il foglio 
Mappa | 50 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 417

Da sempre i fiumi scorrono verso il mare e nel mare portano quanto incontrano sul loro percorso. In principio trascinano terra, pietre, sabbie: poi anche erbe, rami, alberi, caduti o travolti, carcasse e corpi di animali. A seguire, man mano che pendici montane e collinari, valli e pianure si riempiono di abitanti, ecco sparire tra i flutti anche passerelle e ponti, resti di muretti e argini, infissi e cementi di case, impianti sportivi e turistici, e qualche umano sorpreso e travolto da piene improvvise.

Lo sapevano gli abitanti dei villaggi paleolitici, gli etruschi di Volterra, i romani dell'Urbe dai sette colli, i fiorentini del Ponte vecchio, contadini e pescatori del delta padano. Lo sapevano e hanno costruito dove e come ritenevano possibile difendersi meglio dai capricci del tempo, non sempre con esiti felici. Dove non arrivava un'alluvione ricorrente, poteva arrivarne una eccezionale. Una collina, una roccia solida per secoli, poteva essere corrosa dalle intemperie, insidiata da acque sotterranee. Un vulcano poteva esplodere dopo millenni di relativa quiete. Il clima poteva cambiare.

Gli uomini hanno sempre vissuto con la paura delle alluvioni, delle frane e dei terremoti, delle siccità e delle carestie; hanno tentato di difendersene con le conoscenze e coi mezzi di cui disponevano e hanno puntualmente pagato il prezzo delle proprie imprudenze, dei propri limiti culturali e della ricerca, affannosa, di una vita meno faticosa e precaria.

Da questo punto di vista la nostra situazione oggi non è sostanzialmente diversa, se escludiamo due importanti variabili, che poco hanno a che fare coi capricci della natura, molto invece con la nostra tendenza a sottovalutare la pericolosità dei fenomeni non statisticamente certificati e a considerare irrilevanti le conseguenze delle nostre scelte produttive e abitative sul clima e sul deterioramento del suolo. E qui bisogna avere l'avvertenza di non attribuire a capitalismo e socialismo prassi economiche e industriali diverse nei confronti dei problemi ecologici. L'uno e l'altro in nome del progresso e dello sviluppo materiale dei popoli hanno puntato tutte le loro speranze di successo sullo sfruttamento sempre più affinato delle risorse naturali del pianeta e sull'occupazione concorrenziale di tutti i suoi spazi, anche i più desolati e ostili. Imitati in ciò da ogni singolo appartenente al loro contesto economico e sociale, teso a picchettare e a edificare quante più proprietà riuscisse ad aggiudicarsi.

La crescita irrefrenabile della popolazione, in questi due ultimi secoli, insieme all'affermarsi nell'ultimo cinquantennio dell'economia finanziaria, che ha consentito a pochi individui e gruppi, anche malavitosi, di accumulare capitali monetari abnormi, alla ricerca di impiego speculativo, ha fatto il resto. Più crescono le bocche da sfamare, più cresce il prezzo del cibo; più cresce il bisogno di energia, più crescono i guadagni dei produttori di petrolio e di gas; più cresce il bisogno di suolo agricolo ed edificabile, più cresce l'appetito delle multinazionali di questi settori e il suolo diventa da spazio vitale per anime vegetative, sensitive e razionali, oggetto di sfruttamento economico.

All'Italia e ad altri luoghi di straordinario valore paesaggistico e artistico è toccato il ruolo delle zone residenziali, che in un batter d'occhio, senza equilibrati piani nazionali e comunali, diventano bersaglio della speculazione edilizia legale e abusiva. Da noi come alle Maldive.

Le regioni più fragili dal punto di vista agricolo e più forti da quello turistico, come la Liguria, vedono l'abbandono delle pregiate, ma scomodissime, colture a terrazzamento e l'affollarsi di attività e di costruzioni turistiche in ogni buco della costa, compresi alveo di fiumi e torrenti, per larga parte dell'anno asciutti. E saturati questi spazi, l'assalto cementizio avvia la saturazione di ogni pianoro o spuntone panoramico del primo e del secondo entroterra, capace, in due-tre chilometri piani e lineari, di passare da zero a mille e più metri.

Ora di fronte a tre o quattro alluvioni in un anno di questa regione, possiamo meravigliarci e stracciarci le vesti? Possono i politici passarsi il cerino del vero responsabile dal governo alla regione, dalla regione al comune, dal comune al netturbino di quartiere? Possono le classi dirigenti odierne, burocrati, giudici, costruttori, architetti e geometri, dare la colpa a quelli che li hanno preceduti, se nulla è davvero cambiato col loro subentro? Possiamo noi cittadini di ogni ceto sociale affermare che quanto è stato fatto, negli anni della nostra vita, a danno della difesa del suolo e della nostra tutela dai cataclismi naturali, è accaduto “a nostra insaputa”, senza che anche noi aggiungessimo un nostro personale, abusivo mattone a quelli altrui?

 416

Le opinioni sul Sinodo si moltiplicano, quasi si sprecano. Alcuni commentatori si concentrano sui temi dibattuti: famiglia e famiglie, matrimonio e matrimoni, ricchezza e miseria della sessualità, sue varie forme e relativi valori e disvalori, comunione sì, comunione no. Altri esaltano le differenti posizioni dei partecipanti, vescovi e cardinali innanzitutto; posizioni spesso inconciliabili, quindi destinate a spaccare la Chiesa o a consigliarle un'estrema prudenza. Non manca l’ola delle opposte curve, che tifano per la vittoria dei riformisti o dei conservatori.

I più critici, ma anche chi non vorrebbe schierarsi, concentrano la loro attenzione sulla maggiore o minore libertà del dibattito. Puro gioco di specchi, una sorta di gibigiana, manovrata dalle solite lobby curiali per abbagliare occhi troppo curiosi? Vera e coraggiosa apertura al dialogo e alla valorizzazione dei carismi e del carattere comunitario della Chiesa? O sua resa suicida al pensiero unico del relativismo borghese e materialista?

Qualcuno ha tentato di fare del confronto sincero e vivace, voluto da Bergoglio, sulla ricerca di una pastorale evangelica della misericordia e del perdono, una sfida all'ultimo dogma. E ha messo in scena un torneo sulla verità e sulla dottrina tra mitrie dorate e purpurei zucchetti, tra scudieri di abati donchisciotteschi e inossidabili cavalieri di Madonne d'ogni colore, tra teologici fioretti di moschettieri del Vescovo di Roma e arcigne guardie del Papa emerito.

A fronte della prima relazione sugli orientamenti dei lavori sinodali, più innovativa sul tema del riconoscimento dei valori umani e spirituali dell'amore eterosessuale e omosessuale, che su quello della regolazione ecclesiastica dell'amore sacramentalizzato, gli schieramenti tra pastoralisti e dottrinalisti si sono ulteriormente polarizzati. Ciò che ha indotto gli estensori della ridiscussa sintesi, da sottoporre a coloro che parteciperanno tra un anno all'ultimo atto di questo Sinodo, a ridurre a poche e scontate ripetizioni dei principi del Vaticano II sul carattere comunitario della chiesa, “popolo di Dio”, e sulla doverosa apertura alla realtà sociale e culturale del mondo moderno.

È così che il fronte, già spaccato, degli opinionisti ha trovato un nuovo terreno di scontro. Da una parte chi recrimina che la chiesa abbia commesso l'imprudenza di recuperare all'uso il pentolone delle riforme, già messo in soffitta da Giovanni Paolo, perché troppo fragile per impedire emorragie di dottrina. Dall'altra chi si duole che essa intenda riciclarlo senza togliergli il coperchio, al fine di evitare che possa riempirsi delle indilazionabili novità che d'ogni parte, dopo il Concio, ribollono.

Ma gli schieramenti non si coagulano ormai solo intorno a tesi estreme: la pentola in cui sono state rimestate le riforme conciliari è, oggi come ieri, un colabrodo. Essa è stata derottamata solo per finire appesa al chiodo come un oggetto di modernariato rimesso a nuovo. Per i più, come sempre, la pentola è o mezza vuota o mezza piena, o già traboccante. Dipende dal tenore delle attese, o anche dal desiderio di rimettersi tranquilli senza rischi di delusioni o timori di novità. In quanto a noi, per trovare un posticino in questa abusata metafora, ci mettiamo tra quelli che ritengono che la pentola abbia appena cominciato a riempirsi e che è possibile sperare che, per quanto lento e graduale, il rinnovamento pastorale e dottrinale della Chiesa possa realizzarsi.

Il Dio biblico non è infatti un Dio raggiungibile attraverso una qualsivoglia sistemazione, dottrinariamente fissa, della sua verità. Il Dio dei cristiani non è il Dio dei filosofi e dei teologi, dei professionisti del sapere. È il Dio di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti e di Gesù, di quanti hanno accolto nella loro vita storica la sua storica rivelazione, giunta a noi come parola di Dio, racchiusa nella parola e nella storia di uomini. Quindi sempre storicamente incarnata, eguale sempre a sé stessa, non nell'immutabilità della lettera, ma nella fedeltà dello Spirito, che soffia dove e quando vuole, e del Figlio, che non segue i suoi discepoli, imbalsamato in una cassa sigillata dai dogmi, ma li precede vivo sulle strade della Galilea, aperte al cammino verso le genti.

In questo concordiamo da sempre con quanto papa Francesco dice alla sua e nostra chiesa: va riscoperto il vangelo nella sua dimensione di invito alla sequela di Gesù, povero tra i poveri, che esorta a riconoscere la sua presenza e la presenza di Dio tra gli ultimi e a servirli nella loro fame e sete di pane e di giustizia, di lavoro e di rispetto, di amore e di pace. Egualmente apprezziamo la sua scelta di non finalizzare la sua autorità a cambiamenti dottrinali o pastorali, ma a obbligare tutte le componenti della chiesa a misurarsi concretamente e coraggiosamente coi problemi esistenziali, sociali, culturali ed economici dei nostri contemporanei, riconoscendo che sono anche i nostri e che quindi non abbiamo il potere di giudicare, ma il dovere di aiutare e di lasciarci aiutare per risolverli.

 415

Sono ancora davanti ai nostri occhi le immagini delle decapitazioni operate dagli jihadisti dell'Isis, immesse intenzionalmente nella rete di visibilità mondiale: l'aspetto mediatico è fondamentale, non un corollario aggiuntivo. Le decapitazioni non sono il ritorno del medioevo, come ha sostenuto qualcuno. L'esposizione pubblica del corpo, capo, teschio del nemico ucciso, come vanto patriottico dell'eroe guerriero, è stata una caratteristica dell'umanità in tutti i continenti nel corso dei secoli, dai tempi dell'Iliade agli Indiani d'America. È avvenuto anche con le esecuzioni capitali dei «reprobi» (tali o presunti) nelle grandi piazze, con la gente che guardava quasi eccitata o ammaliata. In Italia l'ultima esposizione pubblica delle foto dei nemici vinti e uccisi nelle guerre coloniali, ci pare sia avvenuta sotto il fascismo; ma ricordiamo anche l'esposizione della salma di Mussolini effettuata dagli antifascisti.

Anche lo Stato della Chiesa, in primis il beato Pio IX, si è distinto quale mandante di decapitazioni pubbliche, almeno sino a quella del 24 novembre 1868, il cui resoconto fatto da un sacerdote suona così: «Tutto intorno, con un popolo sterminato, regnava un religioso silenzio, per guisa che, quando il paziente [Gaetano Tognetti] a voce alta e distinta invocava i nomi santissimi di Gesù e Maria, sariasi potuto ancor da lungi noverare ogni sillaba: e parimenti allorché il sacerdote proferì l'estrema formula di assoluzione. All'Amen il Tognetti appena poté soggiungere: “Gesù...”, che gli cadde recisa la testa e l'anima si trovò nel seno di Dio» (cfr. Dario Oitana, Il papa che uccideva i santi, il foglio n. 266, gennaio 2000).

I decapitati dell'Isis che pronunciano i loro proclami contro l'Occidente, in particolare Stati Uniti e l'Inghilterra, avranno accettato di dire quelle cose non si sa con quali minacce o promesse; le decapitazioni sono atti di propaganda nello stile di chi li deve ascoltare: un gruppo combattente che ha per collante l'islam, insieme all'odio antioccidentale utilizza le modalità dello show e del reality, ben note al pubblico televisivo occidentale, per far comprendere a quest'ultimo le proprie intenzioni o almeno per terrorizzarlo. Ciò che è più importante è la cornice scenica e spettacolare, la cura della ripresa: l'atto in sé non sarebbe più sufficientemente eclatante per un'opinione pubblica di spettatori fedeli di serie tv dedicate a criminal cases. La morte è messa in scena nel modo più gradito agli occidentali nemici: gli islamici si piegano alle regole dello show businnes, nel momento in cui sono convinti di piegare queste regole alle loro esigenze.

***

Tognetti era stato con Monti autore dell’attentato nel 1867 alla caserma Serristori abitata dagli zuavi pontifici, provocando 27 morti, alla vigilia dell'insurrezione di Roma. Lo scorso 20 settembre, come negli anni precedenti, c'è stato un silenzio quasi totale dei mass-media nel ricordare l'anniversario di Porta Pia, ma non per il raggiungimento di una laicità condivisa che decreta il superamento di un problema ormai obsoleto, bensì forse per l'imbarazzo di toccare una questione spinosa che permea ancor oggi i rapporti fra stato e chiesa, soprattutto quelli fra legislazione civile e dogmi ecclesiastici sui temi etici. Abbiamo faticosamente acquisito in Occidente una democrazia che – nonostante le cosiddette primavere arabe − fatica ad affermarsi nel mondo musulmano, che ha seguito uno sviluppo socio-culturale diverso dal nostro. L'Europa è pervenuta a una certa separazione fra religione e politica nella laicità dello Stato, ancora sconosciuta nel mondo islamico; ma in Italia tale traguardo è tutt'altro che raggiunto, a causa della presenza del papato e dello stato-città del Vaticano.

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 461 
 :: 459 
 :: 462 
 :: 456 
 :: 457  
 :: 455 
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml