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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 403

Analizzando le ultime elezioni amministrative, può stupire la resurrezione del Pd, dato per spacciato dopo le politiche che ha vinto perdendole e quel che n’è seguito, e il rapido sgonfiarsi del fenomeno M5S, ma a ben vedere le due votazioni seguono una stessa logica.

Le amministrative hanno mostrato la forza reale del Pdl, partito che ha deluso profondamente i suoi elettori nei programmi e nei suoi uomini, nascosta nelle politiche dallo spregiudicato uso del voto di scambio da parte di Berlusconi attraverso la promessa di riduzione delle imposte, suo cavallo di battaglia. Constatato nei sondaggi che l’abolizione dell’Imu non faceva recuperare voti a sufficienza, si è spinto fino ad offrire la restituzione di quella versata, un pacchetto che prometteva a ogni possessore di casa (il 70% delle famiglie) il recupero di qualche centinaio di euro. Non male per i bilanci traballanti di molti elettori! I sindaci non possono fare promesse mirabolanti e i delusi del Pdl con quelli del M5S sono spariti nell’astensione. Lo zoccolo duro del Pd (eroico, date le condizioni del partito, come ha acutamente riconosciuto Epifani), pur perdendo molti voti, ha prevalso.

Quel che è successo, però, non sposta di una virgola la situazione italiana e del governo Letta. La crisi attuale è il risultato delle scelte dei governi che si sono succeduti negli ultimi 40 anni, della crisi finanziaria mondiale e della redistribuzione del lavoro e della ricchezza in atto a livello globale. Letta ha formato un governo di necessità, forzato, per non andare subito a nuove e, probabilmente, inutili elezioni politiche.

Cosa può fare Letta? L’impressione di questi primi due mesi è che voglia prendere tempo in attesa che si decanti la situazione politica interna (i tre raggruppamenti che si sono affrontati nelle politiche sono in piena evoluzione), e soprattutto delle decisioni dell’Europa. Perché le chiavi per arrestare la caduta dell’economia italiana sono in mani europee. L’Italia non può più fare la minima manovra economica, perché comporterebbe un aumento del suo già eccessivo debito pubblico, anzi è costretta a ridurre la spesa pubblica con effetto recessivo. Per le stesse ragioni non ha nessuna possibilità di ridurre questo debito (è già difficile non farlo aumentare) né il rapporto tra debito e Pil perché, stante la crisi, la produzione nazionale continua a ridursi. Restando nell’Unione Europea abbiamo una sola possibilità: che quest’ultima si faccia carico del nostro debito (o almeno di una sua parte). Ma questo purtroppo non dipende da noi italiani.

  

 402

«Il difensore della tradizione Benedetto XVI, con la sua rinuncia, ha dato il colpo più forte tra tutti al ridimensionamento del ruolo papale; il difensore della Costituzione Napolitano, accettando – contro quanto da lui solennemente dichiarato in precedenza – la propria rielezione, ha dato un ulteriore colpo alla modifica della Costituzione materiale. Il capo dello stato diviene sempre più il centro del potere esecutivo e accetta, a quasi 88 anni di età, una carica settennale. Tutto questo sul piano istituzionale; sul piano politico il salvataggio dei resti del Pd è pagato non solo con il ritorno al governo del Pdl ma con la riconquista della centralità politica da parte di Berlusconi». Piero Stefani mette qui a confronto l’elezione di papa Francesco, che ci fa sperare cose nuove, sia pure con cautela, e la rielezione di Napolitano con il conseguente incarico a Letta, che non ci entusiasma, poiché rischia di legittimare di fatto l'odio della giustizia (penale e sociale). Bisogna dirlo in questo momento di assoluzione politica del berlusconismo. Forse, a questo disgraziato punto, non si poteva fare altro, per evitare il peggio, ma il giudizio da dare, a luce di ragione e onestà, vale sempre più della realtà data e patita.

Ma come è avvenuta l’autodistruzione del Pd, dopo tre primarie, cioè dopo che il partito ha cercato, per la prima volta, di essere concretamente democratico facendo parlare la “base” aperta ai cittadini? Dopo le elezioni di febbraio è andata in scena l’ennesima versione dello scontro, presente fin dalle origini nella sinistra italiana, tra chi pensa che il sistema in cui viviamo sia sbagliato e vada cambiato profondamente e chi invece lo accetta e vuole gestirlo migliorandolo (o chi usa ora questa, ora quella posizione per coprire le sue ambizioni). Lo scenario in cui si svolge il dramma è quello di una crisi piena di incognite e pericoli: è in atto infatti una caotica redistribuzione di ricchezza e lavoro su scala globale nella quale il mondo occidentale ha poche chance di mantenere le posizioni raggiunte dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Su questo sfondo la classe dirigente del Pd non è all’altezza della sfida che ha di fronte, sconvolta dalla mancata vittoria che credeva sicura, senza progetti né obiettivi strategici e perciò non in grado di fare una necessaria sintesi tra le diverse posizioni che la compongono, dilaniata da personalismi, interessi contrapposti, rancori irrisolti. Questo partito si è trovato a scegliere, perché così hanno deciso gli elettori italiani, tra due partiti non-partiti: il M5S composto da giovani inesperti, con un programma confuso, contraddittorio e per la maggior parte velleitario, che deve la sua fortuna alle capacità comunicative e mobilitanti di Grillo che ne è il capo non eletto, che non si è presentato alle elezioni e perciò non è in Parlamento; e il Pdl, il partito-azienda, organizzato intorno al potere finanziario e carismatico di Berlusconi, che ha come punto programmatico centrale quello di salvarsi dai suoi guai giudiziari. E alla fine ha scelto il Pdl.

La politica del M5S e del Pdl, facendo leva sulle suddette divisioni e sulla necessità per il Pd di allearsi con uno di loro, ha cercato in tutti i modi di spaccarlo per incamerarne la parte maggiore. Lo scontro ha raggiunto il punto culminante nell’elezione del Presidente della Repubblica, proprio perché legata alla formazione del governo e quindi alle alleanze da stringere. Tutti i candidati via via proposti sono stati bocciati nel segreto dell’urna, e per uscire dall’impasse i parlamentari sono stati costretti a riconfermare il recalcitrante Napolitano.

Ora il governo si trova a dover fare alcune cose per rimettere in piedi l’Italia: per esempio riformare la seconda parte della Costituzione, ridisegnando gli organi costituzionali, le autonomie locali, le loro funzioni, il loro costo; riorganizzare la pubblica amministrazione per aumentarne l’efficienza e ridurne i costi; rivedere il welfare e i servizi pubblici per adattarli alle possibilità del nostro bilancio (salvaguardando i diritti di chi ha veramente bisogno); contrattare, con il necessario mix di durezza e flessibilità, una profonda riforma delle istituzioni comunitarie, delle sue regole e delle sue politiche. Ci riuscirà?

Ce lo auguriamo. Certo già tutti sappiamo che tale tentativo parte da almeno due progetti diversi. Berlusconi si prefigge un fine che è il contrario di quello di Letta. Impossibile ipotizzare quale si realizzerà e nulla ci dice che la fine del tutto non sia, per tutti e due e anche per noi, una sorpresa.

Questo editoriale è tristemente adatto alla triste situazione. Ma alla tristezza si deve reagire. La volontà di giustizia − diciamo liberté, égalité, fraternité − da chi è esercitata oggi con decisione? Forse da noi cristiani, credenti nella fraternità più che nella competizione? Fare penitenza e ricominciare, sempre. Ognuno per la sua parte. Anche questo modesto foglio.

 401

Quando questo foglio arriverà nelle case dei lettori probabilmente si conoscerà l’esito dell’incarico attribuito da Napolitano a Bersani. Nei limiti di un mensile che dal 1971 per 400 volte ha accompagnato il fluire della storia civile ed ecclesiale con un occhio che vorrebbe essere di riflessione critica ma non paludata, non possiamo rincorrere fatti che oggi, forse più che in altri tempi, sembrano sorprenderci e richiedere uno sforzo di interpretazione: pensiamo a papa Francesco e alle ultime elezioni politiche. Il nostro “servizio” ai lettori può in questo momento farsi forza di questo limite proponendo, nella tradizione del foglio, qualche approfondimento sui primi passi del papa con tre interventi e, in modo ancora più incerto, almeno per ora, qualche osservazione non sistematica sulla situazione politica caratterizzata dalla vittoria del M5S.

Con l'elezione del papa Francesco e dei Presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso si è chiusa una settimana che ha visto affacciarsi in un certo senso una nuova epoca per il nostro Paese. È arbitrario tracciare un parallelo, eppure l’impressione è che l'arrivo di un papa dalla «fine del mondo» abbia dato un'accelerata al desiderio di cambiamento e pulizia anche tra le mura di casa nostra. A poche centinaia di metri l'uno dall'altra abbiamo, infatti, sentito la conferenza stampa del vescovo di Roma, e il discorso inaugurale della presidente della Camera Laura Boldrini. Dalla Boldrini abbiamo apprezzato un intervento europeista, che dichiara – un po’ retoricamente, ma ci sta − la nostra costituzione la più bella del mondo, che si augura che «quest'aula ascolti la sofferenza sociale» e così via, sino all'esperienza disumana e degradante delle carceri. Dall'altra, da papa Francesco, dopo i primi gesti che hanno tutte le intenzioni di rendere la Chiesa più umana e meno burocratizzata, abbiamo sentito parole che ci hanno colpito in profondità: «Quanto vorrei una chiesa povera per i poveri», espressione che non ci pare di aver sentito in modo così esplicito dai papi precedenti. Sarà questo il segno della presenza dello Spirito? Questa è… teologia della liberazione, anche se, probabilmente, declinata in un quadro pietista e conservatore − devozione mariana, e nessuna apertura per divorziati risposati, omosessuali, preti sposati ecc. All'incirca come Papa Giovanni. Ma pretendere questo da papa Francesco sarebbe troppo.

Positivo anche il segnale che è venuto dai senatori M5S che hanno votato Grasso al Senato: di fronte al pericolo di avere ancora Schifani presidente del Senato, hanno osato mettere in discussione il mandato del Grillo cocchiero, ricorrendo di fatto agli art. 67-68 della Costituzione («senza vincolo di mandato»). Inutile negare, tuttavia, che queste scelte mai sarebbero andate in porto se non fossimo stati in presenza di un clima del tutto particolare determinato dalla presenza del M5S. Abbiamo fiducia di queste due persone preparate e appassionate. E che Bersani proponga un governo che non si possa rifiutare... magari con poco Pd... Ci piace sperare che in ambito politico Boldrini e Grasso siano un segno concreto di una politica che rinasce, mettendo al centro le cose importanti. Vogliamo pensare che l'Italia sia capace di sperare e di dare ali alla sua speranza.

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