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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 394

La morte del cardinale Martini ha rianimato la ricerca e lo spirito di rinnovamento evangelico della chiesa cattolica, nell'insieme del cristianesimo ecumenico e sinodale. Un moto spirituale popolare ha raccolto il messaggio di tutta la sua vita di vescovo, e le parole franche, vere e buone dell'ultimo suo tempo di vita. Anche il modo di morire mite, umano, come tutti vorremmo poter decidere, ha reso lui, signore e studioso, vescovo popolare, familiare, ben al di là di Milano e d'Italia. Un vescovo così amato non è di tutti i giorni nella società gerarchica cattolica. Martini non ha potuto essere rinchiuso nei piani alti e paludati della piramide, e nel loro linguaggio cifrato. Senza rotture formali, ha dato voce a quella luce evangelica, che non manca, per grazia di Dio, nei cuori semplici e sinceri, più o meno “religiosi”, e fa sentire fratelli. La coincidenza con i cinquant'anni dall'apertura del concilio ha sottolineato il significato di questa morte. Si sente che, nonostante tutto, la chiesa può essere, in tutti i suoi punti, fino alle piccole comunità, un “camminare insieme”, cioè sinodo, metodo e forma conciliare, quel vivere fraterno di cui il mondo ha sete. Martini aveva condiviso con Bobbio il pensiero che la differenza più importante non è tra credenti e non credenti, ma tra chi pensa e chi non pensa sulle domande serie della vita. Vorremmo in seguito approfondire la figura alta di questo cristiano che fu anche vescovo. Per ora, dati i tempi editoriali, lo ricordiamo con qualche parola sua.

 

«Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, una esperienza di confronto universale tra i Vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d'anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del vangelo e dell'eucarestia (IL 14). Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa (IL 48), la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali (IL 49), la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica (IL 60-61), penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Non pochi di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali, ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né i gruppi di pressione. Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera. Siamo cioè indotti ad interrogarci se, quaranta anni dopo l'indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell'utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio. V'è in più la sensazione di quanto sarebbe bello e utile per i Vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quella esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi testimoni. Preghiamo il Signore, per intercessione di Maria che era con gli apostoli nel Cenacolo, perché ci illumini per discernere se, come e quando i nostri sogni possono diventare realtà». (7 ottobre 1999 al Sinodo per l'Europa)

 

«Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una chiesa che infonde coraggio soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa». (2007)

 

«Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso». E ancora: «Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero». (2008)

 

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo.

Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell'istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l'immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell'amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall'aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l'amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?». (dall’ultima intervista a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri, «Corriere della Sera» 1 settembre 2012)

 393
Le ultime vicende vaticane meritano alcune considerazioni, che vanno al di là del trapelamento (leak) di notizie e documenti di cui è accusato il maggiordomo. Infatti dietro i Vati(can)leaks ci pare sia in atto uno scontro tra i fautori del cardinal Bertone e quelli a lui contrari. Ma quella che a prima vista poteva sembrare la solita (e squallida) lotta per il potere non meritevole di alcuna considerazione, forse può essere valutata in modo diverso, anche alla luce della rimozione del direttore dello Ior (Istituto per le Opere di Religione, cioè la banca del Vaticano) Gotti Tedeschi e del «promoveatur ut amoveatur» di mons. Viganò, ex segretario generale del governatorato e ora nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Non ha tutti i torti, e forse va valutata in modo positivo, la corrente che si oppone a Bertone, e quindi al Papa (ma non è un demerito) poiché Bertone è stato per anni suo vice al Sant’Uffizio, ed è stato da lui nominato segretario di stato. La linea di Bertone è la linea di Ratzinger tout court. Guarda caso, è tedesco il presidente ad interim della banca vaticana Hermann Schmitz, e molto probabilmente sarà tedesco il nuovo direttore, l'ottantunenne ex governatore della Bundes-Bank Hans Tietmayer. Ciò è avvenuto perché il banchiere Gotti Tedeschi stava «normalizzando» l’istituto incamerando a pieno titolo le norme anti-riciclaggio (e altri aspetti come la trasparenza), per portare la banca vaticana nella cosiddetta White List (la lista «bianca» delle banche e paesi «virtuosi»). Questo non deve esser piaciuto troppo al Segretario di Stato, che voleva vincoli meno rigidi, nella scia dei cosiddetti paradisi fiscali, tanto da risultare se non nella lista nera (Black List) sicuramente in una «grigia».

Che il Vaticano possieda una banca passi (anche se possiamo disquisire sulla faccenda a lungo e in maniera non troppo tenera), ma che almeno sia nella White List: si chiede un minimo di decenza, non una moralità eroica. Se il Vaticano opera, come dice, per il bene della chiesa e dell’umanità, che almeno la sua banca sia «virtuosa»; se non è virtuosa la loro, quale istituto di credito dovrebbe esserlo? L’altra cosa su cui Gotti Tedeschi ha fatto resistenza è stato il salvataggio del S. Raffaele, che Bertone voleva a tutti i costi; giustamente non se l’è sentita di accollarsi quell’enorme debito fallimentare (per non parlare delle eventuali illegalità nella conduzione dell’opera di don Verzé).

In modo simile Viganò, circa un anno fa, da segretario generale del governatorato, aveva scritto due (o più) lettere al Papa denunciando situazioni di corruzione all’interno dell’apparato vaticano. Il fatto di essersi ridotto a scrivere significa quasi sicuramente che non ha avuto accesso diretto al Papa (nessuna udienza), e che le due lettere (probabilmente un doppio tentativo) saranno anch’esse state intercettate: il Papa è murato dall’apparato curiale dei potenti vassalli di turno, esattamente come nei precedenti pontificati.

Tali lettere le ha divulgate Gianluigi Nuzzi nella trasmissione d'inchiesta di La 7 «Gli intoccabili», e poi nel libro Sua Santità, che contiene tante altre «perle» riservate, e ha suscitato un duplice scandalo inversamente proporzionale: per alcuni lo scandalo è quasi interamente nella fuga di materiale riservato (e poco e niente nella corruzione), mentre per altri (noi compresi) sta tutto nella corruzione in Vaticano e praticamente nulla per il leak. Parecchi politici fanno parte del primo gruppo, e addirittura tre deputati hanno chiesto al governo di ritirare il libro di Nuzzi, senza entrare nel merito e guardare al contenuto, ma solo agli aspetti formali del Vatileak: si può, non si può, chi è stato, perché lo ha fatto, ladro, ricettatore…

A causa della denuncia della corruzione, Viganò è stato spedito come nunzio apostolico negli States, dove però ha trovato consensi, amici e sostenitori nell’ala più liberal, decisamente consistente, dell’episcopato americano, e soprattutto nel presidente di tale conferenza episcopale, il card. Dolan di New York (Scola contro Dolan nel futuro conclave?). Infatti non deve essere neppure piaciuta agli avversari di Bertone (come a noi) la «normalizzazione» della diocesi ambrosiana (invocata anche dal successore di Don Giussani), con la nomina di Scola dopo due episcopati aperti e lungimiranti come quelli di Martini e Tettamanzi.

In conclusione avvertiamo una sacrosanta, decisa e frontale opposizione al cosiddetto partito romano clericale e affarista, attento solo ai grandi e ai vip (come il segretario personale del Papa, l’aitante p. Georg, assiduo frequentatore dei salotti della Roma-bene). Ci pare abbiano agito a fin di bene: per questo il trafugamento di documenti riservati (il carpirne l’informazione e farla circolare, non il rubarli o falsificarli) non è poi una cosa così grave: un nobile scopo tollera una piccola illegalità.

Nonostante questa valutazione positiva di alcuni di loro, ciò non toglie tuttavia il nostro giudizio molto severo in generale sul vatican-empire. Ad es. che il Vaticano sia la casa di Dio (come subito i mass-media, coi loro vaticanisti ossequienti, hanno interpretato la citazione fatta dal Papa di Mt 7,24s: la casa sulla roccia che non cade nonostante l’infuriare dei venti; ma si tratta di un passo che non ha nessuna relazione con la chiesa-tempio), è una «sparata clericale» che merita solo una contro-battuta: se non cade, lo fa perché è la casa della potenza satanica, che si oppone a Dio ragionando secondo gli uomini (Mt 16,23 e Mc 8,33) e la loro pecunia-mammona.

In termini teologici più raffinati delle battute, per l’apparato romano e papale vale l’affermazione lapidaria di Karl Barth: la religione è l’interesse per eccellenza dell’uomo ateo, o comunque incredulo. Il religioso sistema curiale d’oltreTevere è lontano anni-luce dal messaggio di Gesù; la casa del crocefisso semmai può cadere, perché Dio è debole e impotente nel mondo, e non la massima espressione della potenza e del dominio come credono prelati e vaticanisti.

 392

Spiace non condividere l’auspicio del presidente Giorgio Napolitano per un 25 aprile festa nazionale condivisa da tutti gli italiani. Non è così, e forse non lo potrà mai essere, a partire dalle modalità sociali, storiche e geografiche degli avvenimenti. Sostanzialmente solo il Centro-nord, e per tempi diversi a seconda delle zone, conobbe la Lotta di Liberazione e, a onta del mito fondativo dell’azione di popolo, vi fu una robusta zona grigia che si mise alla finestra in attesa dell’evoluzione dei fatti. Raccontano che nell’immediato dopoguerra nessuno al Sud sapesse di preciso perché ci fosse festa in quel giorno, caratterizzato soprattutto dalla chiusura degli uffici e delle scuole. È bastato del resto un articolo uscito in quella data su «Il giornale», a firma di Marcello Veneziani, per far riesplodere tutte le polemiche sulle ambigue equiparazioni tra le parti in lotta, nonché sulla quantità di sangue versato per stabilire quale sia stata la parte peggiore. Siamo molto lontani dal 14 luglio dei francesi. Per un 25 aprile condiviso occorre, a detta di Veneziani, riconoscere, tra l’altro, che «le vittime del comunismo sono state molto più numerose di quelle del nazismo, shoah inclusa» e che «va onorato chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor di patria».

Già… la patria, che, però, hanno osservato altri commentatori, non è un concetto neutro, ma dipende con quali scopi si coniuga. Per cui se l’8 settembre ’43 è morta una certa idea di patria connessa con l’arroganza nazionalistica e il razzismo, è sicuramente nata un’altra idea di patria, basata sulla pace, il rispetto e la collaborazione tra i popoli. Su queste fondamenta è stata ricostruita l’Italia e ancor più quell’Europa, oggi così malvista e indebolita da risorgenti pericolosi nazionalismi, ma che ci ha garantito 70 anni di pace e benessere.

Approfondisce meritoriamente il tema lo storico Gianni Oliva («La Stampa», 25 aprile) quando afferma che mentre i nomi dei partigiani caduti, salvo eccezioni, non ci dicono più nulla, per il gran tempo trascorso: «sono ormai freddi come la pietra nella quale sono incisi», non così il progetto, che, consciamente o meno, li animava: «la prospettiva e il sistema di valori per cui si sono battuti che sono ancora vivi perché stanno a fondamento della nostra democrazia». Qui si coglie il collegamento tra passato e presente e il motivo profondo che ci spinge a ricordare ogni anno la Resistenza. Per nostra fortuna ha vinto questo progetto, ma ce n’era un altro che prevedeva un’Europa diversa basata su una rigida gerarchia di popoli in cui alcuni avrebbero comandato, altri lavorato da schiavi e altri ancora sarebbero stati soppressi perché semplicemente indegni di vivere.

Non c’è dubbio che tra i volontari di Salò molti fossero in «buona fede», ma, conclude Oliva, quando si fa la biografia dei popoli non è la buona fede a contare ma il progetto per cui si è schierati. Basta rileggere, ad esempio, la lettera che scrisse Quinto Bevilacqua due giorni prima di essere fucilato al Martinetto per capire la profondità delle scelte che allora molti giovani fecero, fino al sacrificio della vita. Non dimentichiamo, ogni anno, di porre un fiore su quelle lapidi, ormai fredde.

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