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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 407
 A noi papa Francesco piace, fino a prova contraria. Il giudizio sul suo passato sotto la dittatura argentino sembra uscire dall'ambiguità (vedi foglio 406). Ora può fare quasi tutto quello che vuole. E secondo noi lo sta facendo abbastanza bene. A destra hanno voluto vedere, non hanno osato attaccare subito, ora è tempo di intervenire. E sarà sempre peggio. Però è una gioia leggere atei devoti e catto-integralisti che operano sottili distinzioni tra papa e papato, fallibilità di uno e infallibilità dell'altro, pronunciamenti ex cathedra o no, e che sfoggiano pure un'inedita insospettabile cultura esegetica, smontano miti fondativi…

Tra gli articoli critici, ci soffermiamo su un pezzo di Vittorio Messori perché affronta una questione stimolante: L'illusione di un ritorno alla chiesa primitiva («Corriere della Sera» 10 novembre 2013). Messori ha qualche ragione: il movimento che non si struttura, che non diventa istituzione, e dunque anche gerarchia, rischia di sparire. D'altra parte, così facendo, rischia di perdere la forza della sue intuizioni originarie. Un po' forse assomiglia all'antinomia pirandelliana mai risolvibile tra vita e forma: la vita ha bisogno di darsi una forma per consistere, ma qualsiasi forma la tradisce e di fatto non può contenerla. Già un teologo protestante dell’Ottocento, Franz Camille Overbeck, sosteneva che la cultura cristiana e le idee teologiche che si intrecciano in essa sono in contraddizione con la predicazione originaria di Gesù. Questo è il dramma che vive la Chiesa come istituzione (almeno quando è in "buona fede"): la volontà di tener vivo quel messaggio originario in una struttura che serve a trasmetterlo, ma in parte non può che alterarlo, e nei casi peggiori tradirlo. Quindi non solo Ecclesia semper reformanda, come dice Messori, ma di più: vivere sulla propria pelle la novella evangelica come fonte continua di contraddizione e di inadeguatezza della struttura ecclesiastica, per certi aspetti necessaria, e forse inevitabile. Solo la percezione, e l'esercizio continuo, di questa contraddizione può tenere in vita il cristianesimo.

Messori però accosta la chiesa a un qualunque movimento politico, come se Cristo e Grillo (o Stalin e Mussolini) fossero paragonabili. Ma un uomo di fede come Messori non dovrebbe credere che l'opera di Dio e la sua rivelazione siano indipendenti e superiori alla caducità delle cose meramente umane? Dio ha bisogno di un'istituzione umana?

Inoltre, se l'istituzionalizzazione del movimento è inevitabile e se dietro l'istituzionalizzazione del movimento di Gesù c'è davvero Dio, allora perché Dio non ha scelto di manifestarsi in un uomo istituzionale, piuttosto che in un «ebreo marginale» come Gesù di Nazaret, un uomo totalmente autonomo? Non avrebbe potuto fare di meglio con il Sommo Sacerdote? O la scelta di un uomo totalmente autonomo vuol dire qualcosa proprio della natura di Dio?

E fin qui dipende dalle scelte di Dio. Ma lo stesso vale anche sul versante opposto, quello umano: se quell'uomo, Gesù, era anche Dio, non vuol dire nulla che quell'uomo-Dio abbia scelto di starsene fuori dalle istituzioni e che poi le principali istituzioni del suo tempo, non in buoni rapporti tra loro, si siano alleate per farlo fuori?

 406

«Memento homo qui pulvis es et in pulverem reverteris». Destino comune, inevitabile, che si finisca cremati o seppelliti nella terra. Potremmo pensare che qualcosa cambi se decidessimo di non seppellire Priebke sulla faccia della terra? Dio poté fare qualcos'altro di Satana, dopo averlo creato libero, che abbandonarlo alla sua scelta di morte? E ciò non comportò la sua espulsione dal creato, ma, ci dice Dante, il suo interramento nel più profondo del creato: quello da cui parte la montagna del purgatorio. A proposito della sepoltura dei peccatori impenitenti il Poeta ci insegna poi molte altre cose. Ogni decisione che venga presa sul destino del corpo del Boia, di ogni boia, non dice su di lui nulla di nuovo. Se dice qualcosa lo dice su di noi. Come i calci alla bara del morto possono fare male solo a chi li rifila, così i nostri giri di fantasia su come potremmo evitare di dargli umana sepoltura, denunciano non il suo ma il nostro stato di umanità. Certo il modo scelto per seppellire un cadavere non è solo il riconoscimento di un dato di fatto, ma anche un gesto socialmente significativo. Un funerale pubblico e una sepoltura accompagnata da segni simbolici segnalano lo status sociale del morto; status che chi lo seppellisce gli riconosce. Per questo è necessario, in casi come questo, procedere a una cerimonia rigorosamente privata, spoglia di ogni traccia di riconoscimento sociale. Solo i parenti più prossimi sono legittimati a valorizzarne le eventuali qualità di membro della loro famiglia, ma con discrezione. Se non capiscono questo, provvederà l'autorità, con tatto e senza esibizione di violenza. Nessuna società può permettersi o autorizzare scelte che indichino intenzioni vendicative. La vendetta è la forma più pericolosa e diffusa di anti-socialità. In ultimo, un uomo, per quanto possa identificarsi col portatore del male assoluto, non diventa per questo un angelo del male, resta un uomo, con tutte le sue fragilità. A volte può eccedere quel tanto di malvagità che è presente, anche se tendenzialmente tenuta sotto controllo, dalla maggior parte dei mortali. Nessuno, però, può assurgere da solo all'assolutezza dell'esecrabilità. Sicuramente ha molti compagni e collaboratori, esprime lo smarrimento morale di interi gruppi sociali. La nostra storia ce lo insegna: nessun popolo e nessuna epoca è avara di uomini e di masse, autori e autrici di stragi. Non è onorevole liberarsi di questo peso, che grava su tutti noi e tutti ci minaccia, scaricandone tutta la paura e tutto l'orrore su uno solo. Non tutti siamo boia, ma nessuno può essere qualificato come il Boia supremo e neppure come un uomo la cui esistenza umana si esaurisce in questa sola qualifica.

 405

Almeno per ora la spedizione punitiva di Obama contro la Siria è scongiurata, grazie anzitutto al voto parlamentare contrario della Gran Bretagna, ma anche a una maggiore disponibilità alla trattativa di Russia, Iran, e dello stesso Assad, e all'astensione di Italia e Germania. Gli Stati Uniti hanno anche accettato il ritorno in campo autorevole dell’Onu. Eppure non possiamo nascondere che la decisione di papa Francesco di proclamare sabato 7 settembre una serata di digiuno e preghiera per scongiurare la ventilata guerra degli Usa alla Siria e la testimonianza del giornalista della «Stampa» Domenico Quirico, liberato il giorno seguente dopo 5 mesi di prigionia, hanno suscitato nella nostra redazione una serie di riflessioni, non sempre convergenti, sul valore del digiuno e, in generale, su guerra e pace. Quirico è arrivato a definire la Siria «il paese del male», con una categoria morale, non storica, e a sostenere che attualmente la situazione è molto ingarbugliata, e la rivoluzione contro il regime di Assad ha tradito le aspettative iniziali.

Qualcuno ha criticato l’idea del digiuno come sacrificio, per il circuito mentale inaccettabile che sottintende: io digiuno, quindi soffro, quindi qualcuno in alto si accorge che sto soffrendo e si domanda perché, alla fine questo qualcuno fa qualcosa per accontentarmi e premiare il mio sacrificio. Certo che il digiuno sfiora e rischia la religione punitiva, l’auto-sacrificio. Però esso è anche allusione alla libertà che il violento non ha perché è schiavo di pulsioni distruttive, è un alleggerimento della primaria necessità (il cibo, che è anche un piacere) per indicare allo schiavo del meccanismo vendicativo una via d'uscita. Non si tratta di non mangiare nulla, ma di essere un po' liberi e non obbligati dalla fame bramosa, che ci fa anche rubare e sfruttare altri, ed è la sostanza del sistema capital-possessivo che ci domina, che ci fa fare le guerre. Non è un caso che si trova, con sfumature diverse, in tutte le spiritualità. La sapienza, anche l'islam spirituale, sa che la maggior lotta (jihad = guerra santa) è quella che esercitiamo su noi stessi.

E allora il digiuno diventa occasione per concentrarsi sulla preghiera, destinando a essa le attenzioni e non alla preparazione dei pasti, e diventa carità, destinando alla causa per cui digiuniamo i soldi che si sarebbero impiegati per mangiare, come se davvero ci si privasse dell’essenziale. Ci fa riscoprire la riscoprire la fragilità e la forza del corpo, per pregare con tutti noi stessi e ritrovare la consapevolezza per agire nella storia

Ma non è necessario credere in Dio per praticare il digiuno – come alcuni hanno sostenuto −, cioè fare propria qualche specifica credenza religiosa. A meno che «credere in Dio» non significhi essere coscienti che la nostra esistenza è legata a un'alterità che la fonda e la lega a tutte le altre esistenze. Solo con tale coscienza, infatti, possiamo riconoscere la nostra e l'altrui alterità come reciprocamente relative.

Non meno significativo che digiunare e pregare è dedicare tempo, pensiero e sforzo di comunicazione a un tema come quello della guerra. Il digiuno condiviso e pubblico ha, infatti, esattamente questo scopo: dare un segnale di attenzione, partecipazione e impegno su drammi che colpiscono altri, ma coinvolgono tutti. Avanzare con «timore e tremore» proposte è quanto ogni singolo può fare nella speranza che intorno a una di esse si coaguli un consenso capace di renderla operativa.

Sappiamo, realisticamente, che intervenire disarmati in una guerra per indurre i contendenti alla pace è problematico. Ma non dimentichiamo che intervenire con le armi in quella situazione complicata di cui ha parlato Quirico significa moltiplicarne gli effetti distruttivi. Se è con la forza che si vuole perseguire la pace, questa forza deve essere espressione di un consenso molto ampio e deve essere accompagnata da argomentazioni davvero convincenti, che non possono essere solo morali e giuridiche. Devono anche, almeno ragionevolmente, garantire il successo dell'iniziativa e il raggiungimento dei suoi fini a «costi umani» largamente inferiori a quelli previsti dal mancato intervento.

Non abbiamo la certezza che seguire il disarmo unilaterale sia politicamente e storicamente corretto. L'etica deve ispirare, non imporre le scelte ai governi. Il disarmo globale va perseguito limitando progressivamente la spesa per gli eserciti e la produzione militare, orientandosi non solo a limitare, ma a proibire il commercio delle armi. E le alternative non militari alla guerra vanno finanziate per tempo, non solo evocate quando le guerre scoppiano. A questo proposito, forse non tutti sanno che l'Italia spende all'incirca 30 miliardi di euro in spese militari e 80 milioni per l'insieme dei progetti di servizio civile.

Anche papa Francesco ha recentemente affermato che la guerra è l'effetto necessario della produzione di armi: una volta fatte bisogna impiegarle. Osservazione concreta, per niente moralistica e centrale nella cultura di pace, fin da Kant nel 1795: «gli eserciti permanenti vanno aboliti, come causa di guerre». La costruzione della pace è impresa molto più ardua e più a lungo a termine della soluzione militare e, se prima si è fatto poco o nulla per metterla in atto, non sono sufficienti i postumi di un digiuno.

 

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