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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 471

Il mondo non è impegnato in una guerra, perché non è in corso uno scontro tra popoli, ma una lotta comune contro un virus, però le conseguenze economiche, politiche e sociali che dobbiamo affrontare sono simili a quelle che si verificano dopo una guerra: un aumento vertiginoso dell’indebitamento pubblico e privato e la variazione delle posizioni reciproche nella società delle classi, dei gruppi sociali e degli Stati. L’indebitamento, in particolare degli Stati ‒ si parla di migliaia di miliardi di euro ‒ potrà sconvolgere l’economia mondiale per anni; la tentazione per le classi sociali o per gli Stati di approfittare di questa situazione di debolezza generale per migliorare la loro posizione o per modificare le gerarchie mondiali, potrebbero creare pericolose tensioni sociali all’interno dei paesi e negli equilibri politici tra potenze locali o globali.

Quello tratteggiato sopra è lo scenario che potremmo dover affrontare nel post-pandemia. Abbiamo però questa volta un’alternativa: la possibilità forse irripetibile di imboccare tutti insieme una strada diversa. Innanzitutto perché gli Stati si trovano in una situazione di precarietà e debolezza difficilmente valutabile, che non dà a nessuno la certezza di uscirne meglio di altri, e poi perché la globalizzazione in cui viviamo, potente e fragile nello stesso tempo, invita tutti alla prudenza. Infatti se si dovesse frantumare, le perdite sarebbero incalcolabili: per qualcuno molto alte, per altri minori ma ingenti per tutti.

È per questo che assistiamo con molto interesse e speranza al dibattito che si sta svolgendo nell’Unione europea, emblematico e precursore di quello che potrebbe avvenire a livello globale. Gli europei debbono decidere come fronteggiare l’emergenza e sono indecisi tra il «si salvi chi può» e la solidarietà. Il confronto politico si svolge con difficoltà, stretto tra due tendenze regressive: la furbizia di una parte dei paesi più deboli che vogliono cogliere l’occasione dell’emergenza per attingere a piene mani ai fondi comuni, senza preoccuparsi di correggere antichi e nuovi mali, spesso incancreniti, e senza assumersi impegni o responsabilità, e la tentazione di importanti frange politiche dei paesi più forti di approfittare della situazione di debolezza di altri per migliorare ancora la loro posizione. Le trattative tuttavia procedono e si sono fatti alcuni importanti passi avanti come l’intervento illimitato della BCE per l’acquisto del debito pubblico emesso dai singoli Stati, evitando così il fallimento dei più deboli, l’istituzione da parte della Commissione europea (il governo europeo) di un fondo comune per le emergenze e la possibilità per i vari paesi di ottenere prestiti a tassi agevolati (non è ancora chiaro, però, se ci sono condizioni, e quali, per accedervi). Si sta discutendo se dare alla BCE la facoltà di emettere titoli del debito pubblico dell’Unione con tassi di interesse decisamente più bassi di quelli praticati agli Stati più indebitati.

Lo sviluppo di queste faticose trattative ha un’importanza generale perché può indicare una strada da seguire per il resto del mondo. A livello globale, infatti, la politica non si è ancora mossa, ciascun paese annaspa per conto suo con sporadici gesti di solidarietà. Ma prima o poi si porrà il problema perché, come detto, la globalizzazione non fa sconti: l’affondamento di interi continenti o la lotta di tutti contro tutti potrebbe trascinarci in una spirale perversa.

Questa potrebbe essere dunque l’occasione per una svolta, per allargare la visione politica e quella dell’opinione pubblica dal ristretto ambito locale al livello globale, là dove si possono affrontare veramente questa come le altre emergenze che ci affliggono. Per questo però il mondo ha bisogno di leader coraggiosi, lungimiranti e pronti a cogliere i segni che la storia ci sta pressantemente inviando, come papa Francesco.

 470

Se tu non vai a Sanremo, non è detto che Sanremo non venga da te. Le canzoni di Sanremo non sono in cima agli interessi della redazione del foglio (purtroppo?), ma nessuno di noi ha potuto esimersi dal leggerne di tutti i colori sul monologo di Roberto Benigni sul Cantico dei Cantici in mondovisione. Commenti entusiasti o critici, di cattolici di sinistra e cattolici di destra, di parte ebraica, chi lo ha trovato blasfemo chi irritante chi affascinante e chi perfino geniale. Un dato è certo: è una benignata, non una lectio magistralis. Benigni è un comico. Con questi limiti, ha sdoganato un libro dell’Antico Testamento (o della Bibbia ebraica), ignoto ai più. Leggere e attirare l'attenzione sulla poesia e sulla Bibbia nei media è sempre un'operazione importante e interessante. Dobbiamo temere la contaminazione col pop? Ed è interessante e importante anche citare la bibliografia di un intervento a Sanremo, in un'epoca in cui si fa fatica a dichiarare fonti e difendere l'autorità di studiosi e scienziati (cioè di qualcuno che ne sa un po' di più dell'amico su Facebook).

Nel merito, la scelta del Cantico è stata “furba” per un contesto come Sanremo e forse ha fatto in fin dei conti un buon servizio alla causa della necessità di (ri)leggere la Bibbia per capire la nostra cultura e il nostro mondo. Tanto per fare un solo ma significativo esempio: come si capisce lo Stil Novo senza questa tradizione di testi erotico-mistici?

«In un Paese afflitto da un drammatico analfabetismo biblico, il segnale è positivo e non va sottovalutato. Così, milioni di italiani hanno appreso che il Cantico dei cantici esiste» (Brunetto Salvarani). Infinitamente di più di quelli che hanno partecipato il 17 gennaio alle iniziative della Giornata del dialogo ebraico-cristiano, il cui tema era appunto il Cantico. O di quelli che parteciperanno al convegno nazionale di Biblia su «Sogni e visioni dalla Bibbia a oggi» che si svolgerà a Torino dal 27 al 29 marzo. Non si può comparare i milioni di persone che è in grado di raggiungere un intervento pop come questo rispetto alle decine, forse qualche centinaio di persone di un convegno scientifico.

La biblista Rosanna Virgili su «Avvenire» ha dovuto ricordare a un lettore incredulo che la chiesa cattolica ha impedito per secoli l’accesso alle Scritture. A forza di citazioni di documenti papali ha mostrato come dopo il Concilio di Trento (1545-63) «le traduzioni principali furono considerate fuorilegge e per due secoli nessuna Bibbia in traduzione venne pubblicata in Italia e per altri due secoli la Bibbia non apparve nelle case dei cattolici». E come solo il Concilio Vaticano II con la Dei Verbum «stabilisca una vera cesura con il passato circa la conoscenza e la diffusione della Bibbia nella Chiesa cattolica. Siamo nel 1965: poco più di cinquant’anni fa».

Ci ha lasciati perplessi l'esacerbazione unilaterale ai fini dello spettacolo della lettura philologically correct e quindi la mortificazione della forza polisemica del testo e la cancellazione di secoli di letture e interpretazioni, che appartengono di diritto alla storia della tradizione, oltreché alla fortuna di questo testo. Forse l’esacerbazione sessuale è spiegabile come intenzione polemica contro un'educazione sessuofobica. Benigni per essere politicamente corretto ha anche infilato nel Cantico omosessuali e lesbiche. Bene buttar via l'acqua sessuofobica, ma attenzione al bambino che non è solo sesso. Non c'è bisogno di veder organi sessuali e amplessi ovunque per coglier l'eros del Cantico: si pensi ai versetti nel Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi, purissimo uso liturgico dell'eros: Nigra sum... Ecce iam hiems transiit... Surge, amica mea…

 469

Alla fine la Lega non è riuscita a conquistare l’Emilia Romagna, la campagna elettorale forsennata e violenta di Salvini non ha fatto crollare la diga emiliana che gli impedisce di dilagare in Italia.

Due sono le ragioni di questa sconfitta. Innanzitutto il buon governo di Bonaccini che ha mantenuto la sua regione tra le più avanzate d’Europa. Poi il movimento delle sardine. Movimento ancora prepolitico, di opinione, che ha riempito le piazze, ma è fondamentale, perché col suo spirito moderato, inclusivo e il suo linguaggio non violento e non volgare ha, per contrasto, messo in piena luce la campagna d’odio, basata su istinti primordiali quali la paura, l’esclusione e il possesso della Lega. Questo ha motivato i molti sfiduciati di sinistra che ormai da parecchio tempo, sempre più numerosi, non vanno a votare (nelle precedenti elezioni in Emilia aveva votato poco più del 30% degli aventi diritto!) per schifo della politica dei partiti che vorrebbero rappresentarli. E ha fatto percepire loro il pericolo di un estremismo di destra al potere.

Non bisogna però farsi illusioni. È solo una boccata d’aria, un breve periodo di tempo guadagnato. Non basta solo la percezione della pericolosità della destra, occorre anche, come è avvenuto in Emilia, mettere in campo una politica in grado di affrontare i molti problemi del Paese ormai incancreniti. Primo tra tutti l’enorme e tendente alla crescita debito pubblico, con la conseguente massa di interessi passivi da pagare che assorbe una parte notevole delle imposte che dovrebbero invece essere impiegate per fornire servizi pubblici all’altezza dello sviluppo del Paese. Se vogliono avere ancora un peso significativo i partiti di centro-sinistra devono rinnovarsi profondamente e mettere al centro della loro azione l’interesse generale e non i personalismi, le loro beghe e i loro giochetti di potere, essere di nuovo centri di elaborazione di programmi e progetti politici, di formazione e selezione della classe dirigente. Ma questo (e sarebbe già molto) purtroppo non basta ancora, perché le chiavi per sciogliere i molti nodi che ci soffocano non sono tutte in mano nostra, ma anche dell’Unione europea e della finanza globale.

Non ci resta dunque che sperare che siano chiari anche a loro i danni che può provocare una destra così aggressiva, ottusa e priva di scrupoli, al potere in uno dei paesi fondatori dell’Unione europea e tra i primi dieci più industrializzati al mondo.

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