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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 399

 

La sinistra in guerra

 

La Francia socialista in guerra è una delle ultime prove (ce ne sono state tante, ne verranno altre) che la sinistra al governo non è una garanzia sufficiente di una politica di pace. D’altra parte il discrimine teorico tra destra e sinistra non è «la destra per la guerra, la sinistra per la pace»: agli scrittori di sinistra si devono non poche pagine di esaltazione della guerra e della violenza, a partire da Marx, per non parlare di Lenin e di Trotsky. La retorica della violenza non appartiene solo a Sorel e al sindacalismo rivoluzionario ma lambisce anche i nostri Gramsci e Gobetti.

Pur avendolo negato ripetutamente, il Presidente socialista François Hollande ha messo il Parlamento francese, l’Ecowas (Comunità dei Paesi dell’Africa occidentale), l’Unione africana, l’Onu, di fronte al fatto compiuto, anteponendo la guerra alla ricerca di una soluzione pacifica nella ex colonia, il Mali, preoccupandosi di avvisare Washington, Londra e Berlino ma non Roma, benché l’incaricato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel sia Romano Prodi, l’ex Presidente del Consiglio italiano.

Prodi ha affermato che «bisognava agire», che l’intervento «ha ricevuto l’approvazione di tutti i grandi paesi perché nessuno vuole che il Mali e le zone circostanti diventino il presidio di un nuovo terrorismo che si espanda in tutta l’Africa», esprime la speranza che la guerra (ma Prodi non usa questa espressione) «non dilaghi in una delle tante tragedie senza controllo». Ma si è mai vista una guerra che non sia dilagata in una tragedia?

La Francia socialista in guerra non è una buona notizia né per la sinistra né per la pace: può essere il preludio a una possibile Italia del centrosinistra in guerra. Intanto l’Italia tecnica si è fatta trovare pronta e prima ancora che ci venisse richiesto dalla Francia, per bocca del Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa, Gianpaolo Di Paola ha assicurato il sostegno logistico all’operazione, che consisterà nell’invio di addestratori militari nel Paese africano e nella messa a disposizione delle basi militari italiane per il trasporto delle truppe francesi in Mali.

L’alternativa tra trattativa e intervento, che nel Sahel si è risolta ancora una volta a favore dell’intervento unilaterale di una piccola-grande potenza, potrebbe riproporsi, certamente si riproporrà se non si interviene, diplomaticamente se non con forze nonviolente, prima che i focolai di guerra si trasformino in guerre combattute sul campo.

Il rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione – «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» – è dirimente per gli amici della nonviolenza nella scelta elettorale come nel giudizio sull’azione dei governi. Ebbene, la sinistra che c’è, quella che si presenta alle prossime elezioni politiche, ha da questo punto di vista le carte in regola?

La lettura della Carta d’Intenti della coalizione «Italia bene comune» dal punto di vista degli amici della nonviolenza è sconfortante.

Il Manifesto «Io ci sto» di Ingroia, candidato premier di Rivoluzione civile tra le ragioni-guida «per un serio governo riformista e democratico» lega la pace al tema dello sviluppo: «Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini e la scelta della pace e del disarmo sia la strada per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese».

Più articolata la posizione di Sinistra Ecologia Libertà. Nel programma del partito è forte il richiamo alla pace come disarmo, come costruzione di una società giusta, come nonviolenza: «La sinistra che serve è quella della pace. La non violenza (sic nel testo!) è la pratica concreta di questo valore universale». Inoltre nel Manifesto approvato da questo partito al suo primo congresso (Firenze 22-24 ottobre 2010) la pace e la nonviolenza sono indicati tra i principi fondamentali insieme al lavoro, alla giustizia sociale, al sapere e alla riconversione ecologica dell’economia e della società. Un paragrafo del Manifesto s’intitola: La pace è l’unica soluzione. Qui si sostiene che l’occupazione dell’Iraq e il conflitto afgano «sembrano inverare in forma paradossale la predizione minacciosa della “guerra infinita”»; si aggiunge che la guerra non è un mezzo per sconfiggere il terrorismo anzi lo alimenta ulteriormente in una spirale senza fine; si condanna «l’aggressione sistematica del governo israeliano nei confronti del popolo palestinese»; si stigmatizza che l’unica voce di bilancio in costante crescita è quella degli armamenti. Solennemente si afferma: «Siamo contro la guerra e contro il terrorismo, stretti tra loro da un indissolubile vincolo di morte. Aderiremo ad ogni iniziativa pacifista, per la prevenzione dei conflitti e per la loro negoziazione pacifica. Siamo per il disarmo e per un rigoroso rispetto dell’articolo 11 della Costituzione. Siamo per un sistema di difesa su scala europea, che bandisca ogni forma di interventismo a sostegno delle politiche seguite fin qui dall’Ue e dalla Nato». Di recente il leader del partito, Vendola, con una formula suggestiva, ha rivendicato la possibilità di un “radicalismo di governo”. Che cosa significa? Vuol dire che i principi possono e debbono essere difesi e affermati sia stando al governo sia stando all’opposizione. Una sfida al principio di realtà che può risolversi nell’affermazione di ciò che è ideale su ciò che è reale?

L’esperienza induce al pessimismo e conferma nella convinzione che la pace è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei governi e degli uomini politici, anche se sono di sinistra o stanno a sinistra. Essere di sinistra o stare a sinistra non è la stessa cosa.

Pietro Polito

 398

Il Vaticano non ha ancora chiuso la pratica del divorzio da Berlusconi (che infatti lamenta: «Si ricordino cosa abbiamo fatto per la Chiesa negli anni del mio governo»), che non trova di meglio che avallare il nuovo (?) salvatore della Patria, Monti. Un articolo uscito il 27 dicembre su «L’Osservatore Romano», intitolato La salita in politica del senatore Monti, invita le forze politiche a interrogarsi sull’impatto che può avere la salita in politica del Professore, stigmatizza che «l’espressione “salire in politica”, usata da Monti, è stata accolta con ironia, in qualche caso con disprezzo», tuttavia fa notare la sintonia con il messaggio di Napolitano, «non a caso un’altra figura istituzionale che gode di ampia popolarità». A Napolitano si riconosce «il merito di aver individuato proprio nel senatore a vita l’uomo adatto a traghettare l’Italia fuori dai marosi della tempesta finanziaria». Il pezzo chiude con quella che è poi stata giornalisticamente definita la “benedizione”: la salita è «in sintesi l’espressione di un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune».

Perché il Vaticano si schiera con Monti? Condividiamo quanto scrive Pietro Polito sulla newsletter del Sereno Regis: «un collateralismo così evidente, così smaccato, sfrontato, senza pudore alcuno, sa di antico, sa di Democrazia cristiana e obbedisce a una istintiva, atavica, paura, la paura che in Italia governi una coalizione che anche solo lontanamente possa essere considerata di sinistra. Come se questo Paese fosse rimasto fermo al 1948».

Ma i cristiani italiani sono adulti e sanno scegliere: loro rappresentanti di diverse tendenza politiche sono presenti in quasi tutti i partiti. Anche noi del foglio, come «Noi siamo Chiesa» e altri movimenti di base, abbiamo dichiarato il dissenso dall'intervento vaticano e invitato a scriverlo al proprio vescovo. La chiesa ha da trasmettere e testimoniare messaggi evangelici di impegno civile e altruista, di solidarietà anzitutto a favore degli ultimi, e non deve sostituirsi ai cittadini nella scelta politica, come se fosse una sola quella compatibile col vangelo (o più spesso con interessi ecclesiastici materiali). Con questo schieramento, la chiesa perderà ancora altro ascolto nelle indicazioni morali propriamente evangeliche.

Fortunatamente, nei giorni successivi al pezzo dell’«Osservatore» ci sono stati interventi della gerarchia che sembrano di segno contrario. Per es. monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio «Giustizia e pace», ha dichiarato alla Radio Vaticana: «Le agende dei partiti non cancellino lo stato sociale». E ha aggiunto: «Il diritto al lavoro è fondamentale e la politica non faccia crescere le diseguaglianze». E ancora: «I partiti, se credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello stato sociale e democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e la crescita delle diseguaglianze». Lo stesso papa, l’8 gennaio ha invitato a guardare «soprattutto» allo spread «del benessere sociale», perché non si può restare indifferenti di fronte «alle crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi e molti, irrimediabilmente poveri». Nell'evidenziare il nesso tra pace, giustizia e verità, la sua critica è netta: «Non va assolutizzato il profitto a scapito del lavoro». «Ci si è avventurati senza freni – ha osservato con preoccupazione − sulla strada dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale». Vogliamo sperare che queste parole che sono giuste, umane, evangeliche non siano solo parole ma fatti.

 397

Meditando sulla politica italiana, tra le elezioni primarie e le politiche, ci chiediamo se il verbo che rimbomba di più, quasi un grido di gente che affoga e non vede scampo, è «cambiare!» (già meglio del rozzo «rottamare», che qualifica l'autore e gli ascoltatori). Entrambi i verbi rimbombano di vuoto. «Cambiare» – appello frequente in tante politiche, non solo da noi – non significa nulla: cambiare in cosa? Verso dove? Per trovare cosa? Cercando e volendo che cosa?

La miseria della politica è quando l'aspetto (che è solo uno dei suoi aspetti) di competizione tra idee e programmi, affidata alla decisione democratica, prevale su tutti gli altri, e la politica allora si riduce a gara, corsa, compresi tranelli, sgambetti, e vere e proprie truffe e menzogne, e diventa nichilismo urlato e forzuto. Il massimo (finora) di questa politica come inganno spregiudicato e pubblicità del falso, è stato il berlusconismo. Ora che il caimano perde i denti, ricordiamoci dell'avvertimento saggio che a bassa voce ci davamo: il peggiore berlusconismo è quello che è in noi.

Le primarie del Pd hanno dato un segno di volontà di partecipazione, buon segno contrario all'astensionismo maggioritario e mafiosamente attendista delle votazioni siciliane, che è un voto per chiunque vinca. I concorrenti nel Pd hanno chiesto di essere candidati a governare. Chi votava poteva vedere sfumature considerevoli tra l'uno e l'altro: per l'Italia non c'è altro che l'agenda-Monti? Si devono tagliare i servizi o le folli spese militari? Prima le grandi opere (e grandi profitti) o le tante piccole opere di manutenzione diffusa del territorio e sviluppo ecologico, che creano lavoro utile e pubblico risparmio? Ma ciò che rimane ancora sfocata è una riflessione culturale che produca saggezza politica, sia di sinistra, sia di centro: la giustizia, cuore della Costituzione (art. 3 e collegati) e di una civiltà decentemente umana, verrà dallo sviluppo quantitativo, caso mai ci si arrivasse, o dal primato degli ultimi? Salvaguardare la natura non è forse il primo prodotto per la vita? La società deve garantire chi è capace o chi non può? Deve dare spazio ai forti o ai deboli? È priorità il lavoro che giustamente va difeso, o la liberazione dei più poveri dalla sudditanza al bisogno, che impedisce lo sviluppo umano?

Queste sono le domande a cui ogni cittadino in coscienza, e la politica decentemente umana devono cercare, anche con fatica, di rispondere, in vista delle elezioni politiche, ma soprattutto per avere sufficiente dignità.

 

e. p.

 

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