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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 
Nel mondo girano troppe armi. Non stiamo parlando di qualche cassa di fucili con relative munizioni, ma di navi container che trasportano interi sistemi d’arma in grado di rifornire veri e propri eserciti. I fornitori non sono solo le grandi potenze, ma anche quelle medie e locali. Il loro obiettivo è geopolitico, aiutare i paesi amici, rifornire i gruppi ribelli che si oppongono agli stati nemici per destabilizzarli, seguendo la collaudata politica che afferma che i nemici dei nostri nemici possono essere nostri amici. Intendiamoci, questa è una politica che si è sempre praticata fin dalle epoche antiche, basti pensare all’unità d’Italia, favorita da Francia ed Inghilterra in funzione anti austriaca. Oggi però in un mondo globale interconnesso, caotico, con comunicazioni così complicate, questa strategia mostra tutta la sua pericolosità. Non si può più sapere con certezza alla fine da chi e contro chi queste armi saranno impugnate. Inoltre le guerre non sono più combattute tra eserciti contrapposti con regolare dichiarazione, dove il più forte alla fine vince: quella in cui ci siamo infilati dall’11 settembre è una guerra asimmetrica senza fronti, senza retrovie e zone franche, combattuta nelle città, nei centri vitali, nelle zone di rifornimento delle materie prime, nelle informazioni. Occorre che le classi dirigenti delle grandi potenze prendano atto di questa mutata realtà ed agiscano di conseguenza. Deposte le diffidenze e i giochi sporchi che oggi si possono trasformare in un boomerang, devono sedersi intorno ad un tavolo, dichiarando chiaramente quali sono i loro interessi vitali a cui non possono rinunciare, per pervenire infine ad un accordo globale che possa ridurre al minimo il profluvio di armi in circolazione. Anche le potenze locali recalcitranti dovranno essere forzate ad aderire a questo accordo. La loro competizione dovrà essere trasferita ad altri campi meno pericolosi. Questo prima che la situazione diventi irrecuperabile.

Particolare attenzione dovrà essere dedicata al mondo islamico, ricco di risorse ma mal distribuite, con una popolazione giovane in rapida crescita spesso senza sbocchi, governata da una classe dirigente per la maggior parte incapace e corrotta tenuta al potere per interessi esterni. E l’avvio a soluzione della tragedia palestinese è a questo proposito cruciale.

La spinta del popolo, che è quello che subisce maggiormente i colpi di questa guerra asimmetrica, è fondamentale per decidere quale direzione prenderanno gli avvenimenti. È necessaria però una migliore informazione e partecipazione e una classe dirigente più seria e preparata. Anche qui però bisogna fare in fretta perché se la situazione peggiorerà e gli attentati diventeranno sempre più devastanti, larghe parti di società si radicalizzerà in senso sempre più aggressivo e xenofobo portando infine ad uno scontro di civiltà catastrofico, che è proprio l’obiettivo che si prefiggono i jihadisti.

Sugli attentati di Parigi. Tra l’immensa tristezza generata da tanta violenza brutale, insensata e inutile, si accende una piccola fiammella di conforto: l’amore mostrato da tanti europei, soprattutto giovani, per la capitale francese ferita dal terrorismo. È anche attraverso queste dure prove collettive che si forma nel tempo una coscienza comune, l’unica che può dare sostanza e forza ad un cammino d’unione. Mentre ci sembra sbagliata la prima reazione di Holland, il Presidente francese, troppo emotiva ed inutilmente aggressiva, che dimostra debolezza e sbandamento invece di forza e determinazione come vorrebbe. È il tipo di reazione che si augurano gli organizzatori degli attentati. E non è una scusante la vicinanza delle elezioni in Francia, periodo scelto forse non a caso, così come quello delle bombe a Madrid che portò alla sconfitta di Aznar. Per certi versi Hollande ci ha ricordato Bush dopo le torri gemelle con la reazione scomposta e i tanti errori commessi.

Abbiamo bisogno di classi dirigenti all’altezza delle sfide che ci attendono.

 

Nel 2018 si celebra il settantesimo anniversario della proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un documento d’importanza storica che risponde agli orrori della seconda Guerra dei Trent’anni (1914-1945). Cercando di lasciarsi alle spalle ciò che l’umanità non può più permettersi, la Dichiarazione vuole stabilire i diritti di cui ciascun singolo individuo gode solo in quanto essere umano, a prescindere da qualunque differenza specifica. La Dichiarazione del 1948, quindi, aspira ad essere “universale” perché non intende escludere mai più nessuno e per nessun motivo. Occorre rilevare che si tratta di un paradosso perché questa pretesa di universalità e definitività nasce da un contesto “particolare” dal punto di vista culturale e storico. Il testo si ispira ad altri celebri documenti (es. la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese del 1789; basti pensare che nell’art. 1 si stabiliscono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza) e, più in generale, si nutre del patrimonio valoriale della tradizione occidentale giudaico-cristiana. Nel 1948 solo 10 Stati su 58 non votarono la Dichiarazione. Di questi, ben 6 appartenevano al blocco sovietico: volendo estendere i diritti al di là di quelli ereditati dalla tradizione individualista e liberale, spinsero per il maggior riconoscimento possibile dei diritti economici e sociali e si astennero. Si astenne anche il Sudafrica, per altri e ovvi motivi legati all’apartheid, e non votò l’Honduras. Non sottoscrissero la Dichiarazione anche due paesi arabi: Yemen e Arabia Saudita. Già in sede di discussione della bozza, facendosi portavoce dei paesi islamici, il rappresentante dell’Egitto aveva avanzato obiezioni e riserve di carattere religioso «che non potevano essere ignorate» perché sorgenti «dallo spirito stesso della religione musulmana». La maggior parte dei paesi islamici presenti decise comunque di approvare la Dichiarazione, ma quelle obiezioni ricomparvero tra le motivazioni ufficiali con cui l’Arabia Saudita rifiutò di sottoscrivere il documento: si contestavano, in particolare, il diritto di cambiare religione e il diritto delle donne musulmane di sposare uomini non musulmani. Quel passaggio storico inaugurò un importante dibattito nel mondo islamico che giunge fino a oggi. Le riserve sulla Dichiarazione del 1948 e sui suoi fondamenti ideali hanno prodotto una serie di documenti che da un lato si propongono come alternativi, ma che d’altra parte testimoniano un’adesione profonda e sincera da parte del mondo islamico alla cultura dei diritti umani: la Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (proclamata nel 1981 presso l’Unesco a Parigi), la Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell'Islam (risoluzione 49/19-P della XIX Conferenza Islamica del 1990), la Carta araba dei diritti dell'uomo (nel 2008 è entrata in vigore per i 13 paesi che compongono la Lega Araba la versione del 2004 che emenda quella del 1994). Apprezziamo per la sua ricchezza e vastità il modo in cui si declina in questi documenti la trattazione dei diritti umani, ma non possiamo astenerci dal rilevare alcuni aspetti problematici, a partire dalla significativa scomparsa fin dai titoli del concetto di universalità in favore di declinazioni particolari arabe o islamiche. La Carta del 2004, per esempio, all’art. 1 inserisce tra le sue finalità «insegnare ad ogni persona umana negli Stati arabi la fierezza della propria identità, la lealtà al proprio paese, l'attaccamento alla propria terra, alla propria storia e al comune interesse». Un altro elemento per cui le Dichiarazioni del 1981 e del 1990 si discostano da quella “universale” del 1948 – e che riteniamo un passo indietro sul piano della laicità – è la riconduzione dei diritti umani alla volontà divina e alla Legge islamica. Il testo del Cairo, per esempio, si chiude all’art. 25 con la seguente affermazione: «La Shari'ah islamica è la sola fonte di riferimento per interpretare o chiarire qualsiasi articolo della presente Dichiarazione». Ciò non può non influenzare l’interpretazione dei diritti che la Dichiarazione del 1948 cerca di stabilire in modo assoluto e universale.


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