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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 370 - marzo

Da qualche anno, l’Italia vive una forte contraddizione, si potrebbe anche dire una grande ipocrisia: da una parte ha bisogno delle braccia degli immigrati dai paesi poveri, del loro lavoro, della loro voglia di riscatto, dall’altra stenta a riconoscergli i diritti che spettano ai lavoratori e perfino quelli che si dovrebbero agli esseri umani in generale, sfruttandoli al limite della schiavitù ed emarginandoli in condizioni di vita subumane, come i fatti di Rosarno hanno messo in luce. Da quando è in carica questo governo di centrodestra, sotto la spinta della Lega Nord, a questa situazione già molto pesante si è aggiunta anche una pressione ideologica, propagandistica e legislativa insostenibile. Usando in modo spregiudicato una demagogia identitaria con lo spauracchio dello straniero negatore della nostra «civiltà» e criminale abituale , si tenta di togliere spazi, speranze, futuro a tutti gli stranieri, regolari o no, per poterli meglio sfruttare e guadagnare consensi presso quella parte di popolo disorientata e spesso anche un po’ cialtrona. Ogni discorso di regolarizzazione, acquisizione di diritti civili e politici e di integrazione è stato abbandonato per un puro intervento repressivo e restrittivo. Non c’è da stupirsi che tra i lavoratori stranieri monti la rabbia e la frustrazione, che comincia a esprimersi in agitazioni, rivolte, scontri tra etnie e con la popolazione italiana. Se la situazione non cambia i fatti di Rosarno, di Milano e di altri luoghi si moltiplicheranno e si aggraveranno. Le reazioni della sinistra e della chiesa ufficiale sono ancora troppo blande e poco incisive. La sinistra moderata, in particolare, ha ampiamente sottovalutato il fenomeno immigrazione e le reazioni che prevedibilmente poteva generare e oggi sconta il ritardo con la difficoltà che incontra a impostare una politica adeguata e ad avere una presa sull’opinione pubblica, oscillando tra un eccessivo lassismo e un rincorrere ciecamente la Lega sul suo terreno. Come si comprende facilmente i due problemi principali che ci troviamo a fronteggiare, lavoro e immigrazione, sono strettamente intrecciati e richiedono una politica lungimirante, coraggiosa e generosa. La chiesa di base svolge un’azione meritoria ed efficace nell’aiuto e nell’integrazione dei migranti; quella ufficiale però, tranne generici richiami alla solidarietà, stenta ancora a riconoscere e denunciare con la forza che sarebbe necessaria l’«eresia etnica» (cfr. il foglio 368), cioè l’uso della religione e dei suoi simboli per segnare una differenza, discriminare, ghettizzare, odiare, invece che per comprendere, condividere, unire, amare. È ora di prendere piena coscienza della gravità della situazione, del suo rapido deterioramento e di abbandonare ogni sottovalutazione e minimizzazione prima che si avviti una spirale perversa di rivolte, repressioni, violenze. La reazione deve essere forte e adeguata alla sfida, perché in ballo non c’è niente di meno che una questione di civiltà e di umanità.

o

 369 - febbraio

Riceviamo e volentieri condividiamo con i lettori questo documento di Chiccodisenape da titolo «In attesa del Vescovo che verrà».

È imminente un passaggio tra i più importanti della vita della diocesi torinese: l’elezione del nuovo Vescovo. La prassi vigente è quella di una nomina gerarchica che non coinvolge il popolo dei credenti nella sua ampiezza, in modo difforme sia dalla lettera sia dallo spirito della Tradizione antica e dall’ecclesiologia di comunione professata dal Vaticano II.

Infatti nella Chiesa antica si teneva conto delle attese del popolo di Dio sino a richiedere il suo assenso, mentre significativamente il Vaticano II, nella Lumen gentium, prima descrive il mistero della Chiesa (cap. I) e la sua natura di popolo di Dio (cap. II), che coinvolge tutti i credenti nel sacerdozio comune, e solo dopo delinea la natura e la funzione dell’episcopato e la costituzione gerarchica. Se si confronta tutto ciò con le procedure oggi adottate nell’elezione di colui che è chiamato a presiedere la chiesa particolare, si deve constatare che esse non corrispondono a questi principi, anzi li sostituiscono in una forma che rischia di essere solo burocratica, in ogni caso non comunionale.

Il ritorno ad una forma di incontro reale tra popolo e vescovo non è proponibile sulla falsariga di elezioni democratiche proprie delle società moderne; ugualmente però è ormai da respingere il mantenimento di una tipologia decisionale troppo simile a quelle di stampo monarchico, oligarchico, autocratico tipiche delle società pre-democratiche. Il superamento di questo tipo di processo decisionale, che estromette preti, diaconi e laici e che attua una gestione soltanto verticistica della Chiesa, è condizione per fondare il rapporto di comunione che deve legare una comunità di credenti e il suo Vescovo.

Pertanto come aderenti a Chiccodisenape, nato per promuovere la partecipazione responsabile dei laici alla vita della Chiesa, chiediamo alla gerarchia e a chiunque possa aver voce sulla scelta del nuovo Vescovo che questa sia preparata da una preghiera comune e da un’ampia consultazione dei parroci, degli altri preti e dei laici nelle parrocchie, nelle associazioni e negli istituti religiosi, per fornire il profilo del nuovo pastore atteso. Chiediamo che siano i laici stessi a prendere l’iniziativa nelle diverse realtà ecclesiali in cui sono collocati, ed eventualmente suggerire anche nomi.

Da parte nostra cominciamo con esprimere la richiesta che il nuovo Vescovo sappia riconoscere la profezia e non privilegi l’istituzione, sia un pastore intenzionato a sviluppare la ricchezza del Concilio, che non identifichi la Chiesa con la gerarchia e valorizzi il ruolo dei laici, che sappia ascoltare, che sappia far crescere la comunione mediando e armonizzando le diverse istanze senza pretendere di imporre un proprio modello, che sia uomo della Parola e del dialogo con le altre fedi e confessioni e con le diverse culture.

 368 - gennaio 2010

A marzo eleggeremo il governatore del Piemonte e il nuovo Consiglio regionale. È un’elezione amministrativa e per decidere per chi votare dovremmo valutare la politica svolta e i risultati ottenuti dall’attuale maggioranza, confrontare i vari programmi, informarci sui candidati dei diversi schieramenti.

Siamo invece trascinati controvoglia a prendere posizione per difendere principi fondamentali di basilare convivenza civile che vediamo sempre più attaccati e minacciati. Un semplice esempio può far comprendere qual è la posta in gioco. Un candidato del Pdl, consigliere uscente, ha scritto e pubblicizza un libro bianco sugli sprechi del governo Bresso; sulle radio locali si può ascoltare qual è il principale di questi sprechi: sono stati spesi 30 milioni di euro per aiuti a zingari, extracomunitari, clandestini invece che ad anziani, bambini, disabili (evidentemente italiani).

Si badi bene non si dice, come pure eventualmente si potrebbe fare, che le spese sono state eccessive o mal distribuite o clientelari, no, lo spreco è stato nel dare a stranieri quel che si doveva dare ai nostri. Nel distribuire gli aiuti l’errore è stato quello di seguire il solo criterio del grado di bisogno, mentre occorreva anche una discriminante “xenofoba”. La logica alla base di questo ragionamento è evidente: gli esseri umani non sono tutti uguali, quelli che non sono nati sul territorio sono meno umani e perciò indegni di protezione e difesa.

E che questo sarà il motivo di fondo della campagna elettorale della destra lo confermano le recenti critiche del leghista Calderoni all’arcivescovo di Milano Tettamanzi, colpevole di chiedere gli stessi “sprechi “ della giunta Bresso.

Per guadagnare un pugno di voti, e la vittoria in Piemonte si gioca proprio su questo, non si ha nessuna remora nel solleticare gli istinti più oscuri, i sentimenti più regressivi, gli interessi più gretti, i bisogni più disperati, che invece bisognerebbe contrastare e di cui ci si dovrebbe semmai vergognare, senza nemmeno preoccuparsi dell’imbarbarimento della nostra società che da ciò potrebbe conseguire.

Di fronte a una campagna elettorale così impostata non si può tacere né sottovalutarne la gravità. La nostra reazione deve essere forte e smascherare la pericolosa ideologia su cui si basa, affinché tutti possano prendere posizione con cognizione di causa per contrastarla con vigore, perché sono in pericolo elementari valori di civiltà la cui perdita avrebbe conseguenze gravissime sulla convivenza civile nel nostro paese.

Il nostro popolo ha forse dimenticato quel che hanno dovuto subire i nostri nonni e i nostri bisnonni in giro per il mondo e quanto ci è costato dare ascolto in un passato non molto lontano a suggestioni di questo tipo?

o

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