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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 396

Già il premio a Obama aveva fatto discutere. Il premio Nobel all’Unione europea ha provocato specialmente nell’area nonviolenta aspre reazioni. Alex Zanotelli, per esempio, afferma: «A livello comunitario siamo prigionieri della Nato, combattiamo dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia, e diamo all’Ue il Nobel? Abbiamo fatto le guerre contro i poveri di questo mondo. A livello globale abbiamo speso 1740 miliardi di dollari, perché nessun partito grida?». Altri hanno osservato che era meglio dare il premio a persone o singole organizzazioni che lavorano assiduamente per la costruzione della pace e magari hanno maggior bisogno del denaro del premio.

Ma il punto è che non si può far finta che il premio sia stato dato per qualcosa invece che per qualcos'altro. Perché il premio è soprattutto un riconoscimento al processo di riconciliazione che gli stati europei hanno messo in atto fra loro in questi decenni, e che è forse il più grande e duraturo processo di riconciliazione mai compiuto fra stati nazionali. Se pensiamo storicamente, non sembra poco che oggi in Europa ci paia scontato quello che a chi ha vissuto nella prima metà del Novecento, nell'Ottocento, nel Settecento e a scendere sarebbe parso straordinario: vale a dire 60 anni nei quali Francia, Germania, Italia, Spagna e Inghilterra non si sono scannati in guerre intestine.

Quegli stessi stati nazionali rischiano ora di mettere a repentaglio questa eccezionale realizzazione. Come annota Barbara Spinelli, che raccoglie l’eredità di un grande europeista come Altiero, il premio «è come se non suggellasse un progresso, ma indicasse come rischiamo di perderlo. Mostra quel che l’Europa ha voluto essere, e non è ancora o non è più. Gli scontri sull’euro, la Grecia trasformata in capro espiatorio, il peso abnorme di un solo Stato (Germania): non è l’unione cui si è aspirato per decenni, ma una costruzione che si decostruisce e arretra invece di completarsi» («La Repubblica» 13 ottobre). E conclude: «Rimasta a metà cammino, l’Europa non è ancora l’istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi – l’euro – come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l’idea di un’Europa che, unita, diventa potenza nel mondo».

Il fatto poi che l'Europa possa essere, e sia stata a volte, violenta all'esterno non è cosa di poco conto. Perché l'idea di pace è cresciuta in questi decenni, e proprio in ragione di questa evoluzione esige oggi qualcosa di più che la non-guerra: esige l'assenza di violenza non solo militare-politica, ma strutturale-economica-sociale, sia interna, sia nei rapporti con l'esterno. L'Europa è in regola col concetto attuale, maturo, di pace? È auspicabile che la stessa costruzione della pace che è avvenuta all'interno dell'Unione Europea avvenga anche al di fuori, a cominciare dai paesi del bacino del Mediterraneo.

 395

Il caso dell’Ilva di Taranto è tragico e profetico allo stesso tempo, perché da una parte mette in contrasto due diritti fondamentali quali quello alla salute e quello al lavoro e dall’altra, come un esperimento in laboratorio, ci mostra quel che potrebbe succedere domani a livello globale.

Nella sua ordinanza che respinge le proposte dell’Ilva, il magistrato afferma che il diritto alla salute non è negoziabile; ma allora neanche quello al lavoro lo è. Certo si può produrre acciaio in modo più pulito, abbattendo la maggior parte (mai la totalità) dei gas nocivi, ma in questo caso la produzione sarebbe troppo costosa e si sposterebbe in paesi più «disponibili». Certo si potrebbe risanare il territorio e riconvertire l’economia, ma ci vogliono molti soldi, molto tempo e una forte iniziativa e per ora non c’è nulla di tutto questo. Il rischio è dunque, in alternativa alla situazione attuale in cui c’è lavoro, ma respirare è pericoloso, di trovarsi a Taranto con un’aria più pulita in un territorio socialmente distrutto. E questo l’hanno capito bene gli operai che si oppongono con tutte le loro forze alla chiusura dello stabilimento, chiedendo, prima dello spegnimento irreversibile degli altiforni, un’alternativa.

A Taranto siamo arrivati a questo punto dopo decenni di incuria, allarmi e appelli inascoltati, indifferenza e fatalismo, avidità e ottusità di interessi irresponsabili. Anche nel mondo, in scala diversa, si ripresentano gli stessi problemi: da una parte l’inquinamento crescente, l’esaurimento delle risorse e l’accumulo dei rifiuti mettono a rischio la qualità della nostra vita e aumentano i costi di produzione, mentre dall’altra una massa crescente di persone ha bisogno di lavoro, ma i posti creati e adeguatamente retribuiti aumentano molto più lentamente. Inoltre, a livello globale, c’è anche un grave squilibrio nella distribuzione della ricchezza e del lavoro da colmare. Insomma la strada senza uscita in fondo alla quale si trova ora Taranto è la stessa che sta percorrendo speditamente il mondo.

C’è un altro insegnamento che possiamo generalizzare dal nostro esempio: una grande impresa che persegue, com’è nella sua natura, i suoi interessi, ma così facendo mette le premesse per la sua rovina, e un potere politico che non è in grado di far rispettare delle regole minime e di proporre alternative, dimostrando così la sua inutilità.

Occorre dunque modificare il rapporto tra economia e politica, dando a quest’ultima il potere di indirizzare e correggere l’andamento economico spesso caotico e autodistruttivo e cercare un nuovo assetto per la società, divenuta ormai un’unica grande comunità mondiale.

Da tempo ormai l’allarme è stato lanciato e qualcosa si è già cominciato a fare, ma è ancora largamente insufficiente; e mentre i disinformati, gli indifferenti, gli sfiduciati, i distruttori e quelli che per volere tutto e subito danneggiano la causa sono in maggioranza, i ricostruttori sono ancora in minoranza. Per Taranto forse è già troppo tardi, ma non lo è per il mondo, occorre però moltiplicare gli sforzi e, partendo anche da esempi negativi come questo: aumentare tra la popolazione la coscienza dei pericoli che incombono e dell’impegno e dei sacrifici che occorrerà dispiegare per superarli.

 

 394

La morte del cardinale Martini ha rianimato la ricerca e lo spirito di rinnovamento evangelico della chiesa cattolica, nell'insieme del cristianesimo ecumenico e sinodale. Un moto spirituale popolare ha raccolto il messaggio di tutta la sua vita di vescovo, e le parole franche, vere e buone dell'ultimo suo tempo di vita. Anche il modo di morire mite, umano, come tutti vorremmo poter decidere, ha reso lui, signore e studioso, vescovo popolare, familiare, ben al di là di Milano e d'Italia. Un vescovo così amato non è di tutti i giorni nella società gerarchica cattolica. Martini non ha potuto essere rinchiuso nei piani alti e paludati della piramide, e nel loro linguaggio cifrato. Senza rotture formali, ha dato voce a quella luce evangelica, che non manca, per grazia di Dio, nei cuori semplici e sinceri, più o meno “religiosi”, e fa sentire fratelli. La coincidenza con i cinquant'anni dall'apertura del concilio ha sottolineato il significato di questa morte. Si sente che, nonostante tutto, la chiesa può essere, in tutti i suoi punti, fino alle piccole comunità, un “camminare insieme”, cioè sinodo, metodo e forma conciliare, quel vivere fraterno di cui il mondo ha sete. Martini aveva condiviso con Bobbio il pensiero che la differenza più importante non è tra credenti e non credenti, ma tra chi pensa e chi non pensa sulle domande serie della vita. Vorremmo in seguito approfondire la figura alta di questo cristiano che fu anche vescovo. Per ora, dati i tempi editoriali, lo ricordiamo con qualche parola sua.

 

«Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, una esperienza di confronto universale tra i Vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d'anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del vangelo e dell'eucarestia (IL 14). Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa (IL 48), la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali (IL 49), la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica (IL 60-61), penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Non pochi di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali, ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né i gruppi di pressione. Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera. Siamo cioè indotti ad interrogarci se, quaranta anni dopo l'indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell'utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio. V'è in più la sensazione di quanto sarebbe bello e utile per i Vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quella esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi testimoni. Preghiamo il Signore, per intercessione di Maria che era con gli apostoli nel Cenacolo, perché ci illumini per discernere se, come e quando i nostri sogni possono diventare realtà». (7 ottobre 1999 al Sinodo per l'Europa)

 

«Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una chiesa che infonde coraggio soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa». (2007)

 

«Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso». E ancora: «Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero». (2008)

 

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo.

Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell'istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l'immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell'amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall'aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l'amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?». (dall’ultima intervista a cura di Georg Sporschill e Federica Radice Fossati Confalonieri, «Corriere della Sera» 1 settembre 2012)

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