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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 361 - aprile

Di chi hanno paura i vescovi? Cosa sta portando l'autorità del papa a una drammatica Caporetto? Più di un segnale, proveniente dalle nostre chiese locali, e ora la Lettera del Santo Padre ai vescovi della Chiesa cattolica, ce lo gridano in faccia. I vertici della gerarchia ecclesiastica italiana e vaticana sono nel panico. Si rendono conto di aver portato la comunità credente dei cattolici a una situazione di tensione interna e di rottura, di cui non solo si vedono ormai le crepe a occhio nudo, ma si sentono distintamente gli scricchiolii che preludono a un crollo.

Bisogna dare atto a papa Ratzinger, che, pur perduto nel suo isolamento di teologo speculativo, pur responsabile istituzionale di un irrigidimento dottrinale e autoritario che ha dato il colpo mortale alle residue speranze di dialogo intraecclesiale che teneva ancora unita la chiesa dopo il riflusso del post-concilio, ha avuto il coraggio di emettere il grido d'allarme e di prospettare come solo rimedio il ritorno alla «priorità che sta al di sopra di tutto: aprire agli uomini l'accesso a Dio. E non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto fino alla fine (Gv 13,1)».

Ma perché questo richiamo abbia un senso, perché l'appello pressante a un confronto e a una collaborazione nella Chiesa, che non sia un «mordersi e divorarsi a vicenda (Gal 5, 13-15)», non si perda nel nulla, bisogna capire che la decisione del ritiro della scomunica dei lefebvriani, trasformata in «scandaloso errore» dal patente negazionismo della shoah del vescovo Williamson, non è stata che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il bubbone, che è esploso, è segno di una malattia che covava da tempo, che ha radici più antiche e sta nello stillicidio, trasformatosi in fiume sempre più impetuoso, di iniziative pontificie e curiali, volte ad arginare, prima, e a spegnere, poi, lo spirito del rinnovamento conciliare.

All'inizio si parlava di «interpretare il Concilio alla luce della tradizione», di «evitare utopistiche fughe in avanti e pericolose avventure». Poi poco a poco si è fatta strada la «restaurazione», fino al punto da santificarne i papi, da rivitalizzare formulette da catechismo alla Pio X, e proclami da Sillabo contro la cultura moderna; fino al punto da veder riapparire troni papali settecenteschi, messe in latino, altari rivolti alle pietre delle absidi invece che ai volti dei credenti; fino ad assistere allo spettacolo di vescovi, nominati da chi rifiutava il Concilio, riammessi alla comunione della chiesa, senza chiedere loro la minima disponibilità a rivedere le loro posizioni dottrinali; fino a sentire di intere conferenze episcopali costrette a rifiutare la nomina di un vescovo ultraconservatore, scelto dall'alto in trasgressione flagrante e immotivata delle stesse norme canoniche; fino a cogliere i responsabili di dicasteri vaticani e della Cei in flagrante tentativo di ingerenza nelle scelte legislative ed elettorali della politica italiana; fino a toccare con mano che ogni ragionevole appello alla riforma di regole tradizionali obsolete e di normative etiche intollerabili, veniva respinto senza argomentazioni convincenti; fino a doversi fingere sordi per non udire porporati dare dell'«assassino» a un padre disperato, vicari episcopali negare funerali a morti dopo decenni di sofferenti agonie, vescovi pronti a scomunicare chi aveva collaborato all'aborto di una bambina di nove anni in pericolo di vita a seguito della violenza del padre, dichiarare che «la scomunica di quest'ultimo non era necessaria, perché il suo delitto riguardava lo stato ma non la Chiesa».

I vescovi hanno paura e il papa lo dice ad alta voce che nella chiesa esploda un'aperta ribellione della periferia contro il centro, della base contro i vertici, dei laici contro il clero. Hanno ragione. Hanno paura perché sanno bene che loro stessi sono la fonte di questo pericolo. Hanno paura della propria solitudine, della propria incapacità di dialogo, della propria chiusura su se stessi, della propria pochezza come pastori. Hanno paura perché fa loro paura il vangelo, fa loro paura non il mondo dei non credenti o l'aggressività degli atei, ma la fede stessa dei credenti. Fa loro paura rendersi conto che la comunità di cui sono pastori non è una comunità disposta a qualsiasi compromesso pur di stare in pace nel proprio mediocre benessere; ma è una comunità viva che si interroga sulle esigenze della fede, vuole rendere pubblicamente conto, anche nella chiesa, della speranza che è in lei, vuole che la sua chiesa intera sia testimone dell'amore del Cristo e del Padre, non solo a parole ma nei fatti.

Eppure, tale paura potrebbe trasformarsi in fruttuosa e gioiosa scoperta di non essere soli, di avere una comunità che li segue e li stimola, di essere nel mondo testimoni di Cristo, perché intimamente animati da Lui, se solo sapessero riaprirsi al dialogo con la Parola di Dio, coi propri fedeli, con la comunità di fratelli e sorelle, di preti, religiosi e laici che nel cammino della storia li accompagna.

Non resta che augurarsi che questo riconoscimento di «errore» del papa, questo appello al dialogo e al confronto, in libertà, rispetto reciproco e collaborazione, non si limiti a essere un appello strumentale all'ordine, ma sia l'inizio di una seria riflessione ecclesiale che coinvolge tutti dal Primo all'Ultimo.

 360

Abbiamo letto e sentito nelle ultime settimane, in relazione al caso Englaro, parole durissime da parte di organi di stampa cattolici e di autorità della chiesa, anche di altissimo livello, parole giunte fino all'accusa di assassinio e di richiesta di scomunica per tutti coloro che hanno contribuito ad alleviare le sofferenze e ad abbreviare, con umana pietà e con gli strumenti medici, suggeriti da una più che millenaria esperienza, il cammino alla morte di una non più giovane donna in stato di pre-morte da diciassette anni.

L'impressione è che il confronto tra due ragioni – il dovere di ciascuno di noi e dell'intera società di difendere la vita dall'inizio alla fine e quello di rispettarne sempre la libertà, che necessariamente si esprime come autonoma responsabilità di decisione del singolo – è stata trasformata, per ragioni di prestigio ideologico e di potere, in un feroce corpo a corpo di torti, che travolgono, invece di rispettare, il difficile, nel caso, tragico passo alla morte delle persone.

È così che l'agonia di una giovane donna, che si è prolungata per diciassette anni, è assurta a bandiera di un'intricata lotta tra clericali e anticlericali, potere giudiziario e potere politico, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, leggi dello stato e norme della chiesa. Il tutto scavalcando ogni diritto e ogni dovere delle persone: familiari, medici, singoli cittadini, credenti o non credenti, coinvolti nella vicenda direttamente o anche solo interessati a capire che ne sarà del proprio faticoso passaggio a quello che un tempo era detto l'«aldilà».

Si attenderebbero i non credenti di poterlo affrontare come difficile cessazione di vita, senza ulteriori prospettive, confortati però dall'amore dei familiari e degli amici e aiutati dal sapere medico, anche a questo deputato, così che il passo sia meno doloroso e il più umano possibile. Spererebbero i credenti di trovarsi accanto, oltre a tutto ciò, anche una parola di incoraggiamento a sentire tale atto non solo come una fine, ma anche come possibile inizio di una nuova vita, redenta dal dolore e dal peccato.

Sentono oggi da chi detiene il potere nello stato e nella chiesa che tale momento sarà, a causa delle leggi di tutela e controllo da tali poteri richieste e imposte a ogni loro singolo passo fisico e singola richiesta di aiuto medico o amicale, solo «orribile morte», da scamparsi ad ogni costo, anche al costo di un'agonia senza fine, vero inferno in terra. Il che aumenta, invece che diminuire, il senso di paura e di smarrimento che colpisce ogni vivente al primo manifestarsi di qualche segnale di fragilità che lo possa far pensare a una fine prossima o anche solo possibile.

Pietà sembra morta per la chiesa e per lo stato, purché chiesa e stato si assicurino il diritto di mettere il loro imprimatur sul morire di ciascuno, proprio come a suo tempo hanno fatto per il nascere. Andiamo forse verso un’ulteriore burocratizzazione del nascere o del morire, con tutto ciò che ogni burocrazia comporta come ulteriore e penoso carico di difficoltà per il vivere.

Hanno protestato e protestano i laici non credenti, accusati di anticlericalismo. È giusto far sapere che protestano anche molti credenti, in nome del Vangelo e dell'autentico spirito di rispetto per l'uomo e di visione comunitaria e non gerarchica della chiesa, propri del Vaticano II. Protesta anche larga parte del «popolo di Dio», o, se si vuole, dei cristiani, anche cattolici, laici e preti, costretti oggi al silenzio da un autoritarismo ecclesiastico anti-conciliare, che trascina la chiesa al disastro, e da un laicismo ideologico che preferisce ignorarne l'esistenza, perché li ritiene ridicolo residuo di un sentire religioso ormai storicamente superato.

Possiamo sottolineare l'assenza, in questo dibattito sulla morte, di una parola cara alla tradizione, una parola laica e precristiana, piena di umana verità e di sofferta passione: «agonia». Ci siamo così abituati a lasciare gestire la morte dei nostri cari agli ospedali, da aver dimenticato che tra la vita e la morte sta spesso, sempre più spesso, il momento ultimo e penosissimo del transitus, il momento del «lento morire». Questa espressione estrema della vita gli antichi la chiamavano «agonia», lotta e sofferenza, augurandosi fosse presto vittoriosa. Sapendo, però, che in ultimo sarebbe stata perdente e che la vita fisica avrebbe ceduto alla morte, perché siamo carne e polvere, alla polvere destinata, non operavano affinché si prolungasse troppo a lungo.

In qualche paese è ancora in uso una pratica antica. Un mesto rintocco di campana segna l'inizio dell'agonia di un morente, e ciascuno lo sente come invito a pregare perché Dio accolga l'anima dell'agonizzante e l'agonia non sia un travaglio troppo prolungato e penoso alla nuova vita che ci attende presso Dio. Persino nelle società pre-cristiane e presso i popoli delle più svariate e più o meno evolute civiltà, era ed è uso, a fronte dell'estremo atto di resistenza e di resa della vita alla morte, pregare il divino perché lo renda rapido e indolore. Si chiedeva e si chiede a chi può che non lo prolunghi. Si invoca dagli amici e persino dai nemici la pietà di affrettarne la fine, di non trasformare il morire in tortura.

Scomparsa l'esperienza diretta delle morti in casa e in famiglia, di questo transitus, comune e spesso pubblico, dalla vita alla morte, è scomparso anche l'uso comune della parola «agonia», che gli dava voce. È accaduto così che non si sia capito che nel caso di Eluana, non la vita, ma la sua agonia durava da diciassette anni, e che la questione in gioco non era restituirle la vita o darle morte, ma allungare, senza pietà, questa agonia, o pietosamente aiutarla a chiudersi nell'unico modo ormai possibile. Anche questo produce la crescita dell'ignoranza pubblica e la perdita del prezioso dono delle parole, elaborate dalla cultura millenaria dei popoli di cui il cristianesimo è una straordinaria e ineguagliata espressione.

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 Leggiamo sulle pagine culturali di «Repubblica» del 20 gennaio una bella esortazione di mons. Gianfranco Ravasi a non svuotare dall'interno la nostra cultura, privandola dei simboli cristiani, che tanti valori di umanità, di libertà e di amore portano con sé. Ci commuove la citazione, tratta da Il segreto di Luca di Ignazio Silone, in cui il perseguito dal tribunale silenziosamente dialoga col crocefisso, appeso alle spalle del giudice. Ma pensiamo anche ai tanti crocefissi, innalzati di fronte ai roghi ereticali, per legittimarne l'esercizio come giustizia religiosa e secolare insieme.

Ci interroghiamo su chi stia svuotando di senso dall'interno le radici umane e cristiane della nostra società, su chi finisca col mettere a tacere l'intero arco del messaggio biblico. Chi fa tacere la Parola? Ci chiediamo se a farci dimenticare il vangelo siano i laicisti che combattono, a suon di slogan corrivi, i segni residui della presenza cristiana nella società, o i rappresentanti della chiesa stessa, che di tutto si occupano fuorché di rendere culturalmente ed esistenzialmente vitale l'annuncio di fede.

Non passa giorno che non si facciano avanti per dire la loro su moschee e minareti, su costumi sessuali e leggi statali relative a famiglia e convivenze, su scelte economiche e di pubblica viabilità, Definiscono ciò che è medicalmente lecito e illecito, sanno tutto sul diritto naturale e sulle leggi, intelligenti o meno, dell'evoluzione, sui limiti e le prospettive della ricerca scientifica.

Come liberi cittadini è giusto che lo facciano. Ma perché non parlano come vescovi, teologi e pastori della chiesa sui problemi della fede? Perché, salvo occasioni di circostanza, non si sente più una loro approfondita riflessione sull'annuncio evangelico del perdono e della misericordia di Dio, sulla attesa della resurrezione, sulla speranza di ogni vivente di essere accolto da Dio e dai fratelli trapassati nel momento tragico della morte, sulla beatitudini, sulla condanna di ogni violenza fisica, economica e morale?

Come gruppo di persone in ricerca anche teologica capiamo che aggiornare l'antico bagaglio della dottrina cristiana esige una radicalità e una profondità di ripensamento e di rinnovamento che fanno tremare le vene e i polsi. Ma, vista la fame e la sete della Parola di Dio dei nostri contemporanei, giovani soprattutto, se non lo si fa con coraggio, l'insostituibile ricchezza di senso della fede biblica è destinata ad andare perduta, restino o non restino i simboli cristiani sulle pareti delle scuole e dei tribunali e, magari, persino nei proclami cartacei di questa o quella forza politica o costituzione nazionale o sovranazionale.

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