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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 397

Meditando sulla politica italiana, tra le elezioni primarie e le politiche, ci chiediamo se il verbo che rimbomba di più, quasi un grido di gente che affoga e non vede scampo, è «cambiare!» (già meglio del rozzo «rottamare», che qualifica l'autore e gli ascoltatori). Entrambi i verbi rimbombano di vuoto. «Cambiare» – appello frequente in tante politiche, non solo da noi – non significa nulla: cambiare in cosa? Verso dove? Per trovare cosa? Cercando e volendo che cosa?

La miseria della politica è quando l'aspetto (che è solo uno dei suoi aspetti) di competizione tra idee e programmi, affidata alla decisione democratica, prevale su tutti gli altri, e la politica allora si riduce a gara, corsa, compresi tranelli, sgambetti, e vere e proprie truffe e menzogne, e diventa nichilismo urlato e forzuto. Il massimo (finora) di questa politica come inganno spregiudicato e pubblicità del falso, è stato il berlusconismo. Ora che il caimano perde i denti, ricordiamoci dell'avvertimento saggio che a bassa voce ci davamo: il peggiore berlusconismo è quello che è in noi.

Le primarie del Pd hanno dato un segno di volontà di partecipazione, buon segno contrario all'astensionismo maggioritario e mafiosamente attendista delle votazioni siciliane, che è un voto per chiunque vinca. I concorrenti nel Pd hanno chiesto di essere candidati a governare. Chi votava poteva vedere sfumature considerevoli tra l'uno e l'altro: per l'Italia non c'è altro che l'agenda-Monti? Si devono tagliare i servizi o le folli spese militari? Prima le grandi opere (e grandi profitti) o le tante piccole opere di manutenzione diffusa del territorio e sviluppo ecologico, che creano lavoro utile e pubblico risparmio? Ma ciò che rimane ancora sfocata è una riflessione culturale che produca saggezza politica, sia di sinistra, sia di centro: la giustizia, cuore della Costituzione (art. 3 e collegati) e di una civiltà decentemente umana, verrà dallo sviluppo quantitativo, caso mai ci si arrivasse, o dal primato degli ultimi? Salvaguardare la natura non è forse il primo prodotto per la vita? La società deve garantire chi è capace o chi non può? Deve dare spazio ai forti o ai deboli? È priorità il lavoro che giustamente va difeso, o la liberazione dei più poveri dalla sudditanza al bisogno, che impedisce lo sviluppo umano?

Queste sono le domande a cui ogni cittadino in coscienza, e la politica decentemente umana devono cercare, anche con fatica, di rispondere, in vista delle elezioni politiche, ma soprattutto per avere sufficiente dignità.

 

e. p.

 

 396

Già il premio a Obama aveva fatto discutere. Il premio Nobel all’Unione europea ha provocato specialmente nell’area nonviolenta aspre reazioni. Alex Zanotelli, per esempio, afferma: «A livello comunitario siamo prigionieri della Nato, combattiamo dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia, e diamo all’Ue il Nobel? Abbiamo fatto le guerre contro i poveri di questo mondo. A livello globale abbiamo speso 1740 miliardi di dollari, perché nessun partito grida?». Altri hanno osservato che era meglio dare il premio a persone o singole organizzazioni che lavorano assiduamente per la costruzione della pace e magari hanno maggior bisogno del denaro del premio.

Ma il punto è che non si può far finta che il premio sia stato dato per qualcosa invece che per qualcos'altro. Perché il premio è soprattutto un riconoscimento al processo di riconciliazione che gli stati europei hanno messo in atto fra loro in questi decenni, e che è forse il più grande e duraturo processo di riconciliazione mai compiuto fra stati nazionali. Se pensiamo storicamente, non sembra poco che oggi in Europa ci paia scontato quello che a chi ha vissuto nella prima metà del Novecento, nell'Ottocento, nel Settecento e a scendere sarebbe parso straordinario: vale a dire 60 anni nei quali Francia, Germania, Italia, Spagna e Inghilterra non si sono scannati in guerre intestine.

Quegli stessi stati nazionali rischiano ora di mettere a repentaglio questa eccezionale realizzazione. Come annota Barbara Spinelli, che raccoglie l’eredità di un grande europeista come Altiero, il premio «è come se non suggellasse un progresso, ma indicasse come rischiamo di perderlo. Mostra quel che l’Europa ha voluto essere, e non è ancora o non è più. Gli scontri sull’euro, la Grecia trasformata in capro espiatorio, il peso abnorme di un solo Stato (Germania): non è l’unione cui si è aspirato per decenni, ma una costruzione che si decostruisce e arretra invece di completarsi» («La Repubblica» 13 ottobre). E conclude: «Rimasta a metà cammino, l’Europa non è ancora l’istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi – l’euro – come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l’idea di un’Europa che, unita, diventa potenza nel mondo».

Il fatto poi che l'Europa possa essere, e sia stata a volte, violenta all'esterno non è cosa di poco conto. Perché l'idea di pace è cresciuta in questi decenni, e proprio in ragione di questa evoluzione esige oggi qualcosa di più che la non-guerra: esige l'assenza di violenza non solo militare-politica, ma strutturale-economica-sociale, sia interna, sia nei rapporti con l'esterno. L'Europa è in regola col concetto attuale, maturo, di pace? È auspicabile che la stessa costruzione della pace che è avvenuta all'interno dell'Unione Europea avvenga anche al di fuori, a cominciare dai paesi del bacino del Mediterraneo.

 395

Il caso dell’Ilva di Taranto è tragico e profetico allo stesso tempo, perché da una parte mette in contrasto due diritti fondamentali quali quello alla salute e quello al lavoro e dall’altra, come un esperimento in laboratorio, ci mostra quel che potrebbe succedere domani a livello globale.

Nella sua ordinanza che respinge le proposte dell’Ilva, il magistrato afferma che il diritto alla salute non è negoziabile; ma allora neanche quello al lavoro lo è. Certo si può produrre acciaio in modo più pulito, abbattendo la maggior parte (mai la totalità) dei gas nocivi, ma in questo caso la produzione sarebbe troppo costosa e si sposterebbe in paesi più «disponibili». Certo si potrebbe risanare il territorio e riconvertire l’economia, ma ci vogliono molti soldi, molto tempo e una forte iniziativa e per ora non c’è nulla di tutto questo. Il rischio è dunque, in alternativa alla situazione attuale in cui c’è lavoro, ma respirare è pericoloso, di trovarsi a Taranto con un’aria più pulita in un territorio socialmente distrutto. E questo l’hanno capito bene gli operai che si oppongono con tutte le loro forze alla chiusura dello stabilimento, chiedendo, prima dello spegnimento irreversibile degli altiforni, un’alternativa.

A Taranto siamo arrivati a questo punto dopo decenni di incuria, allarmi e appelli inascoltati, indifferenza e fatalismo, avidità e ottusità di interessi irresponsabili. Anche nel mondo, in scala diversa, si ripresentano gli stessi problemi: da una parte l’inquinamento crescente, l’esaurimento delle risorse e l’accumulo dei rifiuti mettono a rischio la qualità della nostra vita e aumentano i costi di produzione, mentre dall’altra una massa crescente di persone ha bisogno di lavoro, ma i posti creati e adeguatamente retribuiti aumentano molto più lentamente. Inoltre, a livello globale, c’è anche un grave squilibrio nella distribuzione della ricchezza e del lavoro da colmare. Insomma la strada senza uscita in fondo alla quale si trova ora Taranto è la stessa che sta percorrendo speditamente il mondo.

C’è un altro insegnamento che possiamo generalizzare dal nostro esempio: una grande impresa che persegue, com’è nella sua natura, i suoi interessi, ma così facendo mette le premesse per la sua rovina, e un potere politico che non è in grado di far rispettare delle regole minime e di proporre alternative, dimostrando così la sua inutilità.

Occorre dunque modificare il rapporto tra economia e politica, dando a quest’ultima il potere di indirizzare e correggere l’andamento economico spesso caotico e autodistruttivo e cercare un nuovo assetto per la società, divenuta ormai un’unica grande comunità mondiale.

Da tempo ormai l’allarme è stato lanciato e qualcosa si è già cominciato a fare, ma è ancora largamente insufficiente; e mentre i disinformati, gli indifferenti, gli sfiduciati, i distruttori e quelli che per volere tutto e subito danneggiano la causa sono in maggioranza, i ricostruttori sono ancora in minoranza. Per Taranto forse è già troppo tardi, ma non lo è per il mondo, occorre però moltiplicare gli sforzi e, partendo anche da esempi negativi come questo: aumentare tra la popolazione la coscienza dei pericoli che incombono e dell’impegno e dei sacrifici che occorrerà dispiegare per superarli.

 

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