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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Elogio della gratitudine

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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 388

Ogni persecuzione religiosa dà più dolore e vergogna di tutte le altre persecuzioni, politiche, economiche, razziali. Infatti, colpire e uccidere te perché il tuo cuore crede e spera in modo un po' diverso da me, là dove nessuno di noi vede in modo diretto, oltre che cosa malvagia e cieca, è anche azione stolta: il tuo raggio di verità potrebbe aiutare il mio, e raddoppiare la luce, e io invece lo spengo con te. E se la religione è solo un pretesto per delitti di potere, non è minore la vergogna. Noi cristiani abbiamo da farci perdonare persecuzioni su altri credenti, compiute nella storia, non poche, non leggere. Eppure anche noi ne avevamo sofferte. Ora, ultimo triste episodio, alcuni violenti, abusando del nome dell'islam, in Nigeria, nel giorno di Natale, che è giorno di tutti, hanno ucciso in chiesa decine di cristiani. Nel dolore, e nell'offesa ad ogni umana spiritualità, è nostro primo evangelico dovere perdonare «perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34). Il secondo impegno è intensificare l'amicizia e la collaborazione tra le religioni, anzitutto coi nostri molti amici musulmani, coi quali ormai ci sentiamo fratelli nella ricerca di giustizia e pace. Sappiamo che essi deprecano come noi simili violenze, le quali – li assicuriamo – per noi non derivano dall'islam, ma dall'ignoranza e dallo smarrimento dei cuori, sempre possibili, sempre da guarire con la collaborazione spirituale delle nostre religioni.

 

***

Crisi, parola usatissima, ogni minuto sui media e nei discorsi, al bar come al foglio. Dobbiamo appropriarci del significato etimologico del termine «crisi»: giudizio. Un giudizio severo sul sistema capitalistico, ma anche e soprattutto su ciò che sta dietro al sistema. Giudizio severo sull'idolatria del denaro, della crescita a tutti i costi, del consumismo di massa, del più = meglio, del lo-hanno-tutti-devo-averlo-anch’-io, giudizio duro come quello dei profeti di Israele nei confronti degli idoli e dei dogmi che «ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo» (Langer). Crisi, giudizio, giudizio nonviolento anche nell'interno dei nostri cuori. Giudizio, perciò, che deve cominciare da noi stessi, dal nostro stile di vita, senza complessi di colpa ma anche senza l'ossessiva ricerca di alibi.

 

o

 

 387
Napolitano non poteva fare di più per offrire un'alternativa credibile al voto affidando il governo a Mario Monti, dopo le dimissioni del Cavaliere. Se la scelta politica non è un azzardo e neppure una decisione ideologica, ma una reale e pensata assunzione di responsabilità, la cosa migliore è attendere e vedere meglio gli obiettivi e i mezzi con cui si ritiene di poterli raggiungere. Ma, come ha scritto argutamente Michele Serra, «prima di aprire il rubinetto dei vostri dubbi … cercate in rete il video Meno male che Silvio c’è … Rivederlo e sentirsi miracolati, guariti dalla peste, redenti dalla dannazione è tutt’uno … Per ogni ministro nominato, fate così: cercate di ricordarvi chi era il predecessore. Vedrete che in nove casi su dieci il passo avanti è stato grandioso. A prescindere» («Repubblica» 18/11). Lo stile è ora improntato a sobrietà e serietà (un ministro dopo il giuramento va a casa a piedi, Monti dopo la messa va a visitare un mostra e poi torna al lavoro), pare esserci un ritorno di interesse per la politica testimoniato anche dai media. E la gente sembra apprezzare: i sondaggi, secondo Ilvo Diamanti, danno circa l’80% di consenso al governo, compreso il 42% dell'elettorato leghista, e l’84% per la persona di Monti, poco sotto Napolitano («Repubblica» 20/11).

Intanto occorre accogliere con disponibilità le proposte del governo Monti, poi giudicarle, sentendosi liberi di appoggiarle o respingerle e andare alle elezioni. Un'analisi di sinistra forse dice il vero, quando dice che non c'è da esultare, e fa bene a togliere illusioni. Eppure adesso è necessario agire per difendere la borsa della spesa casalinga quotidiana, specialmente le borse più povere, dai banditi della finanza mondiale, avvezzi a divorare con indifferenza l'orfano e la vedova, “effetti collaterali” delle loro speculazioni sbrigliate, ben al di là di ragionevoli fini economici. In mancanza di altri difensori capaci e più energici, è necessario e dunque giusto ora affidarci vigilanti, senza illusioni, per il tempo necessario, a uno che conosce dall'interno quei meccanismi; che non è un cinico ladro; che è certo migliore del buffone egolatra, incapace di altro che non sia corrompere e rovinare tutti per gli affari suoi. Monti forse può fare, in difesa delle vittime, qualcosa di quel che non è consentito di fare agli alternativi. Per ora. Anche perché gli alternativi sono pochi, incerti, indecisi, finora più oppositori, in quanto minoritari, che davvero alternativi. Per il seguito del cammino lungo, c'è molto da pensare, imparare, preparare, volere.

Bisogna andarci cauti, perché l'uomo ha ancora parecchio potere e ha seminato molti “berlusconini” in giro per l'Italia. Ma la speranza è che se la demagogia berlusconiana verrà meno, anche la demagogia antiberlusconiana che le si contrappone possa progressivamente esaurirsi. E non solo nei partiti, ma anche in certi atteggiamenti sindacali, in alcuni vezzi intellettuali, nei protagonismi fuori luogo di taluni magistrati. Il che non vuole dire naturalmente che debba venir meno la capacità di porre domande radicali, di sollevare questioni scomode, di prospettare idee di alternativa che difficilmente una normale gestione politica parlamentare è pronta ad accogliere o vagliare. Ben lungi dall'essere sinonimi, estremismo e radicalità sono concetti e modi d'essere differenti: il primo è il terreno dell'ideologia, il secondo della profezia.

o

 

 386

La grande manifestazione degli indignados del 15 ottobre, anche in Italia, e la bella Perugia-Assisi del 25 settembre, dimostrano una vasta volontà, chiaramente nonviolenta, di giustizia sociale e di pace. L'aggressione dei violenti organizzati, con lo scopo di deturpare il significato della positiva indignazione morale e politica – scopo comune sia alla rabbia antipolitica distruttiva e nichilista, sia agli interessi duri e cinici, che chiudono le vie politiche – è stata indebitamente premiata da chi le ha concesso il primato dell'importanza. Giusto l'allarme, non il rovesciamento delle proporzioni.

È giusto sottolineare che i media, forse in maggioranza, hanno evidenziato il carattere pacifico della manifestazione in netto contrasto con i violenti. Commenti come quelli di Fabrizio Rondolino su Il Giornale e di Pietrangelo Buttafuoco su Il Foglio quotidiano del 18 ottobre, riversano puro disprezzo e insulto sui motivi e sullo spirito dell'indignazione. Il secondo dimostra un violento disgusto per la giustizia qualificando di «puzzolentissimo» il nobile nonviolento libretto di Stéphane Hessel, Indignatevi (da noi recensito nel n. 381, di aprile), primo interprete del movimento.

L'informazione meno intelligente sa vedere l'albero che cade ma non sa (o non vuole) udire la foresta che cresce. Anche spettatori non partecipi, non attenti alla proposta, criticano la manifestazione (come è facile lo scetticismo esigente!) perché non sa fermare i violenti, come se i manifestanti avessero il compito democratico della polizia. È da notare che molti di loro hanno collaborato ad individuare i violenti, giustamente, purché non si condanni il violento di strada più dei grandi malfattori in guanti bianchi. Il populismo di governo e quello di opposizione (Di Pietro) hanno subito pensato a leggi eccezionali, invece di cominciare a togliere politicamente le cause che indignano, in tutto il mondo, la coscienza umana della giustizia (lo comprende anche Draghi). Ora, il movimento deve continuare nelle forme nonviolente attive e propositive, in un clima e con premesse sempre meglio in grado di resistere alle contaminazioni, riflettendo sul che fare.

***

Ricompariranno in politica i cattolici organizzati come tali, con l'avallo del cardinale d'Italia? Ma chi sono i cattolici nella società? La sociologia che conta i numeri dice: quel terzo degli italiani che va a messa. Ma perché si va a messa? C'è una religione del sistema e una religione della verità vitale. C'è una religione dell'assicurazione, che non impegna nel servizio alla vita libera e giusta per tutti, popoli e persone, e si accontenta di non fare direttamente il male, pur in un sistema che fa il male, con la fame e la guerra istituzionalizzate, in difesa della nostra tranquillità iniqua e spaventata. Poi c'è una religione della fede in Cristo e nel suo vangelo, e questa affronta il mondo per amore del mondo, non lo accetta così com'è, ne contesta i poteri oppressivi, selettivi, iniqui, cinici e violenti. Questi cattolici, insieme ad altri cristiani di fede, e ad ogni spirito teso nella ricerca del bene, non sono disponibili a fare da supporto all'esistente. Non si lasciano contare in una chiesa gestita come una lobby sociale, che sbandiera valori misti ad interessi, che fino ad oggi ha contrattato appoggi vergognosi ai peggiori d'Italia, e ora vuol salvare capra e cavoli.

I cattolici che hanno fede nel Cristo crocifisso dal Sinedrio e da Pilato, e non intronizzato da Costantino e Teodosio, consapevoli dei propri peccati, difetti ed omissioni, ma non rassegnati, confidano che la storia umana sia chiamata, tra mille travagli, al regno della fraternità. Il loro apporto, che si attende più attivo, deve consistere non solo in voti contabili, ma soprattutto in un ideale umano pratico di solidarietà, giustizia, sobrietà, cooperazione e pace, chiara alternativa alla sfrenata competizione individualistica che oggi sfianca l'umanità. Essi – vogliamo sperare - lavoreranno in politica con chiunque saprà meglio compiere qualche passo concreto e deciso in questa direzione, perciò nella giustizia, nella pace, nella liberazione degli schiavi.

o

 

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