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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 385

Pressato dalla crescente denuncia dell'assordante silenzio con cui le autorità della Chiesa  proteggevano il capo del governo italiano, evitando ogni esplicita parola di condanna della sua ostentazione di uno stile di vita per più versi scandaloso e corruttivo, finalmente il Presidente della Cei ha parlato. Grave è il ritardo, prudente la decisione di tacere nome e cognome dell'impunito, vista la deplorevole disinvoltura con cui vari dignitari ecclesiastici si erano lasciati trascinare a infangare la dignità morale e umana di papà Englaro e del povero Welby, ma pur sempre chiaro e doveroso l'invito al capo del governo a liberare le istituzioni da ogni pratica di corruzione morale, economica e politica.

Persino un noto «immoralista» come Oliviero Toscani aveva già provveduto a riempire le città con un manifesto di denuncia del degrado a cui le boccaccesche vicende, che coinvolgono il cavalier Berlusconi, hanno portato il nostro comune modo di impostare la relazione uomo-donna. E molti di noi sono stati urtati dall'apparire, improvviso, al centro di un incrocio, di un cartellone gigante con cinque uomini nudi con testa di coniglio, porco, toro, gallo e montone che reggono, offrendogliela, una donna succintamente vestita.

Ora, anche se con minore efficacia, nello specifico, si pronuncia Bagnasco, liscio, composto, impassibile, come una controfigura di sé stesso, davanti a un assemblea di vescovi che nulla si sentono in dovere di aggiungere di loro, ma unanimemente consentono. D'altra parte, prima dell'ultimo vertice Cei, fuori del coro dei genericissimi inviti al rigore morale di cittadini e politici, di fronte al montare degli scandali delle notti di Arcore, di villa Certosa e palazzo Grazioli, davanti al diffondersi dei processi per corruzione, alle gravissime iniziative repressive e persecutorie del governo verso gli immigrati, solo poche voci di vescovi anziani ed emeriti, ormai privi di ogni potere, s'erano rese udibili, avevano alzato sonore proteste e fatto precise denunce. I titolari di diocesi o di ruoli attivi nei vari dicasteri romani, hanno fatto e continuato a fare i «pesci in barile», mettendo in mostra la deplorevole tendenza a comportarsi più da «quaquaraquà» che da pastori di comunità vive e impegnate nella ricerca di una vita evangelica.

Questo governo, dunque, sembra aver esaurito il suo tempo, e, a giudizio comune, anche dei vescovi, finalmente, dovrebbe fare le valige. Vedremo, ma intanto, ci sembra opportuno sottolineare quanto sia doloroso il fatto che si sia dovuti giungere a tanto. Che personalità laiche di grande prestigio e anche semplici credenti come noi, convinti del dovere di tutelare l'autonomia della politica da ogni clericale ingerenza, abbiano dovuto chiedere alla Chiesa di prendere la distanza da un governo tanto pesantemente corrotto. Forse così non sarebbe stato se proprio questo governo non avesse sempre sbandierato la sua obbedienza alle linee operative dettate dalla Chiesa, e la Chiesa non lo avesse ringraziato e appoggiato a seguito delle sue iniziative legislative sui temi della nascita e della morte, del finanziamento delle scuole private, della detassazione dei beni ecclesiastici, della difesa del modello cattolico di famiglia. Cioè, se non avesse prostituito sé stessa e tradito la sua vocazione profetica a difendere i più deboli.

Quello che è stato è stato; ma affinché tutto ciò non si ripeta, ci pare opportuno riprendere la conclusione di un bell’articolo di Barbara Spinelli, comparso su «Repubblica» del 21 settembre, dove si augura che la Chiesa riscopra quelle virtù di libertà, giustizia e sincerità evangelica che permisero, nel IV secolo, a Ilario di Poitiers di rivolgersi all'imperatore Costanzo in questi termini: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore anche più insidioso, un nemico che ci lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci a palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro».

o

 384

In un discorso tenuto qualche tempo fa, il Presidente Napolitano ha esortato i politici ad usare un linguaggio di verità sulla crisi economica che attraversiamo. Proposito apprezzabile, temiamo però che per i nostri mediocri politici, ma anche per la maggioranza di quelli che gira oggi per il mondo, sia impresa impossibile.

Dovrebbero dirci che in Occidente il consumismo deve essere ridimensionato e lo sviluppo impetuoso vissuto durante tutto il 900, irripetibile. Cioè lo scopo per cui hanno vissuto e lavorato molte generazioni di occidentali non può più essere perseguito: avere sempre più posti di lavoro a disposizione, condizioni sempre migliori, qualifiche sempre più alte, stipendi crescenti con i quali aumentare di anno in anno i consumi è ormai al di fuori della nostra portata. Queste possibilità si aprono ormai ai popoli di alcuni paesi un tempo definiti terzo mondo. Dovrebbero ammettere di non avere il controllo del sistema economico, o peggio, di essere proni o non avere la forza di opporsi al volere di ristrette oligarchie finanziarie mondiali.

D’altra parte tutti i movimenti di contestazione dagli anni ’60 in poi sono sempre partiti da un concetto di base: se l’Occidente continua ad aumentare il consumo delle risorse e migliorare il suo tenore di vita, il divario di sviluppo con gli altri paesi non potrà essere colmato, anzi aumenterà perché il mondo è limitato. È impossibile per le masse asiatiche, africane, latino americane consumare quanto gli occidentali, è impossibile accrescere la produzione di anno in anno all’infinito.

La cultura dominante in Occidente ha sempre ridicolizzato queste elementari osservazioni, alimentando l’illusione di un progresso senza fine, fino a farne l’unica nostra ragione di vita.

Ora che è in atto questo caotico riequilibrio che scuote l’economia globale e la finanza spadroneggia incurante delle tragedie che provoca fin nel cuore dell’Occidente, dovrebbero dirci che si sono sbagliati, che per il futuro condizioni di vita sempre migliori sono riservati solo a ristrette minoranze. Non possono farlo! Ma anche se non lo dicono (in realtà non dicono più nulla) lo abbiamo capito anche se non lo vogliamo ancora confessare apertamente. E la pesantezza dell’aria che si respira in Occidente, la scarsa gioia di vivere, la mancanza di speranze,anzi la paura del futuro, la crisi della democrazia, le nere ombre che compaiono qua e là lo attestano.

Chi l’ha capito molto meglio di tutti sono sicuramente i giovani delle periferie urbane: le loro rivolte, come è avvenuto per la recente londinese e qualche tempo fa per quelle francesi e americane, si scatenano dopo l’uccisione, da parte delle forze dell’ordine, di uno di loro, che assurge a simbolo della precarietà della loro vita in balia di forze ostili e poteri lontani e senza volto e si indirizzano contro i rappresentanti di questo potere che acquistano in strada il volto da alieni dei poliziotti in assetto anti sommossa e contro gli amati-odiati beni con le distruzioni e i saccheggi.

Perché ormai molti nodi stanno venendo al pettine e il problema che abbiamo di fronte solo in prima approssimazione è economico, in realtà è molto più profondo e riguarda una scelta: la scelta del modo in cui vogliamo lavorare, abitare la terra, vivere in una comunità che abbracci tutto il mondo. E questa scelta deciderà il futuro per molto tempo a venire.

o

 383

E così, finalmente, con le amministrative una parte dell’elettorato mostra chiari segni di stanchezza verso questo centro-destra rozzo e primitivo e di risveglio dall’incantamento di Berlusconi e dalle sue affabulazioni.

Certo le ultime pesanti accuse che lo vogliono organizzatore di feste con ampio uso di prostitute, anche minorenni, hanno avuto il loro peso, ma sicuramente il motivo centrale del pessimo risultato elettorale della coalizione al governo, sta nella crisi economica e nell’insoddisfazione del modo con cui viene affrontata. Lo rivelano anche i risultati dei referendum, eccezionali sia per il numero dei votanti, più di 27 milioni di elettori, sia per la percentuale dei «sì», oltre il 90%, che indicano con chiarezza che la grande maggioranza degli italiani su argomenti fondamentali come la gestione privata dei servizi pubblici, la politica energetica, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, è contraria alla politica del governo.

E sono proprio i tre gruppi sociali base storica del consenso al centro-destra che si mostrano più scontenti. Innanzitutto i lavoratori più deboli e dequalificati del Nord, che votavano Lega sicuri che la secessione dal Sud li avrebbe protetti dal declino e convinti che un ministro leghista avrebbe espulso tutti gli emigrati di cui temono la concorrenza. Ora queste promesse svaniscono in un federalismo inconsistente e in un inarrestabile flusso di migranti. Poi i giovani, che hanno visto in questi tre anni chiudersi sempre più gli spazi a loro disposizione e peggiorare la loro condizione lavorativa. Infine gli imprenditori che avevano sperato che uno di loro, al di fuori dei giochi politici, fosse in grado di riformare il sistema Italia ormai bloccato dalla metà degli anni ’80.

Occorre approfondire quest’ultimo punto che è quello cruciale e che, sicuramente, si riproporrà al prossimo governo di centro-sinistra così come a tutti i futuri possibili governi. L’Occidente ha attraversato negli ultimi tre anni una grave crisi economica, di cui anche l’Italia ha pesantemente risentito. E infatti non è questo che può essere imputato al nostro governo. È vero che Berlusconi e Tremonti hanno fatto poco per fronteggiarla, praticamente solo il finanziamento della cassa integrazione; ma anche su questo punto le colpe dell’esecutivo sono solo parziali perché fare di più era molto difficile date le condizioni della finanza pubblica e i pressanti richiami europei.

La vera, grande colpa del governo Berlusconi è stata quella di non aver utilizzato questi tre anni, la grande maggioranza a disposizione, l’indipendenza dai partiti tradizionali e dai loro giochi e veti reciproci e la grave crisi dell’opposizione per riformare a fondo il sistema italiano.

Anzitutto occorreva abbattere il debito pubblico, ora al 120% della produzione nazionale, che strangola la pubblica amministrazione e impedisce al governo qualsiasi manovra e intervento. Si tratta di cifre imponenti: per riportarlo al livello del reddito nazionale occorre reperire più di 300 miliardi! Da notare che la manovra impostaci dall’Europa di 40 miliardi in tre anni ci appare già proibitiva. E non si può continuare con i piccoli passi come fatto fin’ora: dopo 20 anni e 20 finanziarie (non tutte «lacrime e sangue») e alcuni inopinati sgravi fiscali per chi sta bene (Ici sulla prima casa, cedolare sugli affitti, ecc.), il rapporto debito pubblico/reddito è sostanzialmente invariato, ma la macchina pubblica centrale e locale è molto indebolita. Nel ’96, alla vigilia dell’euro, l’impegno italiano era di scendere al 60% del Pil! Con i governi di centrosinistra e con i ministri Ciampi, Visco e Padoa Schioppa il rapporto era sceso intorno al 100%, con quelli di centrodestra è sempre risalito, per la briglia sciolta lasciata alla spesa clientelare, poi dal 2007 ci ha pensato la crisi mondiale.

Contemporaneamente a questa azione di risanamento, bisogna mettere mano a profonde riforme: dell’istruzione, della fiscalità, della pubblica amministrazione, delle Istituzioni, del potere centrale e locale. L’Italia è come bloccata e imbalsamata, divisa in mille potentati, gruppi di interesse, corporazioni, cricche e caste che si cooptano autoperpetuandosi senza possibilità di ricambio e che difendono strenuamente le loro posizioni reciproche incuranti del bene comune e prosciugando le poche risorse disponibili. La mobilità sociale è nulla, i giovani non hanno né spazio né futuro; occorre ridare slancio e respiro al paese.

In una società così chiusa e asfittica, la malavita e la corruzione hanno gioco facile a infiltrarsi ed inquinare pezzi interi di società, è necessario ristabilire la piena legalità, il primato dell’interesse collettivo, un forte spirito etico e di servizio. Berlusconi non ha nemmeno sfiorato questi problemi, anche perché invischiato fino al collo in questi intrecci torbidi, e perciò ha fallito.

Questa stessa realtà si presenterà ora alla sinistra che ha di fronte a sé un compito arduo ed esaltante, con il solo vantaggio rispetto ai governi Prodi di una maggiore consapevolezza della gravità della situazione. Se avrà uomini, visione ma anche senso della realtà, idee, coraggio e forza sufficienti scriverà una bella pagina di storia, altrimenti fallirà anch’essa e sarà travolta con conseguenze per il paese difficilmente calcolabili.

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