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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 466

Nel mondo è in atto una grande redistribuzione di lavoro e reddito che la sinistra occidentale non riesce a interpretare (vedi Papuzza sul foglio 465). Grandi paesi ex colonie o semicolonie hanno intrapreso vigorosamente la via dello sviluppo mentre altri scalpitano per seguirli. La loro concorrenza mette in crisi i nostri paesi di vecchia industrializzazione, destabilizzando i nostri sistemi sociali. La sinistra è in difficoltà perché il suo modello ideologico e quindi il suo modo di leggere la realtà è diventato obsoleto. I suoi schemi prevedevano uno scontro tra capitale e lavoro e l’unità di tutti i lavoratori. Ma oggi allo scontro tra capitale e lavoro si è sostituito quello tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei paesi emergenti. I primi vogliono continuare a migliorare il loro tenore di vita così come è successo negli ultimi due secoli, gli altri vogliono uscire dal sottosviluppo e recuperare nel più breve tempo possibile il terreno perduto. Questa concorrenza tra lavoratori è molto favorevole al capitale, soprattutto quello finanziario, che si accaparra una parte crescente della ricchezza prodotta. Questo però non modifica la situazione di scontro tra classi lavoratrici. Tra capitale e lavoro c’è rivalità nella divisione del valore creato durante la produzione, ma anche solidarietà. Entrambi hanno interesse a far progredire l’impresa, ad aumentare la produzione per incrementare reddito e posti di lavoro. È così che negli ultimi 200 anni i lavoratori in Occidente hanno potuto migliorare progressivamente le loro condizioni di vita: attraverso le lotte hanno costretto il capitale a cedere loro una parte della ricchezza prodotta. Ora i lavoratori dei paesi emergenti vogliono seguire la stessa strada. Per loro quindi la solidarietà col capitale, che li sfrutta ma gli garantisce anche lavoro e reddito, è superiore a quella con i lavoratori dei paesi ricchi. Del resto tra lavoratori di zone con sviluppo molto diseguale, storicamente la concorrenza è sempre stata molto forte, più forte della solidarietà. Il nostro sviluppo è stato pagato anche con lo sfruttamento delle colonie, ora il loro sviluppo è pagato in parte con l’arresto del nostro.

Se ci si ferma all’analisi economica, al vivere giorno per giorno, non si vede come possano essere contemperati questi interessi contrapposti. Per trovare obiettivi politici comuni, occorre quindi elevarsi a un livello superiore, a problemi che oggi riguardano tutta l’umanità: la pace e la difesa dell’ambiente. Su questo terreno non contano né confini, né classi sociali, né recriminazioni. Da uno scontro economico o peggio militare tra grandi potenze o dal degrado dell’ambiente tutti alla fine ci perdiamo, fino a rischiare il suicidio dell’umanità. Parliamo di pace e ambiente da molto tempo, ma mai questi problemi erano apparsi così concreti e urgenti. La gravità e la portata di queste emergenze si può inferire dal durissimo scontro politico in atto in Occidente tra destra e sinistra, tra chi vorrebbe mantenere a tutti i costi le cose come stanno e chi ha capito che occorre cambiare modello di sviluppo e rendere il mondo più giusto. Le destre sono molto aggressive, più compatte, pronte a usare anche i mezzi di propaganda più squallidi, dispongono di molti fondi e possono contare sull’appoggio di importanti mezzi di informazione. Le sinistre invece sono più indecise, confuse e, come ho già detto, sono indebolite perché ancorate alla vecchia ideologia. Occorre anche dire che le tre scelte che hanno di fronte non facilitano il compito. L’accrescimento o almeno la difesa del tenore di vita dei lavoratori dei paesi sviluppati, il miglioramento di quello dei paesi emergenti e la difesa dell’ambiente non si possono perseguire contemporaneamente: almeno una è da sacrificare. I vari partiti in cui si è frantumata la sinistra occidentale non riescono a fare una scelta chiara e definitiva e si disperdono in proposte spesso contraddittorie e velleitarie. Per questo le destre sembrano in vantaggio e conquistano sempre più spazio su una popolazione impaurita, confusa e arrabbiata. Non è però tutto buio. Alla debolezza della sinistra sopperiscono due realtà. La prima è la Chiesa di papa Bergoglio, che ha scelto chiaramente i paesi poveri e il loro riscatto e la difesa dell’ambiente. La sua voce è sempre più forte e il suo impegno vigoroso: per questo sta pagando un prezzo elevato, con una fortissima opposizione, rischiando perfino una spaccatura all’interno della stessa Chiesa cattolica. L’altra è un vivace movimento globale di giovani e giovanissimi che si battono per l’ambiente. Ancora magmatico e disorganizzato e quindi debole politicamente, ha però una grande importanza perché, prima che politica, la battaglia è per l’egemonia culturale, per la conquista del cuore e della mente dei popoli, per affermare una visione del mondo più avanzata, più adeguata alle sfide che stiamo affrontando, più solidale. Anche loro sono attaccati fino all’irrisione. Evidentemente li temono.

Lo scontro dunque è feroce, la posta in gioco molto alta, altissima, impegnativa e anche dolorosa, soprattutto per noi occidentali, perché si tratta di rimettere in discussione posizioni acquisite e di modificare modi di pensare e vivere consolidati da tempo. Ma non abbiamo scelta. Di fronte abbiamo due possibilità: un lungo periodo di crisi, scontri e regressi o un passo avanti deciso verso due obiettivi che l’umanità insegue da tempo: una società più giusta e uguale e l’eliminazione della guerra come strumento per modificare l’assetto geopolitico e come soluzione dei conflitti tra popoli.

 465

Stiamo assistendo con gioia e speranza a un doppio Sinodo: da una parte quello sull'Amazzonia già iniziato in Vaticano, e dall'altra quello vincolante per la chiesa in Germania, indetto in primavera dalla conferenza episcopale tedesca che comincerà a breve sotto la regia del suo presidente, il cardinale Reinhard Marx.

Quanto al primo, non si tratta tanto della sofferenza del polmone verde del nostro pianeta, che fornisce (solo) il 6% dell'ossigeno necessario alla Terra, ma della sua devastazione, per poi allargare il discorso alla chiesa universale nell'ampio contesto della grave e urgente crisi socio-ambientale e climatico-ecologica. Occorrerà vincere la resistenza dei conservatori-oppositori, come Robert Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino e i sacramenti, preoccupato per il fatto che i presbiteri «trascurino la propria santificazione per impegnarsi invece in questioni socio-politiche come l'ambiente, le migrazioni, o i senzatetto»; o come Gerhard Müller, prefetto emerito della congregazione per la dottrina della fede, ironizzando che non è compito del Papa e dei vescovi invitare a piantare più alberi. A suo dire si tratta di neopaganesimo ambientalista: «Cristo non ha raccomandato di occuparsi delle acque del Giordano o della vegetazione della Galilea» («Il Foglio» del 7 ottobre). Pure il fatto che nell'Instrumentum laboris per il Sinodo romano si parli della «madre terra» viene da lui definita un'espressione pagana; è tale allora anche Genesi 1,24: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie...»?

Oltre a discutere del destino delle popolazioni dei villaggi sparsi nella foresta, i padri si focalizzeranno quasi sicuramente sull'immagine del sacerdozio e sul ruolo delle donne: ad es. nello Xingu, la diocesi più estesa dell'Amazzonia e del Brasile, due terzi delle comunità sono diretti da donne, e sono loro in genere a preparare la liturgia domenicale, che solo raramente è pure eucaristica. Infatti tanti villaggi ‑ dell'Amazzonia come dell'intero mondo missionario afro-asiatico ‑ vedono il prete solo una o due volte l'anno. Di conseguenza sarà anche il tema del celibato presbiterale a dominare la scena, il quale di per sé non c'entra quasi nulla con la regione amazzonica, ma è scottante la relativa questione della «presidenza dell'Eucarestia» che fa sobbalzare i tradizionalisti: già quest'ultima espressione è a loro indigesta, poiché preferiscono quella di celebranti della Santa Messa (o della divina Eucarestia). Li fa inorridire che essa possa essere estesa al di fuori del sacrale ministero presbiterale maschile a ciò eminentemente deputato.

I temi della clericalizzazione/clericalismo, le nuove prospettive in teologia morale (sessuale) e il celibato sono invece argomenti specifici del sinodo tedesco che ha già ricevuto l'altolà da due prefetti di dicasteri vaticani, poiché non si possono cambiare (a livello locale) le normative giuridiche universali come quella del celibato presbiterale. Ma il cardinal Reinhard Marx (presidente della conferenza episcopale tedesca) ha confermato di voler andare avanti per la propria strada (confortato dai 21 voti favorevoli dei suoi presuli e solo 3 contrari) nonostante gli ultimatum romani. Pensiamo di aver compreso la linea del porporato tedesco: già esistono i preti sposati nella chiesa cattolica (cattolica a tutti gli effetti, non ortodossa) di rito greco-orientale-albanese-bizantino-armeno, che un tempo era ampiamente diffusa anche nella nostra magna Grecia; molti preti sposati allora nel meridione d'Italia, di cui una dozzina sono rimasti ancor oggi in Sicilia (alcuni ad es. nella Piana degli Albanesi). Si vuole estendere, in piena autonomia, tale procedura canonica (sui iuris; del proprio diritto, come hanno fatto gli orientali) anche al diritto “proprio” della chiesa di rito per così dire “germanico”, lasciando a Roma (e/o alle varie conferenze episcopali nazionali) di fare eventualmente altrettanto per la quasi totalità della chiesa cattolica cosiddetta di rito “latino”. È così difficile da capire e da accettare?

Dato che i tradizionalisti rinfacciano di non parlare mai della Rivelazione e del “Credo” (come ad es. a loro dire nell'Instrumentum laboris), ricordiamo il libro del NT che parla di più della chiesa, dei ministeri, e dello spezzare il pane (Eucarestia), ossia quello lucano degli Atti degli Apostoli. Ora negli Atti quando si parla di ministeri non si parla mai dello «spezzare il pane» e viceversa: le due cose non sono correlate e non s'intersecano. Il che è abbastanza ovvio: è tutta la comunità che celebra l'Eucarestia, non un ministro che dice la Messa e il popolo assiste... Inoltre la chiesa siriaca di Antiochia (quella in cui per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani o crestiani, Atti 11,26) era retta dai profeti e dai dottori (maestri, teologi?), di cui uno era soprannominato Niger (sic); e sono loro a celebrare la liturgia, non i presbiteri o gli episcopi (Atti 13,1-3), addirittura «imponendo le mani» (ordinazione?) a Barnaba e Saulo.

Sotto questo profilo le proposte più innovative (contenute nel libro Abbi coraggio, cambia ora il mondo e la chiesa, Innsbruck 2016) vengono da Erwin Kräutler, vescovo austriaco e prelato emerito di Xingu (diocesi che ha guidato dal 1981 al 2015: una vita in e per l'Amazzonia), uno degli organizzatori e animatori del sinodo amazzonico, nonché ispiratore nel suo mondo di lingua tedesca. È possibile ad es. pensare a persone celibi o sposate che siano, uomini e donne laiche o suore, leader di una comunità che siano incaricati – e a tal fine ordinati – di presiedere l'eucarestia domenicale? Un buon inizio sarebbe quello di permettere ad experimentum in Amazzonia che uomini e donne sposati, i quali dirigono una comunità, possano presiedere l'Eucarestia, con la dovuta preparazione, formazione ecc. Non si tratterebbe solo di Viri probati, ma pure di Mulieres (donne) probatae.

Tutti questi problemi saranno superati quando una donna col pancione (a maggior ragione se nera) presiederà l'Eucarestia: finalmente, con l'integrazione delle donne a pieno titolo, avremo più tempo e risorse da dedicare alle vere questioni della chiesa e del cristianesimo nella nostra epoca, che sono altre.

 465

Stiamo assistendo con gioia e speranza a un doppio Sinodo: da una parte quello sull'Amazzonia già iniziato in Vaticano, e dall'altra quello vincolante per la chiesa in Germania, indetto in primavera dalla conferenza episcopale tedesca che comincerà a breve sotto la regia del suo presidente, il cardinale Reinhard Marx.

Quanto al primo, non si tratta tanto della sofferenza del polmone verde del nostro pianeta, che fornisce (solo) il 6% dell'ossigeno necessario alla Terra, ma della sua devastazione, per poi allargare il discorso alla chiesa universale nell'ampio contesto della grave e urgente crisi socio-ambientale e climatico-ecologica. Occorrerà vincere la resistenza dei conservatori-oppositori, come Robert Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino e i sacramenti, preoccupato per il fatto che i presbiteri «trascurino la propria santificazione per impegnarsi invece in questioni socio-politiche come l'ambiente, le migrazioni, o i senzatetto»; o come Gerhard Müller, prefetto emerito della congregazione per la dottrina della fede, ironizzando che non è compito del Papa e dei vescovi invitare a piantare più alberi. A suo dire si tratta di neopaganesimo ambientalista: «Cristo non ha raccomandato di occuparsi delle acque del Giordano o della vegetazione della Galilea» («Il Foglio» del 7 ottobre). Pure il fatto che nell'Instrumentum laboris per il Sinodo romano si parli della «madre terra» viene da lui definita un'espressione pagana; è tale allora anche Genesi 1,24: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie...»?

Oltre a discutere del destino delle popolazioni dei villaggi sparsi nella foresta, i padri si focalizzeranno quasi sicuramente sull'immagine del sacerdozio e sul ruolo delle donne: ad es. nello Xingu, la diocesi più estesa dell'Amazzonia e del Brasile, due terzi delle comunità sono diretti da donne, e sono loro in genere a preparare la liturgia domenicale, che solo raramente è pure eucaristica. Infatti tanti villaggi ‑ dell'Amazzonia come dell'intero mondo missionario afro-asiatico ‑ vedono il prete solo una o due volte l'anno. Di conseguenza sarà anche il tema del celibato presbiterale a dominare la scena, il quale di per sé non c'entra quasi nulla con la regione amazzonica, ma è scottante la relativa questione della «presidenza dell'Eucarestia» che fa sobbalzare i tradizionalisti: già quest'ultima espressione è a loro indigesta, poiché preferiscono quella di celebranti della Santa Messa (o della divina Eucarestia). Li fa inorridire che essa possa essere estesa al di fuori del sacrale ministero presbiterale maschile a ciò eminentemente deputato.

I temi della clericalizzazione/clericalismo, le nuove prospettive in teologia morale (sessuale) e il celibato sono invece argomenti specifici del sinodo tedesco che ha già ricevuto l'altolà da due prefetti di dicasteri vaticani, poiché non si possono cambiare (a livello locale) le normative giuridiche universali come quella del celibato presbiterale. Ma il cardinal Reinhard Marx (presidente della conferenza episcopale tedesca) ha confermato di voler andare avanti per la propria strada (confortato dai 21 voti favorevoli dei suoi presuli e solo 3 contrari) nonostante gli ultimatum romani. Pensiamo di aver compreso la linea del porporato tedesco: già esistono i preti sposati nella chiesa cattolica (cattolica a tutti gli effetti, non ortodossa) di rito greco-orientale-albanese-bizantino-armeno, che un tempo era ampiamente diffusa anche nella nostra magna Grecia; molti preti sposati allora nel meridione d'Italia, di cui una dozzina sono rimasti ancor oggi in Sicilia (alcuni ad es. nella Piana degli Albanesi). Si vuole estendere, in piena autonomia, tale procedura canonica (sui iuris; del proprio diritto, come hanno fatto gli orientali) anche al diritto “proprio” della chiesa di rito per così dire “germanico”, lasciando a Roma (e/o alle varie conferenze episcopali nazionali) di fare eventualmente altrettanto per la quasi totalità della chiesa cattolica cosiddetta di rito “latino”. È così difficile da capire e da accettare?

Dato che i tradizionalisti rinfacciano di non parlare mai della Rivelazione e del “Credo” (come ad es. a loro dire nell'Instrumentum laboris), ricordiamo il libro del NT che parla di più della chiesa, dei ministeri, e dello spezzare il pane (Eucarestia), ossia quello lucano degli Atti degli Apostoli. Ora negli Atti quando si parla di ministeri non si parla mai dello «spezzare il pane» e viceversa: le due cose non sono correlate e non s'intersecano. Il che è abbastanza ovvio: è tutta la comunità che celebra l'Eucarestia, non un ministro che dice la Messa e il popolo assiste... Inoltre la chiesa siriaca di Antiochia (quella in cui per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani o crestiani, Atti 11,26) era retta dai profeti e dai dottori (maestri, teologi?), di cui uno era soprannominato Niger (sic); e sono loro a celebrare la liturgia, non i presbiteri o gli episcopi (Atti 13,1-3), addirittura «imponendo le mani» (ordinazione?) a Barnaba e Saulo.

Sotto questo profilo le proposte più innovative (contenute nel libro Abbi coraggio, cambia ora il mondo e la chiesa, Innsbruck 2016) vengono da Erwin Kräutler, vescovo austriaco e prelato emerito di Xingu (diocesi che ha guidato dal 1981 al 2015: una vita in e per l'Amazzonia), uno degli organizzatori e animatori del sinodo amazzonico, nonché ispiratore nel suo mondo di lingua tedesca. È possibile ad es. pensare a persone celibi o sposate che siano, uomini e donne laiche o suore, leader di una comunità che siano incaricati – e a tal fine ordinati – di presiedere l'eucarestia domenicale? Un buon inizio sarebbe quello di permettere ad experimentum in Amazzonia che uomini e donne sposati, i quali dirigono una comunità, possano presiedere l'Eucarestia, con la dovuta preparazione, formazione ecc. Non si tratterebbe solo di Viri probati, ma pure di Mulieres (donne) probatae.

Tutti questi problemi saranno superati quando una donna col pancione (a maggior ragione se nera) presiederà l'Eucarestia: finalmente, con l'integrazione delle donne a pieno titolo, avremo più tempo e risorse da dedicare alle vere questioni della chiesa e del cristianesimo nella nostra epoca, che sono altre.

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