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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 364 - agosto
Non c’è democrazia se non c’è un popolo. Il volgo atomizzato e ineducato (e peggio se benestante egoista) non è un popolo libero e cosciente. Tanto meno sa vivere nella famiglia unica dei popoli umani che si va a fatica formando. Ma comincia forse oggi una reazione sana alla volgarità berlusconiana associata alla volgarità leghista?

La chiesa, nei vertici vatican-vescovili, ma assai più, speriamo, nella base di fede consapevole, comincia a rigettare moralmente la persecuzione degli immigrati, la celebrazione dell’egoismo etnico e individualista, la cultura cinica dell’apparenza priva di sostanza umana. Il paganesimo padano (senza offesa per la cultura pagana) si vanta di essere «l’unico partito che veramente ha radici cristiane». Se i pastori, davanti al popolo, non inveiscono come merita (per es. come Gesù in Matteo 23), «pascolano se stessi e lasciano le pecore in pasto a tutti gli animali della campagna» (Ezechiele 34). Il fatto è che una chiesa-potere deve patteggiare coi poteri. La sorte dei profeti è un’altra, ed è indicata nello stesso capitolo di Matteo.

Il comandante di questo vuoto rigonfio ha detto che lui non è un santo e che agli italiani piace così. Può anche darsi. Può darsi anche che l’ammirazione invidiosa si capovolga in odio e rigetto. È successo nella storia. Nessuno è più fragile del forte. Forte è solo chi sa vivere insieme.

I media, premuti in tanti modi da quel potere, non sono tuttavia morti, né muti. Alcuni si ricordano ancora di essere nati, con la fine dell’Ancien Régime, per controllare e limitare i poteri, non per servirli, a costo di essere chiamati in giudizio. Anche un alleato come Fini, entro quella maggioranza di sottomessi, magari per calcoli di concorrenza, si divincola e dice cose giuste.

Il popolo è disorientato. La sinistra (l’abbiamo già scritto) è allo sbando. La sinistra italiana sarebbe capace di trovare un’idea valida e pratica comune attorno alla quale chiedere consenso?

Più che piangere e gridare sui mali d’Italia in questa brutta stagione, vorremmo sapere guardarli in faccia e costruire antidoti e vaccini alla grave malattia.

1. È stato osservato che nell’applicare il c.d. «pacchetto sicurezza» pubblici ufficiali e funzionari compirebbero alcuni reati: a) violazioni dei diritti umani e delle garanzie di essi sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana; b) violazione dei diritti dei bambini; c) persecuzione di persone non per condotte illecite, ma per mera condizione esistenziale; d) violazione dell'obbligo di soccorso e accoglienza delle persone di cui all'art. 10 Cost.; e) violazione del principio dell'eguaglianza dinanzi alla legge; l’istituzione delle c.d. «ronde» configurerebbe il favoreggiamento dello squadrismo (attività che integra varie fattispecie di reato). Da ciò la proposta (nbawac@tin.it) di presentare esposto alle Procure, per richiedere che, esaminati i fatti, procedano nelle forme previste, come è loro obbligo, nei confronti di coloro che risultassero accusabili per i reati suddetti.

2. Le non poche associazioni per la pace e la nonviolenza si accordino per costituire in Italia una Federazione politica nonviolenta. Conservando ognuna le sue caratteristiche, tradizioni, scopi e metodi, insieme svilupperebbero quella azione culturale-civile-politica (non elettorale) di positiva pace nonviolenta nella giustizia, che manca gravemente nella cultura e nell’azione politica italiana.

3. Le chiese cristiane e le organizzazioni religiose, quelle capaci di sentire il dovere, essenziale in ogni religione, di essere fattore di pace e giustizia, agiscano insieme nel purificare dal razzismo e nel rieducare e qualificare l’etica popolare e pubblica. C’è chi ha proposto, nella chiesa metodista-valdese, di definirsi Chiesa confessante, come negli anni ’30 contro il nazismo.

4. Quei partiti che comprendono e vogliono la difesa e l’applicazione dei principi preziosi della nostra Costituzione, appannati nella coscienza civica, si colleghino in una Alleanza politica costituzionale. Conservando ciascuno le proprie caratteristiche, assommino e rafforzino la coscienza e la pratica costituzionale, oggi aggredita da una classe politica aliena e straniera al significato storico e programmatico della Costituzione, ignorante dell’idea di società e di polis conquistata contro il fascismo, che la nostra Carta ha indicato come obiettivo storico-politico per il popolo italiano, nel concerto di tutti i popoli. La Costituzione non è un vincolo, ma una strada nobile, di civiltà, ancora in gran parte da percorrere. Oggi questo patrimonio umano e politico va difeso contro la degenerazione autoritaria ed escludente della democrazia.

5. A vent’anni dal 1989, vediamo che la gran parte della sinistra, per la vergogna di essere stata comunista, ha gettato via l’ideale con la dittatura. Oggi, screditate le ideologie, occorrono più che mai idee, ideali. L’ideologia della non-ideologia è la più perversa. Senza gli ideali rimane la forza bruta degli interessi rozzi, e la rassegnazione. Non basta proporsi come «democratici». Ogni demagogo può ottenere l’investitura democratica. Democrazia è il metodo giusto che richiede obiettivi giusti. L’idea alta di Pace, Ambiente, Giustizia può ricostituire una sinistra sana e va proposta oggi affinché la politica italiana viva nello spirito avanzato della Costituzione. È possibile e necessario che gli umani credano nell’ideale di umanità.

6. La mondialità della vita associata e politica, della conoscenza e della comunicazione, ormai si impone. La politica è sempre di più cosmopolitismo, gestione di problemi e beni e diritti comuni a tutti i popoli. È necessario costruire unità e autorità politiche mondiali e macroregionali, contemporaneamente a comunità politiche vicine alle persone e ai luoghi di vita, senza che l’una dimensione schiacci o ignori l’altra. Contro un livellamento globale e un provincialismo gretto, è compito dei cittadini intessere relazioni e dialoghi nella vita quotidiana, sulla porta di casa, con le culture, le religioni, le tradizioni ormai presenti dappertutto provenienti da tutto il mondo. L’esperienza interreligiosa e interculturale è un lavoro di base per l’unità pacifica e libera della nostra umanità, garantendone la ricca varietà.

 

 363 - giugno - luglio

Negli ultimi giorni prima del voto, ho avuto un breve scambio di lettere con una brava amica, candidata in Sinistra e Libertà in un’altra circoscrizione. Mi aveva scritto un messaggio entusiasta, a cui ho risposto così: « Speriamo nella riduzione del danno. Sono arrabbiatissimo con tutte le sinistre che dovevano fare una lista unica, accantonando i politici litigiosi, per non scomparire ulteriormente. Tu sei brava, anche altri, ma questa divisione è stupida e suicida. Non c'è una sola ragione comprensibile e accettabile. Non credo nel 4%. Non si vota per scommessa, ma per calcolo di numeri. L'ideale è l’orizzonte, ma il passo è terra terra. Neppure del Pd sono contento, ma occorre l'argine possibile al bandito Berlusconi. Non so ancora come voterò».

Lei ha scritto di nuovo: «Sta girando molto (troppo!) un'informazione falsa, maliziosa. Si dice che Sinistra e Libertà non abbia possibilità di farcela e che, quindi, votarla significhi sprecare il voto. Le informazioni che abbiamo in mano noi, invece, dicono che S&L è sull'orlo del quorum. Se ce la faremo o meno, a questo punto, dipende da ciascuno di noi. Ogni voto può fare la differenza. Basta non scoraggiarsi, basta ricordare a amici, vicini, colleghi che il voto utile è quello che porta le nostre idee in Europa. (…) Come mi dice un amico: "Il voto utile è quello per le cose e le persone in cui credi". Un altro amico mi ha detto: "Non accetto il ricatto del 'voto utile'. Dire che ci sono 'voti utili' e 'voti inutili' è come dire che ci sono 'persone utili' e 'persone inutili'. Ogni persona ha la sua dignità. Ogni voto ha la sua dignità. Faremo il quorum, ne sono certo. Ma in ogni caso, lunedì mattina mi alzerò e potrò guardarmi allo specchio, perché avrò votato secondo coscienza, per la migliore candidata che conosco"».

Le scrivo ancora: «Quello che dice l'amico che citi per ultimo non è giusto: una cosa è la dignità di ogni persona, altra cosa è l'efficacia di un voto politico. Sinistra e libertà sarà un'ottima cosa, ma pessima cosa è che le sinistre vadano al voto così divise. È puro e semplice scandalo e stupidaggine, come ti ho già scritto, perché hanno tradito – tutte – il loro dovere politico nel momento gravissimo, mentre Marcon e Pianta avevano fatto la proposta giusta ed efficace. L'idealismo è consentito a me che faccio solo teoria (importantissima cosa, che ha il primato perché – dice il Talmud – porta alla pratica), che soltanto scrivo e parlo, ma non è consentito al politico. Certo, egli deve avere nel cuore e nella mente l'ideale purissimo, ma il suo dovere è tradurre i valori in fatti, anche alla condizione che sia una traduzione solo parziale, nella gradualità ben orientata, e sempre tenendo ben conto della realtà effettiva. Infatti, se vuole la traduzione intera dell’ideale non ottiene nulla, e tradisce il suo compito. Chi pensa e parla deve preoccuparsi solo di verità e giustizia. Chi agisce deve preoccuparsi dell'efficacia, del mettere in atto la verità e la giustizia, anche se questo deve avvenire per parti, cioè mescolato temporaneamente a cose che contraddicono la verità e la giustizia. Io non faccio politica attiva perché non sono capace di questa concretezza e misura, che è dovere del politico. Obama, nel discorso al Cairo e in tutto, finora, mostra di avere idee sostanzialmente molto giuste, e agisce per tradurle in fatti, anche se per ora prosegue la guerra in Afghanistan. Non approvo questo, ma capisco che non può fare tutto subito. A me tocca dire che quella guerra è male, al politico tocca cercare il momento e il modo per farla cessare, che probabilmente non può essere l'immediato. Le sinistre disunite non vogliono davvero tradurre in fatti i valori essenziali della sinistra: giustizia e pace mondiali – che sono condizione per la vera libertà –, democrazia partecipata, ambientalismo. L'unità, infatti, era la condizione necessaria per mantenere nelle istituzioni (che contano) un'azione di sinistra».

A conti fatti (scriviamo martedì 9 giugno), non c’è molto – almeno su questo piano – da aggiungere. L’imperfezione della perfetta sinistra. Non sarebbe male imparare qualcosa dagli errori passati.

Enrico Peyretti

 361 - aprile

Di chi hanno paura i vescovi? Cosa sta portando l'autorità del papa a una drammatica Caporetto? Più di un segnale, proveniente dalle nostre chiese locali, e ora la Lettera del Santo Padre ai vescovi della Chiesa cattolica, ce lo gridano in faccia. I vertici della gerarchia ecclesiastica italiana e vaticana sono nel panico. Si rendono conto di aver portato la comunità credente dei cattolici a una situazione di tensione interna e di rottura, di cui non solo si vedono ormai le crepe a occhio nudo, ma si sentono distintamente gli scricchiolii che preludono a un crollo.

Bisogna dare atto a papa Ratzinger, che, pur perduto nel suo isolamento di teologo speculativo, pur responsabile istituzionale di un irrigidimento dottrinale e autoritario che ha dato il colpo mortale alle residue speranze di dialogo intraecclesiale che teneva ancora unita la chiesa dopo il riflusso del post-concilio, ha avuto il coraggio di emettere il grido d'allarme e di prospettare come solo rimedio il ritorno alla «priorità che sta al di sopra di tutto: aprire agli uomini l'accesso a Dio. E non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto fino alla fine (Gv 13,1)».

Ma perché questo richiamo abbia un senso, perché l'appello pressante a un confronto e a una collaborazione nella Chiesa, che non sia un «mordersi e divorarsi a vicenda (Gal 5, 13-15)», non si perda nel nulla, bisogna capire che la decisione del ritiro della scomunica dei lefebvriani, trasformata in «scandaloso errore» dal patente negazionismo della shoah del vescovo Williamson, non è stata che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il bubbone, che è esploso, è segno di una malattia che covava da tempo, che ha radici più antiche e sta nello stillicidio, trasformatosi in fiume sempre più impetuoso, di iniziative pontificie e curiali, volte ad arginare, prima, e a spegnere, poi, lo spirito del rinnovamento conciliare.

All'inizio si parlava di «interpretare il Concilio alla luce della tradizione», di «evitare utopistiche fughe in avanti e pericolose avventure». Poi poco a poco si è fatta strada la «restaurazione», fino al punto da santificarne i papi, da rivitalizzare formulette da catechismo alla Pio X, e proclami da Sillabo contro la cultura moderna; fino al punto da veder riapparire troni papali settecenteschi, messe in latino, altari rivolti alle pietre delle absidi invece che ai volti dei credenti; fino ad assistere allo spettacolo di vescovi, nominati da chi rifiutava il Concilio, riammessi alla comunione della chiesa, senza chiedere loro la minima disponibilità a rivedere le loro posizioni dottrinali; fino a sentire di intere conferenze episcopali costrette a rifiutare la nomina di un vescovo ultraconservatore, scelto dall'alto in trasgressione flagrante e immotivata delle stesse norme canoniche; fino a cogliere i responsabili di dicasteri vaticani e della Cei in flagrante tentativo di ingerenza nelle scelte legislative ed elettorali della politica italiana; fino a toccare con mano che ogni ragionevole appello alla riforma di regole tradizionali obsolete e di normative etiche intollerabili, veniva respinto senza argomentazioni convincenti; fino a doversi fingere sordi per non udire porporati dare dell'«assassino» a un padre disperato, vicari episcopali negare funerali a morti dopo decenni di sofferenti agonie, vescovi pronti a scomunicare chi aveva collaborato all'aborto di una bambina di nove anni in pericolo di vita a seguito della violenza del padre, dichiarare che «la scomunica di quest'ultimo non era necessaria, perché il suo delitto riguardava lo stato ma non la Chiesa».

I vescovi hanno paura e il papa lo dice ad alta voce che nella chiesa esploda un'aperta ribellione della periferia contro il centro, della base contro i vertici, dei laici contro il clero. Hanno ragione. Hanno paura perché sanno bene che loro stessi sono la fonte di questo pericolo. Hanno paura della propria solitudine, della propria incapacità di dialogo, della propria chiusura su se stessi, della propria pochezza come pastori. Hanno paura perché fa loro paura il vangelo, fa loro paura non il mondo dei non credenti o l'aggressività degli atei, ma la fede stessa dei credenti. Fa loro paura rendersi conto che la comunità di cui sono pastori non è una comunità disposta a qualsiasi compromesso pur di stare in pace nel proprio mediocre benessere; ma è una comunità viva che si interroga sulle esigenze della fede, vuole rendere pubblicamente conto, anche nella chiesa, della speranza che è in lei, vuole che la sua chiesa intera sia testimone dell'amore del Cristo e del Padre, non solo a parole ma nei fatti.

Eppure, tale paura potrebbe trasformarsi in fruttuosa e gioiosa scoperta di non essere soli, di avere una comunità che li segue e li stimola, di essere nel mondo testimoni di Cristo, perché intimamente animati da Lui, se solo sapessero riaprirsi al dialogo con la Parola di Dio, coi propri fedeli, con la comunità di fratelli e sorelle, di preti, religiosi e laici che nel cammino della storia li accompagna.

Non resta che augurarsi che questo riconoscimento di «errore» del papa, questo appello al dialogo e al confronto, in libertà, rispetto reciproco e collaborazione, non si limiti a essere un appello strumentale all'ordine, ma sia l'inizio di una seria riflessione ecclesiale che coinvolge tutti dal Primo all'Ultimo.

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