il foglio 
Mappa | 18 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 358

La guerra di distruzione su Gaza obbliga a dolorose difficili riflessioni. Anche se le vittime non sono del tutto innocenti, il male fatto loro si chiama persecuzione. Anche se i più forti hanno subito a loro volta violenze, la loro violenza è ingiustificabile.

Dunque, anche se i palestinesi hanno commesso violenze ingiustificabili contro gli israeliani, è un fatto che sono sotto occupazione dal 1967, perseguitati e scacciati, sulla loro terra, dagli israeliani, fin da prima del 1948: il libro su documenti israeliani dello storico israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, mostra che l'espulsione mediante pressione dura fu programmata sistematicamente, villaggio per villaggio, fino dagli anni 30, prima della Shoah.

Dunque, anche se gli israeliani hanno subito violenze ingiustificabili dopo l'istituzione dello stato, la loro violenza militare (con uno dei più potenti eserciti del mondo), psicologica, provocatoria e persecutoria, sulla popolazione palestinese disperata, non è giustificabile. Senza alcun dubbio gli ebrei avevano diritto a vera protezione politica, ma lo stato di Israele è nato male: per colpa dell'Occidente e dello stesso sionismo è apparso agli arabi l'ultimo atto di colonizzazione umiliante. Israele ha disobbedito a 72 risoluzioni dell'Onu, con alto spregio della legge tra i popoli.

Il diritto alla vita di un popolo, di ogni popolo, si può affermare se riconosce uguale diritto al popolo vicino, con risoluzione pacifica e giusta delle controversie di vicinato. L'imporsi sull'altro deturpa il proprio diritto.

Il diritto alla vita e alla terra di un popolo, di ogni popolo, esige oggi di riconoscere il fatto nuovo e positivo che la terra non può più, per mille ragioni di mobilità e di interdipendenza reale, spartirsi in modo assoluto tra identità etniche separate, ed esige che tutti impariamo a convivere tra più popoli e culture sulla stessa terra, pacificamente, nella giustizia. Chi non comprende e non vuole questo, cammina al contrario del possibile procedere nell’unità della famiglia umana.

La catena di errori e dolori in quei due popoli è inestricabile. Più che fare la storia passata occorre aprire quella futura, vedere oggi gli spiragli, chiarire l'orientamento per uscire dalla tragedia.

Insieme al diritto di esistere, Israele ha il dovere di ritirarsi dalle occupazioni del 1967, grave persecuzione testimoniata ogni giorno dai volontari di pace internazionali. La vita è resa impossibile ai palestinesi per spingerli all’esilio, ma l’effetto è anche la resistenza violenta, che fa perdere solidarietà alla Palestina.

In tale situazione di apartheid e di pulizia etnica, occultate dai media forti, e di violenza, va preparato un processo «verità e riconciliazione», cominciando col porre chiare verità di fatto e aiutando gli animi stremati e corrotti dall’odio a mettersi in spirito di riconciliazione. Punto d’appoggio e speranza sono le minoranze pacifiste e nonviolente, come le molte associazioni di pace miste tra i due popoli.

Per l'odio accumulato nei più e ora crescente, la vicinanza di due stati sembra più difficile di uno stato binazionale, con vera parità di diritti per cittadini ebrei e palestinesi, senza carattere etnico. Sarà mai possibile, prima nell'immaginario e poi nella realtà giuridico-politica?

 357

L’elezione di Barack Obama come 44° presidente degli Stati Uniti apre uno spiraglio di speranza per il mondo.

La sua vittoria è stata indiscutibile e con un sicuro margine; ha conquistato stati tradizionalmente repubblicani e ha trascinato il partito democratico a ottenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. La sua scelta da parte di così tanti statunitensi dimostra anche la vitalità della democrazia americana, come lui stesso ha rilevato nel suo primo discorso: in nessun altro paese democratico sarebbe stato possibile che il figlio di un africano, sostenuto solo parzialmente dall’apparato e non miliardario di famiglia, potesse concorrere alla presidenza e vincere.

Forse stiamo assistendo alla conclusione del lungo periodo di prevalenza politica e ideologica della destra americana (e mondiale), cominciata agli inizi degli anni ’80 con la presidenza Reagan.

I capisaldi di questa politica sono: la deregulation, cioè l’eliminazione delle regole e l’indebitamento come motore per lo sviluppo economico, l’egemonia mondiale degli Stati Uniti basata sulla potenza militare, come mezzo per esportare libertà e democrazia, fino ad arrivare alla follia della guerra preventiva e infinita contro il terrorismo e gli stati accusati di appoggiarlo.

La grave crisi economico-finanziaria e l’incapacità di sconfiggere piccoli gruppi di resistenti in Irak e in Afganistan con cui si conclude la presidenza Bush, mentre l’immagine degli Usa non è mai stata così deteriorata, a causa del prezzo che questa politica ha fatto pagare al mondo, spingono per un suo superamento.

In questo momento di grave crisi, l’elettorato statunitense, superando profondi pregiudizi, ha saputo fare una buona scelta: sia la personalità di Obama che la sua biografia ne fanno l’uomo adatto per affrontare, in una visione multilaterale in cui anche l’Europa potrà giocare il ruolo che gli compete, i problemi che il mondo si trova di fronte: 1) la redistribuzione della ricchezza sia tra le classi sociali che tra le nazioni; 2) la creazione di un governo dell’economia globale, per evitarne il collasso, contenerne le spinte speculative e contrastare più efficacemente l’impiego di capitali derivanti da attività criminali; 3) la difesa dell’ambiente e l’uso razionale delle risorse; 4) il finanziamento pubblico della ricerca pura e di quella finalizzata alla sopravvivenza e al miglioramento della vita dei 10 miliardi di persone di cui sarà composta tra qualche anno la popolazione mondiale; 5) il contenimento e la prevenzione, attraverso una sempre più necessaria riforma dell’Onu, delle cause di conflitto tra i popoli.

Ora si apre un periodo cruciale molto delicato. Nei prossimi mesi, in base agli uomini che sceglierà e alle decisioni che prenderà per frenare la crisi economica, avviare a soluzione la guerra israelo-palestinese e uscire dal pantano iracheno e afgano, potremo capire se Obama e il partito democratico avranno la forza, la lungimiranza e le capacità di portare avanti il cambiamento promesso o se il sistema è ormai irreformabile e gli interessi costituiti troppo forti, tanto da vanificare tutti i tentativi e annullare le speranze suscitate. In questo caso le conseguenze per il mondo sarebbero gravi.

Obama dovrà anche resistere a una tentazione a cui spesso i presidenti degli Stati Uniti, anche quelli liberal, sono sottoposti: una visione religiosa e provvidenzialistica della politica, legata al pensare che gli Usa siano una nazione benedetta da Dio e questo dia loro il diritto-dovere di avere l’egemonia morale, culturale e politica del mondo. La nostra speranza è che il fallimento di Bush e della sua lotta del bene contro il male, abbiano creato una sorta di immunizzazione contro questa possibile tentazione.

 356

«Perché aspettare per avere quello che vuoi? Prendi subito, paghi dopo». Forse le cose più chiare e sagge, nella recente confusa bufera finanziaria, le ha dette il sociologo americano Zygmunt Bauman («La Repubblica» 8 ottobre 2008), che individua nell’eccessivo indebitamento individuale, familiare, aziendale e statale la causa scatenante della gravissima crisi. E in particolare nell’uso generalizzato e spregiudicato degli acquisti con carta di credito, utilizzando non fondi sul proprio conto corrente, ma prestiti precedentemente concessi dalle banche. Esaurito il prestito ne viene concesso uno nuovo, per altri acquisti, e per pagare gli interessi salati, del precedente. E così via, all’infinito, in una catena di sant’Antonio, che, come si sarebbe detto un tempo del welfare, dura dalla culla alla tomba. E a ripianare i debiti? ci penseranno gli eredi.

Utilizzando una moneta universalmente accettata gli Usa hanno esportato a piene mani questo sistema e sono riusciti, per lungo tempo, a vivere al di sopra dei propri mezzi, producendo in beni reali la metà di quel che consumavano. Con i cosiddetti mutui subprime, concessi per l’acquisto della casa agli strati più poveri (che difficilmente avrebbero potuto pagare le rate), si era raschiato il fondo del barile. Circa un anno fa la catena di sant’Antonio si è rotta, come sempre accade, e data la globalizzazione del mercato finanziario, i danni si sono rapidamente estesi, appunto, al mondo intero. È la fine del capitalismo attesa da due secoli, come spera il «manifesto»? È bene non farsi illusioni, spesso il sistema rinasce dalle proprie ceneri o come Proteo assume aspetti sempre diversi. È già accaduto dopo il 1929 e nel secondo dopoguerra. Anche perché i meccanismi ora descritti hanno goduto di un robusto consenso di massa. Certo erano manovrati da una ristretta cerchia di oligarchi del credito (e da loro complici politici) con cui potremmo agevolmente prendercela per scaricare le nostre legittime frustrazioni, ma non si può negare che il meccanismo nel suo complesso piacesse molto, a molti, e non soltanto negli Usa.

A fronte dei provvedimenti tampone, per ora scarsamente efficaci, altri parlano di nuovo socialismo, o di ritorno della socialdemocrazia: giudizio improprio perché in questi interventi dello Stato non si vede alcun intento redistributivo della ricchezza, ma soltanto la volontà di salvare i meccanismi delicatissimi del credito, senza distinguere tra banchieri corretti e quelli che hanno tenuto comportamenti delinquenziali.

Chi pagherà il conto? Certamente i risparmiatori (fermo rimanendo che la legge deve tutelare gli onesti, ma non gli allocchi e gli incauti), la piccola e media impresa che otterrà meno prestiti dalle banche in difficoltà, e ciò vorrà dire meno occupazione. Aumenterà il debito pubblico, per l’Italia già altissimo, e il cittadino contribuente, se non sarà chiamato a pagare più tasse, avrà meno servizi, ridotti per pagare gli interessi sui Bot. Potremo andare incontro a una crescente inflazione, con i connessi sconquassi politici visti negli anni ’30 del secolo scorso, ma potremo invece assistere a un graduale rientro dalla sbornia consumistica, utilizzando meglio i nostri soldi e accettando un relativo impoverimento.

Tanto per fare qualche esempio, in Italia un quinto del cibo va buttato (tanto da mantenere, ai nostri livelli di consumi alimentari, l’intera popolazione della Serbia, oppure della Tunisia), c’è un 20% del riscaldamento più del necessario, per non parlar degli sprechi di energia per gli impieghi più futili (dalle telefonate inutili all’eccesso di illuminazione, agli apparecchi tenuti in standby, ecc.). Sarebbe forse ora che i media, quando aumentano le tariffe, non sparassero subito quanto dovremo spendere in più (a consumi costanti), ma dicessero invece come adottare accorgimenti che lascino inalterata la spesa, senza sostanzialmente ridurre il benessere. Anche le associazioni dei consumatori dovrebbero mettersi su questa strada.

Nell’immediato il piano di Bush da 700 miliardi di dollari (tutti provenienti dall’aumento del debito pubblico) avrà successo se, ancora una volta, i bond americani saranno acquistati da Cina, India e Giappone. Non è detto che questo accada con assoluta certezza ed è forse per una ragione scaramantica che molti illustri economisti non ne parlano.

Al di qua dell’Atlantico l’esistenza dell’Unione Europea è sicuramente garanzia di maggior controllo della situazione, anche nell’evitare derive politiche pericolose, e l’euro costituisce uno scudo monetario di tutto rispetto a vantaggio di paesi come il nostro. È ridicolo sentire un ministro della Repubblica, Mara Carfagna, ancora adesso fare affermazioni del tipo «l’euro voluto da Prodi...», quando sappiamo che i vergognosi aumenti dei prezzi furono dovuti all’incapacità del governo Berlusconi di gestire il passaggio dalla lira alla nuova moneta. È altrettanto certo che con la vecchia moneta, il cui ricordo è sempre più mitico, in una situazione come quella attuale, l’Italia sarebbe precipitata in una spirale di tipo sudamericano.

Da ultimo va segnalato che mentre tutti si sbracciano a invocare un ritorno alle regole giuridiche e persino (udite, udite...) a quelle etiche, c’è qualcuno che nel marasma fa il furbo. I deputati peones Cicolani e Paravia (su incarico di chi?) hanno proposto una norma, nel solco delle leggi ad personam, che salvi finanzieri e banchieri dalle loro eventuali responsabilità penali. La cosa ha fatto indignare Tremonti che ha minacciato le dimissioni. Il ministro dell’economia ha però anche detto che i vertici delle banche in difficoltà andranno sostituiti (e, aggiungiamo, i loro stipendi andranno adeguatamente ridotti): ottimo proposito, purché non mascheri l’intento del governo di estendere, con persone di fiducia, il controllo su tutto il sistema bancario italiano. 

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 461 
 :: 459 
 :: 462 
 :: 456 
 :: 457  
 :: 455 
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml