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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 485
È sconcertante che mentre il mondo si interroga sul suo futuro climatico, in molte zone del pianeta continuino a effettuarsi pericolose manovre militari, foriere di guerra. L'Italia è pienamente coinvolta e ce ne ha dato un quadro accurato Manlio Dinucci sul manifesto (2 novembre 2021). Esercitazioni aeree in partenza da Ghedi e Aviano, obiettivi da colpire con armi atomiche, la cui disponibilità operativa è sottratta alla sovranità italiana, in base agli accordi Nato e consegnata nelle mani del Pentagono. Anche Russia e Cina non scherzano e tra settembre e ottobre le agenzie di Mosca ci hanno informato di manovre aeronavali nel mare Artico e nel mar del Giappone. Anche il bambino dispettoso della Corea del Nord, che ama giocare con missili a lunga gittata, non manca di segnare la sua presenza in tali occasioni e su tali scenari.

La riduzione degli armamenti e un'economia di pace è una delle condizioni per affrontare con successo il riscaldamento del pianeta e operare nel delicatissimo ambiente del mare Artico e della Siberia orientale è un atto di arroganza nei riguardi dell'intero pianeta. Del resto la Russia di Putin è stata assai defilata nelle faticose trattative della COP26 di Glasgow, più ancora della Cina con la quale l'inviato americano John Kerry è riuscito almeno a concludere un vago accordo, seguito poi dall'incontro virtuale, non negativo, ai massimi livelli, tra Biden e Xi.

Non meno importante è il quadrante occidentale, dove la Russia confina con Estonia e Lettonia, e la Bielorussia con la Lituania, ma dove esiste la regione russa di Kaliningrad (la Koenigsberg, patria di Kant), isolata dalla madrepatria e raggiungibile soltanto con il corridoio di Suwalki, a cavallo del confine tra Polonia e Lituania. Ogni riferimento al corridoio di Danzica (1939) non è puramente casuale. In questi territori da molti anni si svolgono periodicamente esercitazioni muscolari contrapposte che vedono Russia e satelliti da un lato e Nato dall'altro, con pericolosi scenari di guerra "convenzionale", cioè senza uso di armi atomiche, almeno ufficialmente (cfr. M. Perosino, Giochi di guerra in Europa, La Stampa, 22.9.2017 e M. Bresolin, Il mondo in dieci zone di crisi, La Stampa, 30.1.2019).

Qualcuno sostiene che la Nato andrebbe sciolta perché storicamente superata e utile spesso a coprire operazioni belliche che non hanno nulla a che vedere con i suoi motivi fondativi. Bisognerebbe però, per onestà, chiedere, ad esempio, cosa ne pensino gli abitanti delle repubbliche baltiche, che all’indomani del 1989, memori della loro tragica storia e dell’ingombrante vicino, entrarono al più presto possibile nella Nato, nell’Ue, nell’euro. La Russia, infatti, con qualche decina di carri armati, potrebbe occupare le capitali baltiche nel giro di una notte.

Le prospettive sono assai preoccupanti se si pensa che in novembre abbiamo assistito alla tragica e vergognosa vicenda dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia, nella sostanziale indifferenza dei vari stati nazionali europei, che avrebbero potuto accoglierne qualche centinaio ciascuno, senza grandi problemi. Nel contempo la Russia ammassava ai confini dell’Ucraina circa 100.000 soldati.

Occorre un rinnovato impegno per frenare la nuova disordinata e incontrollabile corsa agli armamenti, ricordando che «solo il disarmo è razionale» sotto ogni aspetto, a partire da quello economico, liberando enormi risorse che ora è necessario impiegare per l’emergenza climatica. E nella speranza che quasi tre secoli dopo abbia ragione Federico II di Prussia quando affermava «Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file».

 484

Il dato più rilevante delle ultime elezioni amministrative è stato sicuramente quello dell’astensione: quasi il 60% degli aventi diritto non è andato a votare. A Torino per esempio Lo Russo, il nuovo sindaco Pd, ha vinto con gli stessi voti con cui cinque anni fa Fassino ha perso, cioè lo ha votato solo il 25% dei torinesi. Alla periferia nord, che aveva decretato la vittoria della 5Stelle Appendino, solo poco più di un terzo del corpo elettorale si è recato alle urne. Sono dati impressionanti. Molte sono le cause di questa estesa astensione. Il disprezzo per i politici, considerati generalmente incapaci e tesi solo ad arricchire la propria cordata a spese della collettività, i programmi sempre più vaghi e inconsistenti, le troppe delusioni per le tante promesse disattese, la fine delle ideologie e dello scontro tra modi diversi di intendere l’uomo e la società.

Riflettendo, però, ci si accorge che c’è qualcosa di più profondo e generale: l’affluenza al voto infatti, salvo casi particolari, tende a calare in tutte le democrazie, anche in quelle più consolidate come l’inglese, la francese o l’americana. Questo disinteresse, questo crollo della partecipazione politica, anima della democrazia, fa pensare ad alcuni che sia in una crisi irreversibile. Ma ci sono altri segni preoccupanti. La facilità con cui movimenti e partiti improvvisati sorgono, raccolgono molti voti per essere poi subito ridimensionati o sparire completamente. Stanno inoltre crescendo in tutto l’Occidente movimenti che fanno della dietrologia il loro credo: pensano che il mondo sia governato da forze potenti e oscure, manipolatrici e ingorde. La pandemia ha dato loro una bella spinta rendendoli più aggressivi. Questi movimenti estremisti e spesso folcloristici per ora non hanno un peso determinante, sono però il sintomo di un malessere più generale, esprimendo in maniera distorta ciò che il popolo percepisce a pelle senza dargli un nome preciso, ciascuno si sente isolato, piccolo, impotente di fronte a una realtà molto più grande e complicata, troppo difficile da decifrare e da controllare.

Il fatto è che nel mondo stanno cambiando velocemente e profondamente gli assetti politici, economici, sociali e culturali consolidati negli ultimi 200 anni. L’Occidente che si pensava il faro della civiltà è in crisi, il suo dominio e la sua egemonia sono in declino. Popoli già sottomessi rialzano la testa e pretendono il loro posto nella storia, nuove potenze stanno sorgendo, il mondo si unifica. Per questo la vecchia cultura e le attuali istituzioni mondiali non sono più in grado di svolgere le loro funzioni adeguatamente. Il compito che attende l’umanità è quindi immane perché occorre ripensare il significato del nostro stare al mondo per adattarlo alla mutata realtà e per cercare di costituire istituzioni e una organizzazione sociale in grado di far convivere i futuri dieci o dodici miliardi di abitanti del nostro pianeta, evitando l’ecatombe nucleare e quella ecologica.

 483

Guelfi e ghibellini forever? Il nostro bel paese sembra condannato ad assistere (con opposte tifoserie) alle infinite repliche di questo derby. O, per dirla più seriamente, a una perpetua lacerazione – culturale e politica – tra il cosiddetto mondo laico e il cosiddetto mondo cattolico, irrigiditi dai reciproci pregiudizi in stereotipi quasi caricaturali.

Il logoro copione rischia di riproporsi un’ennesima volta sul tema del “fine vita” (ma qualcuno preannuncia che persino sulla cannabis alzerà i propri vessilli un redivivo “partito/partitino dei cattolici”, come già accaduto sul ddl Zan). Tema delicato e complesso – il fine vita – che interpella la coscienza di ognuno e la cui regolamentazione per legge pone difficili interrogativi. La logica vorrebbe che si partisse dall’attuazione di alcuni impegni (oggi largamente disattesi) su cui c’è largo consenso: il no all’accanimento terapeutico, l’applicazione sistematica della terapia del dolore e l’offerta di cure palliative ovunque sia opportuno. Realizzate queste premesse, le restanti richieste di eutanasia o suicidio assistito andrebbero valutate con la sensibilità umana e la carità cristiana che ogni grande sofferenza esige, al tempo stesso sbarrando la strada a ogni possibile deriva eugenetica.

Compito non facile, per il legislatore. Peccato che a complicarlo intervengano, anche stavolta, i toni da crociata e anticrociata, come se fossimo in presenza di due antropologie inconciliabili, anziché della comune e laboriosa ricerca di un umanesimo (il più possibile) integrale. Da una parte ritornano i “valori non negoziabili”, che guarda caso non riguardano mai il disarmo o le scelte inerenti all’economia o all’ecologia. Ma su entrambi i fronti sono poche le voci fuori dal coro, capaci di porsi le domande scomode. E l’informazione-spettacolo non aiuta, perché fa audience il diverbio schematico e semplificatorio, il manicheismo del pro e contro.

E così, anche sulla pelle dei malati più gravi potrebbe rinnovarsi la tenzone (e il teatro) dei guelfi e ghibellini. Ci auguriamo ancora, vivamente, che così non sia. Già il poeta fiorentino – della cui morte abbiamo celebrato il settimo centenario ‒ spiegava a chiare lettere che quella spaccatura era nociva sia alla Chiesa che alla società.E nel secolo scorso i padri costituenti della repubblica esortavano spesso al superamento di quello “steccato storico”, che anche dopo l’Unità d’Italia aveva rallentato e ostacolato non poco la trasformazione sociale del paese.

D’altronde, basti l’esempio – eclatante - delle politiche familiari. Da decenni i paladini nostrani della famiglia tradizionale si azzuffano nei talkshow e in parlamento con i fautori delle famiglie-arcobaleno. Nel frattempo – almeno sino alla recente legge Delrio sull’assegno unico – né gli uni né gli altri hanno mosso un dito per impedire che il nostro welfare familiare restasse di gran lunga al di sotto della media europea, e il sostegno alla maternità pressoché inesistente.

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