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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Elogio della gratitudine

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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 411

La scossa di Crimea, passata con orgoglio identitario dallo stato di Ucraina alla Federazione Russa, con le sue ripercussioni, ha indicato una volta di più la tensione altalenante tra globalizzazione e particolarismi, fibrillazione dei nostri anni nella società dei popoli umani. Si vede anche nella fragile unità europea, nella montata dell'estrema destra francese di Marianne Le Pen, nella febbre dei vari nazionalismi economici, ideologici, dialettali (il referendum telematico del Veneto) e nei muri armati, che tagliano la madre terra.

L'ondata di separatismo, di autosufficienza, di svincolamento e localismo centripeto, è un effetto perverso dell'universalismo distorto: la “globalizzazione”. In cielo, in terra e in ogni luogo stanno e viaggiano le cose, il denaro, la rapina finanziaria con occulta destrezza, l'industria mediatica, le armi come termiti cruente, ma non le persone, i diritti umani, le visioni, non il dialogo culturale, non l'ospitalità dei popoli. Due movimenti si scontrano, come venti o flutti opposti, ed è tempesta: dappertutto si comunica e ci si influenza reciprocamente (con costi o vantaggi non distribuiti equamente), e ci si accosta fisicamente; centri planetari di potere determinano la vita fino all'ultimo villaggio. Non c'è legge comune: la Nato e gli imperi comandano più dell'Onu. Le tante e varie aggregazioni umane, a molti livelli locali e culturali, si sentono frustrate e compresse, e sono indotte a difendersi esasperando la propria identità per paura della diversità. L'economico, il tecnologico, il materiale, è dovunque globale, ma non è globale l'equità, la tutela del cittadino nel vivere, alimentarsi, esprimersi, conoscere, stare insieme con pari diritti e doveri. Se la vita comune globale è una gara che esclude e non include, chi non riesce a vincere si ritira nel suo box, e chi vince erige il suo castello-fortezza, alza muri, ribadisce confini territoriali, culturali, economici, scale gerarchiche, e predica che così è la realtà, e il meglio è impossibile.

È risaputo con la mente che constata, ma non ancora nella coscienza che vive: l'umanità, mai come oggi, ha la possibilità di vivere unita, ma deve imparare che l'unità non è livellamento e omologazione. L'esercizio del potere non è evoluto bene dall'antico vizio dell'imporre fino alla capacità di coordinare le differenze, che sono fioritura di valori, nessuno assoluto, tutti in relazione. Davvero assoluta è l'esclusione dell'assolutezza, e il valore della relazione.

La politica, solo da un paio di secoli, dichiara come ideale la democrazia, cioè la capacità di vivere liberi molti insieme. Si può supporre che politica, da “polis”, implichi l'idea di “molti”, differenti, insieme. Il solitario, la congrega di identici, non ha politica. Questa è l'arte di vivere, molti e differenti, senza massificarsi, senza ignorarsi, senza violenza e sopraffazione. Impresa umana di gran valore, attraverso la storia e l'evoluzione, che è favorita dalla cooperazione e non dalla selezione. Inoltre, ogni identità è anche diversità: ognuno è quello che è, e pure cambia, evolve. Essere e divenire si intrecciano nella vita.

Siamo tutti, ci piaccia o no, imbarcati in un'unica scialuppa nello spazio, periclitante, senza vie di fuga. Giustizia e pace, comunicazione e cooperazione tra differenti, prima che una bella virtù, sono una semplice astuzia vitale, come il respirare, appena nati. Che cosa dunque può fare un comune cittadino per avere buona influenza sulla politica del mondo? Guardare il vicino e il lontano come un essere umano, di valore e diritto uguale al nostro, per qualificare così la convivenza, oggi e domani.

 410

La prima cosa che Renzi al governo intende fare è la nuova legge elettorale, concordata con Berlusconi (il politico fuori legge). C'è chi giudica fuori legge costituzionale anche quel progetto di legge elettorale. Valerio Onida, in un’intervista al Tg3, il 30 gennaio, ha dichiarato che un premio che dà la maggioranza assoluta a un terzo o poco più (35 o 37%) dei voti, è senza alcun dubbio incostituzionale. Trenta competenti e rispettabili giuristi (tra cui per es. Mario Dogliani, Michelangelo Bovero, Luigi Ferrajoli, Stefano Rodotà) hanno scritto (cfr. Micromega newsletter del 28 gennaio) che la nuova proposta

presenta vizi analoghi a quelli per cui la Corte costituzionale (sent. n. 1 del 2014) ha dichiarato incostituzionale il Porcellum.

Quei vizi erano essenzialmente due. «Il primo consisteva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 [“voto eguale”] e 67 della Costituzione, dall’enorme premio di maggioranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa». La proposta di riforma, scrivono questi giuristi, «rende insopportabilmente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza, lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori». «Ciò determina, secondo le parole della Corte, “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente” e compromette la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”».

«Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto “sostanzialmente indiretto” e privava i cittadini del diritto di “incidere sull’elezione dei propri rappresentanti”». Questo vizio è presente anche nell’attuale proposta di riforma, nella quale sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. «La de­signazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei parti­ti. Viene così ripristinato lo scandalo del “Parlamento di nominati”». Il documento dei giuristi apre però una possibilità: se le nomine avvenissero «attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge», anziché decise dai vertici dei partiti, le elezioni non si trasformerebbero in una «competizione tra capi e infine nell’investitura popolare del capo vincente». Osserviamo qui che la preferenza è sempre stata esposta al rischio del voto di scambio, della corruzione, delle influenze mafiose. Una democratizzazione interna dei partiti permetterebbe di rivendicare quel diritto dell'elettore, riducendo questi rischi.

Un altro fattore – secondo i trenta giuristi − aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, persino più del Porcellum. La vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l’accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e il 4% a quelle non coalizzate. La proposta di riforma richiede il 5% alle liste coalizzate, l’8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni, cioè un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento. «Questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi». Ciò significa annullare il voto di moltissimi cittadini, contro l'essenza della democrazia costituzionale.

Insomma, questa proposta di riforma appare una riedizione del Porcellum, migliorato sotto taluni aspetti (fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte), ma peggiorato sotto altri (le soglie di sbarramento, molto più alte). «Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa», i giuristi segnalano «che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica (in base all’art.74 Cost.), motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte Costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico».

 

Enrico Peyretti

 409

Sulla impetuosa politica del nuovo segretario del Pd abbiamo in redazione pareri diversi, e del resto profonde divisioni si vedono anche in quel partito. Occorre riflettere al di là della contingenza e degli aspetti tecnici. C'è da diffidare di chi non si pone in umiltà, senza spocchia, davanti a un compito difficile e pesante. Ma bisogna dare fiducia a chi ci prova. Resta però un brutto messaggio che Renzi non si dimetta da sindaco.

L'ideologia del vincere non è un'idea politica. La democrazia non è un pallottoliere: è la fiducia che la razionalità umana media sappia scegliere il meglio possibile, e che gli stolti siano meno numerosi dei mediamente saggi. Ardua scommessa. Il popolo non è infallibile. La continua discussione critica è l'anima del principio di maggioranza. La buona politica non accarezza la pancia per avere consenso, ma dice la verità.

Sulla legge elettorale da ricostruire, e su alcune riforme costituzionali e strutturali, Renzi ha parlato di «profonda sintonia» − nulla di meno! − con Berlusconi. Come si può avere sintonia, e persino «profonda» col rappresentante e promotore della corruzione civile e costituzionale? L'eccesso verbale è pur sempre rivelatore.

L'antiberlusconismo è come l'antifascismo, è la necessaria condizione negativa preliminare alla democrazia. È evidente fino da prima del 1994 che il berlusconismo è antidemocratico perché corruttore: con falsità e adescamenti ha sempre approfittato della debolezza civile e politica del popolo italiano, disposto a consegnarsi al "capo" che incoraggia il «fatti gli affari tuoi», rifiutando costi e doveri della solidarietà. Il populismo è corruzione storica della democrazia, nel fascismo come nel berlusconismo.

Certamente sulle regole si deve trattare con tutti, ma andare incontro alle esigenze del condannato per frode fiscale, responsabile del porcellum, è come chiamare un piromane a spegnere l’incendio da lui appiccato. Berlusconi condannato ed espulso torna dirigente rilegittimato nella politica nazionale da cui «giudici cattivi» volevano allontanarlo. E questa operazione lacera il PD che non ne aveva proprio bisogno. La via più giusta non è il patteggiare con l'autore del disastro, ma la fedeltà alla Costituzione, artt. 1. 3, 11, 35-47 e 48-54, da portare il 25 maggio in una Europa disorientata e malata dello stesso male. Già contro la "legge truffa" del 1953 (moderatissima rispetto alle attuali) Bobbio portava l'ovvio argomento del voto «uguale», di uguale peso per ogni elettore (art. 48).

Anche in politica la qualità conta più della quantità. Va bene «vincere» (questo pare l'unico motto di Renzi), ma non va bene a scapito della qualità: la cultura e la storia, i valori depositati nella Costituzione quando l'Italia seppe risorgere dalle peggiori tragedie civili.

Quando il parlamentarismo rappresentativo va in crisi compare il cesarismo. Davanti a Cesare meglio opporsi e perdere che vincere con lui. Il falso dogma che la politica si identifica col vincere, perciò la quantità si compra anche spendendo la qualità, gioca per Cesare e non per il popolo. Ma il popolo, per fare a meno di Cesare, deve essere capace di governarsi. La democrazia è parlamentare o non è democrazia.

La crisi del parlamentarismo è la crisi del dialogo, del parlare e ascoltare con lealtà, nel cercare il bene comune. Cultura, arte, etica, filosofia del dialogo sono da insegnare a scuola come l'alfabeto. Ma questa cultura c'è: ad essa si deve ricorrere. Il «prendere o lasciare» non è dialogo, cioè non è politica democratica.

La democrazia è una strada lunga, più lunga del decisionismo. Ma è la via della pace e della giustizia, se si emancipa da ogni violenza. Il cesarismo è la via del disonore storico, della miseria civile, dei pericoli peggiori, e anche della guerra civile. Ci si consegna a Cesare per paura della divisione, e nessuno più di lui divide con l'imporre.

 

Enrico Peyretti

 

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