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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

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ESODO Sevitium


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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Elogio della gratitudine

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  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 416

Le opinioni sul Sinodo si moltiplicano, quasi si sprecano. Alcuni commentatori si concentrano sui temi dibattuti: famiglia e famiglie, matrimonio e matrimoni, ricchezza e miseria della sessualità, sue varie forme e relativi valori e disvalori, comunione sì, comunione no. Altri esaltano le differenti posizioni dei partecipanti, vescovi e cardinali innanzitutto; posizioni spesso inconciliabili, quindi destinate a spaccare la Chiesa o a consigliarle un'estrema prudenza. Non manca l’ola delle opposte curve, che tifano per la vittoria dei riformisti o dei conservatori.

I più critici, ma anche chi non vorrebbe schierarsi, concentrano la loro attenzione sulla maggiore o minore libertà del dibattito. Puro gioco di specchi, una sorta di gibigiana, manovrata dalle solite lobby curiali per abbagliare occhi troppo curiosi? Vera e coraggiosa apertura al dialogo e alla valorizzazione dei carismi e del carattere comunitario della Chiesa? O sua resa suicida al pensiero unico del relativismo borghese e materialista?

Qualcuno ha tentato di fare del confronto sincero e vivace, voluto da Bergoglio, sulla ricerca di una pastorale evangelica della misericordia e del perdono, una sfida all'ultimo dogma. E ha messo in scena un torneo sulla verità e sulla dottrina tra mitrie dorate e purpurei zucchetti, tra scudieri di abati donchisciotteschi e inossidabili cavalieri di Madonne d'ogni colore, tra teologici fioretti di moschettieri del Vescovo di Roma e arcigne guardie del Papa emerito.

A fronte della prima relazione sugli orientamenti dei lavori sinodali, più innovativa sul tema del riconoscimento dei valori umani e spirituali dell'amore eterosessuale e omosessuale, che su quello della regolazione ecclesiastica dell'amore sacramentalizzato, gli schieramenti tra pastoralisti e dottrinalisti si sono ulteriormente polarizzati. Ciò che ha indotto gli estensori della ridiscussa sintesi, da sottoporre a coloro che parteciperanno tra un anno all'ultimo atto di questo Sinodo, a ridurre a poche e scontate ripetizioni dei principi del Vaticano II sul carattere comunitario della chiesa, “popolo di Dio”, e sulla doverosa apertura alla realtà sociale e culturale del mondo moderno.

È così che il fronte, già spaccato, degli opinionisti ha trovato un nuovo terreno di scontro. Da una parte chi recrimina che la chiesa abbia commesso l'imprudenza di recuperare all'uso il pentolone delle riforme, già messo in soffitta da Giovanni Paolo, perché troppo fragile per impedire emorragie di dottrina. Dall'altra chi si duole che essa intenda riciclarlo senza togliergli il coperchio, al fine di evitare che possa riempirsi delle indilazionabili novità che d'ogni parte, dopo il Concio, ribollono.

Ma gli schieramenti non si coagulano ormai solo intorno a tesi estreme: la pentola in cui sono state rimestate le riforme conciliari è, oggi come ieri, un colabrodo. Essa è stata derottamata solo per finire appesa al chiodo come un oggetto di modernariato rimesso a nuovo. Per i più, come sempre, la pentola è o mezza vuota o mezza piena, o già traboccante. Dipende dal tenore delle attese, o anche dal desiderio di rimettersi tranquilli senza rischi di delusioni o timori di novità. In quanto a noi, per trovare un posticino in questa abusata metafora, ci mettiamo tra quelli che ritengono che la pentola abbia appena cominciato a riempirsi e che è possibile sperare che, per quanto lento e graduale, il rinnovamento pastorale e dottrinale della Chiesa possa realizzarsi.

Il Dio biblico non è infatti un Dio raggiungibile attraverso una qualsivoglia sistemazione, dottrinariamente fissa, della sua verità. Il Dio dei cristiani non è il Dio dei filosofi e dei teologi, dei professionisti del sapere. È il Dio di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti e di Gesù, di quanti hanno accolto nella loro vita storica la sua storica rivelazione, giunta a noi come parola di Dio, racchiusa nella parola e nella storia di uomini. Quindi sempre storicamente incarnata, eguale sempre a sé stessa, non nell'immutabilità della lettera, ma nella fedeltà dello Spirito, che soffia dove e quando vuole, e del Figlio, che non segue i suoi discepoli, imbalsamato in una cassa sigillata dai dogmi, ma li precede vivo sulle strade della Galilea, aperte al cammino verso le genti.

In questo concordiamo da sempre con quanto papa Francesco dice alla sua e nostra chiesa: va riscoperto il vangelo nella sua dimensione di invito alla sequela di Gesù, povero tra i poveri, che esorta a riconoscere la sua presenza e la presenza di Dio tra gli ultimi e a servirli nella loro fame e sete di pane e di giustizia, di lavoro e di rispetto, di amore e di pace. Egualmente apprezziamo la sua scelta di non finalizzare la sua autorità a cambiamenti dottrinali o pastorali, ma a obbligare tutte le componenti della chiesa a misurarsi concretamente e coraggiosamente coi problemi esistenziali, sociali, culturali ed economici dei nostri contemporanei, riconoscendo che sono anche i nostri e che quindi non abbiamo il potere di giudicare, ma il dovere di aiutare e di lasciarci aiutare per risolverli.

 415

Sono ancora davanti ai nostri occhi le immagini delle decapitazioni operate dagli jihadisti dell'Isis, immesse intenzionalmente nella rete di visibilità mondiale: l'aspetto mediatico è fondamentale, non un corollario aggiuntivo. Le decapitazioni non sono il ritorno del medioevo, come ha sostenuto qualcuno. L'esposizione pubblica del corpo, capo, teschio del nemico ucciso, come vanto patriottico dell'eroe guerriero, è stata una caratteristica dell'umanità in tutti i continenti nel corso dei secoli, dai tempi dell'Iliade agli Indiani d'America. È avvenuto anche con le esecuzioni capitali dei «reprobi» (tali o presunti) nelle grandi piazze, con la gente che guardava quasi eccitata o ammaliata. In Italia l'ultima esposizione pubblica delle foto dei nemici vinti e uccisi nelle guerre coloniali, ci pare sia avvenuta sotto il fascismo; ma ricordiamo anche l'esposizione della salma di Mussolini effettuata dagli antifascisti.

Anche lo Stato della Chiesa, in primis il beato Pio IX, si è distinto quale mandante di decapitazioni pubbliche, almeno sino a quella del 24 novembre 1868, il cui resoconto fatto da un sacerdote suona così: «Tutto intorno, con un popolo sterminato, regnava un religioso silenzio, per guisa che, quando il paziente [Gaetano Tognetti] a voce alta e distinta invocava i nomi santissimi di Gesù e Maria, sariasi potuto ancor da lungi noverare ogni sillaba: e parimenti allorché il sacerdote proferì l'estrema formula di assoluzione. All'Amen il Tognetti appena poté soggiungere: “Gesù...”, che gli cadde recisa la testa e l'anima si trovò nel seno di Dio» (cfr. Dario Oitana, Il papa che uccideva i santi, il foglio n. 266, gennaio 2000).

I decapitati dell'Isis che pronunciano i loro proclami contro l'Occidente, in particolare Stati Uniti e l'Inghilterra, avranno accettato di dire quelle cose non si sa con quali minacce o promesse; le decapitazioni sono atti di propaganda nello stile di chi li deve ascoltare: un gruppo combattente che ha per collante l'islam, insieme all'odio antioccidentale utilizza le modalità dello show e del reality, ben note al pubblico televisivo occidentale, per far comprendere a quest'ultimo le proprie intenzioni o almeno per terrorizzarlo. Ciò che è più importante è la cornice scenica e spettacolare, la cura della ripresa: l'atto in sé non sarebbe più sufficientemente eclatante per un'opinione pubblica di spettatori fedeli di serie tv dedicate a criminal cases. La morte è messa in scena nel modo più gradito agli occidentali nemici: gli islamici si piegano alle regole dello show businnes, nel momento in cui sono convinti di piegare queste regole alle loro esigenze.

***

Tognetti era stato con Monti autore dell’attentato nel 1867 alla caserma Serristori abitata dagli zuavi pontifici, provocando 27 morti, alla vigilia dell'insurrezione di Roma. Lo scorso 20 settembre, come negli anni precedenti, c'è stato un silenzio quasi totale dei mass-media nel ricordare l'anniversario di Porta Pia, ma non per il raggiungimento di una laicità condivisa che decreta il superamento di un problema ormai obsoleto, bensì forse per l'imbarazzo di toccare una questione spinosa che permea ancor oggi i rapporti fra stato e chiesa, soprattutto quelli fra legislazione civile e dogmi ecclesiastici sui temi etici. Abbiamo faticosamente acquisito in Occidente una democrazia che – nonostante le cosiddette primavere arabe − fatica ad affermarsi nel mondo musulmano, che ha seguito uno sviluppo socio-culturale diverso dal nostro. L'Europa è pervenuta a una certa separazione fra religione e politica nella laicità dello Stato, ancora sconosciuta nel mondo islamico; ma in Italia tale traguardo è tutt'altro che raggiunto, a causa della presenza del papato e dello stato-città del Vaticano.

 414

Come per ogni guerra, visibile o nascosta, questa seconda di Gaza è dolore e vergogna, per tutti. A due mesi dalla preghiera per la pace di Francesco, Abu Mazen e Peres nei giardini vaticani, dunque, dobbiamo disperare? dobbiamo pensare a una totale impotenza della pace? Noi vogliamo credere e sperare che il cammino della storia umana verso la pace-giustizia sia possibile e in corso, anche se incontra abissi di violenza dominatrice e di dolore ribelle, come in questa nuova dannata catena di vendetta-più-vendetta tra Israele e Hamas. E anche pare possibile riconoscere tale cammino nei fatti storici e nelle coscienze e aspirazioni delle culture e degli animi. Infatti, la guerra (violenza diretta) e il dominio oppressivo statico (violenza strutturale e culturale) non sono più sentiti come una fatalità meteorologica, necessaria, ma come responsabilità umana. Nel centenario del 1914 conosciamo un secolo di guerre e anche un secolo di crescita della cultura e della pratica di pace giusta e attiva, di lotte per la dignità con forza nonviolenta. Chi ha occhi per vedere e per leggere veda e legga. Ciò non assicura del tutto, ma emancipa dalla rassegnazione sottomessa alla regola della violenza.

La preghiera non è fallita, perché non chiede una pace miracolosa e improvvisa, ma invoca lo Spirito (Luca 11,13) che anima le coscienze nel lungo cammino della nascita umana. Siamo in questo cammino lungo, accidentato. La preghiera, le energie profonde e alte, il pensiero serio, la riflessione delle coscienze, circolano nel silenzio vivo del mondo, più profonde dei fragori della guerra.

Che abbiamo una fede o un'altra, o nessuna fede religiosa definita, ogni fedele all'umanità ha fede nella nostra vita, come la cosa più comune e preziosa, inviolabile, che può, ben guidata, svilupparsi in ogni tipo di bene. Ogni politica che usa lo strumento della morte è antiumana. È la paura che ci mostra il contendente come nemico. Ma l'altro ha la nostra stessa paura, e soffre lo stesso dolore e rabbia che incendiano e nutrono la vendetta. La paura e la vendetta sono una trappola che cattura e schiaccia il vincitore come il vinto, il forte come il debole.

Giustizia e utilità ci propongono, anche nel conflitto Israele-Palestina, di non guardare solo le ultime vicende («Ha cominciato lui!...», come bambini litigiosi), e neppure pretendere di risalire al primo torto di una catena lunga come la storia.

I giusti di ogni parte comincino ora, per primi, a comprendere il dolore dell'altro, così entrando nell'umanità di tutti; comincino ora a superare la colpa altrui con la riconciliazione creativa; comincino con l'ammettere la propria parte di responsabilità (che non manca mai); comincino così a dare al "nemico" la possibilità di vedere il proprio errore, e di proporre il proprio diritto senza violenza; vedano, più ancora della violenza fragorosa e cruenta, quella sorda e continua, strutturale, e quella insediata nelle menti, culturale.

La pace è possibile, se non pretendiamo tutto ciò che vorremmo nostro; se scegliamo di essere quella parte di noi che è comune a tutti gli umani, e dunque è la più vera nostra identità; se abbiamo l'intelligenza per capire che vivere è inseparabile dal lasciar vivere, e che la pace è un bene comune a tutti, oppure non è nostra, perché nessuna vittoria ottiene la pace. C'è più vantaggio pratico e materiale a cercare la pace che la vittoria. E se non c'è sempre certezza di arrivare a una pace positiva e giusta (non solo tregua), è certo che la guerra ce ne allontana, e porta sempre infelicità, e avvelena il futuro.

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