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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 393
Le ultime vicende vaticane meritano alcune considerazioni, che vanno al di là del trapelamento (leak) di notizie e documenti di cui è accusato il maggiordomo. Infatti dietro i Vati(can)leaks ci pare sia in atto uno scontro tra i fautori del cardinal Bertone e quelli a lui contrari. Ma quella che a prima vista poteva sembrare la solita (e squallida) lotta per il potere non meritevole di alcuna considerazione, forse può essere valutata in modo diverso, anche alla luce della rimozione del direttore dello Ior (Istituto per le Opere di Religione, cioè la banca del Vaticano) Gotti Tedeschi e del «promoveatur ut amoveatur» di mons. Viganò, ex segretario generale del governatorato e ora nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Non ha tutti i torti, e forse va valutata in modo positivo, la corrente che si oppone a Bertone, e quindi al Papa (ma non è un demerito) poiché Bertone è stato per anni suo vice al Sant’Uffizio, ed è stato da lui nominato segretario di stato. La linea di Bertone è la linea di Ratzinger tout court. Guarda caso, è tedesco il presidente ad interim della banca vaticana Hermann Schmitz, e molto probabilmente sarà tedesco il nuovo direttore, l'ottantunenne ex governatore della Bundes-Bank Hans Tietmayer. Ciò è avvenuto perché il banchiere Gotti Tedeschi stava «normalizzando» l’istituto incamerando a pieno titolo le norme anti-riciclaggio (e altri aspetti come la trasparenza), per portare la banca vaticana nella cosiddetta White List (la lista «bianca» delle banche e paesi «virtuosi»). Questo non deve esser piaciuto troppo al Segretario di Stato, che voleva vincoli meno rigidi, nella scia dei cosiddetti paradisi fiscali, tanto da risultare se non nella lista nera (Black List) sicuramente in una «grigia».

Che il Vaticano possieda una banca passi (anche se possiamo disquisire sulla faccenda a lungo e in maniera non troppo tenera), ma che almeno sia nella White List: si chiede un minimo di decenza, non una moralità eroica. Se il Vaticano opera, come dice, per il bene della chiesa e dell’umanità, che almeno la sua banca sia «virtuosa»; se non è virtuosa la loro, quale istituto di credito dovrebbe esserlo? L’altra cosa su cui Gotti Tedeschi ha fatto resistenza è stato il salvataggio del S. Raffaele, che Bertone voleva a tutti i costi; giustamente non se l’è sentita di accollarsi quell’enorme debito fallimentare (per non parlare delle eventuali illegalità nella conduzione dell’opera di don Verzé).

In modo simile Viganò, circa un anno fa, da segretario generale del governatorato, aveva scritto due (o più) lettere al Papa denunciando situazioni di corruzione all’interno dell’apparato vaticano. Il fatto di essersi ridotto a scrivere significa quasi sicuramente che non ha avuto accesso diretto al Papa (nessuna udienza), e che le due lettere (probabilmente un doppio tentativo) saranno anch’esse state intercettate: il Papa è murato dall’apparato curiale dei potenti vassalli di turno, esattamente come nei precedenti pontificati.

Tali lettere le ha divulgate Gianluigi Nuzzi nella trasmissione d'inchiesta di La 7 «Gli intoccabili», e poi nel libro Sua Santità, che contiene tante altre «perle» riservate, e ha suscitato un duplice scandalo inversamente proporzionale: per alcuni lo scandalo è quasi interamente nella fuga di materiale riservato (e poco e niente nella corruzione), mentre per altri (noi compresi) sta tutto nella corruzione in Vaticano e praticamente nulla per il leak. Parecchi politici fanno parte del primo gruppo, e addirittura tre deputati hanno chiesto al governo di ritirare il libro di Nuzzi, senza entrare nel merito e guardare al contenuto, ma solo agli aspetti formali del Vatileak: si può, non si può, chi è stato, perché lo ha fatto, ladro, ricettatore…

A causa della denuncia della corruzione, Viganò è stato spedito come nunzio apostolico negli States, dove però ha trovato consensi, amici e sostenitori nell’ala più liberal, decisamente consistente, dell’episcopato americano, e soprattutto nel presidente di tale conferenza episcopale, il card. Dolan di New York (Scola contro Dolan nel futuro conclave?). Infatti non deve essere neppure piaciuta agli avversari di Bertone (come a noi) la «normalizzazione» della diocesi ambrosiana (invocata anche dal successore di Don Giussani), con la nomina di Scola dopo due episcopati aperti e lungimiranti come quelli di Martini e Tettamanzi.

In conclusione avvertiamo una sacrosanta, decisa e frontale opposizione al cosiddetto partito romano clericale e affarista, attento solo ai grandi e ai vip (come il segretario personale del Papa, l’aitante p. Georg, assiduo frequentatore dei salotti della Roma-bene). Ci pare abbiano agito a fin di bene: per questo il trafugamento di documenti riservati (il carpirne l’informazione e farla circolare, non il rubarli o falsificarli) non è poi una cosa così grave: un nobile scopo tollera una piccola illegalità.

Nonostante questa valutazione positiva di alcuni di loro, ciò non toglie tuttavia il nostro giudizio molto severo in generale sul vatican-empire. Ad es. che il Vaticano sia la casa di Dio (come subito i mass-media, coi loro vaticanisti ossequienti, hanno interpretato la citazione fatta dal Papa di Mt 7,24s: la casa sulla roccia che non cade nonostante l’infuriare dei venti; ma si tratta di un passo che non ha nessuna relazione con la chiesa-tempio), è una «sparata clericale» che merita solo una contro-battuta: se non cade, lo fa perché è la casa della potenza satanica, che si oppone a Dio ragionando secondo gli uomini (Mt 16,23 e Mc 8,33) e la loro pecunia-mammona.

In termini teologici più raffinati delle battute, per l’apparato romano e papale vale l’affermazione lapidaria di Karl Barth: la religione è l’interesse per eccellenza dell’uomo ateo, o comunque incredulo. Il religioso sistema curiale d’oltreTevere è lontano anni-luce dal messaggio di Gesù; la casa del crocefisso semmai può cadere, perché Dio è debole e impotente nel mondo, e non la massima espressione della potenza e del dominio come credono prelati e vaticanisti.

 392

Spiace non condividere l’auspicio del presidente Giorgio Napolitano per un 25 aprile festa nazionale condivisa da tutti gli italiani. Non è così, e forse non lo potrà mai essere, a partire dalle modalità sociali, storiche e geografiche degli avvenimenti. Sostanzialmente solo il Centro-nord, e per tempi diversi a seconda delle zone, conobbe la Lotta di Liberazione e, a onta del mito fondativo dell’azione di popolo, vi fu una robusta zona grigia che si mise alla finestra in attesa dell’evoluzione dei fatti. Raccontano che nell’immediato dopoguerra nessuno al Sud sapesse di preciso perché ci fosse festa in quel giorno, caratterizzato soprattutto dalla chiusura degli uffici e delle scuole. È bastato del resto un articolo uscito in quella data su «Il giornale», a firma di Marcello Veneziani, per far riesplodere tutte le polemiche sulle ambigue equiparazioni tra le parti in lotta, nonché sulla quantità di sangue versato per stabilire quale sia stata la parte peggiore. Siamo molto lontani dal 14 luglio dei francesi. Per un 25 aprile condiviso occorre, a detta di Veneziani, riconoscere, tra l’altro, che «le vittime del comunismo sono state molto più numerose di quelle del nazismo, shoah inclusa» e che «va onorato chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor di patria».

Già… la patria, che, però, hanno osservato altri commentatori, non è un concetto neutro, ma dipende con quali scopi si coniuga. Per cui se l’8 settembre ’43 è morta una certa idea di patria connessa con l’arroganza nazionalistica e il razzismo, è sicuramente nata un’altra idea di patria, basata sulla pace, il rispetto e la collaborazione tra i popoli. Su queste fondamenta è stata ricostruita l’Italia e ancor più quell’Europa, oggi così malvista e indebolita da risorgenti pericolosi nazionalismi, ma che ci ha garantito 70 anni di pace e benessere.

Approfondisce meritoriamente il tema lo storico Gianni Oliva («La Stampa», 25 aprile) quando afferma che mentre i nomi dei partigiani caduti, salvo eccezioni, non ci dicono più nulla, per il gran tempo trascorso: «sono ormai freddi come la pietra nella quale sono incisi», non così il progetto, che, consciamente o meno, li animava: «la prospettiva e il sistema di valori per cui si sono battuti che sono ancora vivi perché stanno a fondamento della nostra democrazia». Qui si coglie il collegamento tra passato e presente e il motivo profondo che ci spinge a ricordare ogni anno la Resistenza. Per nostra fortuna ha vinto questo progetto, ma ce n’era un altro che prevedeva un’Europa diversa basata su una rigida gerarchia di popoli in cui alcuni avrebbero comandato, altri lavorato da schiavi e altri ancora sarebbero stati soppressi perché semplicemente indegni di vivere.

Non c’è dubbio che tra i volontari di Salò molti fossero in «buona fede», ma, conclude Oliva, quando si fa la biografia dei popoli non è la buona fede a contare ma il progetto per cui si è schierati. Basta rileggere, ad esempio, la lettera che scrisse Quinto Bevilacqua due giorni prima di essere fucilato al Martinetto per capire la profondità delle scelte che allora molti giovani fecero, fino al sacrificio della vita. Non dimentichiamo, ogni anno, di porre un fiore su quelle lapidi, ormai fredde.

 391

Vent’anni fa morivano quasi insieme (6 febbraio e 25 aprile), David Maria Turroldo e Ernesto Balducci. Abbiamo visto Balducci l'ultima volta al funerale di Turoldo. Aveva accettato l'invito de il foglio a Torino, per maggio, a dibattere con Vattimo su «Processo all'Occidente». Dopo i primi anni, sono stati un po' dimenticati. Sono due figure alte nella storia religiosa e civile italiana, da reincontrare in questa occasione, come propongono diverse iniziative in tutta Italia. Non si tratta affatto di canonizzarli. Chi li ha conosciuti ha visto anche aspetti discutibili. Ma sono ancora maestri.

Il 1992 era all'inizio dei decenni post-89, di Tangentopoli, del tempo delle «nuove guerre», era il 500° della «conquista» dell'America, il 30° dell'apertura del Concilio. In quel tornante storico, essi ci consegnavano il loro lascito. Un anno dopo moriva anche Tonino Bello. Riascoltare oggi le loro voci ed esperienze implica per noi ricapitolare il loro tempo nel nostro tempo, assai mutato. In che cosa è mutato il nostro presente? Difficile dirlo in breve.

Il capitalismo finanziario, la «rivoluzione dei ricchi», ha trionfato, schiacciando altre dimensioni dell'incontro planetario dei popoli, con le guerre finanziarie e quelle militari. Il cristianesimo per un verso (nel cattolicesimo) ha congelato la profezia conciliare, per un altro verso, nella vita personale e di base dei credenti, ha addolcito la quadratura geometrica del dogma in apertura della fede fiduciale, ha spostato l'accento centrale dall'ortodossia all'ortoprassi evangelica, dall'autosufficienza delle chiese verso la fraternità ecumenica, da una morale legalistica al primato di giustizia e amore, e ha modificato la liturgia da riserva supersacrale ad atto del popolo sacerdotale. Sono segnali più positivi che negativi, nella vita religiosa comune, e assai meno nei palazzi e paraggi. La decadenza dell'istituzione religiosa fa temere quanto ai numeri, ma può non far temere per la fede. La politica voleva in Italia fare una seconda repubblica (ad opera di statisti fondatori come Craxi e Berlusconi) e nel mondo un nuovo ordine mondiale (ad opera del genio di Bush). Due fallimenti sciagurati. Ora la crisi di tutto, non di qualcosa, è l'occasione per ripensare tutto.

Entrambi, Balducci e Turoldo, nella loro diversità, hanno lavorato per superare la disperazione storica, che minacciava già il loro tempo. Hanno visto profilarsi il tempo di guerre e di saccheggi che è arrivato da allora ad oggi. Hanno attinto nella fede una forte speranza-impegno per e dentro la storia, oltre la storia, trasmettendola con vigore attorno a sé. Sono stati uomini-ponte tra chiesa e umanità tutta, proseguendo avanti, da cristiani, sulla linea tracciata dal Concilio. Senza quasi uscire dall'Italia hanno ascoltato e interpretato il mondo umano intero, il suo ambiente, la sua storia, le sue attese. Hanno colto bene la nuova dimensione planetaria della comunità umana. Sono stati tra i promotori di quella globalizzazione plurale e libera dello spirito, della cultura, dell'ascolto e della comunicazione, che oggi resiste e combatte per difendersi dalla globalizzazione material-imperiale, che non produce unità, ma divisione e discriminazione. Si sono spesi per la pace, con accenti propri, ora più profetici, ora più politici (contro la guerra del Vietnam, i missili, la rilegittimazione della guerra che deludeva le speranze dell'89), ora più antropologici (la transizione all'«uomo inedito» indicato da Balducci), ora più ispirati (le poesie e le ballate di Turoldo), ora col ripensamento della storia e del pensiero filosofico (Balducci scrisse un manuale per i licei, Storia del pensiero umano, che più di ogni altro, fino ad oggi, recepiva le filosofie non occidentali).

Essenzialmente, mi pare che il loro significato oggi sia questo: i problemi hanno, sì, dimensioni tecniche funzionali, ma la loro vera dimensione e portata è umanistica, spirituale, planetaria, sistemica, valoriale: non bastano mezzi efficaci, ma occorre vedere fini di chiaro valore umano. La cultura e l'impegno sono richiamate, da questa memoria di due forti «apritori di strade», alle dimensioni intere e non parziali del dramma umano in corso. Far credito alle grandezze interiori e temporali che ci trascendono, ci fondano e ci elevano, è ciò che anima e sostiene l'azione paziente e tenace nel tempo, e guida avanti l'occhio e il passo sul terreno accidentato. Non siamo senza eredità di patrimoni preziosi.

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