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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 355

Il proverbio «dalla padella alla brace» potrebbe fare da titolo o sottotitolo per qualsiasi articolo dedicato al passaggio dal governo Prodi al governo Berlusconi. In sostanza è giusto riconoscere che la prima responsabilità della vittoria clamorosa delle destre alle ultime elezioni è frutto della dissennata gestione politica che la sinistra ha fatto delle sue due biennali esperienze di governo (1996-1998; 2006-2008), non solo e non tanto per i provvedimenti presi o rinviati, ma per la palese dimostrazione della propria rissosa incapacità di governare, legata anche alla formula onnicomprensiva delle alleanze e ai limiti numerici delle maggioranze ottenute dagli elettori. Ma ciò che aggrava la cosa è poi che essa non sembra aver preso coscienza alcuna di ciò neppure dopo la terribile mazzata. Anche come opposizione, infatti, la sinistra, moderata ed estrema, continua a litigare, dividersi e fare tutto meno che progettare linee operative di riforma, e offrire agli italiani un progetto di rinnovamento economico e sociale credibile.

Detto questo, la presa di coscienza che nella «brace» si sta peggio che nella «padella» è purtroppo doverosa. Infatti al di là delle questioni di legalità e legittimità, messe in luce dall'editoriale scorso e dai numerosi articoli da noi pubblicati, resta il fatto che le prime iniziative politiche di riforma economica e sociale proposte e realizzate per decreto da questo governo, sono tali da far rimpiangere qualsiasi governo successivo alla nascita delle repubblica. Tutto è fatto e sbandierato dai ministri berlusconiani, spesso scelti per pura garanzia di fedeltà e sudditanza al capo, col solo scopo propagandistico di fare colpo, di attirare superficiali consensi. La ricerca del rumore mediatico è finalizzato a nascondere o l'inefficacia reale dei provvedimenti o la loro vera natura anti-popolare.

Giustamente persino settimanali moderati come «Famiglia cristiana» hanno denunciato i pericoli di ritorno al fascismo o almeno di incitamento all'odio razziale e all'intolleranza dei provvedimenti presi a difesa dell'ordine pubblico, da Maroni e dai vari rappresentanti della Lega e di Alleanza Nazionale, contro Rom, stranieri in genere e ogni cittadino che si trovi nella povertà estrema. Se ne vedono ogni giorno i frutti anche nell'aumento dei delitti a sfondo razziale e dei gesti di violenza contro gli indifesi.

Ma al di là della questione giustizia, anche alcuni provvedimenti squisitamente economici, come la detassazione generalizzata dell'Ici per la prima casa, o sociali, come le linee di riforma della scuola pubblica (col maestro unico, la riduzione delle ore e degli anni di studio), hanno come fine la riduzione della spesa pubblica nei soli settori dei servizi e dell'assistenza, senza alcuna preoccupazione di quanto questo peserà sulle classi più povere. Senza gettito Ici i comuni ridurranno i servizi e non taglieranno certo le spese clientelari, ma quelle sociali.

In questo senso la scelta di politica economica di questo governo è chiarissima, dal momento che ha lasciato cadere ogni sbandierata ipotesi di taglio delle spese politiche improduttive, quali abolizione delle province, taglio del numero dei parlamentari e dei deputati regionali e limitazione ai finanziamenti ai giornali di partito, che si moltiplicano soprattutto a destra. La stessa legge per la riforma regionale, che è per ora niente più che una bandierina offerta a Bossi per rallegrare feste e riti padani di fine estate, lascia prevedere in tal senso più possibili aumenti che riduzioni di spesa. Cosa che si configura ormai come quasi inevitabile per la soluzione del caso Alitalia, che se si chiuderà sarà a costi altissimi per l'erario e dubbi vantaggi per la cordata di industriali e finanzieri raccattati a forza da Berlusconi.

Che dire, poi, dei cosiddetti provvedimenti per lo svuotamento delle carceri e per la liberazione delle strade dal penoso spettacolo della prostituzione? Alcuni ministri sono oggi donna, non sappiamo se per il sacrificio fatto o semplicemente perché chiamate a prendere provvedimenti che avrebbero colpito soprattutto le donne, le maestre elementari, le madri di famiglia, che si troveranno senza assistenza scolastica per i figli, e le prostitute che rischiano il carcere se non ritornano a forme, più o meno palesi, di sfruttamento collettivo da parte di qualche privato organizzatore di case chiuse.

I rappresentanti dei cosiddetti partiti della libertà non fanno altro, dai ministri giù giù fino ai sindaci, che promettere carcere, multe, promulgare divieti, che ridurrebbero i cittadini a una vera e propria condizione di «libertà vigilata», lasciando peraltro impuniti i reati, soprattutto tributari e le illegalità finanziarie e venendo incontro a un bisogno viscerale di ordine a tutti i costi. Il tutto in nome della sicurezza e della tolleranza zero. Se in pratica la maggior parte di questi provvedimenti non fossero che fumo negli occhi, lanciati là per propaganda, ma senza vera possibilità di concretizzarsi, per palese irrealizzabilità pratico-operativa, tra poco la vita dei cittadini normali sarebbe resa così difficile che l'Italia potrebbe ritornare di nuovo paese di emigrazione come prima e durante il fascismo. Già lo è per i laureati migliori, che non trovano sbocco nell'Università e nella ricerca e sono costretti a lavorare all'estero.

Intanto il paese sta diventando invivibile per gli emigrati e anche per i cittadini italiani «diversi», visto che basta avere l'aspetto di stranieri, tanto più se di colore, per essere sprangati, e gay per essere bastonati. E la causa è facile da trovarsi: basta assistere ad un pubblico raduno della Lega, alle dichiarazioni pubbliche di ministri, sindaci, deputati di questo partito, ma anche dell'ex-Alleanza nazionale, dichiarazioni mai stigmatizzate dai cosiddetti moderati dell'ex-Forza Italia.

È questa l'Italia della libertà e della felicità che Berlusconi dice di avere realizzato nei suoi primi cento giorni di governo, l'Italia finalmente pacificata e tornata all'ordine di cui si rallegrava il papa? Legittimo o illegittimo che sia, questo governo è un governo da combattere in tutti i modi leciti possibili, anche con ben mirate azioni di disobbedienza civile e di opposizione democratica. Ogni collaborazione acritica sarebbe connivenza non solo da parte dei diversi partiti politici di opposizione, ma da parte di ogni istituzione o gruppo sociale che ami e difenda la giustizia e la libertà. In questo senso dai vertici della chiesa, che hanno fatto di tutto per distruggere la presenza libera dei cattolici in politica, salvo piangere poi lacrime da coccodrillo, c'è ben poco da attendersi. Promette qualcosa di diverso la base, l'insieme dei cristiani comuni?

 354

È democrazia questa che abbiamo oggi in Italia? Per le convenzioni, la domanda è scorretta, ma è necessaria, urgente. Ci sono due risposte. Sì, se la democrazia consiste tutta e solo nella regola della maggioranza (chi ha più voti ha il potere di governare come vuole). No, se la politica ha vincoli e doveri che nessuna maggioranza può superare. Questa seconda è, a nostro giudizio, la risposta giusta: la democrazia che ha eletto il governo Berlusconi, non è sana, ma malata, ed è in pericolo. Chi non vuol vedere e dire questa verità, per qualunque motivo, nutre e semina illusioni, nasconde la trappola, inganna il popolo. Chi non riesce a vederlo apra gli occhi.

La regola della maggioranza è parte essenziale della democrazia, perché «contare le teste invece di tagliarle» è un irrinunciabile passo di civiltà. Ma non basta: assolutismi e dittature si sono fatti approvare da ampie maggioranze, con le buone o con le cattive, e spacciando menzogne. Lincoln diceva: «Si può ingannare tutti a volte, qualcuno sempre, ma non è possibile ingannare tutti sempre». La speranza nella ragionevolezza dei più è giusta, ma non evita che a volte, o spesso, anche i più si lascino ingannare.

È regola altrettanto essenziale della democrazia il rispetto delle minoranze, cioè delle loro possibilità di esprimersi e convincere altri, fino a poter diventare maggioranza. Una maggioranza che impedisse questo non sarebbe più democratica, anche se nata democraticamente. Se il metodo è la conta dei pareri, lo scopo della democrazia è la tutela e realizzazione di tutti i diritti di tutte le persone umane, quindi sia all’interno di un popolo, sia nella intera famiglia dei popoli. Perciò, una democrazia bellicosa, poiché offende i diritti umani al suo esterno, anche se approvata da solida maggioranza interna, non è vera democrazia. Ognuno vede gli esempi.

La concezione individualistica del diritto e della legge che prevale in questa democrazia malata è il rovesciamento del diritto, il quale è invece la relazione tra due e più, la sostanza del vivere insieme nella reciprocità positiva e generosa. Senza diritto inviolabile dell'altro non c'è società, ma mucchio di avversari, pronti a fregarsi l'un l'altro. Unico legame la concorrenza, che non lega, non unisce, ma distrugge: ognuno un lupo per l'altro. L'ora oscura oggi viene da questa scarsità di civiltà. Perciò una legge contro una categoria che non piace, che si crede portatrice di svantaggi o pericoli (immigrati, rom, irregolari, delinquenti come unici colpevoli), contro gli ultimi nella corsa, contro i poveri come tali, va benissimo se le regole sono pensate in termini bellici, separatisti, escludenti, ma non in una prospettiva che metta al centro il riconoscimento e la tutela della dignità, e concepisca la legge come limite dei forti e forza dei deboli, secondo la luminosa definizione di don Milani da tenere sempre davanti agli occhi: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate (L’obbedienza non è più una virtù – Lettera ai giudici, Libreria Editrice Fiorentina, senza data, pp. 37-38).

Se il berlusconismo, come sembra chiaro, interpreta e cavalca quella concezione individualistica, bellica e asociale del diritto, esso è essenzialmente a-costituzionale e a-democratico. Esso esprime correnti e forze della società italiana nate storicamente, culturalmente, moralmente, anche spiritualmente (cosa hanno fatto la scuola, la cultura civile, l’educazione politica, la chiesa, noi tutti?), nate fuori dal terreno e dalla linfa costituzionale, su terra arida e secca, che produce sterpi. Lo spirito vivo e umano del nostro popolo strapazzato da un progresso senz’anima, se riesce a sopravvivere, ha il compito di seminare e rigenerare quel terreno. Esso non è nemico, è parte di noi, ma è miserabile. Lo spirito di separazione e di condanna ci tenta, con forti ragioni, ma deve prevalere in noi l’amore per i defraudati nello spirito, e anche per gli ingannatori pubblici, affinché questi cambino mente e cuore, se è possibile, e comunque perdano il potere di nuocere.

 353

Pubblichiamo, facendolo nostro, il comunicato stampa del «Granello di senape» dal titolo «Il volto di ogni uomo è immagine di Dio. Un’opinione cristiana sull’emergenza sicurezza» sui recenti fatti di Napoli, Milano e Roma in merito alla situazione degli immigrati e dei rom nel nostro paese e sulle soluzioni proposte dal governo (http://chiccodisenape.wordpress.com/).

 

Circa 200mila sorelle e fratelli zingari, in gran parte italiani, abitano oggi in Italia. Molti di loro sono oggetto negli ultimi giorni di persecuzioni intollerabili.

Gli zingari, e con loro tutti gli immigrati, appaiono ad alcuni nostri concittadini come nemici da odiare, respingere, rifiutare. Sono sotto i nostri occhi azioni che esprimono odio verso il diverso, un odio che la nostra storia occidentale ha già conosciuto.

Alcuni italiani credono che il rifiuto di chi è ritenuto “diverso” crei sicurezza per il territorio. Il bisogno di sicurezza appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo: la sicurezza è diritto e speranza di ogni uomo. È il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo.

Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando di fronte alle paure degli italiani. Paure provocate dall’incertezza economica – che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di persone sradicate e povere che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.

La vera sicurezza è una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, la possibilità di vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati. Senza questo non saremo mai sicuri.

Sappiamo bene che le ragioni della paura e dell’inquietudine stanno anche nella diffusione di forme odiose di criminalità e di comportamenti devianti – dei nativi e degli immigrati –, ma crediamo che la sicurezza sia una cosa terribilmente seria e delicata e come tale vada affrontata.

Sappiamo che occorre governare fenomeni sociali complessi: offrire un’informazione che aiuti a comprendere la complessità del reale e non a proporre false equazioni tra immigrazione e criminalità seminando odio e paura.

Occorrono politiche di integrazione rigorose e lungimiranti: interventi di riqualificazione del territorio, politiche penali rinnovate, che fondino la legalità sulla prossimità e sulla giustizia sociale.

Crediamo che si costruisca sicurezza laddove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, dove i cittadini partecipano alla vita comune.

Come credenti ricordiamo la preghiera di Gesù nell’ultima cena quando affida al Padre i suoi chiedendo che siano uno, come Lui e il Padre sono uno. Indicava cosi nell’essere uniti e coesi il valore più prezioso, lasciando come testamento uno stile di vita. Non possiamo dimenticare questa richiesta ai discepoli di essere strumento di unità.

Chiediamo ai fratelli credenti, ai figli di Abramo, uomo dell’accoglienza della volontà di Dio e di ogni ospite che si affaccia alla sua tenda, di non abbandonare la speranza e di lottare perché nel volto di ogni uomo sia rispettata, riconosciuta ed amata l’immagine di Dio.

E chiediamo ai nostri Pastori di accompagnare con voce forte la presenza del messaggio di amore che il Cristo ha affidato ai suoi, sostenendo ogni azione di servizio ai più deboli, nella tradizione dei discepoli dell’unico vero Maestro, che non ha rinunciato a combattere e denunciare ogni ingiustizia.

Il grido dell’Apocalisse «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (3,15-16) scuota le nostre coscienze.

 

Torino, 21 maggio 2008

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