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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 391

Vent’anni fa morivano quasi insieme (6 febbraio e 25 aprile), David Maria Turroldo e Ernesto Balducci. Abbiamo visto Balducci l'ultima volta al funerale di Turoldo. Aveva accettato l'invito de il foglio a Torino, per maggio, a dibattere con Vattimo su «Processo all'Occidente». Dopo i primi anni, sono stati un po' dimenticati. Sono due figure alte nella storia religiosa e civile italiana, da reincontrare in questa occasione, come propongono diverse iniziative in tutta Italia. Non si tratta affatto di canonizzarli. Chi li ha conosciuti ha visto anche aspetti discutibili. Ma sono ancora maestri.

Il 1992 era all'inizio dei decenni post-89, di Tangentopoli, del tempo delle «nuove guerre», era il 500° della «conquista» dell'America, il 30° dell'apertura del Concilio. In quel tornante storico, essi ci consegnavano il loro lascito. Un anno dopo moriva anche Tonino Bello. Riascoltare oggi le loro voci ed esperienze implica per noi ricapitolare il loro tempo nel nostro tempo, assai mutato. In che cosa è mutato il nostro presente? Difficile dirlo in breve.

Il capitalismo finanziario, la «rivoluzione dei ricchi», ha trionfato, schiacciando altre dimensioni dell'incontro planetario dei popoli, con le guerre finanziarie e quelle militari. Il cristianesimo per un verso (nel cattolicesimo) ha congelato la profezia conciliare, per un altro verso, nella vita personale e di base dei credenti, ha addolcito la quadratura geometrica del dogma in apertura della fede fiduciale, ha spostato l'accento centrale dall'ortodossia all'ortoprassi evangelica, dall'autosufficienza delle chiese verso la fraternità ecumenica, da una morale legalistica al primato di giustizia e amore, e ha modificato la liturgia da riserva supersacrale ad atto del popolo sacerdotale. Sono segnali più positivi che negativi, nella vita religiosa comune, e assai meno nei palazzi e paraggi. La decadenza dell'istituzione religiosa fa temere quanto ai numeri, ma può non far temere per la fede. La politica voleva in Italia fare una seconda repubblica (ad opera di statisti fondatori come Craxi e Berlusconi) e nel mondo un nuovo ordine mondiale (ad opera del genio di Bush). Due fallimenti sciagurati. Ora la crisi di tutto, non di qualcosa, è l'occasione per ripensare tutto.

Entrambi, Balducci e Turoldo, nella loro diversità, hanno lavorato per superare la disperazione storica, che minacciava già il loro tempo. Hanno visto profilarsi il tempo di guerre e di saccheggi che è arrivato da allora ad oggi. Hanno attinto nella fede una forte speranza-impegno per e dentro la storia, oltre la storia, trasmettendola con vigore attorno a sé. Sono stati uomini-ponte tra chiesa e umanità tutta, proseguendo avanti, da cristiani, sulla linea tracciata dal Concilio. Senza quasi uscire dall'Italia hanno ascoltato e interpretato il mondo umano intero, il suo ambiente, la sua storia, le sue attese. Hanno colto bene la nuova dimensione planetaria della comunità umana. Sono stati tra i promotori di quella globalizzazione plurale e libera dello spirito, della cultura, dell'ascolto e della comunicazione, che oggi resiste e combatte per difendersi dalla globalizzazione material-imperiale, che non produce unità, ma divisione e discriminazione. Si sono spesi per la pace, con accenti propri, ora più profetici, ora più politici (contro la guerra del Vietnam, i missili, la rilegittimazione della guerra che deludeva le speranze dell'89), ora più antropologici (la transizione all'«uomo inedito» indicato da Balducci), ora più ispirati (le poesie e le ballate di Turoldo), ora col ripensamento della storia e del pensiero filosofico (Balducci scrisse un manuale per i licei, Storia del pensiero umano, che più di ogni altro, fino ad oggi, recepiva le filosofie non occidentali).

Essenzialmente, mi pare che il loro significato oggi sia questo: i problemi hanno, sì, dimensioni tecniche funzionali, ma la loro vera dimensione e portata è umanistica, spirituale, planetaria, sistemica, valoriale: non bastano mezzi efficaci, ma occorre vedere fini di chiaro valore umano. La cultura e l'impegno sono richiamate, da questa memoria di due forti «apritori di strade», alle dimensioni intere e non parziali del dramma umano in corso. Far credito alle grandezze interiori e temporali che ci trascendono, ci fondano e ci elevano, è ciò che anima e sostiene l'azione paziente e tenace nel tempo, e guida avanti l'occhio e il passo sul terreno accidentato. Non siamo senza eredità di patrimoni preziosi.

 390

Che la crisi del capitalismo abbia a che fare con le banche lo sanno anche i bambini. Ma che cosa hanno a che fare le banca (di credito) con la fede? Racconta Giorgio Agamben che David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni, un giorno ad Atene, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Che significa Banca di credito, cioè di fiducia. Pistis (genitivo pisteos), nel Nuovo Testamento è il termine usato per dire la fede. Ne ricava che pistis, fede, «è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo» (Se la feroce religione del denaro divora il futuro, «la Repubblica» 16 febbraio).

Aver fede è fare credito, sentire di poter dare fiducia, aprire un futuro. «Ma, – continua Agamben – in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio».

La cosiddetta «crisi» non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo: è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni su crediti scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa che il capitalismo finanziario – e le banche, suo organo principale – funziona giocando sul credito, cioè sulla fede, degli uomini. Per Walter Benjamin il capitalismo è, in verità, una religione, la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, e va presa alla lettera. La Banca, governando il credito, manipola e gestisce la fede che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, lucrando denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso. In questo modo governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro sempre più corto. Oggi la politica non è più possibile, perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese. Fin qui Agamben.

Ma la fiducia è diversa dalla fede, gli replica con questo titolo due giorni dopo sullo stesso quotidiano Mario Perniola: «Agamben confonde la fiducia con la fede. (…)  La fiducia è connessa al verbo peítho, che nella forma passiva e media vuol dire "fidarsi di una persona o di una cosa"; la fede, che è credenza dogmatica, corrisponde al verbo pisteúo, da cui appunto pístis. La fiducia significa sicurezza e calma: non si tratta di convincere o imporre agli altri il proprio punto di vista o addirittura la condivisione di qualche "valore". (…) Una cosa completamente diversa è la pístis che è legata al proselitismo e quindi sollecita un´esplicita adesione a una determinata dottrina o religione. Perciò la nozione di fede urta la sensibilità di chi è allergico ai dogmi e alle prediche: essa implica un´intimazione a credere alcunché e a comportarsi in un certo modo. Essa apre la strada all´intolleranza o perlomeno a un sentire esaltato di cui non abbiamo per niente bisogno nel campo etico-politico; lasciamolo alla letteratura e alle arti».

Perniola «cosifica» la fede in dogma (insegnamento fisso, immodificabile), imposizione, proselitismo, intolleranza. In buona parte questa idea è colpa delle chiese-istituzione, troppo forti di sé. Ma anche di un razionalismo scisso dalla relazione umana. La gente che aveva fede in Gesù, pur vinto e ucciso, sottometteva la ragione a un marmoreo dogma? O aderiva a una persona per fiducia vitale, come un amico all'amico, un bimbo alla mamma? Nella realtà è così, anche oggi, riguardo alla fede religiosa. Ciò che è duro dogma, invece, imposto e intollerante a alternative, è che l'essere umano è e deve essere soggetto al dominio del denaro, per destino assoluto.

 389

La drammatica vicenda del Costa-Concordia mette ancora una volta in vetrina davanti a tutto il mondo il tragicomico stato della nave Italia. Più che il meschino comportamento del capitano, scivolato su di una scialuppa, l’inadeguatezza delle strutture di salvataggio a bordo, il bassissimo livello di addestramento del personale di bordo, il maggiore scandalo è il fatto che le navi della Costa Crociere erano solite violare le più elementari norma di sicurezza in occasione dei ripetuti «inchini» al cospetto delle varie isole e lagune. E senza che nessuno fiatasse. L'Italia, paradiso dell'illegalità e del disprezzo assoluto verso tutto quello che è sicurezza e senso civico, può ben specchiarsi nell'immagine della gigantesca nave paurosamente inclinata. Con questa pubblica figuraccia l'Italia si è declassata in modo molto più clamoroso ed evidente di quel che può avere tentato di fare la Standard & Poors.

L'assurdo evidente, e non oggetto di commento sui giornali, è che questi mostri del lusso non meritano il nome di natanti, sono solo parallelepipedi galleggianti. Il torto è dei progettisti navali che si piegano alla logica del profitto e disegnano forme nautiche senza senso. Un'opera viva (così si chiama la parte emergente dalla linea di galleggiamento) esagerata, il doppio di un palazzo di dieci piani, per ospitare saloni, piscine, palestre, ecc., produce un forte sbandamento. Senza l'appoggio dello scoglio, la Concordia si sarebbe rovesciata e sarebbe affondata. Per l'inaffondabilità e stabilità assoluta, che oggi si deve pretendere, occorre che il baricentro resti sempre molto sotto la linea di galleggiamento e che volumi adeguati restino inaccessibili all'acqua. E ciò è possibile solo con radicale sacrificio del lusso – un lusso alla portata di un certo numero di tasche e a cui non vogliamo rinunciare.

Dopo il disastro Jan Fleichhauer sul settimanale tedesco «Der Spiegel» ha scritto: «Mano sul cuore: qualcuno si è forse meravigliato del fatto che il capitano della Costa Concordia fosse italiano? Ci si può immaginare che a compiere una simile manovra, inclusa la fuga successiva, potesse essere un tedesco oppure, diciamo anche, un capitano di marina britannico?». Per non esser da meno, con simmetrica barbarie Alessandro Sallusti ha titolato sul «Giornale»: «A noi Schettino, a voi Auschwitz». Senza alimentare nessuna autoindulgenza, dobbiamo riconoscere che il giornalista tedesco ha fatto considerazioni razzistiche nei confronti degli italiani, dicendo che questo disastro poteva capitare «solo» a un italiano, e non a un comandante tedesco o inglese. Dire «sempre» o «mai» e legarli a una connotazione di «razza» è razzismo. Siamo sempre pronti a sottolineare, giustamente, ogni alito di razzismo di certi italiani nei confronti di rom, neri, islamici, ecc., questa volta si tratta di un piccolo atto di razzismo di un tedesco nei nostri confronti.

Un atto di razzismo ben più brutale è stato compiuto contro i rom il 10 dicembre a Torino alla Continassa, per un inesistente stupro di un nomade, riducendo in fiamme le roulottes – persino peggiore della tentata strage che nel centro di Firenze ha causato pochi giorni dopo la morte di due senegalesi e il ferimento grave di altri tre. Più brutale perché collettivo e perché disposto a bruciare i bambini. Questi e altri simili tragici segnali di miserabile razzismo italiano, diffuso e strumentalizzato in politica, impegnano a fondo la nostra educazione civile e umana. Scrive infatti Alessandro Triulzi sullo «Straniero» di febbraio che «i recenti scoppi di violenza razzista in Italia non sono gesti isolati ma segni precisi di una cultura dell’odio e della discriminazione razziale che resta tenacemente annidata nella società italiana nel suo complesso, una violenza che, se non controllata, rischia di indirizzarsi su nuovi bersagli e di causare altre vittime. Negli ultimi venti anni in Italia […] si è incoraggiata la costruzione di un io nazionale e spesso locale che continua a vedere lo straniero come appartenente a un’umanità distinta, tanto più se di colore o cultura differente, e a una condizione per sua natura minore anche là dove questa è minacciata dall’assenza di standard minimi di vivibilità e democrazia nel paese di origine».

Si potrà (forse) risanare un bilancio economico, ma se il bilancio umano resta questo, così negativo, siamo falliti. Noi, con questo foglio, abbiamo solo la debole forza della parola scritta, che esprime comunicazione tra le coscienze, ma come cittadini dell'unico mondo umano cerchiamo alleanze contro il cancro del razzismo, che distrugge una polis più del terremoto.

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