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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 400

I sondaggisti sbirciano in anticipo gli invisibili gesti nei milioni di cabine, concedendo piccoli margini di errori. Ma ancora una volta, questa scienza non esatta ha deluso o consolato, amareggiato o esaltato questi e quelli. Questa volta l'incertezza della vita, imparata di nuovo, si trasmette anche sugli effetti lunghi del voto del 24 e 25 febbraio. Quale governo? Quale governabilità possibile? Quali spostamenti politici degli italiani si sono rivelati? Scrivendo pochissimi giorni dopo il voto, non sapremmo rispondere. Ma possiamo raccogliere qualche modesta osservazione, tra le tante.

Successo di Berlusconi, imperituro trascinatore di folle, che ha comprato il voto dei molti che volevano indietro l'Imu (e sono stati beffati)? Alcuni (molti) italiani sono piccini nelle loro attese. B. non ha perso le elezioni, ha rimontato un po', ha ricompattato i suoi, ma ha lasciato per strada 6 milioni di voti. Il Pd non ha saputo approfittare di questo ridimensionamento di B. per tanti motivi: perché ha sul territorio rapporti clientelari non meno imbarazzanti di quelli del Pdl, perché dimostra di non capire molto degli affanni di tanta parte delle generazioni più giovani, perché è nato un nuovo leader al suo interno e han fatto di tutto per ingabbiarlo.

Grillo è il grande vincitore e Monti ha avuto meno di quanto si potesse pensare. La lista di Grillo ha raccolto con abbondanza la rabbia sociale tangibile nell'aria per un rigore economico che, dopo la prima estesa fiducia a Monti, non dava un senso di equità nei sacrifici necessari, ma non ben distribuiti, e non prospettava scopi comprensibili e utili a tutti. Invece, sono arrivati perdita del lavoro nella vita in casa e scandalose rapine nella vita pubblica. Il voto ha dato a tutti (salvo i rinuncianti) la possibilità di incanalare lo scontento e la protesta. Le folle radunate da Grillo, dal suo modo esagerato di gridare, insultare e distruggere tutto, hanno evitato che le stesse mettessero in pratica tutto ciò con azioni violente, come in Grecia. Ha dato alla rabbia uno sbocco democratico, e non è piccolo merito.

I partiti di tradizione più o meno lunga, ancora ben piazzati nell'elettorato, appaiono “vecchi”, sembrano ripetere gli errori costati alla gente, soprattutto perché non hanno riformato se stessi né il sistema. Ma non basta vincere, bisogna collaborare, perché la società è e resta plurale, e poi prendersi delle responsabilità. Il «tutti a casa» soddisfa la piazza, ma quando tocca a te andare nella casa politica, perché lo hai chiesto, devi farti responsabile, imparare i passi lenti e pazienti, ma ben orientati, del parlare e decidere. La politica civile non è grido, ma discorso: appunto «parlamento». Si può dover cambiare molto, ma non distruggere né screditare l'istituto del confronto pacifico di opinioni e proposte.

Se le idee classiche venute dal Novecento, i disegni totali, sono lontani, la filosofia del “vincere” su tutto, anche sulle regole, sia nel berlusconismo sia nel finanziarismo, è un “nuovo” peggiore del “vecchio”. È bene reagire contro. Il M5S potrebbe forse essere un tentativo del genere, che può essere scostante – o insoddisfacente − per il linguaggio urlato e sgarbato del suo capo, ma è da interpretare. Intanto, è stato un canale di partecipazione, non di delega. Ne vediamo il positivo: temi vicini alla vita, sociali, ecologici, pacifisti. Però, non si costruisce con lo scoppio emotivo; occorre l'articolazione pratica, razionale, collaborativa, perché nessuno è tutto. Come diceva Moro: ci sono anche gli altri.

Insieme alle proposte giuste, si trovano nel M5S pulsioni anti-Europa, col pericolo dell'isolamento in un mondo ormai senza confini, in cui occorre la globalizzazione non dell'impero finanziario, ma della cultura cosmopolitica e dell'etica planetaria dei diritti umani universali. Le forze morali devono alimentare la politica interdipendente del bene comune planetario, di un'Europa e un mondo di entità politiche democratiche, partecipate, plurali, non in mano a forze incontrollate. Se dalla “pancia” della società salisse anche una razionalità simile, il M5S sarebbe salutare per il corpo intero.

Ora gli eletti faranno esperimenti di governabilità, in una circostanza delicata delle istituzioni. Ma la “tecnica” combinatoria non basta: la convivenza umana è vita, fatica, risposta ai bisogni, solidarietà nelle difficoltà, orizzonti condivisi, pensiamo alla ricostruzione dopo la guerra, dal 1945, che accomunava nell'impegno etico parti sociali fortemente opposte. L'Italia è spaccata in tre, nella paralisi? Nella tecnica elettorale probabilmente sarebbe utile un sistema a doppio turno, che dapprima fa esprimere tutte le scelte, poi ricompone una unità possibile. Ma ora lavoriamo sugli elementi che uniscono. Compito dei politici, ma egualmente di tutti noi cittadini. L'Italia sta covando un periodo di crisi, nel senso proprio del termine, da cui potrebbe − potrebbe − uscire un salutare rinnovamento del modo di vivere e concepire la politica.

Al momento in cui chiudiamo questo numero, attendiamo anche noi che il M5S, che abbiamo interpretato qui nel modo migliore possibile, dimostri la responsabilità politica che ha voluto cercare, e impedisca un ritorno sulla prima scena di Berlusconi.

 

 399

 

La sinistra in guerra

 

La Francia socialista in guerra è una delle ultime prove (ce ne sono state tante, ne verranno altre) che la sinistra al governo non è una garanzia sufficiente di una politica di pace. D’altra parte il discrimine teorico tra destra e sinistra non è «la destra per la guerra, la sinistra per la pace»: agli scrittori di sinistra si devono non poche pagine di esaltazione della guerra e della violenza, a partire da Marx, per non parlare di Lenin e di Trotsky. La retorica della violenza non appartiene solo a Sorel e al sindacalismo rivoluzionario ma lambisce anche i nostri Gramsci e Gobetti.

Pur avendolo negato ripetutamente, il Presidente socialista François Hollande ha messo il Parlamento francese, l’Ecowas (Comunità dei Paesi dell’Africa occidentale), l’Unione africana, l’Onu, di fronte al fatto compiuto, anteponendo la guerra alla ricerca di una soluzione pacifica nella ex colonia, il Mali, preoccupandosi di avvisare Washington, Londra e Berlino ma non Roma, benché l’incaricato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel sia Romano Prodi, l’ex Presidente del Consiglio italiano.

Prodi ha affermato che «bisognava agire», che l’intervento «ha ricevuto l’approvazione di tutti i grandi paesi perché nessuno vuole che il Mali e le zone circostanti diventino il presidio di un nuovo terrorismo che si espanda in tutta l’Africa», esprime la speranza che la guerra (ma Prodi non usa questa espressione) «non dilaghi in una delle tante tragedie senza controllo». Ma si è mai vista una guerra che non sia dilagata in una tragedia?

La Francia socialista in guerra non è una buona notizia né per la sinistra né per la pace: può essere il preludio a una possibile Italia del centrosinistra in guerra. Intanto l’Italia tecnica si è fatta trovare pronta e prima ancora che ci venisse richiesto dalla Francia, per bocca del Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa, Gianpaolo Di Paola ha assicurato il sostegno logistico all’operazione, che consisterà nell’invio di addestratori militari nel Paese africano e nella messa a disposizione delle basi militari italiane per il trasporto delle truppe francesi in Mali.

L’alternativa tra trattativa e intervento, che nel Sahel si è risolta ancora una volta a favore dell’intervento unilaterale di una piccola-grande potenza, potrebbe riproporsi, certamente si riproporrà se non si interviene, diplomaticamente se non con forze nonviolente, prima che i focolai di guerra si trasformino in guerre combattute sul campo.

Il rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione – «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» – è dirimente per gli amici della nonviolenza nella scelta elettorale come nel giudizio sull’azione dei governi. Ebbene, la sinistra che c’è, quella che si presenta alle prossime elezioni politiche, ha da questo punto di vista le carte in regola?

La lettura della Carta d’Intenti della coalizione «Italia bene comune» dal punto di vista degli amici della nonviolenza è sconfortante.

Il Manifesto «Io ci sto» di Ingroia, candidato premier di Rivoluzione civile tra le ragioni-guida «per un serio governo riformista e democratico» lega la pace al tema dello sviluppo: «Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini e la scelta della pace e del disarmo sia la strada per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese».

Più articolata la posizione di Sinistra Ecologia Libertà. Nel programma del partito è forte il richiamo alla pace come disarmo, come costruzione di una società giusta, come nonviolenza: «La sinistra che serve è quella della pace. La non violenza (sic nel testo!) è la pratica concreta di questo valore universale». Inoltre nel Manifesto approvato da questo partito al suo primo congresso (Firenze 22-24 ottobre 2010) la pace e la nonviolenza sono indicati tra i principi fondamentali insieme al lavoro, alla giustizia sociale, al sapere e alla riconversione ecologica dell’economia e della società. Un paragrafo del Manifesto s’intitola: La pace è l’unica soluzione. Qui si sostiene che l’occupazione dell’Iraq e il conflitto afgano «sembrano inverare in forma paradossale la predizione minacciosa della “guerra infinita”»; si aggiunge che la guerra non è un mezzo per sconfiggere il terrorismo anzi lo alimenta ulteriormente in una spirale senza fine; si condanna «l’aggressione sistematica del governo israeliano nei confronti del popolo palestinese»; si stigmatizza che l’unica voce di bilancio in costante crescita è quella degli armamenti. Solennemente si afferma: «Siamo contro la guerra e contro il terrorismo, stretti tra loro da un indissolubile vincolo di morte. Aderiremo ad ogni iniziativa pacifista, per la prevenzione dei conflitti e per la loro negoziazione pacifica. Siamo per il disarmo e per un rigoroso rispetto dell’articolo 11 della Costituzione. Siamo per un sistema di difesa su scala europea, che bandisca ogni forma di interventismo a sostegno delle politiche seguite fin qui dall’Ue e dalla Nato». Di recente il leader del partito, Vendola, con una formula suggestiva, ha rivendicato la possibilità di un “radicalismo di governo”. Che cosa significa? Vuol dire che i principi possono e debbono essere difesi e affermati sia stando al governo sia stando all’opposizione. Una sfida al principio di realtà che può risolversi nell’affermazione di ciò che è ideale su ciò che è reale?

L’esperienza induce al pessimismo e conferma nella convinzione che la pace è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei governi e degli uomini politici, anche se sono di sinistra o stanno a sinistra. Essere di sinistra o stare a sinistra non è la stessa cosa.

Pietro Polito

 398

Il Vaticano non ha ancora chiuso la pratica del divorzio da Berlusconi (che infatti lamenta: «Si ricordino cosa abbiamo fatto per la Chiesa negli anni del mio governo»), che non trova di meglio che avallare il nuovo (?) salvatore della Patria, Monti. Un articolo uscito il 27 dicembre su «L’Osservatore Romano», intitolato La salita in politica del senatore Monti, invita le forze politiche a interrogarsi sull’impatto che può avere la salita in politica del Professore, stigmatizza che «l’espressione “salire in politica”, usata da Monti, è stata accolta con ironia, in qualche caso con disprezzo», tuttavia fa notare la sintonia con il messaggio di Napolitano, «non a caso un’altra figura istituzionale che gode di ampia popolarità». A Napolitano si riconosce «il merito di aver individuato proprio nel senatore a vita l’uomo adatto a traghettare l’Italia fuori dai marosi della tempesta finanziaria». Il pezzo chiude con quella che è poi stata giornalisticamente definita la “benedizione”: la salita è «in sintesi l’espressione di un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune».

Perché il Vaticano si schiera con Monti? Condividiamo quanto scrive Pietro Polito sulla newsletter del Sereno Regis: «un collateralismo così evidente, così smaccato, sfrontato, senza pudore alcuno, sa di antico, sa di Democrazia cristiana e obbedisce a una istintiva, atavica, paura, la paura che in Italia governi una coalizione che anche solo lontanamente possa essere considerata di sinistra. Come se questo Paese fosse rimasto fermo al 1948».

Ma i cristiani italiani sono adulti e sanno scegliere: loro rappresentanti di diverse tendenza politiche sono presenti in quasi tutti i partiti. Anche noi del foglio, come «Noi siamo Chiesa» e altri movimenti di base, abbiamo dichiarato il dissenso dall'intervento vaticano e invitato a scriverlo al proprio vescovo. La chiesa ha da trasmettere e testimoniare messaggi evangelici di impegno civile e altruista, di solidarietà anzitutto a favore degli ultimi, e non deve sostituirsi ai cittadini nella scelta politica, come se fosse una sola quella compatibile col vangelo (o più spesso con interessi ecclesiastici materiali). Con questo schieramento, la chiesa perderà ancora altro ascolto nelle indicazioni morali propriamente evangeliche.

Fortunatamente, nei giorni successivi al pezzo dell’«Osservatore» ci sono stati interventi della gerarchia che sembrano di segno contrario. Per es. monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio «Giustizia e pace», ha dichiarato alla Radio Vaticana: «Le agende dei partiti non cancellino lo stato sociale». E ha aggiunto: «Il diritto al lavoro è fondamentale e la politica non faccia crescere le diseguaglianze». E ancora: «I partiti, se credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello stato sociale e democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e la crescita delle diseguaglianze». Lo stesso papa, l’8 gennaio ha invitato a guardare «soprattutto» allo spread «del benessere sociale», perché non si può restare indifferenti di fronte «alle crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi e molti, irrimediabilmente poveri». Nell'evidenziare il nesso tra pace, giustizia e verità, la sua critica è netta: «Non va assolutizzato il profitto a scapito del lavoro». «Ci si è avventurati senza freni – ha osservato con preoccupazione − sulla strada dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale». Vogliamo sperare che queste parole che sono giuste, umane, evangeliche non siano solo parole ma fatti.

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