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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 372 - maggio-giugno

Abbiamo individuato le cause strutturali della pedofilia nella distorta pedagogia clericale (il foglio 371) e nella condizione umana del clero. È ovvio che ogni accusa collettiva è sempre ingiusta. Ma non è ingiusta né indebita una penitenza comunitaria della chiesa.

Adriano Prosperi (sulla «Repubblica» del 12 aprile) ha scritto che «la scelta davanti alla quale le autorità ecclesiastiche si trovano è quella tra la verità senza veli e la ragion di chiesa, tra la tutela delle vittime e l'omertà verso gli aguzzini, tra la giustizia da rendere a chi ha patito offesa e una malintesa fedeltà all'istituzione. Solo abbracciando la verità e la giustizia senza riserve e senza infingimenti il governo della chiesa potrà ancora parlare alla coscienza dei cristiani e potrà riaprire quel filo di comunicazione con l'umanità intera che oggi rischia di spezzarsi. (…) Il prezzo da pagare è liquidare le residue incrostazioni di un passato che stenta a passare. (…) La paura che la conoscenza della verità incrinasse le basi del consenso popolare ha creato le condizioni perché il corpo ecclesiastico facesse quadrato intorno ai suoi membri. Così furono creati tribunali segreti e concessi privilegi speciali alla parte ecclesiastica della Chiesa. Quei tribunali nascosero le colpe del clero nel momento stesso e con gli stessi strumenti con cui lo obbligavano a un'immagine pubblica di alto profilo morale e culturale. (…)Non è in discussione l’impulso criminale dei pedofili, in quanto tale diffuso tra chierici e laici, ma il crimine creato da una legge speciale che ha fatto del sacramento dell’Ordine sacro e della licenza di confessore un privilegio corporativo. Bisogna che le regole sbagliate siano cancellate. Sono le vittime che debbono tornare al primo posto, non i carnefici. Se la giustizia della Chiesa vuole rientrare in contatto con la giustizia degli uomini e con quella di Dio questa è la priorità. Non più coperture di segreto e licenze di libera circolazione a lupi coperti dall’abito talare».

Fin qui Prosperi. La chiesa non solo deve dire la verità, ma assolutamente non deve difendere se stessa, l'istituzione, più delle persone offese, più delle vittime. Ogni persona umana vale più di ogni «sabato». È questa la ragione delle critiche al silenzio di Pio XII sulla shoah, pur nella complessità di quel caso. È questo il messaggio attualissimo del Celestino V di Silone in L'avventura di un povero cristiano. Sul letto di morte, Papa Giovanni diceva: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica».

Poi, la chiesa del vangelo non conosce solo la colpa senza rimedio: conosce anche, in tutti i campi, la «medicina della misericordia» (Giovanni XXIII al Concilio), la speranza anche per i peggiori peccatori: ovviamente, nel caso della pedofilia, la pietà e il perdono devono accompagnarsi alla massima vigilanza contro il menomo pericolo di reiterazione e al giusto risarcimento morale e materiale alle vittime.

In questo clima ecclesiale, il movimento internazionale «Noi siamo chiesa» sostiene fermamente la lettera aperta di Hans Küng ai vescovi (cfr. «La Repubblica» del 15 aprile), nella quale il teologo li esorta a intraprendere le necessarie riforme: 1. Il popolo di Dio deve poter partecipare a tutti i livelli della nostra chiesa, così che si possa cominciare ad affrontare le sfide pastorali attraverso modalità innovative. I fedeli devono avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi, altrimenti Roma continuerà a nominare vescovi più interessati all’istituzione che al gregge. 2. La misoginia ecclesiastica deve finire e le donne devono essere ammesse al presbiterato, ministero che dovrà essere basato sul servizio e non sul potere. 3. Il celibato dovrà diventare facoltativo, così che l’amore sponsale non resti un tabù per i chierici. 4. Si dovranno accettare i risultati delle scienze umane riguardo alla morale sessuale e si dovrà rispettare il primato della coscienza individuale informata. 5. Si dovrà predicare un Vangelo che sia un invito alla pienezza di vita e non uno strumento per disciplinare la gente attraverso l’intimidazione.

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 371 - aprile

Il risultato elettorale del Piemonte, più che una chiara prevalenza politica, indica la spaccatura verticale della popolazione tra due parti politiche incomponibili, e la divisione tra la città capoluogo e le province regionali. Si diceva nell’epoca dei liberi Comuni che «l’aria di città rende liberi». La comunicazione che ha annullato lo spazio e le distanze non ha annullato del tutto le relazioni sociali e culturali sul territorio, che influiscono sul nostro modo di vedere. È cresciuta in regione la Lega, sono scesi sia Pdl che Pd (www.cattaneo.org). 

La Lega rappresenta lo spirito antisolidale. «Prima i nostri»: questa carenza umana percorre come oscura epidemia il nostro popolo, largamente affetto o influenzato dal miope egoismo etnico-economico. Federalismo, contro il suo significato storico, è inteso come separazione dai più poveri. Viviamo a contatto immediato col mondo e non abbiamo animo e mente adeguati.

In Italia cala il Pdl, ma non l’arroganza onnivora che ora si esprime nel rinnovato proposito di deformare la democrazia parlamentare in presidenzialismo personalistico. Dopo le tante leggi ad personam, avremo una Costituzione ad personam? Si sveglieranno i non aggiogati a questo progetto P2, per unirsi a sventarlo? Non è una questione di funzionalità tecnica, ma di diritti politici di partecipazione, e di consapevolezza civile, insomma di dignità dei cittadini. Ciò non esclude una riforma saggia del sistema parlamentare.

L’opposizione dovrebbe imparare che i metodi diplomatici non guadagnano consensi di fronte alla spregiudicatezza, libera da ogni etica di verità, della coalizione governativa impersonata e (finora) dominata dal principe degli affari propri, allergico ad ogni regola. Non rende neppure la buona amministrazione, sotto l’impero dell’immagine, e del facile messaggio risonante, abiti che possono rivestire il vuoto ideale e programmatico, o anche il peggio. Rende di più, presso i liberi cittadini, il prospettare in uno dei vari modi un’alternativa, ma fortemente qualificata sul piano culturale e democratico. Le formazioni di Di Pietro, di Grillo, di Vendola, ben differenti tra loro, dimostrano qualche consistenza, perché fanno immaginare altro, oppure raccolgono la nausea, un passo prima della fuga nell’astensione. L’astensione cresciuta è infatti una ferita della democrazia. Più di un terzo di elettori assenti riduce a troppo poco la rappresentanza.

Occorre che il Pd, che ha la responsabilità di leader dell’opposizione, ci pensi bene, e trovi una forma di unità collaborativa e di maturazione con queste aree in movimento, per costruire questa alternativa, sulla base solida dei valori costituzionali, al cattivo destino italiano che si avvicina al ventennio.

La chiesa vatican-vescovile è colpevole per omissione e per commissione. Non che essa possa determinare il costume sociale-civile, e di conseguenza le scelte politiche, ma dire la parola profetica, sì, sulla ingiustizia e la giustizia, sulla prevaricazione e sul diritto, sul dominio e sulla pace. Questa parola le è affidata, perché possa elevare il cammino della storia umana lungo i tempi, in collaborazione con ogni tensione spirituale più alta delle forze materiali, e perché mostri il danno all’umanità della volontà di potenza, della menzogna ammaliatrice, della seduzione egoistica. La chiesa italiana non è tranquilla, è sanamente turbata, molte coscienze in essa soffrono della condiscendenza utilitaria delle gerarchie verso una politica che non è di giustizia e libertà. Si deve sperare, dunque impegnarsi.

o

 370 - marzo

Da qualche anno, l’Italia vive una forte contraddizione, si potrebbe anche dire una grande ipocrisia: da una parte ha bisogno delle braccia degli immigrati dai paesi poveri, del loro lavoro, della loro voglia di riscatto, dall’altra stenta a riconoscergli i diritti che spettano ai lavoratori e perfino quelli che si dovrebbero agli esseri umani in generale, sfruttandoli al limite della schiavitù ed emarginandoli in condizioni di vita subumane, come i fatti di Rosarno hanno messo in luce. Da quando è in carica questo governo di centrodestra, sotto la spinta della Lega Nord, a questa situazione già molto pesante si è aggiunta anche una pressione ideologica, propagandistica e legislativa insostenibile. Usando in modo spregiudicato una demagogia identitaria con lo spauracchio dello straniero negatore della nostra «civiltà» e criminale abituale , si tenta di togliere spazi, speranze, futuro a tutti gli stranieri, regolari o no, per poterli meglio sfruttare e guadagnare consensi presso quella parte di popolo disorientata e spesso anche un po’ cialtrona. Ogni discorso di regolarizzazione, acquisizione di diritti civili e politici e di integrazione è stato abbandonato per un puro intervento repressivo e restrittivo. Non c’è da stupirsi che tra i lavoratori stranieri monti la rabbia e la frustrazione, che comincia a esprimersi in agitazioni, rivolte, scontri tra etnie e con la popolazione italiana. Se la situazione non cambia i fatti di Rosarno, di Milano e di altri luoghi si moltiplicheranno e si aggraveranno. Le reazioni della sinistra e della chiesa ufficiale sono ancora troppo blande e poco incisive. La sinistra moderata, in particolare, ha ampiamente sottovalutato il fenomeno immigrazione e le reazioni che prevedibilmente poteva generare e oggi sconta il ritardo con la difficoltà che incontra a impostare una politica adeguata e ad avere una presa sull’opinione pubblica, oscillando tra un eccessivo lassismo e un rincorrere ciecamente la Lega sul suo terreno. Come si comprende facilmente i due problemi principali che ci troviamo a fronteggiare, lavoro e immigrazione, sono strettamente intrecciati e richiedono una politica lungimirante, coraggiosa e generosa. La chiesa di base svolge un’azione meritoria ed efficace nell’aiuto e nell’integrazione dei migranti; quella ufficiale però, tranne generici richiami alla solidarietà, stenta ancora a riconoscere e denunciare con la forza che sarebbe necessaria l’«eresia etnica» (cfr. il foglio 368), cioè l’uso della religione e dei suoi simboli per segnare una differenza, discriminare, ghettizzare, odiare, invece che per comprendere, condividere, unire, amare. È ora di prendere piena coscienza della gravità della situazione, del suo rapido deterioramento e di abbandonare ogni sottovalutazione e minimizzazione prima che si avviti una spirale perversa di rivolte, repressioni, violenze. La reazione deve essere forte e adeguata alla sfida, perché in ballo non c’è niente di meno che una questione di civiltà e di umanità.

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