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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 462

Dopo Greta e il movimento mondiale Fridays for Future (vedi editoriale di aprile), altri ragazzini sono stati protagonisti della cronaca. 20 marzo. Ramy e Samir, rispettivamente di origine egiziana e marocchina (ma cittadino italiano), avendo avuto la freddezza di nascondere il cellulare e chiamare il 112 perché venisse in loro soccorso, hanno evitato che la mattinata vissuta da 51 studenti di una scuola media di Crema su un bus nel Milanese, dirottato e bruciato da un autista di origine senegalese, non si sia trasformata in una strage. 4 aprile. Simone, un 15enne, dopo le violente proteste a Torre Maura, nella periferia di Roma, per l’arrivo di alcune famiglie rom in una struttura di accoglienza, ha messo a tacere un esponente di Casa Pound sulla vicenda dei Rom. Greta, Ramy, Samir, Simone, e gli altri: non elettori, ma svegli. Il mondo salvato dai ragazzini ‒come voleva Elsa Morante nel 1968?

Forse è bene non caricare questi ragazzini del compito di “salvare” il mondo, e scaricare troppo velocemente la coscienza. Ma un paio di lezioni, sì, possiamo prenderle da loro, per dare risposta ad alcune urgenze del nostro tempo. La prima: il pastrocchio che è nato dalla richiesta della cittadinanza per Ramy, col ministro Salvini che prima nega e poi acconsente fiutando gli umori del popolo. Di sfuggita, va notato come il microcosmo di quel bus metta in luce una realtà più complessa di come venga normalmente descritta: l’autista senegalese, che vuole fermate le morti nel Mediterraneo, i due ragazzini uno con e l’altro senza la cittadinanza italiana e un gruppo di ragazzi italiani. Ma il dibattito sullo ius soli, abbandonato anche per motivi elettorali alla fine della precedente legislatura, avrebbe bisogno di una riflessione seria che non si appoggi a questo tipo di reazioni tutte e solo giocate sull’emotività («Vogliamo fare i carabinieri!»). Se ius soli deve essere, che sia un diritto, e non una regalia. Se poi, giustamente, si vuole dare un riconoscimento ai due ragazzini, ci sono altri modi per farlo.

Delle proteste a Torre Maura contro l’accoglienza di 77 rom nel centro di via Codirossoni tutti hanno in mente, forse, l’immagine dei panini buttati per terra e calpestati, il 3 aprile. Un gesto disumano, accompagnato dalla frase «Pezzi di m… dovete morire di fame». Doppia mancanza di rispetto per il pane, perché il pane è ciò di cui vivono tanti uomini, e perché quel pane era destinato ai poveri. Dobbiamo contrastare questa barbarie e tornare, il prima possibile, a una convivenza pacifica e civile. «La storia ci insegna che piccoli atteggiamenti di razzismo portano poi a trovare delle giustificazioni, primo passo verso una ideologia razzista vera e propria, con tutte le conseguenze che ci possono essere. Per ora è un misto di rancore e di cattiveria, enfatizzato da alcuni per interessi che sono davvero vili e non sono degni dell’umanità», sostiene Enzo Bianchi. «Noi non eravamo abituati né preparati ad accogliere masse di emigranti come è avvenuto. Siamo stati noi migranti e ce ne dimentichiamo, purtroppo. Tutto questo fa sì che l’accoglienza sia percepita oggi come una brutta parola che fa dividere gli uomini tra buonisti e quelli che restano legati a una identità locale e temono l’arrivo di altre persone straniere». Poi c’è chi moltiplica la paura o se ne serve per ragioni politiche, e arriva a disprezzare chi pensa che l’accoglienza sia (ancora) uno dei doveri dell’umanità.

Ed ecco la seconda lezione: Simone che dice, nel suo romanesco un po’ rude «A me nun me sta bene che no». Un ragazzino di 15 anni ‒ come si vede nel video diventato virale ‒ che tiene testa, solo, al leader di CasaPound Mauro Antonini. Vale la pena leggere la trascrizione di quel dialogo. Simone: «Quello che lei sta facendo è una leva sulla rabbia della gente per fare i suoi interessi, per i voti». Antonini: «Te sei contento che hanno messo 70 rom qua?». Simone: «A me 70 persone non mi cambiano la vita. A me il problema non è chi me svaligia casa, il problema mio è che me svaligiano casa. Se me svaligia casa un rom, tutti je demo annà contro, poi quando è italiano mi devo star zitto che è italiano. È sempre la stessa cosa, si va sempre contro la minoranza, a me nun me sta bene che no. Perché pare che la minoranza cambia tutto». Antonini: «Ti sembrano una minoranza i rom in Italia?». Simone: «Sono una minoranza che sì, noi siamo 60 milioni. Nessuno deve essere lasciato indietro: né italiani né rom né africani né qualsiasi tipo di persona». Un secondo militante: «Sei uno su cento, siete dieci su mille». Simone: «Almeno io penso. Almeno io non mi faccio spingere dalle cose vostre per raccattare voti». Un secondo militante: «E perché, quelli della tua fazione politica non ci vengono qui?». Simone: «Io non c’ho nessuna fazione politica, io so de Torre Maura». Un terzo militante: «Mia moglie esce alle 4.30 di mattina di casa perché lavora in una clinica sull'Ardeatina e attacca alle 8 di mattina... ma deve uscire alle 4.30 perché il Comune di Roma qui a Torre Maura non ce dà nessun servizio». Simone: «E la colpa è dei rom?».

Il castello di carte dei suoi interlocutori cade di fronte a questa domanda: «E la colpa è dei rom?». Simone ha messo in luce la falla dell’argomentazione usando un semplice pizzico di logica. E così ha smascherato non solo la stupidità dei razzisti, ma anche l'inerzia di chi avrebbe dovuto sostenere una normale argomentazione antirazzista. E non l'ha fatto.

Ma a onor del vero il mondo non sarà salvato dai ragazzini. Forse non sarà salvato da quell’altro ragazzo che in una trasmissione televisiva ha detto che i rom «non sono come noi» scatenando l’applauso del pubblico (e il dissenso del presentatore). Forse sarà salvato da coloro, ragazzi e non, che si porranno sempre e di nuovo da capo il compito di umanizzare la società in cui viviamo.

 

 461

Forse rischia di esserci un po’ di paternalismo da parte di alcuni nel sospettare che i più giovani non sappiano che nella questione climatica sono in gioco anche gli stili di vita (di una parte di mondo, perché un’altra è ecocompatibile per forza). Intervistato su «La Stampa» Giacomo, 15 anni, dice che occorre fare un’opera di sensibilizzazione, affinché «tanti cambino abitudini sbagliate», e Gaia, 17 anni, sostiene che da quando frequenta le superiori ha preso decisioni in merito al proprio modo di vivere, convinta che «piccole cose facciano grandi differenze». Quindi forse alcuni ne sono al corrente, anche se certo non tutti saranno come Greta, Gaia e Giacomo e gli adulti dovranno spiegargli bene alcune azioni da mettere in pratica ‒ il problema peraltro è che moltissimi adulti, a partire da quelli che li hanno allevati, sono i primi a non voler cambiare stile di vita e a non pensarci proprio.

D’altra parte, insistere solo sugli stili di vita individuali e scaricare sulle singole persone il peso della questione ambientale, senza aggiungere altro, ci sembra una posizione parziale e poco convincente. Ognuno deve cominciare a fare il suo, Gandhi, come si sa, diceva: sii tu il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo. È quando si fa in prima persona, e non si predica solo, che si è credibili, infatti Gandhi o san Francesco erano credibili, perché mettevano in pratica quel che predicavano agli altri. Ma anche se tutti, o molti, avessimo stili di vita meno distruttivi difficilmente questo basterebbe, comporterebbe un bel miglioramento certo, ma forse non sarebbe sufficiente senza l’altra componente; ci sono azioni dei governi e scelte di politica industriale nelle quali sono le istituzioni e il mondo politico a dover agire, ed è quindi giusto che queste azioni e queste scelte siano sollecitate... Costantemente sollecitate. Fino a pochi anni fa chi parlava di questione climatica veniva preso per un contestatore radicale o comunque per uno che esagerava dicendo sciocchezze. Oggi, almeno formalmente, questi temi sono entrati nelle agende di molti governi, anche se poi dall’agenda di qualcuno sono usciti in tutta fretta.

Quindi le direzioni sono due, o almeno due, e si influenzano reciprocamente: le scelte individuali di molte persone possono condizionare le scelte politiche (e imprenditoriali) istituzionali, e le decisioni di governi e istituzioni, comprese naturalmente quelle attinenti alle pratiche educative e formative, contribuiscono a indirizzare le nostre abitudini individuali. Non se ne sottolinei solo una o solo l’altra, a seconda delle convenienze.

Non sappiamo se è giusto dire che è un nuovo ’68 o meno, come ha sostenuto Carlo Petrini, e francamente ci interessa poco. In genere le rivoluzioni le fanno i più giovani, e la componente emozionale e di entusiasmo è fondamentale per la loro riuscita. Poi ogni rivoluzione fa storia a sé, tutte di solito sono il portato di novità che premono e il cui affacciarsi è alla lunga difficilmente evitabile – come, in questo caso, il rapporto tra il nostro modo di produrre e le esigenze “naturali” del pianeta (tra virgolette, perché la natura non è di per sé un dato stabile e immodificabile). Ma le rivoluzioni contengono anche un tasso più o meno alto di semplificazioni, ingiustizie, strumentalizzazioni, approcci sbrigativi, lo sappiamo e per quanto possibile bisogna cercare di contrastarli. Una cosa però non ci è concessa: il paternalismo appunto, l’atteggiamento di chi più anziano tende a pensare: «Eh beh, però, una volta era un’altra cosa».

«Tanto serve solo a perdere ore di scuola a niente», si è sentito ripetere ad alcuni adulti che commentavano l’iniziativa. È difficile talvolta entrare in sintonia con gli adolescenti, ma da lì possono arrivare riserve di ossigeno indispensabili al nostro spirito, da non guardare dall’alto in basso di una maturità che si vuole più saggia o più disincantata. Questa della lotta ecologista ci pare proprio una simile riserva di ossigeno. Del resto ha ragione chi ci fa notare che in questo caso, e in quel che dice Greta è abbastanza chiaro, i più giovani non si limitano a scendere in strada contro il mondo degli adulti per rivoltarlo, come spesso è accaduto in passato, lo rimproverano sì, ne sottolineano le mancanze, ma chiedono anche la sua collaborazione, domandano un aiuto, si appoggiano a quanto sostengono “certi” adulti. Allora per quanto le forze siano poche, residue o drammaticamente declinanti, una mano bisogna cercare di dargliela.

 460

Quando queste pagine arriveranno nelle mani dei lettori, i venezuelani o saranno ostaggi di una difficile mediazione internazionale per indurre a ragione due intrattabili aspiranti al governo autoritario del paese o staranno già contando i morti da vendicare, i feriti da curare e le macerie da sgomberare, i palazzi e le case da riedificare, frutto di una guerra civile priva di prospettive e di imprevedibile durata.

Alternative, almeno per ora, non sembrano realisticamente possibili. Proprio per questo, ben coscienti dei limiti conoscitivi, informativi e operativi di questa riflessione la proponiamo alla comune attenzione.

L’«affare» Venezuela, lo scontro tra Maduro e Guaidò non può più essere trattato come una questione interna di quel grande paese e neanche come l’occasione per la riaffermazione (a cori contrapposti) di principi etici assoluti. È diventato un problema di politica internazionale e, in quanto tale, implica la ricerca personale e comunitaria di una soluzione concordata tra tutte le parti coinvolte. Infatti nessun governo di una nazione del nostro mondo, che in qualche misura abbia relazioni con quel popolo e quella terra, e nessun adulto responsabile, che faccia parte di tali nazioni, può fingere di ignorare la potenziale tragedia che sovrasta gli abitanti dei paesi che si affacciano sul Mar dei Caraibi e, a raggiera, quelli di tutti gli stati con questi in relazione.

La guerra civile, alimentata e foraggiata da spregiudicate potenze straniere, pronte a intervenire per espandere il loro raggio d’azione e di controllo, tanto sulle risorse naturali dei singoli territori, quanto sulle ricchezze prodotte dal lavoro umano altrui, sta già dispiegando al vento le sue bandiere. Per rendersene conto basta evidenziare la prontezza con cui Trump e Putin hanno preso posizione a favore dell’uno o dell’altro contendente; esaminare i proclami di Maduro e di Guaidò, i loro appelli ai sostenitori a scendere in piazza per confrontarsi, l’invito reiterato ai militari a prendere posizione accanto all’uno o all’altro dei due se-dicenti Presidenti. L’uno eletto Presidente del Venezuela a seguito di una consultazione popolare viziata da presunti brogli e irregolarità, l’altro nominato alla guida della Camera dalla maggioranza di un’Assemblea Nazionale frutto di elezioni, contestate da Maduro ma validate dalla Corte Suprema, appena insediata dall’Assemblea stessa e subito finita in esilio. Al suo posto, infatti, in seguito a ulteriori contestatissime elezioni di un’Assemblea Nazionale filomaduriana, ha visto la luce una Corte bis, con tutto ciò che ne consegue e che i fans delle “destre” e delle “sinistre”, e forse anche quelli di centro e di ogni altro possibile schieramento più o meno ideologico, si troveranno concordi nel definire un grave, gravissimo colpo di stato del fronte avverso, inevitabile premessa di una sanguinosa, lunga guerra civile dagli esiti incerti, ma sicuramente nefasti per tutti.

Sappiamo bene che per un mensile, minuscolo, ma socialmente e culturalmente impegnato come il nostro, nonostante l’enorme difficoltà a orientarsi in questo groviglio di contraddizioni e di ambiguità, tacere può essere considerato timore di esporsi e di eccessiva prudenza, se non di indifferenza. Al tempo stesso, però, ci è chiaro che chi considera la pace una necessaria premessa al bene comune non deve cadere nella trappola degli schieramenti, per ora non militari, ma destinati a diventare tali.

È bene che né Guaidò né Maduro si sentano incoraggiati, da pronunciamenti fatti a loro favore da governi o gruppi politici e di opinione esterni stranieri, a restare cocciutamente fermi sulle proprie posizioni. Piuttosto sarebbe opportuno che i due venissero coralmente invitati a fare un passo indietro e ad accettare un arbitrato internazionale.

Se dovessimo firmare un appello o un documento è in questa direzione che ci orienteremmo. Infatti, anche se di norma tendiamo a dare più credito a chi a una certa carica è giunto attraverso elezioni, sia pure sospette, che a chi pretende di ricoprirla per autoproclamazione, riteniamo che anche lo stesso eletto a quella carica debba prendere atto che di fronte a una contestazione tanto massiccia e al rischio che il confronto tra i suoi sostenitori e quelli che chiedono le sue dimissioni si trasformi in guerra civile, «per il bene del Venezuela» debba accettare lo svolgimento di nuove elezioni presidenziali e parlamentari sotto il controllo dell’Onu o di altra autorità neutrale concordata.

Detto ciò non possiamo che giudicare deleteria l’ingerenza di uno o più stati nelle questioni interne di un paese, soprattutto quando tale intervento rischia di diventare armato o di favorire una guerra civile. Al tempo stesso in politica estera nessuno stato di media grandezza può agire da solo. Se vuol dare al suo intervento una qualche efficacia, senza sottostare alle ambizioni egemoniche dei potentati continentali, deve cercare accordi e alleanze con quelli a cui si sente strategicamente, economicamente e culturalmente più affine.

[Sulla base di principi etici e ideali utopici, in sé più che rispettabili, possono, anzi in molti casi debbono, agire i singoli, individualmente o per mezzo delle loro associazioni. Questo al fine di influenzare l’opinione pubblica, senza pretendere di accollarsi titoli di superiorità morale e di preveggenza storica e sociale indiscutibile. Ma anche evitando di elargire insulti a chi opera scelte diverse od opposte alle loro, accusandoli di adesione, intenzionale o bovina, a diabolici complotti altrui.]

 

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