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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 408

La vittoria di Renzi alle primarie del Pd svoltesi a fine novembre ci preoccuperebbe di più se non ci fosse stata un’alta partecipazione al voto. Molti forse hanno votato Renzi anche se non condividevano tutte le sue idee, almeno quelle che si erano capite, per dare forza al Pd, dandogli una scossa. Nell’attuale situazione politica, puntare a vincere è una priorità politica, anche se non necessariamente etica, che non può andare disgiunta dal dovere di difendere la politica stessa dal culto della personalità, che è oggi la forma storica della tirannide. I due milioni e mezzo di votanti del Pd lo dicono con forza: per tutelare la democrazia occorrono forze politiche di rappresentanza. Il plebiscitarismo, come l'assemblearismo e il leaderismo, portano, in tempi brevissimi, a «ismi» più o meno totalitari. La scossa che Renzi dovrebbe dare al Pd non è quella della sua trasformazione in partito personale, ma della rinnovata presa di coscienza di essere un partito di rappresentanza, che concorre al governo di una comunità storica e culturale, chiamata a convivere con altre comunità.

È ancora presto per dare giudizi su Renzi. Segnaliamo però il pericolo che gli elettori del Pd, come quelli di Forza Italia, del M5S, possano orientarsi alla ricerca dell'uomo della provvidenza, di un capo popolo autocrate e decisionista, più che di un leader politico, capace di dare voce a tutte le diverse componenti del suoi rappresentati. Berlusconi e Grillo, per quanto capaci di egolatriche virtù mediatiche, più di tanto non potrebbero reggere se i loro elettori non li considerassero i «migliori», al di là di ogni loro sperimentata incapacità di passare dalla propaganda al governo del paese più e meglio degli altri.

Renzi ha messo sul tavolo della discussione con le altre forze politiche tre proposte di riforma del sistema elettorale, a suo dire realizzabile a breve: tutt'altra cosa dalle indiscrezioni giornalistiche che lo volevano a confronto con Berlusconi e Grillo, un non eletto e un non eleggibile, vale a dire con dei «capi bastone», proprietari di voti da utilizzare a proprio piacimento. Non crediamo che gli elettori del Pd lo abbiano votato per sostituire alla «grande alleanza degli opposti», il triumvirato dei «proconsoli». Staremo a vedere come la discussione proseguirà.

Nel discorso che Renzi ha tenuto la sera della vittoria, non è stato indifferente l’elemento generazionale. Non a caso la frase che ha preso il boato maggiore da parte delle persone presenti è stato: «Questa non è la fine della sinistra, questa è la fine di un gruppo dirigente della sinistra». Un proverbio del tempo in cui si era vecchi a 50 anni e giovani fino ai 16 recitava: «Se i vecchi potessero e i giovani sapessero». Oggi, che i vecchi cominciano a essere considerati tali dopo i 70 e i giovani restano giovani fino ai 35, dovremmo forse aggiornarlo: «Ah se vecchi e giovani potessero e sapessero!».

 407
 A noi papa Francesco piace, fino a prova contraria. Il giudizio sul suo passato sotto la dittatura argentino sembra uscire dall'ambiguità (vedi foglio 406). Ora può fare quasi tutto quello che vuole. E secondo noi lo sta facendo abbastanza bene. A destra hanno voluto vedere, non hanno osato attaccare subito, ora è tempo di intervenire. E sarà sempre peggio. Però è una gioia leggere atei devoti e catto-integralisti che operano sottili distinzioni tra papa e papato, fallibilità di uno e infallibilità dell'altro, pronunciamenti ex cathedra o no, e che sfoggiano pure un'inedita insospettabile cultura esegetica, smontano miti fondativi…

Tra gli articoli critici, ci soffermiamo su un pezzo di Vittorio Messori perché affronta una questione stimolante: L'illusione di un ritorno alla chiesa primitiva («Corriere della Sera» 10 novembre 2013). Messori ha qualche ragione: il movimento che non si struttura, che non diventa istituzione, e dunque anche gerarchia, rischia di sparire. D'altra parte, così facendo, rischia di perdere la forza della sue intuizioni originarie. Un po' forse assomiglia all'antinomia pirandelliana mai risolvibile tra vita e forma: la vita ha bisogno di darsi una forma per consistere, ma qualsiasi forma la tradisce e di fatto non può contenerla. Già un teologo protestante dell’Ottocento, Franz Camille Overbeck, sosteneva che la cultura cristiana e le idee teologiche che si intrecciano in essa sono in contraddizione con la predicazione originaria di Gesù. Questo è il dramma che vive la Chiesa come istituzione (almeno quando è in "buona fede"): la volontà di tener vivo quel messaggio originario in una struttura che serve a trasmetterlo, ma in parte non può che alterarlo, e nei casi peggiori tradirlo. Quindi non solo Ecclesia semper reformanda, come dice Messori, ma di più: vivere sulla propria pelle la novella evangelica come fonte continua di contraddizione e di inadeguatezza della struttura ecclesiastica, per certi aspetti necessaria, e forse inevitabile. Solo la percezione, e l'esercizio continuo, di questa contraddizione può tenere in vita il cristianesimo.

Messori però accosta la chiesa a un qualunque movimento politico, come se Cristo e Grillo (o Stalin e Mussolini) fossero paragonabili. Ma un uomo di fede come Messori non dovrebbe credere che l'opera di Dio e la sua rivelazione siano indipendenti e superiori alla caducità delle cose meramente umane? Dio ha bisogno di un'istituzione umana?

Inoltre, se l'istituzionalizzazione del movimento è inevitabile e se dietro l'istituzionalizzazione del movimento di Gesù c'è davvero Dio, allora perché Dio non ha scelto di manifestarsi in un uomo istituzionale, piuttosto che in un «ebreo marginale» come Gesù di Nazaret, un uomo totalmente autonomo? Non avrebbe potuto fare di meglio con il Sommo Sacerdote? O la scelta di un uomo totalmente autonomo vuol dire qualcosa proprio della natura di Dio?

E fin qui dipende dalle scelte di Dio. Ma lo stesso vale anche sul versante opposto, quello umano: se quell'uomo, Gesù, era anche Dio, non vuol dire nulla che quell'uomo-Dio abbia scelto di starsene fuori dalle istituzioni e che poi le principali istituzioni del suo tempo, non in buoni rapporti tra loro, si siano alleate per farlo fuori?

 406

«Memento homo qui pulvis es et in pulverem reverteris». Destino comune, inevitabile, che si finisca cremati o seppelliti nella terra. Potremmo pensare che qualcosa cambi se decidessimo di non seppellire Priebke sulla faccia della terra? Dio poté fare qualcos'altro di Satana, dopo averlo creato libero, che abbandonarlo alla sua scelta di morte? E ciò non comportò la sua espulsione dal creato, ma, ci dice Dante, il suo interramento nel più profondo del creato: quello da cui parte la montagna del purgatorio. A proposito della sepoltura dei peccatori impenitenti il Poeta ci insegna poi molte altre cose. Ogni decisione che venga presa sul destino del corpo del Boia, di ogni boia, non dice su di lui nulla di nuovo. Se dice qualcosa lo dice su di noi. Come i calci alla bara del morto possono fare male solo a chi li rifila, così i nostri giri di fantasia su come potremmo evitare di dargli umana sepoltura, denunciano non il suo ma il nostro stato di umanità. Certo il modo scelto per seppellire un cadavere non è solo il riconoscimento di un dato di fatto, ma anche un gesto socialmente significativo. Un funerale pubblico e una sepoltura accompagnata da segni simbolici segnalano lo status sociale del morto; status che chi lo seppellisce gli riconosce. Per questo è necessario, in casi come questo, procedere a una cerimonia rigorosamente privata, spoglia di ogni traccia di riconoscimento sociale. Solo i parenti più prossimi sono legittimati a valorizzarne le eventuali qualità di membro della loro famiglia, ma con discrezione. Se non capiscono questo, provvederà l'autorità, con tatto e senza esibizione di violenza. Nessuna società può permettersi o autorizzare scelte che indichino intenzioni vendicative. La vendetta è la forma più pericolosa e diffusa di anti-socialità. In ultimo, un uomo, per quanto possa identificarsi col portatore del male assoluto, non diventa per questo un angelo del male, resta un uomo, con tutte le sue fragilità. A volte può eccedere quel tanto di malvagità che è presente, anche se tendenzialmente tenuta sotto controllo, dalla maggior parte dei mortali. Nessuno, però, può assurgere da solo all'assolutezza dell'esecrabilità. Sicuramente ha molti compagni e collaboratori, esprime lo smarrimento morale di interi gruppi sociali. La nostra storia ce lo insegna: nessun popolo e nessuna epoca è avara di uomini e di masse, autori e autrici di stragi. Non è onorevole liberarsi di questo peso, che grava su tutti noi e tutti ci minaccia, scaricandone tutta la paura e tutto l'orrore su uno solo. Non tutti siamo boia, ma nessuno può essere qualificato come il Boia supremo e neppure come un uomo la cui esistenza umana si esaurisce in questa sola qualifica.

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