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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 374 - settembre

Marchionne con l’appoggio della Marcegaglia, nella latitanza del governo, imposta-impone nuove (nuove?) relazioni industriali. Non più conflitto capitale-lavoro, chiamiamolo pure lotta di classe, ma collaborazione di necessità per reggere la competizione globale. O così, oppure niente.

Conflitto non è guerra a scopo di eliminazione, né di dominio. La teoria nonviolenta del conflitto è al centro della cultura che cerca la giustizia verso i diritti umani senza uso di violenza: la pace coi mezzi della pace e la giustizia coi mezzi della giustizia.

Conflitto è differenza di interessi e di diritti. Cercare la sua gestione, la sua trasformazione e composizione senza annullare né umiliare interessi e diritti di una parte o dell’altra.

Conflitto a-simmetrico è quello tra parti di diversa forza. Prima giustizia è riequilibrare le forze per una giusta trattativa. Questa richiede a ognuna delle parti di saper cedere qualcosa di non essenziale per incontrare l’interesse dell’altra parte. Il puntiglio e il prestigio (parola che significa illusione) possono dare una vittoria temporanea, ma fanno il male generale.

La forza non è violenza. La forza è costruttiva, la violenza è distruttiva. Forza è avere obiettivi, chiarezza, determinazione, resistenza, sacrifici, unità, tenacia, ma è anzitutto il diritto umano inviolabile che spetta alle persone impegnate in quella parte del conflitto. Mentre violenza è la distruzione dell’avversario o dei suoi interessi legittimi, ed è pure la lotta prevaricante, per la vittoria schiacciante e non per la giustizia.

Il movimento operaio nella sua storia generale e autentica – non nelle politiche di potenza e nelle ideologie di violenza che hanno cercato o preteso di interpretarlo – è un movimento assai più nonviolento che violento, assai più di resistenza che di attacco, di difesa e non di offesa. Episodi di violenza non sono la caratteristica del movimento operaio e dei diritti del lavoro. È una forza sociale costruttiva e una cultura umanistica, non una jacquerie disperata, sanguinaria e suicida.

Una fabbrica, una industria certo deve potere reggere la competizione, nella giungla selvaggia dei costi industriali. Ma se la fabbrica chiude, chiude anche l’operaio, non solo sul piano economico delle esigenze vitali, ma anche sul piano della civiltà del lavorare insieme per la qualità umana della vita sociale.

Contratti che dividono i lavoratori, che li privano della forza data dalla solidarietà di condizioni, sono una prevaricazione del denaro sul primario diritto umano a vivere ed esplicarsi nel lavoro materiale e sociale.

Se le condizioni globali della produzione e del mercato impongono ai dirigenti industriali ristrutturazioni obbligate, essi, per essere degni della loro responsabilità (e dei lautissimi compensi), devono saper compiere intelligenti e preveggenti scelte riguardo alle produzioni e agli obiettivi. Per fare solo due esempi: deve ancora crescere il mercato dell’auto, estesamente inquinante sotto molti aspetti, anche sociali, oppure non si deve ripensare a fondo, inventivamente, la mobilità e i suoi strumenti? Deve ancora restare obiettivo minimo e trascurato la ricerca e la produzione di massa delle energie rinnovabili, condizione ineludibile di un futuro possibile? E il sindacato dovrebbe essere il primo a proporre piani credibili di riconversione industriale che non si vedono all’orizzonte.

In una simile intelligente profonda ristrutturazione è possibile e necessaria una collaborazione tra la cultura sociale del lavoro e la cultura industriale avanzata.

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 373 - luglio
La chiesa trionfante di Wojtyla sta forse diventando chiesa purgante (nel senso del purgatorio...) con Ratzinger. Ce ne accorgiamo? Sentiamo la sofferenza e la ricerca di coraggio e determinazione con cui papa Benedetto XVI sta affrontando, alla sua età, i mali della chiesa, sessuali ed economici. Non abbiamo mai considerato evangelicamente positivo un ruolo così centralistico e assorbente, come quello dei papi moderni, gestito ora meglio ora peggio dall'uno o dall'altro, da un momento a un altro.

Ma ora, umanamente e fraternamente, condividiamo il dolore e accogliamo gli appelli evangelici che papa Ratzinger sta rivolgendo a tutti: ha detto che i mali interni alla chiesa sono peggio delle persecuzioni (che in alcuni paesi ci sono, oggi). Questo è vangelo autentico. Onore al vero. Nessuno è senza errori o debolezze, anche per paura, nella vita personale o nella gestione di grosse responsabilità comunitarie. Molto più di ciò che una persona ha fatto in passato, conta la direzione che prende ora.

Anche chi è avversario della chiesa di Cristo, non sia spietato, se gli è possibile, ma giusto. Ogni male è male, ma la mescolanza della chiesa col potere economico spregiudicato potrebbe essere il peggiore, il più vischioso e duro ostacolo alla testimonianza della fede in Cristo, che ci salva dal male con la sola forza della verità inerme e dell'amore coraggioso.

Più dei singoli papi, umanamente soli e condizionati, sono gli estesi ramificati apparati, spesso credenti non nel Dio di Gesù, ma nell'idolo della potenza, quelli che legano il vangelo, pretendendo di rappresentarlo, e lo negano a chi non può riconoscere in tali strutture atee una qualche traccia del volto fraterno di Dio.

Però, anche i papi, questo papa, potrebbero fare qualcosa di più per scendere dal trono, togliersi le scarpe rosse e le palandrane, camminare e faticare con l'umanità, cominciare a liberarsi dalle maschere deformanti la Parola evangelica, che pure cercano di annunciare.

Sappiamo bene quanto è difficile e faticoso. Tutti, anche chi non conta nulla come noi, abbiamo simili problemi di conversione effettiva. Aiutiamoci a vicenda, cattolici allineati e non allineati, cristiani di tutte le chiese, e diversamente credenti. Aiutiamo anche il papa, perché è un uomo stanco di anni, messo alla prova dalla vita, come tanti altri, e perché di fatto è un riferimento per molti, che può incoraggiare o scoraggiare. Se cambia qualcosa nel papa, cambia qualcosa dappertutto. Vi ricordate di papa Giovanni? Tradizionale anche nel cappuccio di velluto (il «camauro») e rivoluzionario col vangelo e la spinta a seguirlo di nuovo. Aiutiamoci invocando lo Spirito, con la franchezza, con la fedeltà personale alla vita evangelica rivelata e ispirata da Gesù di Nazaret.

o

 372 - maggio-giugno

Abbiamo individuato le cause strutturali della pedofilia nella distorta pedagogia clericale (il foglio 371) e nella condizione umana del clero. È ovvio che ogni accusa collettiva è sempre ingiusta. Ma non è ingiusta né indebita una penitenza comunitaria della chiesa.

Adriano Prosperi (sulla «Repubblica» del 12 aprile) ha scritto che «la scelta davanti alla quale le autorità ecclesiastiche si trovano è quella tra la verità senza veli e la ragion di chiesa, tra la tutela delle vittime e l'omertà verso gli aguzzini, tra la giustizia da rendere a chi ha patito offesa e una malintesa fedeltà all'istituzione. Solo abbracciando la verità e la giustizia senza riserve e senza infingimenti il governo della chiesa potrà ancora parlare alla coscienza dei cristiani e potrà riaprire quel filo di comunicazione con l'umanità intera che oggi rischia di spezzarsi. (…) Il prezzo da pagare è liquidare le residue incrostazioni di un passato che stenta a passare. (…) La paura che la conoscenza della verità incrinasse le basi del consenso popolare ha creato le condizioni perché il corpo ecclesiastico facesse quadrato intorno ai suoi membri. Così furono creati tribunali segreti e concessi privilegi speciali alla parte ecclesiastica della Chiesa. Quei tribunali nascosero le colpe del clero nel momento stesso e con gli stessi strumenti con cui lo obbligavano a un'immagine pubblica di alto profilo morale e culturale. (…)Non è in discussione l’impulso criminale dei pedofili, in quanto tale diffuso tra chierici e laici, ma il crimine creato da una legge speciale che ha fatto del sacramento dell’Ordine sacro e della licenza di confessore un privilegio corporativo. Bisogna che le regole sbagliate siano cancellate. Sono le vittime che debbono tornare al primo posto, non i carnefici. Se la giustizia della Chiesa vuole rientrare in contatto con la giustizia degli uomini e con quella di Dio questa è la priorità. Non più coperture di segreto e licenze di libera circolazione a lupi coperti dall’abito talare».

Fin qui Prosperi. La chiesa non solo deve dire la verità, ma assolutamente non deve difendere se stessa, l'istituzione, più delle persone offese, più delle vittime. Ogni persona umana vale più di ogni «sabato». È questa la ragione delle critiche al silenzio di Pio XII sulla shoah, pur nella complessità di quel caso. È questo il messaggio attualissimo del Celestino V di Silone in L'avventura di un povero cristiano. Sul letto di morte, Papa Giovanni diceva: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica».

Poi, la chiesa del vangelo non conosce solo la colpa senza rimedio: conosce anche, in tutti i campi, la «medicina della misericordia» (Giovanni XXIII al Concilio), la speranza anche per i peggiori peccatori: ovviamente, nel caso della pedofilia, la pietà e il perdono devono accompagnarsi alla massima vigilanza contro il menomo pericolo di reiterazione e al giusto risarcimento morale e materiale alle vittime.

In questo clima ecclesiale, il movimento internazionale «Noi siamo chiesa» sostiene fermamente la lettera aperta di Hans Küng ai vescovi (cfr. «La Repubblica» del 15 aprile), nella quale il teologo li esorta a intraprendere le necessarie riforme: 1. Il popolo di Dio deve poter partecipare a tutti i livelli della nostra chiesa, così che si possa cominciare ad affrontare le sfide pastorali attraverso modalità innovative. I fedeli devono avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi, altrimenti Roma continuerà a nominare vescovi più interessati all’istituzione che al gregge. 2. La misoginia ecclesiastica deve finire e le donne devono essere ammesse al presbiterato, ministero che dovrà essere basato sul servizio e non sul potere. 3. Il celibato dovrà diventare facoltativo, così che l’amore sponsale non resti un tabù per i chierici. 4. Si dovranno accettare i risultati delle scienze umane riguardo alla morale sessuale e si dovrà rispettare il primato della coscienza individuale informata. 5. Si dovrà predicare un Vangelo che sia un invito alla pienezza di vita e non uno strumento per disciplinare la gente attraverso l’intimidazione.

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