta (non solo tregua), è certo che la guerra ce ne allontana, e porta sempre infelicità, e avvelena il futuro.

 413

L’abbraccio, un po’ goffo e impacciato, tra un francese e un tedesco su una delle spiagge dove avvenne l’immane massacro dello sbarco in Normandia simboleggia il cammino dell’Unione europea percorso in 70 anni. Il successo, anche se in parte ridimensionato, dei movimenti antieuropei il 25 maggio scorso segnano, invece, la lunga strada che ancora ci aspetta perché la scelta federale diventi irreversibile. Non a caso, appena saputi i risultati del voto, è ripresa con lena l’attività di demolizione. Si segnala per zelo il premier inglese Cameron che, senza tema di ricorrere ai ricatti e disprezzando il voto popolare, ha posto il veto all’elezione alla presidenza di J. P. Junker. Costui è esponente moderato di quella corrente federalista che, da Altiero Spinelli a Alcide De Gasperi e a Jacques Delors, sostiene che solo con poteri propri nei settori più importanti e delicati (in primis politica estera e difesa) l’integrazione potrebbe consolidarsi e progredire. Prevale invece attualmente l’idea di un’Unione che, al massimo, ricorda l’«Europe des Patries» cara a De Gaulle, insomma un consesso governativo di Stati sovrani, che quel poco che decidono lo fanno sempre all’unanimità.

Passa in questi giorni un intelligente spot televisivo che cerca di spiegare il reale significato della abusata frase «Ce lo chiede l’Europa». Ma l’attuale Europa che cos’è se non l’incontro dei governi nazionali gelosi delle proprie prerogative e dei propri interessi? D’altro canto Romano Prodi segnala che le platee di giovani, alle quali spesso si rivolge, considerano pienamente acquisita la pace permanente tra i membri dell’Unione, al punto da non mostrare più alcun interesse al problema. Altri, di opposta opinione, ci ricordano che la storia tende a ripetersi e che la guerra c’è già in Europa, ai margini dell’Unione, in Ucraina, e c’è stata una ventina d’anni fa con la dissoluzione della Jugoslavia. Ma soprattutto è preoccupante che riprendano seguito le idee di sacralità dei confini, dell’identità delle piccole patrie, della difesa scomposta dall’estraneo e dal diverso, del rinchiudersi nelle proprie certezze tradizionali. Tutti ingredienti che troviamo nei partiti antieuropei e che, declinati nelle loro versioni estreme, danno luogo ai movimenti neonazisti in Grecia e in Ungheria con organizzazioni paramilitari, quasi milizie di partito. In questo quadro variegato preoccupano anche successi del Fn della Le Pen in Francia e dell’Ukip di Farage in Gran Bretagna, e stupisce la disinvoltura del M5S che si affida alla rete, cioè a qualche decina di migliaia di contatti (ben che vada), per scegliere gli alleati al Parlamento europeo: se i Verdi o i nazionalisti e isolazionisti inglesi. Merita segnalare che Farage, intervistato da Radio 1, ha sprezzantemente definito i Verdi e lo stesso Renzi come fanatici dell’Europa.

In Italia i risultati elettorali sono andati controtendenza. Indubbio e inaspettato il successo del Pd (che non avuto apporti di voti da destra, ma ha prosciugato il centro, si veda il pessimo risultato di Scelta Europea). Del pari, inatteso lo stallo del M5S. Buona l’affermazione della sinistra di Tsipras, in cui però sono subito riemersi vecchissimi problemi di metodo. Tra gli altri il caso di Barbara Spinelli, che prima si era impegnata a dimettersi se eletta (cosa discutibile, poiché le elezioni servono a ricevere un mandato da chi vota) e poi ci ha ripensato. Feroci liti tra subentranti, più o meno lottizzati, tra Rifondazione, Comunisti italiani, ecc. interessano poco. Pare invece cosa ottima che la deputata Spinelli possa essere eletta alla vicepresidenza del Parlamento europeo, ipotesi accreditata a Strasburgo e Bruxelles. Cosa ottima e non solo per il cognome che porta. È molto difficile tuttavia ragionare sulle conseguenze interne al mondo politico italiano del voto europeo e forse è bene che sia così. Certamente il governo Renzi ha avuto un’apertura di credito in più (che deve utilizzare presto e bene). Se il successo del Pd si ripetesse in elezioni interne forse saremmo in presenza di uno schieramento progressista di tipo socialdemocratico, vanamente inseguito in tutto il dopoguerra. Ma allora si imporrebbe il problema dell’avversario: una destra finalmente repubblicana, non autoritaria e sdoganata dai partiti personali. Esercizi di fantapolitica, per ora.

Restando in Europa, colpisce l’intuizione di Giuseppe Sangiorgi: la costruzione europea era per De Gasperi, uomo di frontiera e giovane deputato trentino a Vienna, una scelta emotiva ed etica prima che politica (cfr. De Gasperi, uno studio: la politica, la fede, gli affetti familiari, Rubettino 2014). Come dire un mito. Analogo atteggiamento si evidenzia nella recente riedizione del saggio di Piero Gobetti subito dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti (Storia e Letteratura 2014): l’antifascismo come scelta anzitutto morale, il contrasto politico non bastando a resistere alle seduzioni che il fascismo esercitava sulle masse. I tempi oggi sono molto diversi, ma intatto purtroppo è il fascino dei movimenti autoritari. All’Europa, scelta strategica, ma anche emotiva e morale, occorre davvero un supplemento di anima.

 412

Si fa presto a parlar male dell’Europa. È la memoria corta di più generazioni, ormai, che per loro fortuna non hanno combattuto guerre e hanno conosciuto un benessere crescente fino a pochi anni fa. Dopo la battuta d’arresto della crisi economica ed epocale iniziata nel 2007 e non ancora conclusa, tutto viene rimesso in dubbio e, come spesso accade, fioriscono gli equivoci e si tende a scambiare cause ed effetti. L’utopia si capovolge nel suo contrario.

La costruzione europea muove i primi passi negli anni 50 per impulso di alcune grandi personalità politiche, molto più che per spinta popolare. Chi ha memoria di quel tempo può immaginare cosa volesse dire proporre una stretta collaborazione a francesi e tedeschi, a pochi anni dal 1945. Per l’Italia fu, tra l’altro, una grande occasione per riaccreditarsi tra i popoli liberi, dopo il periodo fascista. La costruzione europea proseguì con lena sempre minore, fino a fermarsi dopo l’accordo chiamato Atto Unico del 1987, che unificò le varie istituzioni prima di allora esistenti. Intanto vi aderivano altri stati, alcuni con convinzione, altri obtorto collo, come il Regno Unito, sempre tentato dall’isolazionismo e dall’asse preferenziale con gli Usa.

Alle soglie degli anni 90, proprio perché la costruzione politica non progrediva, di nuovo alcuni lungimiranti politici ed economisti posero le basi della moneta unica, come grimaldello per superare uno stallo, ormai evidente. Chi ora accusa l’euro e la Banca Centrale Europea di non avere alle spalle uno stato dovrebbe ricordare che senza quella scommessa oggi le istituzioni europee sarebbero ancora più fragili e arretrate. Da allora gli stati non permisero più alcuna significativa cessione di sovranità (si vedano i vari tentativi abortiti di costituzione europea), e anzi cercarono di riprendersi gli spazi perduti. Senza mezzi termini, se ora l’Unione Europea è in crisi ciò è dovuto a questo pericoloso ritorno di angusti e gelosi nazionalismi. Inoltre, benché il Parlamento europeo (elettivo dal 1979) abbia notevolmente aumentato le sue competenze, resta lontano e sbiadito rispetto ai parlamenti nazionali. Sono scarsissime le notizie sulla sua attività e mediocre è la qualità dei suoi membri, specie quelli italiani.

Scalfari, nel suo recente “racconto autobiografico”, riferisce di un tentativo, insieme ad altri giornalisti di nazioni diverse, di fondare a Parigi un quotidiano in lingua francese ma con diffusione europea. Non se ne fece nulla dopo più di un anno di incontri preparatori e fu un peccato: sarebbe stata un’ottima idea per dare maggiore visibilità alle istituzioni europee, per approfondire una cultura comune, e non ultimo, per uscire dalle gabbie linguistiche che persistono e si moltiplicano con gli attuali 28 membri dell’Unione.

Nel contempo quando esistono istituzioni rappresentative deboli, le burocrazie tendono a rafforzarsi e a divenire autoreferenziali. Vengono perciò viste come altro da sé dagli stati e soprattutto dai popoli, fino a diventare delle pericolose controparti, mentre, è banale ricordarlo, l’Europa siamo noi, cittadini europei. Si aggiunga, dopo l’unificazione, la debordante potenza economica della Germania, il sostanziale defilarsi della Gran Bretagna e il venir meno di quell’asse franco-tedesco che da Schumann e Adenauer fino a Mitterrand e Kohl era stato motore e al contempo garanzia di una costruzione equilibrata. Va detto infine che l’Europa unita presupponeva un carburante essenziale: una robusta e costante crescita economica. La previsione, eccessivamente ottimistica, si è rivelata fallace. Essa, tra l’altro, avrebbe consentito di tenere sotto controllo i debiti pubblici e in particolare quello italiano, del tutto abnorme. Fummo ammessi nella moneta unica, è bene ricordarlo, a patto di ricondurre il rapporto con il prodotto lordo al 60% entro il 2011 (nel ’96 era al 125%), ma se si escludono gli sforzi di ministri come Ciampi e Padoa Schioppa nei governi Prodi, nulla fu seriamente tentato per raggiungere o almeno avvicinare l’obiettivo. È certo d’altronde che le misure decise dall’Unione europea per superare il difficile momento sono state eccessivamente rigide e talora contraddittorie, senza mai dimenticare che sono state assunte da una Commissione (espressione dei governi nazionali) dominata da forze conservatrici.

È dunque il momento di cercare di modificare col voto (che per la prima volta eleggerà il presidente dell’esecutivo) questo assetto, nel senso di favorire istituzioni più aperte al sociale (in ultima analisi, più democratiche). Va percorso con decisione lo stretto sentiero che, respingendo l’assalto scomposto della demagogia e degli esiziali riflussi nazionalistici, ci permetta, tenendoci stretti l’Europa e l’euro, di imboccare la via che ha come meta finale un vero stato federale. Il primo passo non potrà che essere la graduale ed equilibrata messa in comune dei debiti pubblici nazionali.

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