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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 392

Spiace non condividere l’auspicio del presidente Giorgio Napolitano per un 25 aprile festa nazionale condivisa da tutti gli italiani. Non è così, e forse non lo potrà mai essere, a partire dalle modalità sociali, storiche e geografiche degli avvenimenti. Sostanzialmente solo il Centro-nord, e per tempi diversi a seconda delle zone, conobbe la Lotta di Liberazione e, a onta del mito fondativo dell’azione di popolo, vi fu una robusta zona grigia che si mise alla finestra in attesa dell’evoluzione dei fatti. Raccontano che nell’immediato dopoguerra nessuno al Sud sapesse di preciso perché ci fosse festa in quel giorno, caratterizzato soprattutto dalla chiusura degli uffici e delle scuole. È bastato del resto un articolo uscito in quella data su «Il giornale», a firma di Marcello Veneziani, per far riesplodere tutte le polemiche sulle ambigue equiparazioni tra le parti in lotta, nonché sulla quantità di sangue versato per stabilire quale sia stata la parte peggiore. Siamo molto lontani dal 14 luglio dei francesi. Per un 25 aprile condiviso occorre, a detta di Veneziani, riconoscere, tra l’altro, che «le vittime del comunismo sono state molto più numerose di quelle del nazismo, shoah inclusa» e che «va onorato chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor di patria».

Già… la patria, che, però, hanno osservato altri commentatori, non è un concetto neutro, ma dipende con quali scopi si coniuga. Per cui se l’8 settembre ’43 è morta una certa idea di patria connessa con l’arroganza nazionalistica e il razzismo, è sicuramente nata un’altra idea di patria, basata sulla pace, il rispetto e la collaborazione tra i popoli. Su queste fondamenta è stata ricostruita l’Italia e ancor più quell’Europa, oggi così malvista e indebolita da risorgenti pericolosi nazionalismi, ma che ci ha garantito 70 anni di pace e benessere.

Approfondisce meritoriamente il tema lo storico Gianni Oliva («La Stampa», 25 aprile) quando afferma che mentre i nomi dei partigiani caduti, salvo eccezioni, non ci dicono più nulla, per il gran tempo trascorso: «sono ormai freddi come la pietra nella quale sono incisi», non così il progetto, che, consciamente o meno, li animava: «la prospettiva e il sistema di valori per cui si sono battuti che sono ancora vivi perché stanno a fondamento della nostra democrazia». Qui si coglie il collegamento tra passato e presente e il motivo profondo che ci spinge a ricordare ogni anno la Resistenza. Per nostra fortuna ha vinto questo progetto, ma ce n’era un altro che prevedeva un’Europa diversa basata su una rigida gerarchia di popoli in cui alcuni avrebbero comandato, altri lavorato da schiavi e altri ancora sarebbero stati soppressi perché semplicemente indegni di vivere.

Non c’è dubbio che tra i volontari di Salò molti fossero in «buona fede», ma, conclude Oliva, quando si fa la biografia dei popoli non è la buona fede a contare ma il progetto per cui si è schierati. Basta rileggere, ad esempio, la lettera che scrisse Quinto Bevilacqua due giorni prima di essere fucilato al Martinetto per capire la profondità delle scelte che allora molti giovani fecero, fino al sacrificio della vita. Non dimentichiamo, ogni anno, di porre un fiore su quelle lapidi, ormai fredde.

 391

Vent’anni fa morivano quasi insieme (6 febbraio e 25 aprile), David Maria Turroldo e Ernesto Balducci. Abbiamo visto Balducci l'ultima volta al funerale di Turoldo. Aveva accettato l'invito de il foglio a Torino, per maggio, a dibattere con Vattimo su «Processo all'Occidente». Dopo i primi anni, sono stati un po' dimenticati. Sono due figure alte nella storia religiosa e civile italiana, da reincontrare in questa occasione, come propongono diverse iniziative in tutta Italia. Non si tratta affatto di canonizzarli. Chi li ha conosciuti ha visto anche aspetti discutibili. Ma sono ancora maestri.

Il 1992 era all'inizio dei decenni post-89, di Tangentopoli, del tempo delle «nuove guerre», era il 500° della «conquista» dell'America, il 30° dell'apertura del Concilio. In quel tornante storico, essi ci consegnavano il loro lascito. Un anno dopo moriva anche Tonino Bello. Riascoltare oggi le loro voci ed esperienze implica per noi ricapitolare il loro tempo nel nostro tempo, assai mutato. In che cosa è mutato il nostro presente? Difficile dirlo in breve.

Il capitalismo finanziario, la «rivoluzione dei ricchi», ha trionfato, schiacciando altre dimensioni dell'incontro planetario dei popoli, con le guerre finanziarie e quelle militari. Il cristianesimo per un verso (nel cattolicesimo) ha congelato la profezia conciliare, per un altro verso, nella vita personale e di base dei credenti, ha addolcito la quadratura geometrica del dogma in apertura della fede fiduciale, ha spostato l'accento centrale dall'ortodossia all'ortoprassi evangelica, dall'autosufficienza delle chiese verso la fraternità ecumenica, da una morale legalistica al primato di giustizia e amore, e ha modificato la liturgia da riserva supersacrale ad atto del popolo sacerdotale. Sono segnali più positivi che negativi, nella vita religiosa comune, e assai meno nei palazzi e paraggi. La decadenza dell'istituzione religiosa fa temere quanto ai numeri, ma può non far temere per la fede. La politica voleva in Italia fare una seconda repubblica (ad opera di statisti fondatori come Craxi e Berlusconi) e nel mondo un nuovo ordine mondiale (ad opera del genio di Bush). Due fallimenti sciagurati. Ora la crisi di tutto, non di qualcosa, è l'occasione per ripensare tutto.

Entrambi, Balducci e Turoldo, nella loro diversità, hanno lavorato per superare la disperazione storica, che minacciava già il loro tempo. Hanno visto profilarsi il tempo di guerre e di saccheggi che è arrivato da allora ad oggi. Hanno attinto nella fede una forte speranza-impegno per e dentro la storia, oltre la storia, trasmettendola con vigore attorno a sé. Sono stati uomini-ponte tra chiesa e umanità tutta, proseguendo avanti, da cristiani, sulla linea tracciata dal Concilio. Senza quasi uscire dall'Italia hanno ascoltato e interpretato il mondo umano intero, il suo ambiente, la sua storia, le sue attese. Hanno colto bene la nuova dimensione planetaria della comunità umana. Sono stati tra i promotori di quella globalizzazione plurale e libera dello spirito, della cultura, dell'ascolto e della comunicazione, che oggi resiste e combatte per difendersi dalla globalizzazione material-imperiale, che non produce unità, ma divisione e discriminazione. Si sono spesi per la pace, con accenti propri, ora più profetici, ora più politici (contro la guerra del Vietnam, i missili, la rilegittimazione della guerra che deludeva le speranze dell'89), ora più antropologici (la transizione all'«uomo inedito» indicato da Balducci), ora più ispirati (le poesie e le ballate di Turoldo), ora col ripensamento della storia e del pensiero filosofico (Balducci scrisse un manuale per i licei, Storia del pensiero umano, che più di ogni altro, fino ad oggi, recepiva le filosofie non occidentali).

Essenzialmente, mi pare che il loro significato oggi sia questo: i problemi hanno, sì, dimensioni tecniche funzionali, ma la loro vera dimensione e portata è umanistica, spirituale, planetaria, sistemica, valoriale: non bastano mezzi efficaci, ma occorre vedere fini di chiaro valore umano. La cultura e l'impegno sono richiamate, da questa memoria di due forti «apritori di strade», alle dimensioni intere e non parziali del dramma umano in corso. Far credito alle grandezze interiori e temporali che ci trascendono, ci fondano e ci elevano, è ciò che anima e sostiene l'azione paziente e tenace nel tempo, e guida avanti l'occhio e il passo sul terreno accidentato. Non siamo senza eredità di patrimoni preziosi.

 390

Che la crisi del capitalismo abbia a che fare con le banche lo sanno anche i bambini. Ma che cosa hanno a che fare le banca (di credito) con la fede? Racconta Giorgio Agamben che David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni, un giorno ad Atene, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Che significa Banca di credito, cioè di fiducia. Pistis (genitivo pisteos), nel Nuovo Testamento è il termine usato per dire la fede. Ne ricava che pistis, fede, «è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo» (Se la feroce religione del denaro divora il futuro, «la Repubblica» 16 febbraio).

Aver fede è fare credito, sentire di poter dare fiducia, aprire un futuro. «Ma, – continua Agamben – in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio».

La cosiddetta «crisi» non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo: è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni su crediti scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa che il capitalismo finanziario – e le banche, suo organo principale – funziona giocando sul credito, cioè sulla fede, degli uomini. Per Walter Benjamin il capitalismo è, in verità, una religione, la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, e va presa alla lettera. La Banca, governando il credito, manipola e gestisce la fede che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, lucrando denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso. In questo modo governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro sempre più corto. Oggi la politica non è più possibile, perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese. Fin qui Agamben.

Ma la fiducia è diversa dalla fede, gli replica con questo titolo due giorni dopo sullo stesso quotidiano Mario Perniola: «Agamben confonde la fiducia con la fede. (…)  La fiducia è connessa al verbo peítho, che nella forma passiva e media vuol dire "fidarsi di una persona o di una cosa"; la fede, che è credenza dogmatica, corrisponde al verbo pisteúo, da cui appunto pístis. La fiducia significa sicurezza e calma: non si tratta di convincere o imporre agli altri il proprio punto di vista o addirittura la condivisione di qualche "valore". (…) Una cosa completamente diversa è la pístis che è legata al proselitismo e quindi sollecita un´esplicita adesione a una determinata dottrina o religione. Perciò la nozione di fede urta la sensibilità di chi è allergico ai dogmi e alle prediche: essa implica un´intimazione a credere alcunché e a comportarsi in un certo modo. Essa apre la strada all´intolleranza o perlomeno a un sentire esaltato di cui non abbiamo per niente bisogno nel campo etico-politico; lasciamolo alla letteratura e alle arti».

Perniola «cosifica» la fede in dogma (insegnamento fisso, immodificabile), imposizione, proselitismo, intolleranza. In buona parte questa idea è colpa delle chiese-istituzione, troppo forti di sé. Ma anche di un razionalismo scisso dalla relazione umana. La gente che aveva fede in Gesù, pur vinto e ucciso, sottometteva la ragione a un marmoreo dogma? O aderiva a una persona per fiducia vitale, come un amico all'amico, un bimbo alla mamma? Nella realtà è così, anche oggi, riguardo alla fede religiosa. Ciò che è duro dogma, invece, imposto e intollerante a alternative, è che l'essere umano è e deve essere soggetto al dominio del denaro, per destino assoluto.

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