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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 479

 

Il valore de il foglio

 

Fino a pochi anni fa, a chi mi chiedeva quali valori attribuissi all’esperienza de il foglio, rispondevo senza esitazione: «Il primo è: dimostrare concretamente che la libertà di stampa esiste, sol che si voglia esercitarla». Un gruppo di redattori diversamente talentuosi nello scrivere, nell’impaginare, nel correggere, nell’imbustare, una cerchia di simpatizzanti più o meno prolifici di contributi, un pubblico di abbonati relativamente contenuto, ma fedele e talvolta generoso, hanno fatto vivere la stampa di un giornale senza pubblicità, senza padroni, senza sponsor ingombranti. Certo i redattori si piegano a tutti i mestieri, dal volo pindarico alla pedalata del fattorino, senza alcuna remunerazione se non un trancio di pizza una volta all’anno. Certo le varie fasi della lavorazione – impaginazione, correzione bozze, stampa e spedizione – si insinuano nei tempi morti della “vera” stampa per risparmiare ogni centesimo possibile sui costi di produzione. Certo i lettori paganti sono scelti accuratamente per la loro proverbiale indulgenza ad accettare uscite ritardate, numeri doppi, copie andate perse e poi recuperate a mano. Ma, insomma, sono cinquant’anni che il foglio esiste, s’impegna, s’indigna, s’interroga, si litiga, studia, ascolta, risponde, riflette. In altre parole, dice la sua. Libertà di stampa, appunto, senza i compromessi o le autocensure di confratelli – si parva licet componere magnis – che, negli stessi anni, hanno conosciuto le occhiatacce di interessati censori sulla propria linea editoriale.

Ma, da poco più di un decennio, per «dire la sua» non c’è più bisogno della libertà di stampa. Basta un post su Fb, o un tweet, o un blog autoreferenziale, e chiunque, gratis, può dire e pubblicare la sua. Gli attori di questa nuova libertà crescono in tendenza esponenziale, e i fruitori (o follower) anche peggio.

Sovrastato dalla chimera di nuova libertà dei social network, che cosa rispondo oggi all’antica domanda? Quale valore differenziante rivendico per il foglio? Senza esitazione dico: «Il lavoro redazionale ‒ il cui prodotto è la colonna, talvolta una e mezza, raramente due, a sinistra in prima e ottava ‒ dove si esprime il consenso dei redattori». È vero che nasce sempre da una stesura individuale, ma raramente la passa liscia. Si discute, si ammenda, si integra, si corregge, si taglia e si ricuce. È un esercizio mensile di sensibilità, ascolto, dialettica, convinzione, retorica. Un esercizio dove la prevalenza del pronome di prima persona (nel caso di un editoriale firmato) ha un sapore di sconfitta, rispetto alla soddisfazione del “noi” (tutti gli editoriali non firmati). In un mondo ormai avvolto dalla ragnatela – il web – in cui chiunque può urlare la sua frase, prima ancora di avere terminato di pensarla, impiegare del tempo a passarsi un capoverso fino a che ciascuno possa sentirlo suo, è come vivere sul pianeta del Petit Prince.

Voglio credere che sia anche per questo se i lettori ci accompagnano nel viaggio.

 

Stefano Casadio

 478
Anche se non è apparso subito evidente, l’operazione politica di Renzi non è stata improvvisata né temeraria, ma ben preparata. Il governo di centrosinistra a guida Conte era molto debole e il suo destino segnato; le prime elezioni politiche avrebbero visto il trionfo di Salvini e di un centrodestra sovranista, antieuropeo e decisamente spostato a destra. Un evento giudicato da molti ambienti italiani ed europei un pericolo attuale e grave. Non è improbabile quindi che lo stesso Capo dello Stato e anche l’Europa abbiano avuto una parte importante nel cambio di governo. L’obiettivo è quello di mettere finalmente in movimento il fronte politico, nel tentativo di disaggregare gli attuali partiti per formarne uno grande di centro o almeno dare al raggruppamento di destra una guida più moderata ed europeista. Dalla reazione immediata e stupefacente di Salvini alla proposta di Draghi si può arguire che anche per lui la manovra di Renzi non fosse un fulmine a ciel sereno e che fosse preparato a riposizionarsi più al centro sia in Italia che nel Parlamento europeo, dove intende abbandonare il gruppo sovranista Le Pen per entrare in quello popolare. Certamente è cosciente che se in futuro vuol governare, sempre che riesca a mantenere la leadership della Lega, deve avere un programma compatibile con quello dell’Unione europea.

Anche la scelta del momento della rottura del governo Conte non è stata casuale, perché ora si deve decidere il piano per l’impiego dei fondi europei. Questa è infatti l’ultima spiaggia per l’Italia, e siamo già in ritardo. È da quando è stato istituito l’euro che balliamo sull’orlo del burrone. Da allora tutti i governi italiani (senza distinzione di colore) hanno avuto una sola preoccupazione: tenere sotto controllo l’ingente debito pubblico che cresce per forza propria a causa del suo stesso peso, senza mai riuscirci veramente. Hanno strozzato sempre più l’economia e ridotto i servizi pubblici oltre l’accattabile, senza però fermare la scalata del debito. Ora, grazie allo sconquasso che la pandemia ha creato, finalmente i paesi del nord Europa si sono convinti che non possiamo più reggere l’austerità e che l’affondamento dell’Italia (che non ha lo stesso peso della Grecia) porterebbe a fondo l’Unione. Hanno deciso di concederci un sostanzioso finanziamento, mettendoci, almeno come possibilità, in condizioni di riformare la nostra economia.

Il governo Draghi ha quindi questo compito. E infatti il suo programma presenta come priorità proprio le principali criticità italiane: emergenza sanitaria, scuola, giustizia, burocrazia, sistema fiscale, transizione ecologica. Anche la formazione del governo risponde alla stessa logica, con i ministeri cruciali assegnati a uomini di sua fiducia, quasi tutti non parlamentari, e gli altri distribuiti ai partiti che lo sostengono secondo il loro peso parlamentare. L’impresa comunque appare ardua per le molte difficoltà che dovrà superare, perché la situazione italiana è veramente molto compromessa, i nostri mali incancreniti, la politica sfilacciata e inconsistente e la situazione sociale, dopo 30 anni di tagli e sacrifici non più sostenibile, col pericolo che la società si lasci allettare, come è già accaduto troppe volte, da demagoghi senza scrupoli e venga trascinata in avventure pericolose.

Quest’ultima osservazione ci induce a due considerazioni sulla fragilità del corpo elettorale e quindi della democrazia italiana. Per tentare di rimettere in sesto l’Italia bisogna ancora una volta ricorrere a personaggi che non debbano partecipare alle elezioni e che quindi possano prendere i provvedimenti necessari senza paura di perderle. C’è poi l’idea, ancora profondamente radicata in molti italiani, che basti un superuomo per risolverci tutti i problemi, in modo che non ci sia bisogno di impegnarsi, partecipare, fare sacrifici, cambiare vecchie e rovinose abitudini. Sarebbe tempo che, a cominciare dalla scuola, ci si dedicasse anche a far crescere la coscienza politica del paese.

In questo quadro non mancano le ombre e i motivi di preoccupazione. L'Italia è l'unico tra i 27 paesi dell'Unione Europea in cui in piena pandemia la politica sia stata commissariata ai tecnici. In tutti gli altri paesi non soltanto dell’UE ma del mondo, anche nell’emergenza pandemica la politica resta in mano ai partiti e ai governanti eletti (e in un paese normale anche la preziosissima risorsa Draghi sarebbe stata valorizzata affidandogli il super-ministero dell’Economia). Per di più, in quest’anomalia siamo recidivi. Accadde meno di dieci anni fa con Monti, accade oggi con un altro Super-Mario. Alcuni ritengono sia il segno di una democrazia gravemente malata. E qualcuno teme che la terapia ripetutamente proposta rischi di ammazzare il paziente, alimentando sempre nuovi populismi. Domani potrebbe toccare a Meloni, per di più associata al centrodestra che ha l’intelligenza di colpire insieme anche quando marcia diviso. Non a caso Salvini ha già detto che la legge elettorale non si cambia.

Va inoltre ricordato che una forte opposizione era venuta da Confindustria al reddito di cittadinanza e alle proroghe della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti. Ora il principale ministero economico rimasto in mano a un esponente di partito è quello dello Sviluppo Economico, affidato a Giancarlo Giorgetti, che è da tutti considerato il portavoce delle imprese lombarde vicine alla Lega. Ma se la svolta prodotta dall’operazione di Renzi fosse questa, qualche interrogativo la sinistra dovrebbe porselo.

Infine, grandi aspettative erano e sono riposte nel nuovo ministero della Transizione Ecologica. Tuttavia la scelta del ministro è parsa deludente: uno scienziato che non si era sinora occupato di ambiente, più noto ai frequentatori della Leopolda o dei convegni di Casaleggio, criticato da illustri colleghi per il modo di procacciarsi i finanziamenti: e come non bastasse – nella sua attività di ricerca ‒ al soldo di una delle più importanti aziende impegnate nella produzione di armi (destinate anche all’Arabia Saudita, verso cui il governo Conte ne aveva fermata l’esportazione, prima che Renzi vi scorgesse «un nuovo Rinascimento»). Ci auguriamo che il suo operato smentisca i timori.

 

 477

A volte non ci accorgiamo di vivere un momento storico, come è stato il 22 gennaio: è entrato in vigore il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari (TPNW). Costruire e possedere armi nucleari è diventato illegale nel mondo: anche il semplice possederle. Dal 1945, i movimenti per la pace negano ogni senso morale, razionale e politico all'arma stragista per eccellenza. «L'atomica non è uno strumento» (Günther Anders). Nella Pacem in terris, 1963, Giovanni XXIII scriveva: «Pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia, è alienum a ratione», è fuor di ragione, è follia. La condizione atomica, col rischio incombente, e l'errore sempre possibile, rende irrazionale e immorale ogni guerra, perché ogni guerra può diventare strage atomica: ogni guerra, anche iniziata come guerra convenzionale. E oggi molte guerre sono in corso: «guerra mondiale a pezzi», come dice papa Francesco.

Immanuel Kant scriveva nel 1795: «Una guerra di sterminio, in cui ha luogo la distruzione delle due parti ad un tempo [e noi sappiamo che la guerra nuclare fa strage con conseguenze su tutti i popoli] e con esse di ogni diritto, non farebbe posto alla pace perpetua, se non nel grande cimitero dell'umanità. Una simile guerra pertanto, e con essa l'uso dei mezzi che vi conducono, dev'essere assolutamente vietata». Kant parla, senza saperlo, con anticipo di 150 anni, della guerra atomica e afferma che la ragione vieta anche solo il predisporne la possibilità. Non solo l'uso, ma il possesso e la fabbricazione di armi di sterminio sono vietate dalla ragione. Quando, nel 1986, la quantità di ordigni nucleari toccò il numero di 69.000, valeva la teoria della «distruzione mutua assicurata» (Mad, che vuol dire anche matto). La de-terrenza («potere di distogliere da un’azione minacciando una rappresaglia», Treccani) vorrebbe trattenere l'avversario dall'uso, ma logicamente non c'è vera deterrenza se non c'è la determinazione all'uso, se non c'è minaccia. Così il minacciato si fa minaccioso. La sicurezza che diventa minaccia reciproca non assicura nessuno. «L'unica mossa vincente è non giocare» (nel film Wargames). L'unica sicurezza mia è la sicurezza tua.

Il 6 agosto 2020 papa Francesco ha ripetuto quanto disse a Hiroshima, nel 2019: «L'uso dell'energia atomica per scopi bellici è immorale, così come è immorale il possesso di armi nucleari». E scriveva alla Conferenza dell'Onu per la probizione delle armi nucleari: «L'obiettivo finale dell'eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario» (vedi Fratelli tutti, n. 262). Quella conferenza il 7 luglio 2017 votò tale proibizione, la cui entrata in vigore era soggetta alla ratifica da parte di almeno cinquanta stati, che si è raggiunta nell'ottobre 2020, con effetto appunto il 22 gennaio.

In siti Usa su territorio italiano, Ghedi e Aviano, a spese nostre, sono stoccate venti bombe nucleari sub-strategiche. L'Italia, legata alla Nato, non aderisce al Trattato TPNW. Dal 2017 i movimenti per la pace italiani, ora collegati nella Rete italiana pace e disarmo (RIPD), insistono nella richiesta "Italia ripensaci", volendo l'adesione del nostro paese al trattato ora entrato in vigore. La Nato ritiene che sia sufficiente il precedente trattato di non proliferazione (in vigore dal 1970), durante il quale il nucleare ha proliferato. Dopo la fine della guerra fredda, si ridusse relativamente il numero degli ordigni nucleari, ma crebbe il numero di paesi in grado di produrre o già dotati della bomba atomica. In realtà, le potenze atomiche non accettano la legge universale, ora patto internazionale obbligante, perché non intendono rinunciare alla loro capacità distruttiva e dominante.

Oltre il bellicismo statale-locale, la pace planetaria è ancora impedita dall'idea che la morte minacciata a te assicuri la vita a me. Ma una cultura del disarmo crescente e condiviso, sia pure graduale, si fa strada nelle intelligenze odierne. Il nostro mito di grande valore, la democrazia, vuol dire discussione razionale disarmata. Il disarmo completo è l'obiettivo della civilizzazione umana. Un piccolo passo bello: il governo italiano, durante la crisi, ha revocato le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, che dal 2015 bombardano lo Yemen: esportazioni decise dal governo Renzi, violando la legge 185/1990 (non vendere armi ai paesi in guerra e violatori di diritti umani), legge ora applicata per la prima volta!

Meritoria sarà una politica che abbia il coraggio di abbassare la spada, sfidando l'avversario a fare lo stesso. Il giudizio morale dell'umanità saprà alla lunga vedere chi è davvero creativo di vita e di risorse vitali per tutti. Come chiedeva Kant, una istituzione cosmopolitica obbligante e giudicante, non imperiale, ma federale, è necessaria e, speriamo, in gestazione (www.costituenteterra.it).

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