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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 384

In un discorso tenuto qualche tempo fa, il Presidente Napolitano ha esortato i politici ad usare un linguaggio di verità sulla crisi economica che attraversiamo. Proposito apprezzabile, temiamo però che per i nostri mediocri politici, ma anche per la maggioranza di quelli che gira oggi per il mondo, sia impresa impossibile.

Dovrebbero dirci che in Occidente il consumismo deve essere ridimensionato e lo sviluppo impetuoso vissuto durante tutto il 900, irripetibile. Cioè lo scopo per cui hanno vissuto e lavorato molte generazioni di occidentali non può più essere perseguito: avere sempre più posti di lavoro a disposizione, condizioni sempre migliori, qualifiche sempre più alte, stipendi crescenti con i quali aumentare di anno in anno i consumi è ormai al di fuori della nostra portata. Queste possibilità si aprono ormai ai popoli di alcuni paesi un tempo definiti terzo mondo. Dovrebbero ammettere di non avere il controllo del sistema economico, o peggio, di essere proni o non avere la forza di opporsi al volere di ristrette oligarchie finanziarie mondiali.

D’altra parte tutti i movimenti di contestazione dagli anni ’60 in poi sono sempre partiti da un concetto di base: se l’Occidente continua ad aumentare il consumo delle risorse e migliorare il suo tenore di vita, il divario di sviluppo con gli altri paesi non potrà essere colmato, anzi aumenterà perché il mondo è limitato. È impossibile per le masse asiatiche, africane, latino americane consumare quanto gli occidentali, è impossibile accrescere la produzione di anno in anno all’infinito.

La cultura dominante in Occidente ha sempre ridicolizzato queste elementari osservazioni, alimentando l’illusione di un progresso senza fine, fino a farne l’unica nostra ragione di vita.

Ora che è in atto questo caotico riequilibrio che scuote l’economia globale e la finanza spadroneggia incurante delle tragedie che provoca fin nel cuore dell’Occidente, dovrebbero dirci che si sono sbagliati, che per il futuro condizioni di vita sempre migliori sono riservati solo a ristrette minoranze. Non possono farlo! Ma anche se non lo dicono (in realtà non dicono più nulla) lo abbiamo capito anche se non lo vogliamo ancora confessare apertamente. E la pesantezza dell’aria che si respira in Occidente, la scarsa gioia di vivere, la mancanza di speranze,anzi la paura del futuro, la crisi della democrazia, le nere ombre che compaiono qua e là lo attestano.

Chi l’ha capito molto meglio di tutti sono sicuramente i giovani delle periferie urbane: le loro rivolte, come è avvenuto per la recente londinese e qualche tempo fa per quelle francesi e americane, si scatenano dopo l’uccisione, da parte delle forze dell’ordine, di uno di loro, che assurge a simbolo della precarietà della loro vita in balia di forze ostili e poteri lontani e senza volto e si indirizzano contro i rappresentanti di questo potere che acquistano in strada il volto da alieni dei poliziotti in assetto anti sommossa e contro gli amati-odiati beni con le distruzioni e i saccheggi.

Perché ormai molti nodi stanno venendo al pettine e il problema che abbiamo di fronte solo in prima approssimazione è economico, in realtà è molto più profondo e riguarda una scelta: la scelta del modo in cui vogliamo lavorare, abitare la terra, vivere in una comunità che abbracci tutto il mondo. E questa scelta deciderà il futuro per molto tempo a venire.

o

 383

E così, finalmente, con le amministrative una parte dell’elettorato mostra chiari segni di stanchezza verso questo centro-destra rozzo e primitivo e di risveglio dall’incantamento di Berlusconi e dalle sue affabulazioni.

Certo le ultime pesanti accuse che lo vogliono organizzatore di feste con ampio uso di prostitute, anche minorenni, hanno avuto il loro peso, ma sicuramente il motivo centrale del pessimo risultato elettorale della coalizione al governo, sta nella crisi economica e nell’insoddisfazione del modo con cui viene affrontata. Lo rivelano anche i risultati dei referendum, eccezionali sia per il numero dei votanti, più di 27 milioni di elettori, sia per la percentuale dei «sì», oltre il 90%, che indicano con chiarezza che la grande maggioranza degli italiani su argomenti fondamentali come la gestione privata dei servizi pubblici, la politica energetica, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, è contraria alla politica del governo.

E sono proprio i tre gruppi sociali base storica del consenso al centro-destra che si mostrano più scontenti. Innanzitutto i lavoratori più deboli e dequalificati del Nord, che votavano Lega sicuri che la secessione dal Sud li avrebbe protetti dal declino e convinti che un ministro leghista avrebbe espulso tutti gli emigrati di cui temono la concorrenza. Ora queste promesse svaniscono in un federalismo inconsistente e in un inarrestabile flusso di migranti. Poi i giovani, che hanno visto in questi tre anni chiudersi sempre più gli spazi a loro disposizione e peggiorare la loro condizione lavorativa. Infine gli imprenditori che avevano sperato che uno di loro, al di fuori dei giochi politici, fosse in grado di riformare il sistema Italia ormai bloccato dalla metà degli anni ’80.

Occorre approfondire quest’ultimo punto che è quello cruciale e che, sicuramente, si riproporrà al prossimo governo di centro-sinistra così come a tutti i futuri possibili governi. L’Occidente ha attraversato negli ultimi tre anni una grave crisi economica, di cui anche l’Italia ha pesantemente risentito. E infatti non è questo che può essere imputato al nostro governo. È vero che Berlusconi e Tremonti hanno fatto poco per fronteggiarla, praticamente solo il finanziamento della cassa integrazione; ma anche su questo punto le colpe dell’esecutivo sono solo parziali perché fare di più era molto difficile date le condizioni della finanza pubblica e i pressanti richiami europei.

La vera, grande colpa del governo Berlusconi è stata quella di non aver utilizzato questi tre anni, la grande maggioranza a disposizione, l’indipendenza dai partiti tradizionali e dai loro giochi e veti reciproci e la grave crisi dell’opposizione per riformare a fondo il sistema italiano.

Anzitutto occorreva abbattere il debito pubblico, ora al 120% della produzione nazionale, che strangola la pubblica amministrazione e impedisce al governo qualsiasi manovra e intervento. Si tratta di cifre imponenti: per riportarlo al livello del reddito nazionale occorre reperire più di 300 miliardi! Da notare che la manovra impostaci dall’Europa di 40 miliardi in tre anni ci appare già proibitiva. E non si può continuare con i piccoli passi come fatto fin’ora: dopo 20 anni e 20 finanziarie (non tutte «lacrime e sangue») e alcuni inopinati sgravi fiscali per chi sta bene (Ici sulla prima casa, cedolare sugli affitti, ecc.), il rapporto debito pubblico/reddito è sostanzialmente invariato, ma la macchina pubblica centrale e locale è molto indebolita. Nel ’96, alla vigilia dell’euro, l’impegno italiano era di scendere al 60% del Pil! Con i governi di centrosinistra e con i ministri Ciampi, Visco e Padoa Schioppa il rapporto era sceso intorno al 100%, con quelli di centrodestra è sempre risalito, per la briglia sciolta lasciata alla spesa clientelare, poi dal 2007 ci ha pensato la crisi mondiale.

Contemporaneamente a questa azione di risanamento, bisogna mettere mano a profonde riforme: dell’istruzione, della fiscalità, della pubblica amministrazione, delle Istituzioni, del potere centrale e locale. L’Italia è come bloccata e imbalsamata, divisa in mille potentati, gruppi di interesse, corporazioni, cricche e caste che si cooptano autoperpetuandosi senza possibilità di ricambio e che difendono strenuamente le loro posizioni reciproche incuranti del bene comune e prosciugando le poche risorse disponibili. La mobilità sociale è nulla, i giovani non hanno né spazio né futuro; occorre ridare slancio e respiro al paese.

In una società così chiusa e asfittica, la malavita e la corruzione hanno gioco facile a infiltrarsi ed inquinare pezzi interi di società, è necessario ristabilire la piena legalità, il primato dell’interesse collettivo, un forte spirito etico e di servizio. Berlusconi non ha nemmeno sfiorato questi problemi, anche perché invischiato fino al collo in questi intrecci torbidi, e perciò ha fallito.

Questa stessa realtà si presenterà ora alla sinistra che ha di fronte a sé un compito arduo ed esaltante, con il solo vantaggio rispetto ai governi Prodi di una maggiore consapevolezza della gravità della situazione. Se avrà uomini, visione ma anche senso della realtà, idee, coraggio e forza sufficienti scriverà una bella pagina di storia, altrimenti fallirà anch’essa e sarà travolta con conseguenze per il paese difficilmente calcolabili.

o

 382

Il terremoto, la “Grande onda”, Hiroshima, Fukushima, tutto ciò che oggi si compendia nel quasi impronunciabile “tsunami” va molto al di là di ciò che la nostra esperienza e il nostro stesso più onnicomprensivo orizzonte di pensiero può concepire e controllare. Travalica persino i mostri che “il sonno della ragione” o “la durezza di cuore”, possono generare. Questi mostri, sembrerebbe che un risveglio intellettuale e morale potrebbe metterci in grado di affrontarli. Quello, lo tsunami combinato della natura e della tecnica, alleate nella sovrapposta potenza delle rispettive zone d'ombra più impenetrabili, desta solo sgomento e quasi paralisi del corpo e dell'anima.

Fingere che così non sia. Fare come se ci si trovasse solo di fronte a un problema un po' più complesso e di più difficile soluzione del solito, invece di mobilitare tutte le nostre forze di comprensione e di reazione, semplicemente ci distrae, lasciandoci nell'immobilità del trauma rimosso. Proprio come alzare urla para-apocalittiche, evocare castighi divini, rivisitare, in chiave ecologista, fraintesi miti delle origini e immaginifici peccati nella conoscenza del bene e del male: ci precipita nel marasma delle superstizioni.

È invece salutare riconoscere che quanto sta accadendo in Giappone, nei giorni della piena fioritura di primavera, è qualcosa di più che un casuale cumulo di eventi eccezionali e imprevedibili, qualcosa che va al di là della somma terremoto + maremoto + incidente nucleare, per avvicinarsi a una quasi epocale manifestazione della precarietà metafisica dell'essere e della sua problematica contiguità col bene.

Liberiamoci, anzitutto, col vecchio Francis Bacon, da alcuni “idoli” o pregiudizi antropocentrici. Quanto accaduto non è accaduto per noi, per punirci, per istruirci o per orientarci nelle decisioni relative al voto referendario pro o contro il nucleare. Lasciamo tali amenità ai vicepresidenti del Cnr, agli integralisti religiosi o ecologici. I nostri peccati ci sono, vanno puniti e lo saranno, quando, come e dove si può, ma qui non hanno mosso un'unghia per favorire quanto è accaduto. Se mai c'entrano di più i limiti delle nostre virtù.

Così è puro animismo vedervi l'autodifesa o la vendetta della natura per gli abusi tecnologici commessi nei suoi confronti. La natura come la Grande Madre, una sorta di Gaia che nutre e divora i suoi figli, animati o inanimati che siano, è un complesso sistema ecologico, tendente ad autoconservarsi, ma soggetto da sempre a improvvise o lente, catastrofiche mutazioni. La mitologia le descriveva come metamorfosi e noi le spieghiamo come tappe di un processo evolutivo, del tutto privo di principi etici eudemonici, di una qualsivoglia finalizzazione alla felicità.

La natura inoltre non sta in relazione con noi come una divina trascendenza, che dall'alto ci domina e ci guida, ma ci contiene come una parte di sé. Noi rispetto a essa e essa rispetto a noi siamo in stato di immanenza, siamo un tutt'unico, in cui ogni parte influenza e dipende da tutte le altre. In tal senso anche ogni frutto dell'umano sapere è naturale, proprio come naturale è il big-bang iniziale e l'eventuale collasso finale.

Lo tsunami combinato della natura e della tecnica nel giardino dei ciliegi è tanto naturale quanto umano. È un fatto, che per alcuni aspetti poteva essere evitato, orientato a effetti diversi, per altri, almeno per ora, non poteva che essere subito. Ma, in ogni caso, è un evento che rivela la fragilità dell'essere in sé, la compresenza in esso di forze distruttive e costruttive, l'originaria, sempre riaffiorante, prossimità, o forse unità, dell'albero della vita con l'albero del bene e del male. E, dunque, con la morte.

 

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