il foglio 
Mappa | 32 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 406

«Memento homo qui pulvis es et in pulverem reverteris». Destino comune, inevitabile, che si finisca cremati o seppelliti nella terra. Potremmo pensare che qualcosa cambi se decidessimo di non seppellire Priebke sulla faccia della terra? Dio poté fare qualcos'altro di Satana, dopo averlo creato libero, che abbandonarlo alla sua scelta di morte? E ciò non comportò la sua espulsione dal creato, ma, ci dice Dante, il suo interramento nel più profondo del creato: quello da cui parte la montagna del purgatorio. A proposito della sepoltura dei peccatori impenitenti il Poeta ci insegna poi molte altre cose. Ogni decisione che venga presa sul destino del corpo del Boia, di ogni boia, non dice su di lui nulla di nuovo. Se dice qualcosa lo dice su di noi. Come i calci alla bara del morto possono fare male solo a chi li rifila, così i nostri giri di fantasia su come potremmo evitare di dargli umana sepoltura, denunciano non il suo ma il nostro stato di umanità. Certo il modo scelto per seppellire un cadavere non è solo il riconoscimento di un dato di fatto, ma anche un gesto socialmente significativo. Un funerale pubblico e una sepoltura accompagnata da segni simbolici segnalano lo status sociale del morto; status che chi lo seppellisce gli riconosce. Per questo è necessario, in casi come questo, procedere a una cerimonia rigorosamente privata, spoglia di ogni traccia di riconoscimento sociale. Solo i parenti più prossimi sono legittimati a valorizzarne le eventuali qualità di membro della loro famiglia, ma con discrezione. Se non capiscono questo, provvederà l'autorità, con tatto e senza esibizione di violenza. Nessuna società può permettersi o autorizzare scelte che indichino intenzioni vendicative. La vendetta è la forma più pericolosa e diffusa di anti-socialità. In ultimo, un uomo, per quanto possa identificarsi col portatore del male assoluto, non diventa per questo un angelo del male, resta un uomo, con tutte le sue fragilità. A volte può eccedere quel tanto di malvagità che è presente, anche se tendenzialmente tenuta sotto controllo, dalla maggior parte dei mortali. Nessuno, però, può assurgere da solo all'assolutezza dell'esecrabilità. Sicuramente ha molti compagni e collaboratori, esprime lo smarrimento morale di interi gruppi sociali. La nostra storia ce lo insegna: nessun popolo e nessuna epoca è avara di uomini e di masse, autori e autrici di stragi. Non è onorevole liberarsi di questo peso, che grava su tutti noi e tutti ci minaccia, scaricandone tutta la paura e tutto l'orrore su uno solo. Non tutti siamo boia, ma nessuno può essere qualificato come il Boia supremo e neppure come un uomo la cui esistenza umana si esaurisce in questa sola qualifica.

 405

Almeno per ora la spedizione punitiva di Obama contro la Siria è scongiurata, grazie anzitutto al voto parlamentare contrario della Gran Bretagna, ma anche a una maggiore disponibilità alla trattativa di Russia, Iran, e dello stesso Assad, e all'astensione di Italia e Germania. Gli Stati Uniti hanno anche accettato il ritorno in campo autorevole dell’Onu. Eppure non possiamo nascondere che la decisione di papa Francesco di proclamare sabato 7 settembre una serata di digiuno e preghiera per scongiurare la ventilata guerra degli Usa alla Siria e la testimonianza del giornalista della «Stampa» Domenico Quirico, liberato il giorno seguente dopo 5 mesi di prigionia, hanno suscitato nella nostra redazione una serie di riflessioni, non sempre convergenti, sul valore del digiuno e, in generale, su guerra e pace. Quirico è arrivato a definire la Siria «il paese del male», con una categoria morale, non storica, e a sostenere che attualmente la situazione è molto ingarbugliata, e la rivoluzione contro il regime di Assad ha tradito le aspettative iniziali.

Qualcuno ha criticato l’idea del digiuno come sacrificio, per il circuito mentale inaccettabile che sottintende: io digiuno, quindi soffro, quindi qualcuno in alto si accorge che sto soffrendo e si domanda perché, alla fine questo qualcuno fa qualcosa per accontentarmi e premiare il mio sacrificio. Certo che il digiuno sfiora e rischia la religione punitiva, l’auto-sacrificio. Però esso è anche allusione alla libertà che il violento non ha perché è schiavo di pulsioni distruttive, è un alleggerimento della primaria necessità (il cibo, che è anche un piacere) per indicare allo schiavo del meccanismo vendicativo una via d'uscita. Non si tratta di non mangiare nulla, ma di essere un po' liberi e non obbligati dalla fame bramosa, che ci fa anche rubare e sfruttare altri, ed è la sostanza del sistema capital-possessivo che ci domina, che ci fa fare le guerre. Non è un caso che si trova, con sfumature diverse, in tutte le spiritualità. La sapienza, anche l'islam spirituale, sa che la maggior lotta (jihad = guerra santa) è quella che esercitiamo su noi stessi.

E allora il digiuno diventa occasione per concentrarsi sulla preghiera, destinando a essa le attenzioni e non alla preparazione dei pasti, e diventa carità, destinando alla causa per cui digiuniamo i soldi che si sarebbero impiegati per mangiare, come se davvero ci si privasse dell’essenziale. Ci fa riscoprire la riscoprire la fragilità e la forza del corpo, per pregare con tutti noi stessi e ritrovare la consapevolezza per agire nella storia

Ma non è necessario credere in Dio per praticare il digiuno – come alcuni hanno sostenuto −, cioè fare propria qualche specifica credenza religiosa. A meno che «credere in Dio» non significhi essere coscienti che la nostra esistenza è legata a un'alterità che la fonda e la lega a tutte le altre esistenze. Solo con tale coscienza, infatti, possiamo riconoscere la nostra e l'altrui alterità come reciprocamente relative.

Non meno significativo che digiunare e pregare è dedicare tempo, pensiero e sforzo di comunicazione a un tema come quello della guerra. Il digiuno condiviso e pubblico ha, infatti, esattamente questo scopo: dare un segnale di attenzione, partecipazione e impegno su drammi che colpiscono altri, ma coinvolgono tutti. Avanzare con «timore e tremore» proposte è quanto ogni singolo può fare nella speranza che intorno a una di esse si coaguli un consenso capace di renderla operativa.

Sappiamo, realisticamente, che intervenire disarmati in una guerra per indurre i contendenti alla pace è problematico. Ma non dimentichiamo che intervenire con le armi in quella situazione complicata di cui ha parlato Quirico significa moltiplicarne gli effetti distruttivi. Se è con la forza che si vuole perseguire la pace, questa forza deve essere espressione di un consenso molto ampio e deve essere accompagnata da argomentazioni davvero convincenti, che non possono essere solo morali e giuridiche. Devono anche, almeno ragionevolmente, garantire il successo dell'iniziativa e il raggiungimento dei suoi fini a «costi umani» largamente inferiori a quelli previsti dal mancato intervento.

Non abbiamo la certezza che seguire il disarmo unilaterale sia politicamente e storicamente corretto. L'etica deve ispirare, non imporre le scelte ai governi. Il disarmo globale va perseguito limitando progressivamente la spesa per gli eserciti e la produzione militare, orientandosi non solo a limitare, ma a proibire il commercio delle armi. E le alternative non militari alla guerra vanno finanziate per tempo, non solo evocate quando le guerre scoppiano. A questo proposito, forse non tutti sanno che l'Italia spende all'incirca 30 miliardi di euro in spese militari e 80 milioni per l'insieme dei progetti di servizio civile.

Anche papa Francesco ha recentemente affermato che la guerra è l'effetto necessario della produzione di armi: una volta fatte bisogna impiegarle. Osservazione concreta, per niente moralistica e centrale nella cultura di pace, fin da Kant nel 1795: «gli eserciti permanenti vanno aboliti, come causa di guerre». La costruzione della pace è impresa molto più ardua e più a lungo a termine della soluzione militare e, se prima si è fatto poco o nulla per metterla in atto, non sono sufficienti i postumi di un digiuno.

 

 404

La redazione, nelle settimane di agosto, segue questa regola: «Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è». Chi è in ferie, chi in viaggio, chi a casa. Chi c'è, viene al solito giorno e ora, e si parla, senza necessità di fare il giornale, di quel che accade, che si vive, che si sente, che si pensa.

Il 27 agosto, in presenza già discreta, abbiamo fatto questo, ma anche impostato il presente numero. Si ricomincia, per il 43° anno sociale del foglio. Naturalmente, ci guardiamo attorno: guerra civile in Egitto e peggio in Siria, con minacce di intervento “doveroso” di alcune maggiori potenze per “punire” Assad del bombardamento chimico. Abbiamo negli occhi le immagini strazianti dei bambini soffocati, morti senza ferite, e i video di quanti stanno soffocando, tra convulsioni e disperazione. È stato il regime o i ribelli? Si accusano a vicenda. Chiunque sia, chi uccide civili e bambini per accusare l'altro della propria crudeltà, è servo del male e nemico dell'umanità, della stessa propria umanità. La malvagità esiste nell'umano, senza bisogno di immaginare il diavolo. L'uomo è anche diavolo. Ma non è vero che è solo o soprattutto diavolo. Lo sarebbe se ci rassegnassimo. Non è vero, infatti non lo accettiamo.

E chi deve “punire”? Non è compito del più forte solo perché militarmente può. Civiltà – abitare la stessa città - è darsi regole nella propria città-mondo, regole per decidere senza uccidere. Queste regole cominciano ad esserci, dalla seconda metà del Novecento, ma non sono ancora nelle coscienze dei potenti e nella concezione e pratica prevalente del potere politico. È il grande compito sia della cultura civile sia delle visioni e spiritualità che animano le morali.

Il potere politico è soggetto alla legge che siamo riusciti a darci. Se la democrazia è un progresso umano – contare le teste invece di tagliarle – essa tuttavia è «il governo delle leggi e non degli uomini», come ricordava Norberto Bobbio. Non basta che una quantità di cittadini designi col voto i governanti, o peggio un super-governante. L'eletto è soggetto alla legge, il legislatore è soggetto alla Costituzione. La quale, nella sua prima parola, afferma la sovranità del popolo, tolta agli antichi sovrani, ma ne nega il carattere assoluto: neppure il popolo è un sovrano assoluto; non ci sono più sovrani assoluti. Il popolo democratico esercita la propria sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Questo problema compare drammaticamente in Italia. L'attuale capo del partito personale di destra, condannato con sentenza definitiva per evasione fiscale fraudolenta ed escluso dai pubblici uffici, non accetta il giudizio e si appella al consenso popolare (che non è neppure maggioranza). Questa è l'essenza del populismo demagogico, falsificazione della democrazia costituzionale, dello stato di diritto, quello stato che fa governare le leggi e non i più forti.

La coscienza del nostro Paese, e la sua storia civile, è ora soggetta a questa prova di importanza assoluta. Se c'è un assoluto, infatti, nel vivere insieme, è che niente e nessuno è ab solutus, cioè sciolto da legami e doveri verso gli altri, perciò dalle leggi che obbligano e tutelano tutti. È assoluta la non-assolutezza, il non-svincolamento. La forza, il denaro, la demagogia vorrebbero sciogliere il potente dalla società di tutti e assicurargli il «privi-legio» (una legge privata, personale, ad personam). Nessuno ha più diritti degli altri, nessuno ha meno limiti degli altri.

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 
 :: 440 
 :: 439 
 :: 437 
 :: 438 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 2 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 1 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml