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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 405

Almeno per ora la spedizione punitiva di Obama contro la Siria è scongiurata, grazie anzitutto al voto parlamentare contrario della Gran Bretagna, ma anche a una maggiore disponibilità alla trattativa di Russia, Iran, e dello stesso Assad, e all'astensione di Italia e Germania. Gli Stati Uniti hanno anche accettato il ritorno in campo autorevole dell’Onu. Eppure non possiamo nascondere che la decisione di papa Francesco di proclamare sabato 7 settembre una serata di digiuno e preghiera per scongiurare la ventilata guerra degli Usa alla Siria e la testimonianza del giornalista della «Stampa» Domenico Quirico, liberato il giorno seguente dopo 5 mesi di prigionia, hanno suscitato nella nostra redazione una serie di riflessioni, non sempre convergenti, sul valore del digiuno e, in generale, su guerra e pace. Quirico è arrivato a definire la Siria «il paese del male», con una categoria morale, non storica, e a sostenere che attualmente la situazione è molto ingarbugliata, e la rivoluzione contro il regime di Assad ha tradito le aspettative iniziali.

Qualcuno ha criticato l’idea del digiuno come sacrificio, per il circuito mentale inaccettabile che sottintende: io digiuno, quindi soffro, quindi qualcuno in alto si accorge che sto soffrendo e si domanda perché, alla fine questo qualcuno fa qualcosa per accontentarmi e premiare il mio sacrificio. Certo che il digiuno sfiora e rischia la religione punitiva, l’auto-sacrificio. Però esso è anche allusione alla libertà che il violento non ha perché è schiavo di pulsioni distruttive, è un alleggerimento della primaria necessità (il cibo, che è anche un piacere) per indicare allo schiavo del meccanismo vendicativo una via d'uscita. Non si tratta di non mangiare nulla, ma di essere un po' liberi e non obbligati dalla fame bramosa, che ci fa anche rubare e sfruttare altri, ed è la sostanza del sistema capital-possessivo che ci domina, che ci fa fare le guerre. Non è un caso che si trova, con sfumature diverse, in tutte le spiritualità. La sapienza, anche l'islam spirituale, sa che la maggior lotta (jihad = guerra santa) è quella che esercitiamo su noi stessi.

E allora il digiuno diventa occasione per concentrarsi sulla preghiera, destinando a essa le attenzioni e non alla preparazione dei pasti, e diventa carità, destinando alla causa per cui digiuniamo i soldi che si sarebbero impiegati per mangiare, come se davvero ci si privasse dell’essenziale. Ci fa riscoprire la riscoprire la fragilità e la forza del corpo, per pregare con tutti noi stessi e ritrovare la consapevolezza per agire nella storia

Ma non è necessario credere in Dio per praticare il digiuno – come alcuni hanno sostenuto −, cioè fare propria qualche specifica credenza religiosa. A meno che «credere in Dio» non significhi essere coscienti che la nostra esistenza è legata a un'alterità che la fonda e la lega a tutte le altre esistenze. Solo con tale coscienza, infatti, possiamo riconoscere la nostra e l'altrui alterità come reciprocamente relative.

Non meno significativo che digiunare e pregare è dedicare tempo, pensiero e sforzo di comunicazione a un tema come quello della guerra. Il digiuno condiviso e pubblico ha, infatti, esattamente questo scopo: dare un segnale di attenzione, partecipazione e impegno su drammi che colpiscono altri, ma coinvolgono tutti. Avanzare con «timore e tremore» proposte è quanto ogni singolo può fare nella speranza che intorno a una di esse si coaguli un consenso capace di renderla operativa.

Sappiamo, realisticamente, che intervenire disarmati in una guerra per indurre i contendenti alla pace è problematico. Ma non dimentichiamo che intervenire con le armi in quella situazione complicata di cui ha parlato Quirico significa moltiplicarne gli effetti distruttivi. Se è con la forza che si vuole perseguire la pace, questa forza deve essere espressione di un consenso molto ampio e deve essere accompagnata da argomentazioni davvero convincenti, che non possono essere solo morali e giuridiche. Devono anche, almeno ragionevolmente, garantire il successo dell'iniziativa e il raggiungimento dei suoi fini a «costi umani» largamente inferiori a quelli previsti dal mancato intervento.

Non abbiamo la certezza che seguire il disarmo unilaterale sia politicamente e storicamente corretto. L'etica deve ispirare, non imporre le scelte ai governi. Il disarmo globale va perseguito limitando progressivamente la spesa per gli eserciti e la produzione militare, orientandosi non solo a limitare, ma a proibire il commercio delle armi. E le alternative non militari alla guerra vanno finanziate per tempo, non solo evocate quando le guerre scoppiano. A questo proposito, forse non tutti sanno che l'Italia spende all'incirca 30 miliardi di euro in spese militari e 80 milioni per l'insieme dei progetti di servizio civile.

Anche papa Francesco ha recentemente affermato che la guerra è l'effetto necessario della produzione di armi: una volta fatte bisogna impiegarle. Osservazione concreta, per niente moralistica e centrale nella cultura di pace, fin da Kant nel 1795: «gli eserciti permanenti vanno aboliti, come causa di guerre». La costruzione della pace è impresa molto più ardua e più a lungo a termine della soluzione militare e, se prima si è fatto poco o nulla per metterla in atto, non sono sufficienti i postumi di un digiuno.

 

 404

La redazione, nelle settimane di agosto, segue questa regola: «Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è». Chi è in ferie, chi in viaggio, chi a casa. Chi c'è, viene al solito giorno e ora, e si parla, senza necessità di fare il giornale, di quel che accade, che si vive, che si sente, che si pensa.

Il 27 agosto, in presenza già discreta, abbiamo fatto questo, ma anche impostato il presente numero. Si ricomincia, per il 43° anno sociale del foglio. Naturalmente, ci guardiamo attorno: guerra civile in Egitto e peggio in Siria, con minacce di intervento “doveroso” di alcune maggiori potenze per “punire” Assad del bombardamento chimico. Abbiamo negli occhi le immagini strazianti dei bambini soffocati, morti senza ferite, e i video di quanti stanno soffocando, tra convulsioni e disperazione. È stato il regime o i ribelli? Si accusano a vicenda. Chiunque sia, chi uccide civili e bambini per accusare l'altro della propria crudeltà, è servo del male e nemico dell'umanità, della stessa propria umanità. La malvagità esiste nell'umano, senza bisogno di immaginare il diavolo. L'uomo è anche diavolo. Ma non è vero che è solo o soprattutto diavolo. Lo sarebbe se ci rassegnassimo. Non è vero, infatti non lo accettiamo.

E chi deve “punire”? Non è compito del più forte solo perché militarmente può. Civiltà – abitare la stessa città - è darsi regole nella propria città-mondo, regole per decidere senza uccidere. Queste regole cominciano ad esserci, dalla seconda metà del Novecento, ma non sono ancora nelle coscienze dei potenti e nella concezione e pratica prevalente del potere politico. È il grande compito sia della cultura civile sia delle visioni e spiritualità che animano le morali.

Il potere politico è soggetto alla legge che siamo riusciti a darci. Se la democrazia è un progresso umano – contare le teste invece di tagliarle – essa tuttavia è «il governo delle leggi e non degli uomini», come ricordava Norberto Bobbio. Non basta che una quantità di cittadini designi col voto i governanti, o peggio un super-governante. L'eletto è soggetto alla legge, il legislatore è soggetto alla Costituzione. La quale, nella sua prima parola, afferma la sovranità del popolo, tolta agli antichi sovrani, ma ne nega il carattere assoluto: neppure il popolo è un sovrano assoluto; non ci sono più sovrani assoluti. Il popolo democratico esercita la propria sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Questo problema compare drammaticamente in Italia. L'attuale capo del partito personale di destra, condannato con sentenza definitiva per evasione fiscale fraudolenta ed escluso dai pubblici uffici, non accetta il giudizio e si appella al consenso popolare (che non è neppure maggioranza). Questa è l'essenza del populismo demagogico, falsificazione della democrazia costituzionale, dello stato di diritto, quello stato che fa governare le leggi e non i più forti.

La coscienza del nostro Paese, e la sua storia civile, è ora soggetta a questa prova di importanza assoluta. Se c'è un assoluto, infatti, nel vivere insieme, è che niente e nessuno è ab solutus, cioè sciolto da legami e doveri verso gli altri, perciò dalle leggi che obbligano e tutelano tutti. È assoluta la non-assolutezza, il non-svincolamento. La forza, il denaro, la demagogia vorrebbero sciogliere il potente dalla società di tutti e assicurargli il «privi-legio» (una legge privata, personale, ad personam). Nessuno ha più diritti degli altri, nessuno ha meno limiti degli altri.

 403

Analizzando le ultime elezioni amministrative, può stupire la resurrezione del Pd, dato per spacciato dopo le politiche che ha vinto perdendole e quel che n’è seguito, e il rapido sgonfiarsi del fenomeno M5S, ma a ben vedere le due votazioni seguono una stessa logica.

Le amministrative hanno mostrato la forza reale del Pdl, partito che ha deluso profondamente i suoi elettori nei programmi e nei suoi uomini, nascosta nelle politiche dallo spregiudicato uso del voto di scambio da parte di Berlusconi attraverso la promessa di riduzione delle imposte, suo cavallo di battaglia. Constatato nei sondaggi che l’abolizione dell’Imu non faceva recuperare voti a sufficienza, si è spinto fino ad offrire la restituzione di quella versata, un pacchetto che prometteva a ogni possessore di casa (il 70% delle famiglie) il recupero di qualche centinaio di euro. Non male per i bilanci traballanti di molti elettori! I sindaci non possono fare promesse mirabolanti e i delusi del Pdl con quelli del M5S sono spariti nell’astensione. Lo zoccolo duro del Pd (eroico, date le condizioni del partito, come ha acutamente riconosciuto Epifani), pur perdendo molti voti, ha prevalso.

Quel che è successo, però, non sposta di una virgola la situazione italiana e del governo Letta. La crisi attuale è il risultato delle scelte dei governi che si sono succeduti negli ultimi 40 anni, della crisi finanziaria mondiale e della redistribuzione del lavoro e della ricchezza in atto a livello globale. Letta ha formato un governo di necessità, forzato, per non andare subito a nuove e, probabilmente, inutili elezioni politiche.

Cosa può fare Letta? L’impressione di questi primi due mesi è che voglia prendere tempo in attesa che si decanti la situazione politica interna (i tre raggruppamenti che si sono affrontati nelle politiche sono in piena evoluzione), e soprattutto delle decisioni dell’Europa. Perché le chiavi per arrestare la caduta dell’economia italiana sono in mani europee. L’Italia non può più fare la minima manovra economica, perché comporterebbe un aumento del suo già eccessivo debito pubblico, anzi è costretta a ridurre la spesa pubblica con effetto recessivo. Per le stesse ragioni non ha nessuna possibilità di ridurre questo debito (è già difficile non farlo aumentare) né il rapporto tra debito e Pil perché, stante la crisi, la produzione nazionale continua a ridursi. Restando nell’Unione Europea abbiamo una sola possibilità: che quest’ultima si faccia carico del nostro debito (o almeno di una sua parte). Ma questo purtroppo non dipende da noi italiani.

  

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