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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 482
Sera di Ferragosto: i tg annunciano il rientro dei talebani a Kabul. Dopo 20 anni – dicono – tornano indietro le lancette della storia. Privo delle milizie straniere, il governo è crollato immediatamente, come un castello di carte.

Si parla di ‘fallimento’ della guerra condotta in questi due decenni dalla coalizione internazionale a trazione Usa e Nato. E la domanda più frequente è che fare perché non vengano azzerati i diritti più elementari degli afghani e soprattutto delle donne.

È una domanda che nei tempi recenti è stata spesso rivolta anche ai pacifisti. Il rifiuto degli interventi armati significa ignavia di fronte ai soprusi e abbandono delle vittime? L’unico obiettivo è yankees go home, dopodiché subentra l’indifferenza? L’antiamericanismo ci acceca e ci fa dimenticare il ‘peccato originale’ dell’invasione sovietica, come il ruolo – sciagurato – di Sarkozy nella guerra libica?

Sono interrogativi che meritano la massima attenzione. Purché non siano branditi in modo retorico e strumentale, come un modo furbesco di rilanciare la palla nel campo dell’avversario e celare le proprie responsabilità. Chi domanda ai pacifisti qual è la loro soluzione, non può non dire qual è la sua (e valutarne i risultati, qualora abbia trovato applicazione). Se dietro quella domanda si nasconde la convinzione che l’unica strada praticabile sia quella dell’intervento armato, occorre l’onestà, la franchezza e il coraggio di dichiararlo. In sostanza, se penso che gli USA e i loro alleati avrebbero dovuto portare in Afghanistan il triplo di soldati, con disponibilità a riportare a casa non tremila ma dieci o quindicimila giovani cadaveri, e a spendere non mille miliardi di dollari ma diecimila, e a restare su quel terreno non 20 ma 50 anni, debbo argomentare queste proposte e spiegare perché i generali del più potente esercito del mondo non ne sembrano convinti.

Se insomma la domanda «Ma che fanno i pacifisti?» è solo un escamotage dialettico per negare il clamoroso fallimento dei non-pacifisti, quella domanda può essere rispedita al mittente: come rispedirei al mittente il post di Salvini datato 15 agosto 2021: «Vergogna. Qualcuno al governo dovrebbe rileggersi Oriana Fallaci». Ma santo cielo, la strada su cui ci siamo avviati vent’anni fa non era proprio quella additata da Fallaci? Non era forse lei (Fallaci) a invocare l’occupazione militare dell’Afghanistan e poi dell’Iraq e ad attaccare sistematicamente chiunque – come il suo amico Tiziano Terzani – esprimesse dubbi e obiezioni? La Lega che era al governo nel 2001, e poi nel 2003 quando partecipammo alla guerra in Iraq, e ancora nel 2011 quando per sei mesi partirono dalle nostre basi i bombardieri diretti in Libia, non ha nulla da dire sul risultato di quelle scelte? Non ci si rende conto che gettando nel caos l’intero Medioriente e il Nordafrica – dopo che si erano foraggiati i mujahedden sauditi e wahabiti in funzione antisovietica ‒ hanno spalancato ‘autostrade’ al terrorismo e hanno di gran lunga peggiorato la condizione delle donne (e di tutte le minoranze religiose) in una vasta area del mondo? Per non dire che hanno contribuito in modo decisivo a costringere milioni di disperati alla migrazione verso l’Europa, che anche così paga il prezzo di queste guerre. Ai quali migranti, naturalmente, ora dovremmo correre a sbarrare le porte, dopo che li abbiamo ‘creati’.

Torniamo all’interrogativo iniziale. A chi si pone giustamente e onestamente quella domanda – non per riattivare i giochi e i profitti del gigantesco complesso industriale-militare, ma per cercare altre strade – tutti gli operatori di pace sono chiamati a dare una risposta, sapendo che non può essere facile né di breve periodo. Nel caso dell’Afghanistan la difficoltà è aggravata dagli effetti controproducenti della guerra, in cui gli afghani critici verso i talebani sono stati bollati, loro malgrado, come ‘collaborazionisti’ e in queste ore drammatiche vedono come unica salvezza la fuga. Ma è una domanda che insieme con i 38 milioni di afghani riguarda tutti i popoli sottoposti a regimi spietati e opprimenti, dalla Corea del Nord all’Eritrea. La comunità internazionale può agire, e in che modo?

Ci si scontra qui con la crisi crescente delle istituzioni internazionali. Specialmente dopo il 1989 il peso dell’ONU è crollato: ormai pochissimi conoscono il nome del Segretario Generale, mentre nei decenni precedenti le sue dichiarazioni comparivano quotidianamente nei notiziari. Può avere ancora un senso, in questo quadro, parlare di «operazioni di polizia internazionale»? In alcuni casi sì, e anche alcune delle missioni che coinvolgono militari italiani possono avere un senso: in Libano, ad esempio, o nel Kashmir. Ma sono missioni di interposizione e peace-keeping, ben diverse da un’occupazione militare dell’intero territorio.

È possibile, invece, pensare a forme disarmate di intervento o di pressione? Alcune esperienze sono state studiate e tentate dalle organizzazioni pacifiste e nonviolente. Con quali risultati? Probabilmente modesti, ma per lo meno senza recare ulteriori danni e massacri. Un contributo significativo potrebbe attuarsi attraverso il sostegno finanziario alle associazioni che in quelle aree svolgono attività umanitarie, oppure agli esponenti e ai movimenti – di quei paesi – che cercano gradualmente (e in modo più o meno clandestino) di promuovervi il riconoscimento dei diritti umani; e anche tramite la promozione, nei limiti del possibile, dello scambio culturale con quei popoli. Ma particolarmente importante potrebbe essere, in queste prospettive, il lavoro tra – e con – i milioni di profughi. Che potrebbe essere notevolissimo e preziosissimo, se gli si dedicasse anche solo una piccola parte delle enormi somme investite nella guerra.

 481
Il card. Gualtiero Bassetti ha dichiarato che il celibato dei preti e il presbiterato alle donne non saranno all'ordine del giorno del Sinodo italiano; lo sono invece in quello tedesco: non conosciamo le motivazioni delle dimissioni del card. Reinhard Marx (presidente della conferenza episcopale tedesca nonché arcivescovo di Monaco) offerte al Papa, ma sicuramente ha voluto smuovere le acque e accendere la miccia, sostenendo che la chiesa è ad un punto morto. Essa infatti deve cambiare a fondo, molto, molto di più di quel che è stato fatto dal Concilio a papa Francesco.

Papa Bergoglio ha voluto Marx sia nel consiglio dei cardinali che lo coadiuvano nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa mondiale, sia a capo del Consiglio vaticano per l’Economia, incarichi che tuttora ricopre. Rammentiamo pure che, a ridosso dell’avvio del percorso sinodale della Germania (dicembre 2019), una lettera del cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della congregazione dei Vescovi, esprimeva una certa apprensione per il rischio che il consesso tedesco volesse affrontare questioni fondamentali di competenza della sede apostolica. Fu un avvertimento a cui fece seguito, nel giugno del 2019, una lettera «al popolo di Dio che è in cammino in Germania» con la quale papa Francesco in persona metteva in guardia dal rischio di ricercare «risultati immediati che generino conseguenze rapide e mediatiche, ma effimere per mancanza di maturazione». Un intervento dovuto, a causa dell'intervento di Ouellet, che tuttavia interpretammo come un invito a continuare, con prudenza e moderazione, ma pur sempre a procedere. È infatti quasi impossibile che il porporato tedesco, dati i suddetti incarichi al massimo livello, abbia potuto inserire quegli argomenti all'ordine del giorno del Sinodo (soprattutto il celibato e «le nuove prospettive in materia sessuale») senza l'avvallo del pontefice.

Nell'ultima lettera dimissionaria scrive: «Sono giunto alla conclusione di pregarLa di accettare la mia rinuncia all’ufficio di arcivescovo di Monaco e Frisinga. Sostanzialmente per me si tratta di assumermi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa – sottolinea il porporato tedesco – non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la correità dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale»

La lettera di dimissioni e la risposta di Francesco che le respinge (entrambe pubblicate col consenso del Papa) hanno tutta l'aria di essere state concordate e orchestrate insieme. Ossia pare essere un delfino di Bergoglio proprio il porporato tedesco, che si espone in prima linea accettando di essere criticato vuoi dalle congregazioni romane, vuoi da una parte (minima) del suo episcopato. L'arcivescovo di Monaco (sulla cattedra che fu già di Ratzinger) si sta “sacrificando” per l'amico Bergoglio, esponendosi al fuoco di sbarramento degli oppositori, secondo i quali ciò sarebbe un processo di “protestantizzazione” o “luterizzazione” della chiesa cattolica (come hanno scritto certi quotidiani italiani di destra), e di cedimento demoniaco a Satana (Lutero = diavolo).

Tornando al Sinodo italiano, il card. Bassetti ha detto che i problemi basilari che attanagliano la Chiesa e l'umanità sono altri: le questioni di fondo della nostra gente sono la solitudine (chi è più solo di un prete celibe?), l'educazione dei figli, le difficoltà di arrivare a fine mese per la mancanza di lavoro, l'immaturità affettiva che porta le famiglie a disgregarsi. Il che è pure vero, ma non può essere una scusa per non affrontare anche il presbiterato tradizionale maschilista (oltre alla questione dei divorziati risposati e del celibato). Per un buon cristiano è difficile capire perché i preti sposati cattolici esistano da sempre solo in certi luoghi (Grecia, Albania, Sicilia), e in tutti gli altri siano “vietati”.

(Vedi anche articoli interni di e. p. e m. p.)

 480

«Una causa civile giunge in Germania alla sentenza di primo grado in 200 giorni, in Italia in 500»: così ha detto Mario Draghi il 26 aprile alla Camera illustrando il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) necessario per impiegare i 191 miliardi di euro contrattati dal governo Conte e dal ministro Gualtieri con l’Unione europea. Questa discrepanza evidenzia non solo la violazione dei diritti dei cittadini, ma anche l'enorme danno che una tale “giustizia” reca al sistema economico e al benessere generale. Sarà la giustizia (civile, ma anche penale) una delle quattro riforme base del governo nell'attuazione del piano, insieme a pubblica amministrazione, fisco e concorrenza.

Di riforma dell'apparato dello Stato si parla in realtà dall'entrata in vigore della Costituzione, nel 1948, quindi qualche perplessità è lecita. Il governo indica tre campi di azione prioritari: la stratificazione normativa, ormai babelica, il miglioramento delle competenze individuali, in un quadro di digitalizzazione crescente, evidentemente ancora assai arretrata. La burocrazia sarà rinforzata e digitalizzata, ma è ancora quella di sempre: sarà capace di reggere l’impatto del piano? Perché non è indifferente come, in che percentuale e soprattutto in che tempi sarà realizzato. L’Unione vigila e in caso di gravi ritardi potrebbe decidere di riassegnare i fondi a noi destinati ad altri paesi più efficienti. Fondamentale sarà anche la produttività degli investimenti che faremo, perché i fondi che riceveremo dall’Ue sono in maggioranza un prestito e se gli impieghi non genereranno un aumento adeguato del reddito tale da ripagarlo avremo solo rimandato il tracollo.

Sul fisco viene ribadito il rigoroso principio costituzionale (art. 53) della progressività delle imposte, contro ogni ipotesi di flat tax. Con qualche criticità. È noto infatti che nella situazione della pandemia chi ha avuto maggiori danni sono stati i lavoratori autonomi. Questi spesso lamentano l'esiguità dei ristori e dei risarcimenti statali per i mancati guadagni (le elemosine, abilmente cavalcate dalla destra non governativa, ma anche da quella che al governo c'è). Ci si dimentica peraltro che molti, non tutti, i titolari di queste attività, al momento di adempiere i loro doveri fiscali spesso erogavano pochi spiccioli (diciamo un'elemosina). Ci troviamo quindi di fronte a un'urticante nemesi storica, di cui nessuno parla, in nome di una equivoca «pace sociale». Questa situazione renderà assai difficile ogni riforma e Draghi infatti è stato assai generico in tema di lotta all'evasione fiscale.

Sulla concorrenza infine il presidente del Consiglio ha rilevato una nostra inadempienza nei confronti dell'Ue, le cui norme richiederebbero ogni anno dal 2009 normative in ogni stato che facessero il punto della situazione. In Italia ciò è avvenuto, e parzialmente, solo una volta nel 2017. Chi ritenesse questo tema di scarsa importanza sbaglia di grosso. La tutela della concorrenza nelle attività economiche, infatti, significa lotta alle posizioni di monopolio, agli egoismi corporativi e alle rendite di posizione, che, oltre a frenare un ordinato sviluppo, creano disuguaglianze e disparità tra i cittadini. Un esempio per tutti: le concessioni demaniali sulle spiagge, che l'Ue ci chiede giustamente di mettere a concorso, mentre da decenni sono appannaggio degli stessi gruppi ristretti e corporativi, che pagano, tra l'altro, ridicoli canoni di concessione.

Il documento presentato da Draghi prosegue con un lungo elenco di investimenti diretti a perseguire obiettivi molto apprezzabili: da uno sviluppo più accelerato del Sud al miglioramento della sanità, puntando sull’assistenza domiciliare, diffusa sul territorio, a un vasto impegno su scuola e ricerca, a partire dagli asili nido, perché è da questo livello di scolarità che inizia la lotta al disagio e alle disuguaglianze. Non mancano spunti assai interessanti sulla riqualificazione professionale dei lavoratori di comparti produttivi in declino e forti investimenti nei trasporti cosiddetti sostenibili.

Alcuni di questi temi potranno essere ripresi in altra sede. Soffermiamoci solo sullo sviluppo del Sud. Il piano prevede a questo fine l’impiego del 40% delle risorse. Anche ammessa la piena realizzazione del Pnrr, resta un grande punto interrogativo: riusciremo a raggiungere l’obiettivo di recuperare il ritardo italiano rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione? È uno sforzo notevole, ma in che misura questa massa di investimenti riuscirà a far uscire il Sud dall’arretratezza in cui si trova dall’unità d’Italia? Perché ormai abbiamo capito che lo sviluppo del sud Europa è legato a quello del nord Africa, se non a quello dell’intera Africa. Qui possiamo misurare la debolezza della politica africana dell’Unione e della nostra, insieme a quella degli altri paesi del sud Europa, per l’incapacità a imporla. Questa mancanza ci danneggia fortemente, mette a rischio l’efficacia del piano e si rivela tragicamente nei molti migranti annegati nelle acque del Mediterraneo.

Sia chiaro fin d’ora che senza le riforme citate in premessa e senza un sistema di controlli efficaci (nonché il rigoroso rispetto dei tempi) sarà ben difficile non diciamo concludere, ma neppure avviare un piano così impegnativo. Esso, nonostante tutte le riserve e le difficoltà messe in rilievo, è comunque una grande opportunità per l’Italia e occorre sperare fortemente, per il nostro bene e per quello dell’Unione, che riesca a darci la spinta necessaria per rialzarci.

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