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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 378 - gennaio 2011

Per almeno due volte, in momenti di rischio politico per il governo di destra, il papa ha sentito il dovere di sostenerlo per aver «difeso il Crocefisso».

Noi possiamo capire che per prudenza diplomatica, come capo del Vaticano, egli abbia potuto tacere sul grave scandalo morale dato a tutti gli Italiani dal Presidente del Consiglio con una condotta privata e con pubbliche dichiarazioni lesive dei principi etici più cari alla precettistica magisteriale. Ma ci chiediamo come si possa ringraziare per la tutela del principale simbolo cristiano un governo che ha teorizzato e messo in atto una legislazione che comporta sia il rifiuto di dare ospitalità agli stranieri, sia il peggioramento delle condizioni di vita di poveri e carcerati. Non ha forse proclamato il Nazareno, poco prima della sua crocefissione: «Ogni volta che non avete fatto una di queste cose (dare da mangiare, da bere, ospitare, vestire, soccorrere) a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me» (Mt 25,45)?

Se teniamo conto poi che il papa, pochi giorni dopo, è ritornato sul tema aggiungendo che sono contro la libertà religiosa, non solo i terroristi mediorientali, ma tutti gli stati «che promuovono per legge stili di vita contrari ai principi della fede come l'educazione sessuale o civile (sic) nella scuola e la disgregazione della famiglia, non difendono la vita nascente ricorrendo a manipolazioni genetiche, contraccezione o aborto, o limitando il diritto dei medici all'obiezione di coscienza; ma vietano pure la pubblica esposizione dei simboli sacri come il Crocefisso», abbiamo il quadro pieno della confusione spirituale e morale dei vertici del cattolicesimo. Questo tanto più che da tale elenco di legislazione anticristiana mancano del tutto i temi della giustizia sociale e della carità, oltre che un cenno, almeno, alla predilezione del Dio di Gesù Cristo per i poveri, gli stranieri e tutti gli infelici ed emarginati della terra.

Non è forse il comandamento di amare Dio nel prossimo più diseredato il cuore pulsante della teologia e dell'etica evangelica? Non sopravanza forse la charitas, secondo le lettere di Giovanni e di Paolo, ogni virtù cristiana, comprese fede e speranza? Quale stato se non è laico e aconfessionale può garantire a tutte le fedi e assenze di fede la libertà di seguire le proprie convinzioni religiose e di coscienza?

Chi imbocca il papa? Chi mai, tra tutti coloro che come noi sono figli di questa chiesa, potrà sfuggire il giorno del giudizio alla sentenza «Via, lontano da me, maledetti» (Mt 25,41)?

o 

 376 - novembre

 Vittorio Bellavite di «Noi siamo chiesa», Movimento per la riforma della Chiesa Cattolica che rappresenta l’internazionale «We are church», dopo il funerale dei 4 alpini uccisi ha diffuso questo comunicato: «Mentre il dubbio sulla presenza di tremila militari italiani in Afghanistan è presente da tempo nell’opinione pubblica e finalmente si sta diffondendo anche in Parlamento, l’Ordinario militare mons. Vincenzo Pelvi, nell’omelia durante i funerali dei quattro alpini, ne ha dette di tutte. Essi sono “profeti del bene comune, decisi a pagare di persona per ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto a servizio dei deboli e degli emarginati”. E ancora: “Nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli. I nostri militari si nutrono tutti della forza delle nostre convinzioni nella consapevolezza di una strategia chiara e armonica”. Per Pelvi la società civile dovrebbe sostenere in “maniera più concreta ed esplicita” i nostri militari e le loro famiglie.

«Ma Pelvi non è da solo, l’“Avvenire” lo segue a ruota e la Presidenza della Cei ha detto che gli alpini svolgevano il loro lavoro “a servizio della pace”.

«Tutti i veri pacifisti, soprattutto quelli che si ispirano all’Evangelo, hanno il dovere di gridare ad alta voce che il re è nudo, che, cioè, in Afghanistan i militari italiani, in palese violazione dell’art. 11 della Costituzione, partecipano a una guerra, non difensiva ma offensiva, in cui i conclamati propositi di aiuto alla società civile sono di fatto una foglia di fico che non serve più da tempo a nascondere la realtà. Si tratta di una guerra brutale come sempre pagata dai più deboli che sono le vittime civili, e i militari che vi muoiono non sono eroi ma solo nostri fratelli caduti sul lavoro come tanti, ogni giorno, nei nostri cantieri e nelle nostre fabbriche».

Devono disprezzare il popolo italiano quelli che farneticano sugli «eroici caduti». Caduti che sono andati in Afghanistan per il loro mestiere delle armi. Ma supponiamo che siano davvero degli idealisti. Quanti sono i caduti sia per incidenti sul lavoro, sia in seguito a una vita dedicata al lavoro, per il bene della comunità nazionale, per la patria, caduti per un malore, magari di notte, senza soccorsi? Sono caduti avendo per divisa un pigiama, senza l'omaggio delle varie "autorità", senza che la tivù dedichi loro un secondo.

La storia italiana ha visto anche stragi di povera gente, trucidata in guerra o assassinata dalla miseria e dall'ignoranza. Ma per i 150 dell’Unità d’Italia, dovremo sorbirci un continuo inno al militarismo? Se c'è una cosa di cui gloriarci, è che gli italiani spesso sono stati degli ottimi «combattenti» come lavoratori. Sono in media tre al giorno i morti sul lavoro. Napolitano lo ricorda spesso. L'idea della patria in armi e delle armi che sono la patria è un cancro politico da sradicare. L’articolo 1 della Costituzione dice che la patria è fondata sul lavoro. Nel senso umano pieno della parola.

o

 375- ottobre

Viviamo un periodo molto triste della storia unitaria e se non credessimo alla voglia di vivere ed alla capacità di recupero degli italiani, che molte volte ci hanno salvato da situazioni che sembravano compromesse, dispereremmo.

Nonostante l’ottimismo sparso a piene mani dal governo, la crisi economica dell’Italia si aggrava e «ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana», come dice autorevolmente Marchionne nella sua Lettera aperta a tutte le persone del gruppo Fiat.

Questa crisi aggrava quella della politica, incapace di dare risposte adeguate ai problemi del paese. Berlusconi sembra arrivato al capolinea e nonostante la sua abilità mediatica non riesce più a nascondere la sua inadeguatezza; ha però ancora molto potere e la volontà disperata di usarlo per non soccombere, è perciò molto pericoloso e può procurare danni irreparabili. Anche perché l’opposizione è impreparata, non riesce a offrire un’alternativa credibile e non sembra disporre di uomini all’altezza della situazione. Non è più tempo di mezze misure o di piccoli aggiustamenti, se vuole evitare il fallimento o lo smembramento, il nostro Stato deve mettere in cantiere riforme profonde e dolorose (e quel che sta accadendo in Grecia ci può dare un’idea).

Innanzitutto occorre abbattere il debito pubblico che strangola, con gli interessi passivi, il bilancio dello stato. Se vogliamo restare in Europa abbiamo solo due strumenti per farlo: un’imposta patrimoniale e/o un’imposta allo scopo come quella introdotta da Prodi per entrare nell’euro. Occorre poi ricostruire dalle fondamenta i tre settori cruciali per restare un paese moderno ed europeo e non essere risucchiati nel sottosviluppo: il fisco, l’istruzione, il lavoro; infine è assolutamente indispensabile una riforma delle istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale e dal federalismo.

Ora il problema di queste riforme non sta tanto nel contenuto; ci sono proposte valide e in fondo non c’è molto da inventare, basta guardare come funzionano le cose nei paesi più avanzati vicini a noi. Il vero problema è formare una coalizione e trovare dei leader che abbiano il coraggio di dire finalmente la verità agli elettori sulla situazione italiana, che si assumano la responsabilità di proporre un nuovo patto sociale, che siano credibili circa la volontà e la capacità di portare avanti queste riforme. Perché su una cosa non ci possono essere dubbi: tutto questo non sarà senza dover combattere contro interessi consolidati da tempo che useranno tutto il loro potere per non cedere e senza che tutti, cittadini, lavoratori, imprenditori, proprietari, debbano pagare un prezzo alto. L’unica cosa che potrà e dovrà essere garantita e riconosciuta da tutti è l’equità dei sacrifici.

Finora questa possibilità era impedita da Berlusconi, dal suo ottimismo di facciata, dalle sue promesse a buon mercato, dalla sua propaganda spudorata. Ora però sempre più persone cominciano a capire i danni sempre più gravi che anni di chiacchiere, bugie, immobilismo e leggi nell’interesse del capo e della sua cricca stanno procurando all’Italia. È perciò urgente per l’opposizione abbandonare tatticismi, piccoli interessi di gruppo, timidezza, ideologismi per mettere in campo i suoi uomini migliori e meno compromessi e presentare al Paese un progetto di rinascita. In caso contrario la sua responsabilità non sarà inferiore a quella di Berlusconi e del suo gruppo.

È infine necessario che una forte maggioranza di cittadini escano dall’incantamento di Berlusconi e dalla demagogia della Lega, comprendano la necessità degli indispensabili sacrifici e sostengano una maggioranza alternativa nel suo sforzo riformatore. In caso contrario le conseguenze per il paese e il suo futuro potrebbero essere molto gravi.

o

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