il foglio 
Mappa | 38 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 349

Siamo molto preoccupati per la caduta del governo Prodi. Anche se a volte lo abbiamo criticato per la politica militare (Afghanistan, base Usa a Vicenza, spese militari), sappiamo che su altri piani ha fatto bene: evasione fiscale, lotta alla mafia, tutela dell’ambiente. E soprattutto che le alternative sono tutte peggiori. Ora saranno tutti contenti gli scontenti. C’è la possibilità che vinca la destra perché il governo di centro-sinistra non ha fatto in tempo a fare le cose che piacciono alla gente – come abbassare le tasse. Ha solo rimesso un po' di ordine nei conti. E non a caso la prima boutade elettorale di Berlusconi è stata: «Abolirò l’Ici».

Il governo Prodi però è caduto nel modo peggiore: non su uno dei problemi dell’Italia, dalle pensioni ai morti sul lavoro, dalla laicità ai rifiuti, ma – ufficialmente – sullo spirito di rivalsa di un ministro della giustizia il cui partito ha raccolto 1,4% dei voti, pari a 500mila in cifra assoluta. Anzi: calcolando che al senato erano tre i senatori dell'Udeur e uno di loro ha votato la fiducia, è bastato lo 0,9 % per far cadere il governo. Del resto Mastella, a partire dal fatto che aveva fatto il sindaco nella sua città con Forza Italia ed è stato eletto in Senato con l'Unione, è stato uno di quelli che si è messo di traverso ogni volta che il governo ha tentato di realizzare qualche punto del suo programma.

Se questo governo entra in crisi perché è stato tolto l’appoggio di un partitino, significa che lo stato della malattia è andato così avanti che c’è da stupirsi del contrario, che cioè il governo sia andato avanti per più di un anno e mezzo. Il governo era ostaggio di Mastella, ma anche della sinistra cosiddetta radicale. Eppure ha resistito. Tutti, grandi e piccoli, si erano impegnati sul programma di legislatura. Ora la priorità sarebbe una legge elettorale decente, per rispetto degli elettori e delle istituzioni.

Resta purtroppo insoluto il conflitto di interessi. Del resto non era facile approvare una legge sul conflitto d’interessi con due voti di maggioranza al Senato. Non dimentichiamo il referendum vinto da Berlusconi a suo tempo sul possesso delle tv. A dirla tutta, preoccupa che la gente il conflitto d’interessi l’abbia assimilato: c’è ancora qualche élite che protesta, il resto è indifferenza, se non approvazione.

Alcune responsabilità vanno ricercate anche nel Pd, nato chiuso a sinistra e aperto al centro, che ha spezzato l'Unione, dando a Mastella l'occasione per approfittare della sua vicenda giudiziaria per piazzarsi nella nuova zona potenziata, il centro. Il Pd del resto si è finora dimostrato più un partito di manovra che di idee, ha archiviato il progetto quasi cinquantennale dell'alleanza tra centro e sinistra per fermare la destra italiana, cioè l'ispirazione maggiore della Costituzione antifascista. A sua volta la sinistra sociale e pacifista deve ancora ben imparare l'articolazione tra ideali chiari e passaggi attraverso il possibile: la gradualità, purché ben orientata. Si può essere di lotta e di governo? Forse sì, purché la lotta sappia suddividersi nei passaggi, scendere dal grido totale all'attuazione graduale, nelle condizioni. La tradizione della nonviolenza politica (che la sinistra non ha ancora colto davvero, e la destra assolutamente per nulla) ha infatti molto da insegnare alla sinistra, tanto nell'altezza degli obiettivi, quanto nella pulizia dei mezzi, quanto nella pazienza del cammino. Ora è indispensabile nel centro-sinistra un energico, ben visibile cambio di facce, come fu quella di Prodi nel '96, per riconciliare società e politica.

 348

Torino ha una drammatica storia di incendi (a parte i bombardamenti): il Teatro Regio prima della guerra, il cinema Statuto (febbraio 1983, con 64 morti), la cappella della Sindone (1997, senza vittime), ora questo, tragicamente simbolico, dell’acciaieria ThyssenKrupp in prossima chiusura, che ha ucciso successivamente tutti e sette gli operai ustionati.

La grande manifestazione di lutto e protesta, lunedì 10 dicembre, si è svolta in un’atmosfera pesante e tesa come poche altre. Qualcuno l’ha paragonata ai funerali delle vittime, negli anni del terrorismo. Il tema dei troppi incidenti mortali sul lavoro, del morire per lavorare, è tornato di prepotenza all’attenzione del paese, con tutti i suoi aspetti già noti.

Oggi nessuno si può permettere, come un tempo, di presentare come eroi del progresso le vittime di un modo di lavorare teso e condannato a spremere dal tempo e dai gesti del lavoratore, e dalla perfezione delle macchine, il massimo di efficienza e di profitto, perché la concorrenza morde le calcagna dell’imprenditore, della multinazionale, e dunque dell’operaio, in definitiva.

L’antico operaio-artigiano della piccola boita, da cui è nata per superfetazione anche la Fiat immensa, faticava e tirava la carretta, anche negli stenti, ma il lavoro usciva dalla sapienza delle mani e dalla fatica delle braccia e tornava, bene o male, ai bisogni dell’uomo. La fabbrica, il capitalismo, inquadrarono sempre più l’uomo nel meccanismo tecnico e sociale, ma ancora l’operaio, gli operai insieme, sapevano di poter rivendicare i diritti della loro fatica intelligente, grazie alla coscienza del proprio ruolo sociale. Le macchine via via ridussero la fatica, poi anche il numero degli uomini, che divennero sempre più superflui.

Senza alcun romanticismo, che non ha motivo, possiamo dire che l’orgoglio del lavoro, quello che Primo Levi ha saputo descrivere, la solidarietà nel lavoro, sono diventati un privilegio individuale di fronte al disoccupato e al precario. Ognuno è più solo, deve accettare qualunque lavoro, e contrattare quasi da solo il compenso alla fatica necessario per vivere.

In questa triste occasione è corsa di nuovo la parola sfruttamento, l’antico nome della condizione operaia, smascherata quando si formò la coscienza di classe. Nella manifestazione del 10 si sono visti di nuovo gli operai, oggi sparpagliati come un gregge assalito dal lupo, ma in quel momento raccolti in corteo tra i cordoni, le fila, gli slogan rabbiosi urlati nel freddo, anche in parte contro i sindacati. E si sono visti nei funerali celebrati nelle varie chiese della città, sempre in un clima di raccoglimento e con una grande partecipazione dei cittadini. Come si sono visti nel luogo per eccellenza della visibilità odierna, e cioè in tv, dove hanno dato inedita mostra di sé: composti, anche nel dolore, dignitosi, in grado di presentare ben più ragionevolmente dei tanti alla ribalta le proprie ragioni e la domanda forte, ineludibile di giustizia. Ci è sembrato allora di aver capito, ancora una volta, in questo sessantennio della Costituzione, che cosa significa che «l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro».

 

Nel gennaio 1994, Berlusconi non è ancora sceso in politica. Lo farà subito dopo. È presidente del consiglio d’amministrazione della Fininvest, che, per mettere le mani sulla Mondadori, corrompe tramite Previti (condannato con sentenza definitiva) il giudice Metta per ottenere una sentenza favorevole (come infatti è avvenuto). Ma dal tribunale civile la Fininvest è stata recentemente condannata in primo grado dal giudice Mesiano (estensore della sentenza) a versare 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti, il concorrente escluso dall’ingente corruzione.

Bisogna entrare nel merito, e non come parecchi quotidiani limitarsi a considerazioni formali: è vero o non è vero che la Fininvest ha versato la somma suddetta al giudice? Se non è vero, Berlusconi ha tutte le ragioni per parlare di accanimento-complotto da parte dei giudici; ma se è vero, è corresponsabile della suddetta corruzione (come dice espressamente la sentenza di Mesiano), e come minimo dovrebbe dimettersi.

Tutta la faccenda del lodo Mondadori è di una gravità inaudita. Altro che escort. Non è neanche il caso di tirare in ballo il sistema delle tangenti, sempre in vigore. Una ditta con l’acqua alla gola e con la necessità di lavorare è pressoché obbligata a versare la tangente. Il concusso è comunque molto meno colpevole del concussore, ad es. il direttore dell’ufficio acquisti che ha il potere di chiedere ed esigere tale surplus (ormai all’ordine del giorno). Ma la stessa concussione è molto meno grave del corrompere un giudice, perché la terzietà del giudice è una delle basi della convivenza civile. Vogliamo sperare che anche questo costume non diventi imperante.

 

***

Ma dopo la condanna da parte della Corte Costituzionale del “lodo” Alfano, con il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, e il progetto di cambiare la Costituzione col presidenzialismo e la riforma della magistratura, vogliamo andare alle radici della questione. La maggioranza dei voti, di cui il presidente del Consiglio si fa spesso scudo, dà il compito di governare, ma non vale affatto per assolvere da crimini e illegalità. «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana) significa che neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge. La volontà, anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi, pur legittimamente, viene eletto. È falso dire che egli è un primus super pares, come ha detto un dipendente politico del presidente del Consiglio. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un «in-carico» politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è «caricato» del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.

Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.

Il consenso popolare, oltre che libero da forzature, dovrebbe essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorrerebbe anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare. È questo precisamente il caso della fortuna politica del presidente del Consiglio in Italia, fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso del presidente del Consiglio, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli. Così dispone l’art. 3, la “super-norma” della Costituzione.

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.

Il comportamento politico del presidente del Consiglio, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella polis.

 

o

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 
 :: 440 
 :: 439 
 :: 437 
 :: 438 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 2 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 1 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml