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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 419
 All’attacco terroristico a Parigi, cuore dell’Europa, ha risposto una grande manifestazione popolare che ha visto la partecipazione di molti leader europei, che hanno dimostrato, anche visivamente, unità e determinazione. Un segno positivo importante per l’Europa. Forse lo shock ha finalmente fatto capire a tutti che la sola moneta non basta più e che senza una politica economica, fiscale ed estera comune l’Europa è destinata a breve a disgregarsi o più facilmente a dividersi in due o tre tronconi, perdendo la capacità di poter contare nel riordino economico e politico che il mondo sta attraversando. Vedremo presto fino a che punto la dirigenza politica dell’Unione ha capito l’emergenza. Nel mese di gennaio, infatti, si sono verificati due eventi importanti. Il governatore della Bce Draghi, è finalmente riuscito a superare le resistenze dei paesi più “virtuosi” con in testa la Germania e ha ottenuto a maggioranza il permesso di aumentare la quantità di moneta in circolazione per un valore notevole, più di 1000 miliardi di euro in due anni. Questo fornirà alle banche più liquidità per aumentare i prestiti e ridurrà il valore del dollaro, facilitando le esportazioni europee. Finalmente si allenta il rigore a senso unico che soffoca i paesi più deboli del sud e avvia la Bce a diventare una vera banca centrale, responsabile della politica monetaria dell’Unione. La vittoria in Grecia di Syriza, partito che vuole rinegoziare gli accordi che hanno permesso al paese di evitare il fallimento e che adombra la possibilità di uscire dall’euro, metterà alla prova la volontà unitaria, che sarà sottoposta a forti tensioni disgregatrici, e potrebbe indurre i vertici dell’Unione a rispondere alle difficoltà del sud europeo con più lungimiranza e saggezza.

Anche in Italia maturano eventi importanti. Approfittando del declino di Berlusconi, Renzi cerca di occupare tutto il centro politico, lo spazio che un tempo era della Dc. Per ora non ha problemi alla sua sinistra, perché la vecchia dirigenza Pd ha dimostrato nel 2013 di non essere in grado, nonostante le condizioni estremamente favorevoli, di proporre un programma in grado di vincere le elezioni; neppure la sinistra radicale pare possa esprimere una leadership vincente. L’unica alternativa possibile al suo governo è di destra. Per sua fortuna la destra è divisa tra spezzoni di Fi, Cinque stelle e Lega. Ma la crisi italiana è profonda, difficile da districare, e una parte dell’opposizione si avvale di un populismo esasperato e irresponsabile, che presenta anche risvolti di pericolosità non indifferenti. Non si può perciò abbassare la guardia. Il suo successo o la sua rovina saranno determinati dal programma di riforma che riuscirà a portare avanti: legge elettorale, abolizione del bicameralismo perfetto e soprattutto riforma della pubblica amministrazione. L’economia invece sarà il suo punto debole, perché per ottenere dei risultati apprezzabili deve avere la collaborazione dell’Europa che ancora non ha (ma l’intervento della Bce già ricordato può essere un buon segnale). Ma il quadro politico italiano è in gran movimento e gli accordi necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica, che al momento in cui scriviamo non è ancora avvenuta, possono determinare una svolta importante, come già è successo precedentemente con la sconfitta di Bersani e la rielezione per disperazione di Napolitano. Occorrerà riprendere l’argomento.

 418

La questione è se scrivere o se mantenere un minuto di silenzio. Perché la tragedia del 7 gennaio è entrata nelle nostre vite, nella nostra redazione, e le ha sconvolte.

Il nostro numero si sta chiudendo dopo l’attacco terroristico nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, gli assedi nel supermercato kosher e nella tipografia e la “grande” marcia repubblicana a Parigi.

Ci siamo scambiati decine di e-mail: passione, sconcerto, dolore. Ciascuno ha cercato di trovare un’interpretazione, secondo la sua vocazione: c’è chi ha avuto necessità di scrivere subito e chi ha preferito cercare di leggere la valanga di articoli che ci siamo scambiati; c’è chi ha portato la sua testimonianza di cittadino francese e chi ha allargato la riflessione ad altri gravi avvenimenti dei giorni scorsi; c’è chi si è interrogato su quali sono le vie per reagire ai “mali del mondo” e chi una risposta non solo non la sa trovare, ma non pensa neppure che possa essere cercata. È raro condividere con voi lettori quello che anima i discorsi della nostra redazione, eppure la pluralità di vedute è una risorsa preziosa soprattutto in un momento complesso ed estraniante come quello che stiamo vedendo.

È un modo per testimoniare la forza della diversità, che può portare la riflessione un passo oltre quello che il cuore e il pensiero di ciascuno riesce a individuare. Ed è curioso che, invece, in questi giorni abbiamo ascoltato molti commentatori sciorinare un preciso elenco delle «cose da fare»: la pronta condanna del massacro da parte delle comunità islamiche (peraltro poi avvenuta diffusamente), la necessità che il Papa commemori i cristiani perseguitati e non i vignettisti francesi, la sospensione di Schengen e via discorrendo. Forse è proprio questo l’aspetto più importante su cui riflettere: in un mondo che è inevitabilmente plurale, in cui convivono e si confrontano diverse culture, dovremmo cercare di spogliarci delle nostre certezze intransigenti e cercare di capire meglio il punto di vista e la sensibilità degli altri, pur senza tradire le convinzioni più profonde e difendere i valori.

Ed è anche un modo per rendere omaggio a una redazione − uomini e donne, vignettisti ed esperti, atei e credenti − che condensava tante differenze e tanto coraggio. Che era alle prese con le consuete incombenze editoriali quando qualcuno ha deciso di spezzare le loro matite, come numerose opere di disegnatori di tutto il mondo hanno raccontato in questi giorni. Un giornale e un piccolo oggetto della quotidianità come la matita sono diventati loro malgrado un simbolo, si sono riversati nelle piazze, hanno riempito i social network e le prime pagine dei giornali. Hanno smosso i cuori e agitato le coscienze, al di là di ogni diversità nella valutazione del loro orientamento culturale.

Possono essere una moda effimera, come dicono i cinici. Possono essere un simbolo debole, come scrivono gli anticonformisti. Possono rappresentare un impegno a buon mercato, come ritengono gli attivisti di lunga data. O forse, invece, sono un modo per non dimenticare: perché noi non dimentichiamo, perché voi non dimentichiate. Che alcune vite sono state prese, che degli uomini hanno preferito la violenza al confronto, che la convivenza è un processo dinamico e una sfida continua. Anche noi abbiamo il compito di non dimenticare, e di non far dimenticare, e per questo continueremo a confrontarci e a scriverne, a partire dal prossimo numero.

 417

Da sempre i fiumi scorrono verso il mare e nel mare portano quanto incontrano sul loro percorso. In principio trascinano terra, pietre, sabbie: poi anche erbe, rami, alberi, caduti o travolti, carcasse e corpi di animali. A seguire, man mano che pendici montane e collinari, valli e pianure si riempiono di abitanti, ecco sparire tra i flutti anche passerelle e ponti, resti di muretti e argini, infissi e cementi di case, impianti sportivi e turistici, e qualche umano sorpreso e travolto da piene improvvise.

Lo sapevano gli abitanti dei villaggi paleolitici, gli etruschi di Volterra, i romani dell'Urbe dai sette colli, i fiorentini del Ponte vecchio, contadini e pescatori del delta padano. Lo sapevano e hanno costruito dove e come ritenevano possibile difendersi meglio dai capricci del tempo, non sempre con esiti felici. Dove non arrivava un'alluvione ricorrente, poteva arrivarne una eccezionale. Una collina, una roccia solida per secoli, poteva essere corrosa dalle intemperie, insidiata da acque sotterranee. Un vulcano poteva esplodere dopo millenni di relativa quiete. Il clima poteva cambiare.

Gli uomini hanno sempre vissuto con la paura delle alluvioni, delle frane e dei terremoti, delle siccità e delle carestie; hanno tentato di difendersene con le conoscenze e coi mezzi di cui disponevano e hanno puntualmente pagato il prezzo delle proprie imprudenze, dei propri limiti culturali e della ricerca, affannosa, di una vita meno faticosa e precaria.

Da questo punto di vista la nostra situazione oggi non è sostanzialmente diversa, se escludiamo due importanti variabili, che poco hanno a che fare coi capricci della natura, molto invece con la nostra tendenza a sottovalutare la pericolosità dei fenomeni non statisticamente certificati e a considerare irrilevanti le conseguenze delle nostre scelte produttive e abitative sul clima e sul deterioramento del suolo. E qui bisogna avere l'avvertenza di non attribuire a capitalismo e socialismo prassi economiche e industriali diverse nei confronti dei problemi ecologici. L'uno e l'altro in nome del progresso e dello sviluppo materiale dei popoli hanno puntato tutte le loro speranze di successo sullo sfruttamento sempre più affinato delle risorse naturali del pianeta e sull'occupazione concorrenziale di tutti i suoi spazi, anche i più desolati e ostili. Imitati in ciò da ogni singolo appartenente al loro contesto economico e sociale, teso a picchettare e a edificare quante più proprietà riuscisse ad aggiudicarsi.

La crescita irrefrenabile della popolazione, in questi due ultimi secoli, insieme all'affermarsi nell'ultimo cinquantennio dell'economia finanziaria, che ha consentito a pochi individui e gruppi, anche malavitosi, di accumulare capitali monetari abnormi, alla ricerca di impiego speculativo, ha fatto il resto. Più crescono le bocche da sfamare, più cresce il prezzo del cibo; più cresce il bisogno di energia, più crescono i guadagni dei produttori di petrolio e di gas; più cresce il bisogno di suolo agricolo ed edificabile, più cresce l'appetito delle multinazionali di questi settori e il suolo diventa da spazio vitale per anime vegetative, sensitive e razionali, oggetto di sfruttamento economico.

All'Italia e ad altri luoghi di straordinario valore paesaggistico e artistico è toccato il ruolo delle zone residenziali, che in un batter d'occhio, senza equilibrati piani nazionali e comunali, diventano bersaglio della speculazione edilizia legale e abusiva. Da noi come alle Maldive.

Le regioni più fragili dal punto di vista agricolo e più forti da quello turistico, come la Liguria, vedono l'abbandono delle pregiate, ma scomodissime, colture a terrazzamento e l'affollarsi di attività e di costruzioni turistiche in ogni buco della costa, compresi alveo di fiumi e torrenti, per larga parte dell'anno asciutti. E saturati questi spazi, l'assalto cementizio avvia la saturazione di ogni pianoro o spuntone panoramico del primo e del secondo entroterra, capace, in due-tre chilometri piani e lineari, di passare da zero a mille e più metri.

Ora di fronte a tre o quattro alluvioni in un anno di questa regione, possiamo meravigliarci e stracciarci le vesti? Possono i politici passarsi il cerino del vero responsabile dal governo alla regione, dalla regione al comune, dal comune al netturbino di quartiere? Possono le classi dirigenti odierne, burocrati, giudici, costruttori, architetti e geometri, dare la colpa a quelli che li hanno preceduti, se nulla è davvero cambiato col loro subentro? Possiamo noi cittadini di ogni ceto sociale affermare che quanto è stato fatto, negli anni della nostra vita, a danno della difesa del suolo e della nostra tutela dai cataclismi naturali, è accaduto “a nostra insaputa”, senza che anche noi aggiungessimo un nostro personale, abusivo mattone a quelli altrui?

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