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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 430
Nel clima politico in cui è affrontata, è quasi impossibile riflettere con serenità sulle delicate tematiche sollevate dal disegno di legge Cirinnà. Nel nostro Parlamento ormai da anni accade che, quando un'iniziativa legislativa su problemi di rilievo etico, sociale e culturale, dopo estenuanti mesi di trattative giunge al momento cruciale della decisione finale tutto viene rimesso in discussione. Il problema in oggetto, con tutto ciò che esso implica, passa in secondo piano e comincia un gioco al massacro che non ha per obiettivo il miglioramento del provvedimento ma l'indebolimento dell'avversario, interno o esterno.

Tale tattica parlamentare, insieme all'ostruzionismo e all'inflazione dei «voti di fiducia», fa indubbiamente parte delle tattiche politiche d'uso legittimo e comune. Ma osserviamo che non è questo ciò che può interessare chi intende occuparsi di politica non a livello di mercato elettorale e di giochi di potere, ma di orientamento etico e culturale e di concreta trasformazione economica e sociale. Tanto più che proprio tali iniziative tattiche volentieri provocano la degenerazione dell'argomentare etico, sociale e culturale dei sostenitori dei diversi schieramenti. Infatti tali argomentazioni sono esse stesse, troppo spesso, più che la ricerca della soluzione equa e funzionale del problema affrontato, l'enfatizzazione del proprio punto di vista ideologico, l'innalzamento di una barriera retorica a difesa della proprie convinzioni soggettive e delle proprie scelte di parte.

Anche questo è connaturato al dibattito politico stesso. Lo sappiamo, ma sappiamo pure che il peso argomentativo di certi appassionati richiami a valori, principi, diritti e doveri, ha raggiunto limiti di tale sfacciata strumentalità da mettere a rischio la loro stessa credibilità. Valori, principi, diritti e doveri, giocati come jolly pigliatutto, finiscono col perdere ogni specifica identità e ogni significato concreto. Diventano formule magiche o flatus vocis.

Senza ribadire o contraddire nessuna delle posizioni di parte finora espresse ci limitiamo a evidenziare il nocciolo delle questioni poste da un disegno di legge che mira a trasformare le «unioni di fatto» in «unioni civili».

1) Innanzitutto osserviamo che la legge, nel moderno stato di diritto, non ha compiti performativi, non serve cioè a promuovere comportamenti, a creare prassi e realtà sociali inedite. Non mira alla restaurazione dell'Età dell'oro né a costruire il Regno dei cieli., ma, al più, là dove esistono Costituzioni, storicamente nate dal consenso di un popolo, la legge mira alla graduale concretizzazione dei fini sociali individuati dai costituzionalisti di ieri e di oggi. È in quest'ottica che le leggi, approvate dal parlamento e applicate dalla magistratura, risultano finalizzate a regolare la realtà esistente nella sua dinamicità, così che grazie ad esse sia rispettato il comune senso della giustizia, che non è il «buon senso comune», né l'immediato sentire della maggioranza, ma neanche la cosiddetta legge di Dio e di natura. È la normativa giuridica che dà storica voce culturale ed etica al vincolo comunitario su cui si fondano questa o quella società storicamente strutturata e capace di graduali trasformazioni.

2) In secondo luogo teniamo presente che, se fino a qualche decennio fa il matrimonio religioso e in subordine quello civile costituivano la modalità comune di creare una famiglia, oggi non è più così. Le «coppie di fatto» eterosessuali costituiscono ormai una considerevole o forse maggioritaria parte dei nuclei familiari che concorrono a formare la società. Piaccia o non piaccia è necessario tentare di regolarne la presenza sociale, proponendo loro doveri e diritti simili a quelli delle famiglie tradizionali. Discorso analogo è oggi doveroso fare nei confronti delle coppie omosessuali: grazie al superamento dell'odioso pregiudizio sull'innaturalità e sull'immoralità del loro comportamento sessuale, infatti, esse si vengono a trovare in una condizione sociale simile a quella delle «coppie di fatto» eterosessuali. Rispetto a queste inoltre, sulla base dell'attuale legislazione, neppure volendolo, possono sposarsi e ottenere qualche forma di pubblico riconoscimento; per esse «le unioni civili» sono il solo percorso possibile per accedere ai diritti e ai doveri sociali di tutte le altre coppie.

3) Resta a questo punto da esaminare l'ultimo importante problema etico e sociale connesso alla regolamentazione giuridica ed economica dell'esistenza delle coppie di fatto etero e omosessuali, problema che è stato utilizzato per differenziare, punitivamente, le coppie omosessuali coi pretesti più speciosi e spesso infamanti. Si tratta del problema della possibilità di adozione, da parte di un membro della coppia, del figlio naturale già messo al mondo dell'altro membro, sempre che il genitore naturale, rispettivo, sia defunto o privato della patria potestà, o consenziente.

Sappiamo che, allo stato attuale del cammino parlamentare della legge, la soluzione di questo tema, connesso alla tutela del minore, rimasto a carico del solo padre o della sola madre, pur facendo ormai parte di un gruppo sociale pubblicamente riconosciuto, con ogni probabilità verrà rinviata alle calende greche. Ma riteniamo opportuno sottolineare l'incongruenza di questa scelta, determinata da strumentali ragioni partitiche. È evidente infatti che la possibilità di questa adozione completava il processo di normalizzazione delle coppie di fatto, sanando una ferita da sempre inferta al principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, valido per gli adulti quanto per i bambini che sono l’anello debole da proteggere. In questo caso infatti il diritto all'adozione non è negata solo agli adulti non uniti in matrimonio, che desiderano esercitarlo in forma attiva, come adottanti, ma anche ai bambini che si trovano a far parte di un nucleo sociale incentrato su una coppia di fatto e a cui molto gioverebbe essere adottato. E ciò è profondamente ingiusto, anche se perpetrato per evitare future ingiustizie.

 429
Scrivere sui gravi fatti avvenuti a Colonia la notte di Capodanno non è compito facile: occorre farlo a mente lucida, senza dare troppo spazio ai sentimenti di orrore e di rabbia che simili crimini suscitano. Occorrerebbe, prima di tutto, cercare di comprendere cosa sia veramente successo, orientarsi fra molteplici ricostruzioni giornalistiche, spesso contrastanti, e fra le innumerevoli reazioni che tale vicenda ha suscitato. La vicenda ha prevedibilmente scatenato una tempesta politica in Germania, che nel 2015 ha accolto oltre un milione di profughi; il ministro della Giustizia tedesco ha evocato lo spettro del terrorismo islamico, dichiarando che si era trattato di un attacco pianificato, ipotesi smentita con fermezza dalla polizia. Nel momento in cui scriviamo manca ancora un quadro esatto degli eventi, né sono state accertate precise responsabilità, individuali e istituzionali. Le aggressioni di massa di fronte alla stazione sono state rese pubbliche solo alcuni giorni dopo, ritardo che ha senza dubbio favorito il rincorrersi di notizie non sempre coerenti. Ad oggi, sono circa settecento le denunce presentate per i fatti di Capodanno: la maggior parte riguardano furti e rapine, mentre sono molto meno numerose le denunce per molestie sessuali.

Se i fatti sono tutt'altro che chiari, quel che è certo è lo straordinario significato politico assunto dalla vicenda e l'eco da essa suscitata in tutta Europa. La tragica notte di Capodanno a Colonia – ma anche in altre città del Nord Europa sono stati segnalati analoghi episodi, sebbene in proporzioni ridotte – ha dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l'enorme problema rappresentato dall'aumento di migranti e profughi, che l'opinione pubblica identifica, in modo grossolano ma efficace, con i musulmani in genere. In Italia il Capodanno di Colonia è stato, prima di tutto, occasione per fare l'ennesimo sfoggio di pessimo giornalismo: importanti quotidiani e un tg nazionale hanno diffuso foto e video in seguito rivelatisi falsi. Mentre in Germania, prevedibilmente, la polemica si è concentrata sul difficile compromesso fra sicurezza e rispetto dei diritti umani, in ambito italiano il dibattito si è spostato dal piano socio-politico a quello socio-culturale, evocando lo scontro di civiltà fra Oriente e Occidente, adombrato dalla questione femminile. Sotto quest'ultimo punto di vista, il nostro è probabilmente fra i paesi meno adatti a dare lezioni di parità fra i generi, visto che siamo uno stato in cui solo nel 1996 lo stupro è stato riconosciuto un crimine contro la donna e nel quale, ogni anno, si contano a decine le donne assassinate dai loro uomini. Proprio per questa ragione, tuttavia, il dibattito sullo scontro fra una cultura profondamente maschilista, com'è percepita quella islamica, e la cultura occidentale, aperta alla valorizzazione dell'altro sesso, ha trovato uno spazio enorme sui media italiani: si tratta di un tema che ci tocca nel profondo, perché, nel momento in cui rivendichiamo la nostra superiorità sull'islam in tema di parità dei diritti, ci accorgiamo di avere ancora noi stessi molta strada da percorrere. Feroci polemiche hanno suscitato le dichiarazioni di un imam di Colonia, secondo il quale a scatenare le violenze sono state le donne, con il loro abbigliamento provocante; ma le sue parole attingono agli stessi stereotipi culturali che inducono ancora molti di noi a pensare che, a volte, le donne vittime di aggressioni sessuali «un po' se la sono cercata»: accusa magari non pronunciata apertamente, ma sussurrata a denti stretti, in particolare quando l'aggressore è un italiano, mentre se è un immigrato, peggio ancora musulmano, partono i cortei in solidarietà della vittima – ma soprattutto contro gli immigrati.

D'altra parte, numerosi commentatori hanno osservato che la sopraffazione verso le donne non è «il vero islam», sottolineando che gli aggressori di Colonia non hanno nulla a che fare con l'islam. Ci piaccia o no, invece, anche quello è islam: la parità fra i sessi nella maggioranza dei Paesi a predominanza islamica è molto più lontana di quanto non lo sia perfino in Italia. Proprio come la caccia alle streghe, l'Inquisizione, le guerre di religione erano anch'esse cristianesimo − non mancavano le ragioni politiche, ma la giustificazione primaria, comunemente accettata, rimaneva quella di fede – così il predominio maschile sulle donne, proprio come l'Isis e lo jihad, sono un frutto dell'islam: certo, un frutto deteriore, aberrante fin che si vuole, ma che dall'islam trae le proprie arbitrarie radici. Quello che, forse, si dovrebbe finalmente ammettere, è che sì, un problema con l'islam c'è: il travagliato, in alcuni casi drammatico, incontro fra alcuni valori che la cultura occidentale, sia pure a fatica e non uniformemente, è arrivata a riconoscere come irrinunciabili per la società civile, e una cultura che, sebbene molto differenziata al proprio interno, quei valori non li ha ancora assimilati e, in non pochi casi, rifiuta di discuterli. Gli aggressori di Colonia erano, magari, semplicemente gruppi di giovani uomini sfaccendati e senza fissa dimora, che sotto l'effetto di alcool e droga hanno seguito un istinto primordiale, senza pensare troppo all'islam: ma la reazione della politica tedesca e dell'opinione pubblica europea dimostra che è in atto, almeno nella percezione comune, uno scontro di culture la cui esistenza non può essere negata, se la si vuole affrontare con il dialogo e non con le armi.

 428

Il 13 marzo del 2015, a pochi mesi dalla deludente conclusione della prima sezione del Sinodo speciale sulla famiglia, dopo avere ben ponderato il pericolo che, facendo leva sulla presunta irreformabilità della dottrina, l'opposizione di un significativo gruppo di cardinali e vescovi conservatori potesse impedire alla sua linea riformatrice di superare il placet finale dei due terzi dei Sinodali, Jorge Bergoglio ha annunciato la prossima apertura di un Anno santo della Misericordia. Ha deciso cioè di sparigliare le carte e di buttare sul tavolo la briscola dell'autonomia decisionale del Papa, la carta che permette a chi la usa di costringere tutti a ripartire dalla sua prossima mossa. Ancora una volta una mossa spiazzante, perché inattesa e soprattutto in conclamata contraddizione con ogni precedente dichiarazione sulla necessità di riequilibrare il rapporto tra collegialità e primato pontificio, di ridimensionare la centralità dottrinale e decisionale di Roma e di restituire all'annuncio evangelico del perdono e della salvezza la sua originaria connotazione di dono gratuito, connesso alla pratica della giustizia e della misericordia. Tutti sappiamo, infatti, che il primo Giubileo cristiano fu proclamato, con atto autocratico, da Bonifacio VIII, nemico dei movimenti francescani più fedeli alla “Regola” del Santo, per riaffermare la centralità religiosa e politica del papa e di Roma e accrescere la sua potenza finanziaria. E in molti abbiamo temuto che la scelta di tale strumento per valorizzare misericordia e perdono, ricerca della giustizia e della pace, potesse trasformarsi in una trappola per la riforma di Francesco e per il suo rinnovato impegno ecumenico. Così non è stato. Non solo perché papa Bergoglio ha continuato nel suo impegno a ventilare la paglia per ripulire il grano, ma anche perché, con precise scelte operative, ha dimostrato che il Giubileo celebrativo del cinquantenario del Concilio poteva e doveva essere “conciliarmente” qualificato e trasformato in modo tale da rovesciarne completamente la funzione pastorale. E oggi dobbiamo riconoscere che l'abituale tendenza a valutare ogni azione dei papi alla luce di quanto hanno storicamente fatto i loro predecessori, risulta inadeguata per interpretare le parole e i gesti dell'attuale vescovo di Roma. Va stretta a lui e fa da paraocchi a noi. L'inizio del Giubileo della misericordia, assai più coi gesti messi in atto dal papa che col suo ben articolato decreto di indizione, ha reso chiaro che questa volta sarebbe stato davvero difficile, anche se non impossibile, mescolare il pentimento dell'uomo e il perdono di Dio con la vendita, più o meno camuffata, delle indulgenze, con atti di culto e offerte alla chiesa. Questo perché l'accesso al perdono divino, che col suo annuncio evangelico la chiesa metteva a disposizione degli uomini, non era legato a costosi pellegrinaggi alle basiliche romane e a reiterate orazioni rituali, ma veniva strettamente connesso alla pratica del perdono tra uomini, sulla base dell'ingiunzione profetica: “Giustizia voglio e misericordia, non altari e sacrifici”. Ingiunzione, che ripresa dai Sinottici, è riaggiornata, in modo originalissimo, a beneficio di tutte le creature, cielo, terra e mare compresi, nella Laudato sì. Se poi aggiungiamo che la prima Porta Santa, il Papa è andato ad aprirla, in primis, nella cattedrale di Bangui nel Centrafrica, proclamata «capitale spirituale della preghiera per la misericordia»; che ha invitato i vescovi di tutto le diocesi del mondo a aprire Porte Sante, con le stesse prerogative di quelle romane, là dove ritenessero opportuno per il bene dei fedeli di quelle terre; che lui stesso ha aperto nella sua diocesi “porte del perdono” in edifici santi, non per altro che per il loro essere luoghi di umana pietà e soccorso agli ultimi, comprendiamo come questo Giubileo, ben più che un classico Santo Giubileo e un Giubileo santamente laico, come laico è il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo. E ci rendiamo pure conto che il Papa, proprio come i vescovi, Pietro e gli apostoli tutti, è, per Jorge-Francesco, ben più un altro Giovanni battezzatore, testimone della cristicità di Gesù, che un alter Christus. Per questo, facciamo nostra la conclusione di Tonio Dell'Olio su questo tema (su «Rocca» del 1/1/2016): «Il Giubileo diffuso, aperto profeticamente da Papa Francesco, contiene l'invito, rivolto a tutti i credenti, a varcare le porte della chiesa non solo per entravi ma anche per uscirne». Ed è questa in fondo la vera sfida che Francesco il Santo e Francesco il Papa lanciano ai cristiani del loro tempo e forse non solo ai cristiani. Proclamando, infatti, che la porta della comunità dei discepoli di Gesù è sempre aperta, proclamano anche, in risposta a chi spranga le case, alza muri di cinta, presidia in armi le frontiere, decapita gli oppositori e rompe ogni relazione coi nemici, che la gelosia del proprio e la paura dell'altro figliano odio e guerra, mentre l'accoglienza e la condivisione preparano la pace.

 

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