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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 410

La prima cosa che Renzi al governo intende fare è la nuova legge elettorale, concordata con Berlusconi (il politico fuori legge). C'è chi giudica fuori legge costituzionale anche quel progetto di legge elettorale. Valerio Onida, in un’intervista al Tg3, il 30 gennaio, ha dichiarato che un premio che dà la maggioranza assoluta a un terzo o poco più (35 o 37%) dei voti, è senza alcun dubbio incostituzionale. Trenta competenti e rispettabili giuristi (tra cui per es. Mario Dogliani, Michelangelo Bovero, Luigi Ferrajoli, Stefano Rodotà) hanno scritto (cfr. Micromega newsletter del 28 gennaio) che la nuova proposta

presenta vizi analoghi a quelli per cui la Corte costituzionale (sent. n. 1 del 2014) ha dichiarato incostituzionale il Porcellum.

Quei vizi erano essenzialmente due. «Il primo consisteva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 [“voto eguale”] e 67 della Costituzione, dall’enorme premio di maggioranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa». La proposta di riforma, scrivono questi giuristi, «rende insopportabilmente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza, lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori». «Ciò determina, secondo le parole della Corte, “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente” e compromette la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”».

«Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto “sostanzialmente indiretto” e privava i cittadini del diritto di “incidere sull’elezione dei propri rappresentanti”». Questo vizio è presente anche nell’attuale proposta di riforma, nella quale sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. «La de­signazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei parti­ti. Viene così ripristinato lo scandalo del “Parlamento di nominati”». Il documento dei giuristi apre però una possibilità: se le nomine avvenissero «attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge», anziché decise dai vertici dei partiti, le elezioni non si trasformerebbero in una «competizione tra capi e infine nell’investitura popolare del capo vincente». Osserviamo qui che la preferenza è sempre stata esposta al rischio del voto di scambio, della corruzione, delle influenze mafiose. Una democratizzazione interna dei partiti permetterebbe di rivendicare quel diritto dell'elettore, riducendo questi rischi.

Un altro fattore – secondo i trenta giuristi − aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, persino più del Porcellum. La vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l’accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e il 4% a quelle non coalizzate. La proposta di riforma richiede il 5% alle liste coalizzate, l’8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni, cioè un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento. «Questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi». Ciò significa annullare il voto di moltissimi cittadini, contro l'essenza della democrazia costituzionale.

Insomma, questa proposta di riforma appare una riedizione del Porcellum, migliorato sotto taluni aspetti (fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte), ma peggiorato sotto altri (le soglie di sbarramento, molto più alte). «Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa», i giuristi segnalano «che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica (in base all’art.74 Cost.), motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte Costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico».

 

Enrico Peyretti

 409

Sulla impetuosa politica del nuovo segretario del Pd abbiamo in redazione pareri diversi, e del resto profonde divisioni si vedono anche in quel partito. Occorre riflettere al di là della contingenza e degli aspetti tecnici. C'è da diffidare di chi non si pone in umiltà, senza spocchia, davanti a un compito difficile e pesante. Ma bisogna dare fiducia a chi ci prova. Resta però un brutto messaggio che Renzi non si dimetta da sindaco.

L'ideologia del vincere non è un'idea politica. La democrazia non è un pallottoliere: è la fiducia che la razionalità umana media sappia scegliere il meglio possibile, e che gli stolti siano meno numerosi dei mediamente saggi. Ardua scommessa. Il popolo non è infallibile. La continua discussione critica è l'anima del principio di maggioranza. La buona politica non accarezza la pancia per avere consenso, ma dice la verità.

Sulla legge elettorale da ricostruire, e su alcune riforme costituzionali e strutturali, Renzi ha parlato di «profonda sintonia» − nulla di meno! − con Berlusconi. Come si può avere sintonia, e persino «profonda» col rappresentante e promotore della corruzione civile e costituzionale? L'eccesso verbale è pur sempre rivelatore.

L'antiberlusconismo è come l'antifascismo, è la necessaria condizione negativa preliminare alla democrazia. È evidente fino da prima del 1994 che il berlusconismo è antidemocratico perché corruttore: con falsità e adescamenti ha sempre approfittato della debolezza civile e politica del popolo italiano, disposto a consegnarsi al "capo" che incoraggia il «fatti gli affari tuoi», rifiutando costi e doveri della solidarietà. Il populismo è corruzione storica della democrazia, nel fascismo come nel berlusconismo.

Certamente sulle regole si deve trattare con tutti, ma andare incontro alle esigenze del condannato per frode fiscale, responsabile del porcellum, è come chiamare un piromane a spegnere l’incendio da lui appiccato. Berlusconi condannato ed espulso torna dirigente rilegittimato nella politica nazionale da cui «giudici cattivi» volevano allontanarlo. E questa operazione lacera il PD che non ne aveva proprio bisogno. La via più giusta non è il patteggiare con l'autore del disastro, ma la fedeltà alla Costituzione, artt. 1. 3, 11, 35-47 e 48-54, da portare il 25 maggio in una Europa disorientata e malata dello stesso male. Già contro la "legge truffa" del 1953 (moderatissima rispetto alle attuali) Bobbio portava l'ovvio argomento del voto «uguale», di uguale peso per ogni elettore (art. 48).

Anche in politica la qualità conta più della quantità. Va bene «vincere» (questo pare l'unico motto di Renzi), ma non va bene a scapito della qualità: la cultura e la storia, i valori depositati nella Costituzione quando l'Italia seppe risorgere dalle peggiori tragedie civili.

Quando il parlamentarismo rappresentativo va in crisi compare il cesarismo. Davanti a Cesare meglio opporsi e perdere che vincere con lui. Il falso dogma che la politica si identifica col vincere, perciò la quantità si compra anche spendendo la qualità, gioca per Cesare e non per il popolo. Ma il popolo, per fare a meno di Cesare, deve essere capace di governarsi. La democrazia è parlamentare o non è democrazia.

La crisi del parlamentarismo è la crisi del dialogo, del parlare e ascoltare con lealtà, nel cercare il bene comune. Cultura, arte, etica, filosofia del dialogo sono da insegnare a scuola come l'alfabeto. Ma questa cultura c'è: ad essa si deve ricorrere. Il «prendere o lasciare» non è dialogo, cioè non è politica democratica.

La democrazia è una strada lunga, più lunga del decisionismo. Ma è la via della pace e della giustizia, se si emancipa da ogni violenza. Il cesarismo è la via del disonore storico, della miseria civile, dei pericoli peggiori, e anche della guerra civile. Ci si consegna a Cesare per paura della divisione, e nessuno più di lui divide con l'imporre.

 

Enrico Peyretti

 

 409

Alcune reazioni suscitate dall’accordo fra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale hanno un sapore abbastanza strano. Inorridite all’idea di parlare col «nemico» e «pregiudicato», esse arrivano da rappresentanti e sostenitori di un centrosinistra che, per circa un ventennio, ha più o meno scopertamente governato con Berlusconi, lo ha corteggiato, si è fatta prendere in giro da lui, però – ci si premurava di osservare − sempre a fin di bene. Con un’espressione poco felice, Renzi ha parlato di «profonda sintonia» con Berlusconi sulle riforme elettorali: tanto è bastato per suscitare gli strali della «sinistra del Pd», che ha improvvisamente riscoperto il proprio attaccamento alla vecchia, cara dirigenza. Dalemiani, bersaniani, vetero e neo-comunisti si scagliano ora contro Renzi, come un branco di vecchi lupi in disarmo, che tentano di far fuori il giovane intruso: come se il Pd non avesse mai fatto altro che combattere Berlusconi e adesso un alieno si fosse impossessato di questo battagliero partito, per stravolgerlo dall’interno.

Ora, che ci piaccia o no Berlusconi, sia pure decaduto da senatore, è ancora il leader, ovvero capo assoluto, di quello che è attualmente il terzo partito in Parlamento, ma non solo: nessuno dotato di senso pratico può seriamente credere che il Ncd di Alfano abbia un consenso maggiore di quello ancora raccolto da Fi. Da anni si parla, e si straparla anche, di cambiare legge elettorale, di mettere mano alle «riforme strutturali di cui il Paese ha urgente bisogno»; da circa un anno, a palazzo Chigi, risiede un governo messo in piedi per fare queste urgenti riforme strutturali, rimaste per ora un oggetto misterioso. Anni trascorsi a chiacchierare e a discutere con alleati e avversari, mentre i duri e puri della nostra sinistra continuano a ripetersi in coro quanto sono belli e intelligenti loro, e quanto sono brutti e stupidi tutti gli altri – in particolare i berlusconiani.

Ciò che sfugge a tanti, incalliti critici di Renzi – pronti a osteggiare il giovanotto in nome di una loro presunta superiorità morale o financo generazionale – è che, per avviare finalmente l’iter sulla legge elettorale e affrontare questa specie di totem che è diventato il porcellum, occorre discutere con tutte le forze politiche, dunque anche con Fi. Dunque anche, e soprattutto, con Berlusconi: tutti sanno perfettamente che i parlamentari forzisti non muovono neppure un dito senza il suo consenso e che qualunque chiusura si dimostri nei confronti di Berlusconi, provoca la loro più ferma ostilità. Renzi ha coerentemente offerto al primo partito di opposizione, il M5S, di discutere le proposte di riforme: i «grillini» gli hanno risposto che loro discutono soltanto la propria proposta, al che Renzi li ha lasciati discutere da soli, attività in cui i duri e puri eccellono. Si è poi rivolto alla terza forza in Parlamento, cioè Fi, affrontando subito Berlusconi: perché perdere tempo a trattare con Brunetta, se poi quest’ultimo deve recarsi da Berlusconi prima di proferire un qualsiasi parere? Certo, Berlusconi è fuori dal Parlamento: ma davvero qualcuno pensava che la decadenza implicasse la morte politica dell’imputato? Per esercitare il potere, in Italia, non occorre essere in Parlamento: anzi, spesso si governa meglio dalle segrete stanze, da dietro le quinte e persino dalla cella di un carcere. E la discussione sulla legge, con relativa approvazione o cassazione, si svolgerà in Parlamento, non nel salotto di Renzi o di Villa Certosa.

Il fatto che sia stato Berlusconi a recarsi da Renzi, e non il contrario, ci segnala un ribaltamento di posizioni: non è più Berlusconi che manovra e, se la riforma andrà in porto, Renzi potrà assumersene il merito. Presentare in Parlamento una proposta di legge, senza l’appoggio di Fi, significherebbe perdere in partenza, perché la proposta sarebbe bocciata da M5S e Fi, cioè dalla maggioranza.

Accordo sulla riforma elettorale non significa accordo di governo: peraltro, che tale accordo si sia dovuto (ancora!) cercare con un individuo come Berlusconi non è certo colpa di Renzi, ma di chi, in questi anni, ha sostenuto il personaggio in questione o lo ha appoggiato, pur trovandosi, almeno teoricamente, dall’altra parte. Seguire una propria linea e proporla come valida, come sta facendo Renzi, non significa necessariamente fare il padrone né nutrire velleità dittatoriali: significa essere determinati, sapere quello che si vuole e che chi ti sostiene si aspetta da te, a differenza di chi si è sempre soprattutto preoccupato di non sfasciarsi, di rimanere a galla, insomma di sopravvivere.

È strano vedere tanti così pronti a scagliarsi su Renzi per il tentativo di dialogo con Berlusconi, adesso, e constatare come nessuno abbia trovato nulla da dire quando, con identica determinatezza, Renzi ha parlato di diritti civili, scatenando il panico di Alfano e dei moralisti di casa nostra. Forse perché siamo abituati a un Pd in cui al massimo si esala qualche debole dichiarazione di principio sui temi di sinistra, sempre attenti a non passare dalle parole ai fatti, esattamente come per le «riforme di cui il Paese ha urgente bisogno»: appena si intuisce che qualcuno vorrebbe, e soprattutto potrebbe, andare oltre la chiacchiera, si scatena il panico.

 

Elisabetta Lurgo

 

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