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Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

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Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Elogio della gratitudine

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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 359
 Leggiamo sulle pagine culturali di «Repubblica» del 20 gennaio una bella esortazione di mons. Gianfranco Ravasi a non svuotare dall'interno la nostra cultura, privandola dei simboli cristiani, che tanti valori di umanità, di libertà e di amore portano con sé. Ci commuove la citazione, tratta da Il segreto di Luca di Ignazio Silone, in cui il perseguito dal tribunale silenziosamente dialoga col crocefisso, appeso alle spalle del giudice. Ma pensiamo anche ai tanti crocefissi, innalzati di fronte ai roghi ereticali, per legittimarne l'esercizio come giustizia religiosa e secolare insieme.

Ci interroghiamo su chi stia svuotando di senso dall'interno le radici umane e cristiane della nostra società, su chi finisca col mettere a tacere l'intero arco del messaggio biblico. Chi fa tacere la Parola? Ci chiediamo se a farci dimenticare il vangelo siano i laicisti che combattono, a suon di slogan corrivi, i segni residui della presenza cristiana nella società, o i rappresentanti della chiesa stessa, che di tutto si occupano fuorché di rendere culturalmente ed esistenzialmente vitale l'annuncio di fede.

Non passa giorno che non si facciano avanti per dire la loro su moschee e minareti, su costumi sessuali e leggi statali relative a famiglia e convivenze, su scelte economiche e di pubblica viabilità, Definiscono ciò che è medicalmente lecito e illecito, sanno tutto sul diritto naturale e sulle leggi, intelligenti o meno, dell'evoluzione, sui limiti e le prospettive della ricerca scientifica.

Come liberi cittadini è giusto che lo facciano. Ma perché non parlano come vescovi, teologi e pastori della chiesa sui problemi della fede? Perché, salvo occasioni di circostanza, non si sente più una loro approfondita riflessione sull'annuncio evangelico del perdono e della misericordia di Dio, sulla attesa della resurrezione, sulla speranza di ogni vivente di essere accolto da Dio e dai fratelli trapassati nel momento tragico della morte, sulla beatitudini, sulla condanna di ogni violenza fisica, economica e morale?

Come gruppo di persone in ricerca anche teologica capiamo che aggiornare l'antico bagaglio della dottrina cristiana esige una radicalità e una profondità di ripensamento e di rinnovamento che fanno tremare le vene e i polsi. Ma, vista la fame e la sete della Parola di Dio dei nostri contemporanei, giovani soprattutto, se non lo si fa con coraggio, l'insostituibile ricchezza di senso della fede biblica è destinata ad andare perduta, restino o non restino i simboli cristiani sulle pareti delle scuole e dei tribunali e, magari, persino nei proclami cartacei di questa o quella forza politica o costituzione nazionale o sovranazionale.

 358

La guerra di distruzione su Gaza obbliga a dolorose difficili riflessioni. Anche se le vittime non sono del tutto innocenti, il male fatto loro si chiama persecuzione. Anche se i più forti hanno subito a loro volta violenze, la loro violenza è ingiustificabile.

Dunque, anche se i palestinesi hanno commesso violenze ingiustificabili contro gli israeliani, è un fatto che sono sotto occupazione dal 1967, perseguitati e scacciati, sulla loro terra, dagli israeliani, fin da prima del 1948: il libro su documenti israeliani dello storico israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, mostra che l'espulsione mediante pressione dura fu programmata sistematicamente, villaggio per villaggio, fino dagli anni 30, prima della Shoah.

Dunque, anche se gli israeliani hanno subito violenze ingiustificabili dopo l'istituzione dello stato, la loro violenza militare (con uno dei più potenti eserciti del mondo), psicologica, provocatoria e persecutoria, sulla popolazione palestinese disperata, non è giustificabile. Senza alcun dubbio gli ebrei avevano diritto a vera protezione politica, ma lo stato di Israele è nato male: per colpa dell'Occidente e dello stesso sionismo è apparso agli arabi l'ultimo atto di colonizzazione umiliante. Israele ha disobbedito a 72 risoluzioni dell'Onu, con alto spregio della legge tra i popoli.

Il diritto alla vita di un popolo, di ogni popolo, si può affermare se riconosce uguale diritto al popolo vicino, con risoluzione pacifica e giusta delle controversie di vicinato. L'imporsi sull'altro deturpa il proprio diritto.

Il diritto alla vita e alla terra di un popolo, di ogni popolo, esige oggi di riconoscere il fatto nuovo e positivo che la terra non può più, per mille ragioni di mobilità e di interdipendenza reale, spartirsi in modo assoluto tra identità etniche separate, ed esige che tutti impariamo a convivere tra più popoli e culture sulla stessa terra, pacificamente, nella giustizia. Chi non comprende e non vuole questo, cammina al contrario del possibile procedere nell’unità della famiglia umana.

La catena di errori e dolori in quei due popoli è inestricabile. Più che fare la storia passata occorre aprire quella futura, vedere oggi gli spiragli, chiarire l'orientamento per uscire dalla tragedia.

Insieme al diritto di esistere, Israele ha il dovere di ritirarsi dalle occupazioni del 1967, grave persecuzione testimoniata ogni giorno dai volontari di pace internazionali. La vita è resa impossibile ai palestinesi per spingerli all’esilio, ma l’effetto è anche la resistenza violenta, che fa perdere solidarietà alla Palestina.

In tale situazione di apartheid e di pulizia etnica, occultate dai media forti, e di violenza, va preparato un processo «verità e riconciliazione», cominciando col porre chiare verità di fatto e aiutando gli animi stremati e corrotti dall’odio a mettersi in spirito di riconciliazione. Punto d’appoggio e speranza sono le minoranze pacifiste e nonviolente, come le molte associazioni di pace miste tra i due popoli.

Per l'odio accumulato nei più e ora crescente, la vicinanza di due stati sembra più difficile di uno stato binazionale, con vera parità di diritti per cittadini ebrei e palestinesi, senza carattere etnico. Sarà mai possibile, prima nell'immaginario e poi nella realtà giuridico-politica?

 357

L’elezione di Barack Obama come 44° presidente degli Stati Uniti apre uno spiraglio di speranza per il mondo.

La sua vittoria è stata indiscutibile e con un sicuro margine; ha conquistato stati tradizionalmente repubblicani e ha trascinato il partito democratico a ottenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. La sua scelta da parte di così tanti statunitensi dimostra anche la vitalità della democrazia americana, come lui stesso ha rilevato nel suo primo discorso: in nessun altro paese democratico sarebbe stato possibile che il figlio di un africano, sostenuto solo parzialmente dall’apparato e non miliardario di famiglia, potesse concorrere alla presidenza e vincere.

Forse stiamo assistendo alla conclusione del lungo periodo di prevalenza politica e ideologica della destra americana (e mondiale), cominciata agli inizi degli anni ’80 con la presidenza Reagan.

I capisaldi di questa politica sono: la deregulation, cioè l’eliminazione delle regole e l’indebitamento come motore per lo sviluppo economico, l’egemonia mondiale degli Stati Uniti basata sulla potenza militare, come mezzo per esportare libertà e democrazia, fino ad arrivare alla follia della guerra preventiva e infinita contro il terrorismo e gli stati accusati di appoggiarlo.

La grave crisi economico-finanziaria e l’incapacità di sconfiggere piccoli gruppi di resistenti in Irak e in Afganistan con cui si conclude la presidenza Bush, mentre l’immagine degli Usa non è mai stata così deteriorata, a causa del prezzo che questa politica ha fatto pagare al mondo, spingono per un suo superamento.

In questo momento di grave crisi, l’elettorato statunitense, superando profondi pregiudizi, ha saputo fare una buona scelta: sia la personalità di Obama che la sua biografia ne fanno l’uomo adatto per affrontare, in una visione multilaterale in cui anche l’Europa potrà giocare il ruolo che gli compete, i problemi che il mondo si trova di fronte: 1) la redistribuzione della ricchezza sia tra le classi sociali che tra le nazioni; 2) la creazione di un governo dell’economia globale, per evitarne il collasso, contenerne le spinte speculative e contrastare più efficacemente l’impiego di capitali derivanti da attività criminali; 3) la difesa dell’ambiente e l’uso razionale delle risorse; 4) il finanziamento pubblico della ricerca pura e di quella finalizzata alla sopravvivenza e al miglioramento della vita dei 10 miliardi di persone di cui sarà composta tra qualche anno la popolazione mondiale; 5) il contenimento e la prevenzione, attraverso una sempre più necessaria riforma dell’Onu, delle cause di conflitto tra i popoli.

Ora si apre un periodo cruciale molto delicato. Nei prossimi mesi, in base agli uomini che sceglierà e alle decisioni che prenderà per frenare la crisi economica, avviare a soluzione la guerra israelo-palestinese e uscire dal pantano iracheno e afgano, potremo capire se Obama e il partito democratico avranno la forza, la lungimiranza e le capacità di portare avanti il cambiamento promesso o se il sistema è ormai irreformabile e gli interessi costituiti troppo forti, tanto da vanificare tutti i tentativi e annullare le speranze suscitate. In questo caso le conseguenze per il mondo sarebbero gravi.

Obama dovrà anche resistere a una tentazione a cui spesso i presidenti degli Stati Uniti, anche quelli liberal, sono sottoposti: una visione religiosa e provvidenzialistica della politica, legata al pensare che gli Usa siano una nazione benedetta da Dio e questo dia loro il diritto-dovere di avere l’egemonia morale, culturale e politica del mondo. La nostra speranza è che il fallimento di Bush e della sua lotta del bene contro il male, abbiano creato una sorta di immunizzazione contro questa possibile tentazione.

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