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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 367 - dicembre

Difficile nascondere l'impressione che dentro l'intera questione della legittimità o meno della presenza del crocefisso nelle aule delle scuole pubbliche ci sia qualcosa di grottesco, che interamente si gioca sul ruolo che ciascuno tende a far svolgere a questa ostensione pubblica di un simbolo eminentemente religioso.

La Corte europea dice che il crocefisso va eliminato «perché viola la libertà religiosa degli alunni»; il governo italiano, da parte sua ha sostenuto che esso doveva essere presente per la precisa ragione politica che non si può scontentare l'elettorato cattolico; il ministro della Pubblica istruzione ha dichiarato che non lo si può rimuovere in quanto «la sua presenza nelle aule non significa adesione al cattolicesimo, ma sta lì come simbolo della nostra tradizione e identità culturale»; il cardinal Re lo difende in quanto «simbolo universale di valori che stanno alla base della nostra identità europea» (universale dunque ma eurocentrico); la Lega afferma che non solo non va rimosso, ma moltiplicato «per far vedere che noi siamo indipendenti dai diktat dalle burocrazie straniere».

Insomma ciascuno il crocefisso lo vuole e lo rifiuta per ragioni sue proprie che nulla hanno a che fare col crocefisso in sé. Se dovessimo valutarle in termini di linguaggio e di sensibilità religiosa giudaico-cristiana diremmo che ciascuno affida al crocefisso una funzione che non è la sua, ma che è soggettivamente idolatrica.

Per ragioni diverse la Corte europea come i suoi avversari trattano il crocefisso come un idolo, come un simbolo dipendente dalla propria visione umana del suo eventuale valore e questo perché il crocefisso, messo là dove non dovrebbe stare, fuori del suo contesto naturale, che è il luogo di culto e di preghiera della comunità cristiana, non ha più un valore proprio ma acquista il valore che altri vuole fargli svolgere in positivo o in negativo.

Per questo non prendiamo posizione rispetto a chi ha ragione o torto in questa speciosa disputa. Hanno tutti torto e la presenza del crocefisso va ripensata a partire dall'esigenza di fede che lo ha generato, conservato e da cui solo riceve il suo valore. In qualsiasi altro posto venga messo è un oggettino, più o meno idolatrico, si tratti del seno prosperoso di una donna o muscoloso di un macho, dell'aula di un tribunale, di una scuola o di una palestra confessionale.

Il semplice fatto che qua o là compaia un crocefisso non significa che qua e là stia un simbolo religioso di qualche pregnante valore. Significa che qua o là qualcuno si è voluto servire strumentalmente del crocefisso per mettere un suo segno di presenza. Se non temessi di bestemmiare direi che si tratta di una disseminazione simile a quelle deiezioni animali tese a porre dei paletti e dei confini: qui è mio. Ma in tutto ciò il crocefisso che cosa c'entra? Ecco il grottesco.

o

 366 - novembre

Nel gennaio 1994, Berlusconi non è ancora sceso in politica. Lo farà subito dopo. È presidente del consiglio d’amministrazione della Fininvest, che, per mettere le mani sulla Mondadori, corrompe tramite Previti (condannato con sentenza definitiva) il giudice Metta per ottenere una sentenza favorevole (come infatti è avvenuto). Ma dal tribunale civile la Fininvest è stata recentemente condannata in primo grado dal giudice Mesiano (estensore della sentenza) a versare 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti, il concorrente escluso dall’ingente corruzione.

Bisogna entrare nel merito, e non come parecchi quotidiani limitarsi a considerazioni formali: è vero o non è vero che la Fininvest ha versato la somma suddetta al giudice? Se non è vero, Berlusconi ha tutte le ragioni per parlare di accanimento-complotto da parte dei giudici; ma se è vero, è corresponsabile della suddetta corruzione (come dice espressamente la sentenza di Mesiano), e come minimo dovrebbe dimettersi.

Tutta la faccenda del lodo Mondadori è di una gravità inaudita. Altro che escort. Non è neanche il caso di tirare in ballo il sistema delle tangenti, sempre in vigore. Una ditta con l’acqua alla gola e con la necessità di lavorare è pressoché obbligata a versare la tangente. Il concusso è comunque molto meno colpevole del concussore, ad es. il direttore dell’ufficio acquisti che ha il potere di chiedere ed esigere tale surplus (ormai all’ordine del giorno). Ma la stessa concussione è molto meno grave del corrompere un giudice, perché la terzietà del giudice è una delle basi della convivenza civile. Vogliamo sperare che anche questo costume non diventi imperante.

 

***

Ma dopo la condanna da parte della Corte Costituzionale del “lodo” Alfano, con il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, e il progetto di cambiare la Costituzione col presidenzialismo e la riforma della magistratura, vogliamo andare alle radici della questione. La maggioranza dei voti, di cui il presidente del Consiglio si fa spesso scudo, dà il compito di governare, ma non vale affatto per assolvere da crimini e illegalità. «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana) significa che neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge. La volontà, anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi, pur legittimamente, viene eletto. È falso dire che egli è un primus super pares, come ha detto un dipendente politico del presidente del Consiglio. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un «in-carico» politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è «caricato» del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.

Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.

Il consenso popolare, oltre che libero da forzature, dovrebbe essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorrerebbe anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare. È questo precisamente il caso della fortuna politica del presidente del Consiglio in Italia, fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso del presidente del Consiglio, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli. Così dispone l’art. 3, la “super-norma” della Costituzione.

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.

Il comportamento politico del presidente del Consiglio, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella polis.

 

o

 365 - ottobre

Il caso Boffo, al di là di ciò che può aver combinato in passato l’ex direttore di «Avvenire», è emblematico per i rapporti fra l’attuale maggioranza, detentrice del potere legislativo ed esecutivo, e i vertici ecclesiastici e vaticani. C’interessano fino a un certo punto i retroscena più smaccatamente politici: ad es. chi sia il mandante dell’attacco a Boffo, oppure, per quanto concerne i personaggi, se si tratti di un asse Bagnasco-Bertone contro Ruini (che nominò a suo tempo Boffo direttore di «Avvenire» e della tv satellitare), o se, in un altro scenario, l’asse Bagnasco-Ruini sia stato cinicamente abbandonato al suo destino dalla segreteria di stato. Oppure, per quanto riguarda l’agire diplomatico, se si voglia un rapporto diretto tra Vaticano e governo relativizzando la Cei, o viceversa; oppure ancora una vera e propria cinghia di trasmissione Vaticano-Cei-governo con relativo retrogrado.

Ci sconvolge invece la religione come politica, in perfetto stile costantiniano. Da una parte imperversa la religione della legge con tutta la sua rigorosità (quasi crudele come nel caso di Welby e di Eluana, ma pure nei confronti dei divorziati risposati), che è tutt’altra cosa rispetto alla radicalità evangelica. In uno Stato moderno le leggi, con i loro procedimenti applicativi e attuativi, dovrebbero basarsi su valori etici laici: ma proprio quest’autonomia non è riconosciuta dai vertici ecclesiastici quando vi vogliono introdurre o imporre determinati vincoli; perché tali vertici ritengono che sia indebolita, o sia cessata (o addirittura non sia mai esistita) l’autosufficienza morale dello Stato liberale e democratico.

Dall’altra abbiamo la riedizione moderna dei cesaro-papismi e delle clericocrazie del passato, come se la storia non ci avesse insegnato nulla. Il sistema ecclesiastico è subalterno al potere politico vigente; o meglio, nelle reciproche adeguazioni tipiche della polis religiosa, si è alternativamente sovrani (nel richiedere o imporre qualcosa) e subalterni (nel recepire il diktat di scambio della controparte). La polis religiosa (oggi si preferisce dire «la religione civile») è una contraffazione idolatrica del cristianesimo, una manipolazione; è il tentativo spesso ricorrente di ridurre il cristianesimo a semplice religione e quindi, di fatto, a sanzione sacra di una cultura o di un regime, mentre il fatto cristiano in sé non sopporta, senza essere stravolto, di essere funzionale a un modello politico, poiché chiede di ascoltare la Parola e di convertirsi alla sua verità.

Quando si dà “adeguazione” vuol dire che la proposta di fede non è avvenuta in termini decisivi, ma che è stata strozzata, fino a risultare una semplice sanzione sacra di un ordine politico vigente. La polis, in sé presa, non può che emarginare ed espellere il vero «fatto cristiano» come elemento di disturbo che, se vissuto, metterebbe a soqquadro le sue categorie efficientistiche, i suoi sistemi di relazione e di valori. La polis però può tollerare, persino privilegiare, addirittura riadattare e usare (“eresie sterilizzate” o contraffazioni latenti della fede) una religione funzionale alle proprie strutture portanti.

Ci preoccupa molto quindi lo stato di degrado e di decadimento ecclesiastico: infatti è proprio una ecclesia mancata o svuotata che scade al ruolo di serva (o alternativamente di regina, data la reciprocità delle “adeguazioni”) della polis, di complementare agenzia religioso-ideologica, in cui l’uomo, animale religioso-politico, tenta di (ri)prendere il sopravvento sull’uomo convertito. Il fatto tragico è che in tal modo non si annuncia il Vangelo ma si fanno patti, si esercitano e si subiscono ricatti dal potente di turno.

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