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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 402

«Il difensore della tradizione Benedetto XVI, con la sua rinuncia, ha dato il colpo più forte tra tutti al ridimensionamento del ruolo papale; il difensore della Costituzione Napolitano, accettando – contro quanto da lui solennemente dichiarato in precedenza – la propria rielezione, ha dato un ulteriore colpo alla modifica della Costituzione materiale. Il capo dello stato diviene sempre più il centro del potere esecutivo e accetta, a quasi 88 anni di età, una carica settennale. Tutto questo sul piano istituzionale; sul piano politico il salvataggio dei resti del Pd è pagato non solo con il ritorno al governo del Pdl ma con la riconquista della centralità politica da parte di Berlusconi». Piero Stefani mette qui a confronto l’elezione di papa Francesco, che ci fa sperare cose nuove, sia pure con cautela, e la rielezione di Napolitano con il conseguente incarico a Letta, che non ci entusiasma, poiché rischia di legittimare di fatto l'odio della giustizia (penale e sociale). Bisogna dirlo in questo momento di assoluzione politica del berlusconismo. Forse, a questo disgraziato punto, non si poteva fare altro, per evitare il peggio, ma il giudizio da dare, a luce di ragione e onestà, vale sempre più della realtà data e patita.

Ma come è avvenuta l’autodistruzione del Pd, dopo tre primarie, cioè dopo che il partito ha cercato, per la prima volta, di essere concretamente democratico facendo parlare la “base” aperta ai cittadini? Dopo le elezioni di febbraio è andata in scena l’ennesima versione dello scontro, presente fin dalle origini nella sinistra italiana, tra chi pensa che il sistema in cui viviamo sia sbagliato e vada cambiato profondamente e chi invece lo accetta e vuole gestirlo migliorandolo (o chi usa ora questa, ora quella posizione per coprire le sue ambizioni). Lo scenario in cui si svolge il dramma è quello di una crisi piena di incognite e pericoli: è in atto infatti una caotica redistribuzione di ricchezza e lavoro su scala globale nella quale il mondo occidentale ha poche chance di mantenere le posizioni raggiunte dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Su questo sfondo la classe dirigente del Pd non è all’altezza della sfida che ha di fronte, sconvolta dalla mancata vittoria che credeva sicura, senza progetti né obiettivi strategici e perciò non in grado di fare una necessaria sintesi tra le diverse posizioni che la compongono, dilaniata da personalismi, interessi contrapposti, rancori irrisolti. Questo partito si è trovato a scegliere, perché così hanno deciso gli elettori italiani, tra due partiti non-partiti: il M5S composto da giovani inesperti, con un programma confuso, contraddittorio e per la maggior parte velleitario, che deve la sua fortuna alle capacità comunicative e mobilitanti di Grillo che ne è il capo non eletto, che non si è presentato alle elezioni e perciò non è in Parlamento; e il Pdl, il partito-azienda, organizzato intorno al potere finanziario e carismatico di Berlusconi, che ha come punto programmatico centrale quello di salvarsi dai suoi guai giudiziari. E alla fine ha scelto il Pdl.

La politica del M5S e del Pdl, facendo leva sulle suddette divisioni e sulla necessità per il Pd di allearsi con uno di loro, ha cercato in tutti i modi di spaccarlo per incamerarne la parte maggiore. Lo scontro ha raggiunto il punto culminante nell’elezione del Presidente della Repubblica, proprio perché legata alla formazione del governo e quindi alle alleanze da stringere. Tutti i candidati via via proposti sono stati bocciati nel segreto dell’urna, e per uscire dall’impasse i parlamentari sono stati costretti a riconfermare il recalcitrante Napolitano.

Ora il governo si trova a dover fare alcune cose per rimettere in piedi l’Italia: per esempio riformare la seconda parte della Costituzione, ridisegnando gli organi costituzionali, le autonomie locali, le loro funzioni, il loro costo; riorganizzare la pubblica amministrazione per aumentarne l’efficienza e ridurne i costi; rivedere il welfare e i servizi pubblici per adattarli alle possibilità del nostro bilancio (salvaguardando i diritti di chi ha veramente bisogno); contrattare, con il necessario mix di durezza e flessibilità, una profonda riforma delle istituzioni comunitarie, delle sue regole e delle sue politiche. Ci riuscirà?

Ce lo auguriamo. Certo già tutti sappiamo che tale tentativo parte da almeno due progetti diversi. Berlusconi si prefigge un fine che è il contrario di quello di Letta. Impossibile ipotizzare quale si realizzerà e nulla ci dice che la fine del tutto non sia, per tutti e due e anche per noi, una sorpresa.

Questo editoriale è tristemente adatto alla triste situazione. Ma alla tristezza si deve reagire. La volontà di giustizia − diciamo liberté, égalité, fraternité − da chi è esercitata oggi con decisione? Forse da noi cristiani, credenti nella fraternità più che nella competizione? Fare penitenza e ricominciare, sempre. Ognuno per la sua parte. Anche questo modesto foglio.

 401

Quando questo foglio arriverà nelle case dei lettori probabilmente si conoscerà l’esito dell’incarico attribuito da Napolitano a Bersani. Nei limiti di un mensile che dal 1971 per 400 volte ha accompagnato il fluire della storia civile ed ecclesiale con un occhio che vorrebbe essere di riflessione critica ma non paludata, non possiamo rincorrere fatti che oggi, forse più che in altri tempi, sembrano sorprenderci e richiedere uno sforzo di interpretazione: pensiamo a papa Francesco e alle ultime elezioni politiche. Il nostro “servizio” ai lettori può in questo momento farsi forza di questo limite proponendo, nella tradizione del foglio, qualche approfondimento sui primi passi del papa con tre interventi e, in modo ancora più incerto, almeno per ora, qualche osservazione non sistematica sulla situazione politica caratterizzata dalla vittoria del M5S.

Con l'elezione del papa Francesco e dei Presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso si è chiusa una settimana che ha visto affacciarsi in un certo senso una nuova epoca per il nostro Paese. È arbitrario tracciare un parallelo, eppure l’impressione è che l'arrivo di un papa dalla «fine del mondo» abbia dato un'accelerata al desiderio di cambiamento e pulizia anche tra le mura di casa nostra. A poche centinaia di metri l'uno dall'altra abbiamo, infatti, sentito la conferenza stampa del vescovo di Roma, e il discorso inaugurale della presidente della Camera Laura Boldrini. Dalla Boldrini abbiamo apprezzato un intervento europeista, che dichiara – un po’ retoricamente, ma ci sta − la nostra costituzione la più bella del mondo, che si augura che «quest'aula ascolti la sofferenza sociale» e così via, sino all'esperienza disumana e degradante delle carceri. Dall'altra, da papa Francesco, dopo i primi gesti che hanno tutte le intenzioni di rendere la Chiesa più umana e meno burocratizzata, abbiamo sentito parole che ci hanno colpito in profondità: «Quanto vorrei una chiesa povera per i poveri», espressione che non ci pare di aver sentito in modo così esplicito dai papi precedenti. Sarà questo il segno della presenza dello Spirito? Questa è… teologia della liberazione, anche se, probabilmente, declinata in un quadro pietista e conservatore − devozione mariana, e nessuna apertura per divorziati risposati, omosessuali, preti sposati ecc. All'incirca come Papa Giovanni. Ma pretendere questo da papa Francesco sarebbe troppo.

Positivo anche il segnale che è venuto dai senatori M5S che hanno votato Grasso al Senato: di fronte al pericolo di avere ancora Schifani presidente del Senato, hanno osato mettere in discussione il mandato del Grillo cocchiero, ricorrendo di fatto agli art. 67-68 della Costituzione («senza vincolo di mandato»). Inutile negare, tuttavia, che queste scelte mai sarebbero andate in porto se non fossimo stati in presenza di un clima del tutto particolare determinato dalla presenza del M5S. Abbiamo fiducia di queste due persone preparate e appassionate. E che Bersani proponga un governo che non si possa rifiutare... magari con poco Pd... Ci piace sperare che in ambito politico Boldrini e Grasso siano un segno concreto di una politica che rinasce, mettendo al centro le cose importanti. Vogliamo pensare che l'Italia sia capace di sperare e di dare ali alla sua speranza.

 400

I sondaggisti sbirciano in anticipo gli invisibili gesti nei milioni di cabine, concedendo piccoli margini di errori. Ma ancora una volta, questa scienza non esatta ha deluso o consolato, amareggiato o esaltato questi e quelli. Questa volta l'incertezza della vita, imparata di nuovo, si trasmette anche sugli effetti lunghi del voto del 24 e 25 febbraio. Quale governo? Quale governabilità possibile? Quali spostamenti politici degli italiani si sono rivelati? Scrivendo pochissimi giorni dopo il voto, non sapremmo rispondere. Ma possiamo raccogliere qualche modesta osservazione, tra le tante.

Successo di Berlusconi, imperituro trascinatore di folle, che ha comprato il voto dei molti che volevano indietro l'Imu (e sono stati beffati)? Alcuni (molti) italiani sono piccini nelle loro attese. B. non ha perso le elezioni, ha rimontato un po', ha ricompattato i suoi, ma ha lasciato per strada 6 milioni di voti. Il Pd non ha saputo approfittare di questo ridimensionamento di B. per tanti motivi: perché ha sul territorio rapporti clientelari non meno imbarazzanti di quelli del Pdl, perché dimostra di non capire molto degli affanni di tanta parte delle generazioni più giovani, perché è nato un nuovo leader al suo interno e han fatto di tutto per ingabbiarlo.

Grillo è il grande vincitore e Monti ha avuto meno di quanto si potesse pensare. La lista di Grillo ha raccolto con abbondanza la rabbia sociale tangibile nell'aria per un rigore economico che, dopo la prima estesa fiducia a Monti, non dava un senso di equità nei sacrifici necessari, ma non ben distribuiti, e non prospettava scopi comprensibili e utili a tutti. Invece, sono arrivati perdita del lavoro nella vita in casa e scandalose rapine nella vita pubblica. Il voto ha dato a tutti (salvo i rinuncianti) la possibilità di incanalare lo scontento e la protesta. Le folle radunate da Grillo, dal suo modo esagerato di gridare, insultare e distruggere tutto, hanno evitato che le stesse mettessero in pratica tutto ciò con azioni violente, come in Grecia. Ha dato alla rabbia uno sbocco democratico, e non è piccolo merito.

I partiti di tradizione più o meno lunga, ancora ben piazzati nell'elettorato, appaiono “vecchi”, sembrano ripetere gli errori costati alla gente, soprattutto perché non hanno riformato se stessi né il sistema. Ma non basta vincere, bisogna collaborare, perché la società è e resta plurale, e poi prendersi delle responsabilità. Il «tutti a casa» soddisfa la piazza, ma quando tocca a te andare nella casa politica, perché lo hai chiesto, devi farti responsabile, imparare i passi lenti e pazienti, ma ben orientati, del parlare e decidere. La politica civile non è grido, ma discorso: appunto «parlamento». Si può dover cambiare molto, ma non distruggere né screditare l'istituto del confronto pacifico di opinioni e proposte.

Se le idee classiche venute dal Novecento, i disegni totali, sono lontani, la filosofia del “vincere” su tutto, anche sulle regole, sia nel berlusconismo sia nel finanziarismo, è un “nuovo” peggiore del “vecchio”. È bene reagire contro. Il M5S potrebbe forse essere un tentativo del genere, che può essere scostante – o insoddisfacente − per il linguaggio urlato e sgarbato del suo capo, ma è da interpretare. Intanto, è stato un canale di partecipazione, non di delega. Ne vediamo il positivo: temi vicini alla vita, sociali, ecologici, pacifisti. Però, non si costruisce con lo scoppio emotivo; occorre l'articolazione pratica, razionale, collaborativa, perché nessuno è tutto. Come diceva Moro: ci sono anche gli altri.

Insieme alle proposte giuste, si trovano nel M5S pulsioni anti-Europa, col pericolo dell'isolamento in un mondo ormai senza confini, in cui occorre la globalizzazione non dell'impero finanziario, ma della cultura cosmopolitica e dell'etica planetaria dei diritti umani universali. Le forze morali devono alimentare la politica interdipendente del bene comune planetario, di un'Europa e un mondo di entità politiche democratiche, partecipate, plurali, non in mano a forze incontrollate. Se dalla “pancia” della società salisse anche una razionalità simile, il M5S sarebbe salutare per il corpo intero.

Ora gli eletti faranno esperimenti di governabilità, in una circostanza delicata delle istituzioni. Ma la “tecnica” combinatoria non basta: la convivenza umana è vita, fatica, risposta ai bisogni, solidarietà nelle difficoltà, orizzonti condivisi, pensiamo alla ricostruzione dopo la guerra, dal 1945, che accomunava nell'impegno etico parti sociali fortemente opposte. L'Italia è spaccata in tre, nella paralisi? Nella tecnica elettorale probabilmente sarebbe utile un sistema a doppio turno, che dapprima fa esprimere tutte le scelte, poi ricompone una unità possibile. Ma ora lavoriamo sugli elementi che uniscono. Compito dei politici, ma egualmente di tutti noi cittadini. L'Italia sta covando un periodo di crisi, nel senso proprio del termine, da cui potrebbe − potrebbe − uscire un salutare rinnovamento del modo di vivere e concepire la politica.

Al momento in cui chiudiamo questo numero, attendiamo anche noi che il M5S, che abbiamo interpretato qui nel modo migliore possibile, dimostri la responsabilità politica che ha voluto cercare, e impedisca un ritorno sulla prima scena di Berlusconi.

 

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