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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 357

L’elezione di Barack Obama come 44° presidente degli Stati Uniti apre uno spiraglio di speranza per il mondo.

La sua vittoria è stata indiscutibile e con un sicuro margine; ha conquistato stati tradizionalmente repubblicani e ha trascinato il partito democratico a ottenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. La sua scelta da parte di così tanti statunitensi dimostra anche la vitalità della democrazia americana, come lui stesso ha rilevato nel suo primo discorso: in nessun altro paese democratico sarebbe stato possibile che il figlio di un africano, sostenuto solo parzialmente dall’apparato e non miliardario di famiglia, potesse concorrere alla presidenza e vincere.

Forse stiamo assistendo alla conclusione del lungo periodo di prevalenza politica e ideologica della destra americana (e mondiale), cominciata agli inizi degli anni ’80 con la presidenza Reagan.

I capisaldi di questa politica sono: la deregulation, cioè l’eliminazione delle regole e l’indebitamento come motore per lo sviluppo economico, l’egemonia mondiale degli Stati Uniti basata sulla potenza militare, come mezzo per esportare libertà e democrazia, fino ad arrivare alla follia della guerra preventiva e infinita contro il terrorismo e gli stati accusati di appoggiarlo.

La grave crisi economico-finanziaria e l’incapacità di sconfiggere piccoli gruppi di resistenti in Irak e in Afganistan con cui si conclude la presidenza Bush, mentre l’immagine degli Usa non è mai stata così deteriorata, a causa del prezzo che questa politica ha fatto pagare al mondo, spingono per un suo superamento.

In questo momento di grave crisi, l’elettorato statunitense, superando profondi pregiudizi, ha saputo fare una buona scelta: sia la personalità di Obama che la sua biografia ne fanno l’uomo adatto per affrontare, in una visione multilaterale in cui anche l’Europa potrà giocare il ruolo che gli compete, i problemi che il mondo si trova di fronte: 1) la redistribuzione della ricchezza sia tra le classi sociali che tra le nazioni; 2) la creazione di un governo dell’economia globale, per evitarne il collasso, contenerne le spinte speculative e contrastare più efficacemente l’impiego di capitali derivanti da attività criminali; 3) la difesa dell’ambiente e l’uso razionale delle risorse; 4) il finanziamento pubblico della ricerca pura e di quella finalizzata alla sopravvivenza e al miglioramento della vita dei 10 miliardi di persone di cui sarà composta tra qualche anno la popolazione mondiale; 5) il contenimento e la prevenzione, attraverso una sempre più necessaria riforma dell’Onu, delle cause di conflitto tra i popoli.

Ora si apre un periodo cruciale molto delicato. Nei prossimi mesi, in base agli uomini che sceglierà e alle decisioni che prenderà per frenare la crisi economica, avviare a soluzione la guerra israelo-palestinese e uscire dal pantano iracheno e afgano, potremo capire se Obama e il partito democratico avranno la forza, la lungimiranza e le capacità di portare avanti il cambiamento promesso o se il sistema è ormai irreformabile e gli interessi costituiti troppo forti, tanto da vanificare tutti i tentativi e annullare le speranze suscitate. In questo caso le conseguenze per il mondo sarebbero gravi.

Obama dovrà anche resistere a una tentazione a cui spesso i presidenti degli Stati Uniti, anche quelli liberal, sono sottoposti: una visione religiosa e provvidenzialistica della politica, legata al pensare che gli Usa siano una nazione benedetta da Dio e questo dia loro il diritto-dovere di avere l’egemonia morale, culturale e politica del mondo. La nostra speranza è che il fallimento di Bush e della sua lotta del bene contro il male, abbiano creato una sorta di immunizzazione contro questa possibile tentazione.

 356

«Perché aspettare per avere quello che vuoi? Prendi subito, paghi dopo». Forse le cose più chiare e sagge, nella recente confusa bufera finanziaria, le ha dette il sociologo americano Zygmunt Bauman («La Repubblica» 8 ottobre 2008), che individua nell’eccessivo indebitamento individuale, familiare, aziendale e statale la causa scatenante della gravissima crisi. E in particolare nell’uso generalizzato e spregiudicato degli acquisti con carta di credito, utilizzando non fondi sul proprio conto corrente, ma prestiti precedentemente concessi dalle banche. Esaurito il prestito ne viene concesso uno nuovo, per altri acquisti, e per pagare gli interessi salati, del precedente. E così via, all’infinito, in una catena di sant’Antonio, che, come si sarebbe detto un tempo del welfare, dura dalla culla alla tomba. E a ripianare i debiti? ci penseranno gli eredi.

Utilizzando una moneta universalmente accettata gli Usa hanno esportato a piene mani questo sistema e sono riusciti, per lungo tempo, a vivere al di sopra dei propri mezzi, producendo in beni reali la metà di quel che consumavano. Con i cosiddetti mutui subprime, concessi per l’acquisto della casa agli strati più poveri (che difficilmente avrebbero potuto pagare le rate), si era raschiato il fondo del barile. Circa un anno fa la catena di sant’Antonio si è rotta, come sempre accade, e data la globalizzazione del mercato finanziario, i danni si sono rapidamente estesi, appunto, al mondo intero. È la fine del capitalismo attesa da due secoli, come spera il «manifesto»? È bene non farsi illusioni, spesso il sistema rinasce dalle proprie ceneri o come Proteo assume aspetti sempre diversi. È già accaduto dopo il 1929 e nel secondo dopoguerra. Anche perché i meccanismi ora descritti hanno goduto di un robusto consenso di massa. Certo erano manovrati da una ristretta cerchia di oligarchi del credito (e da loro complici politici) con cui potremmo agevolmente prendercela per scaricare le nostre legittime frustrazioni, ma non si può negare che il meccanismo nel suo complesso piacesse molto, a molti, e non soltanto negli Usa.

A fronte dei provvedimenti tampone, per ora scarsamente efficaci, altri parlano di nuovo socialismo, o di ritorno della socialdemocrazia: giudizio improprio perché in questi interventi dello Stato non si vede alcun intento redistributivo della ricchezza, ma soltanto la volontà di salvare i meccanismi delicatissimi del credito, senza distinguere tra banchieri corretti e quelli che hanno tenuto comportamenti delinquenziali.

Chi pagherà il conto? Certamente i risparmiatori (fermo rimanendo che la legge deve tutelare gli onesti, ma non gli allocchi e gli incauti), la piccola e media impresa che otterrà meno prestiti dalle banche in difficoltà, e ciò vorrà dire meno occupazione. Aumenterà il debito pubblico, per l’Italia già altissimo, e il cittadino contribuente, se non sarà chiamato a pagare più tasse, avrà meno servizi, ridotti per pagare gli interessi sui Bot. Potremo andare incontro a una crescente inflazione, con i connessi sconquassi politici visti negli anni ’30 del secolo scorso, ma potremo invece assistere a un graduale rientro dalla sbornia consumistica, utilizzando meglio i nostri soldi e accettando un relativo impoverimento.

Tanto per fare qualche esempio, in Italia un quinto del cibo va buttato (tanto da mantenere, ai nostri livelli di consumi alimentari, l’intera popolazione della Serbia, oppure della Tunisia), c’è un 20% del riscaldamento più del necessario, per non parlar degli sprechi di energia per gli impieghi più futili (dalle telefonate inutili all’eccesso di illuminazione, agli apparecchi tenuti in standby, ecc.). Sarebbe forse ora che i media, quando aumentano le tariffe, non sparassero subito quanto dovremo spendere in più (a consumi costanti), ma dicessero invece come adottare accorgimenti che lascino inalterata la spesa, senza sostanzialmente ridurre il benessere. Anche le associazioni dei consumatori dovrebbero mettersi su questa strada.

Nell’immediato il piano di Bush da 700 miliardi di dollari (tutti provenienti dall’aumento del debito pubblico) avrà successo se, ancora una volta, i bond americani saranno acquistati da Cina, India e Giappone. Non è detto che questo accada con assoluta certezza ed è forse per una ragione scaramantica che molti illustri economisti non ne parlano.

Al di qua dell’Atlantico l’esistenza dell’Unione Europea è sicuramente garanzia di maggior controllo della situazione, anche nell’evitare derive politiche pericolose, e l’euro costituisce uno scudo monetario di tutto rispetto a vantaggio di paesi come il nostro. È ridicolo sentire un ministro della Repubblica, Mara Carfagna, ancora adesso fare affermazioni del tipo «l’euro voluto da Prodi...», quando sappiamo che i vergognosi aumenti dei prezzi furono dovuti all’incapacità del governo Berlusconi di gestire il passaggio dalla lira alla nuova moneta. È altrettanto certo che con la vecchia moneta, il cui ricordo è sempre più mitico, in una situazione come quella attuale, l’Italia sarebbe precipitata in una spirale di tipo sudamericano.

Da ultimo va segnalato che mentre tutti si sbracciano a invocare un ritorno alle regole giuridiche e persino (udite, udite...) a quelle etiche, c’è qualcuno che nel marasma fa il furbo. I deputati peones Cicolani e Paravia (su incarico di chi?) hanno proposto una norma, nel solco delle leggi ad personam, che salvi finanzieri e banchieri dalle loro eventuali responsabilità penali. La cosa ha fatto indignare Tremonti che ha minacciato le dimissioni. Il ministro dell’economia ha però anche detto che i vertici delle banche in difficoltà andranno sostituiti (e, aggiungiamo, i loro stipendi andranno adeguatamente ridotti): ottimo proposito, purché non mascheri l’intento del governo di estendere, con persone di fiducia, il controllo su tutto il sistema bancario italiano. 

 355

Il proverbio «dalla padella alla brace» potrebbe fare da titolo o sottotitolo per qualsiasi articolo dedicato al passaggio dal governo Prodi al governo Berlusconi. In sostanza è giusto riconoscere che la prima responsabilità della vittoria clamorosa delle destre alle ultime elezioni è frutto della dissennata gestione politica che la sinistra ha fatto delle sue due biennali esperienze di governo (1996-1998; 2006-2008), non solo e non tanto per i provvedimenti presi o rinviati, ma per la palese dimostrazione della propria rissosa incapacità di governare, legata anche alla formula onnicomprensiva delle alleanze e ai limiti numerici delle maggioranze ottenute dagli elettori. Ma ciò che aggrava la cosa è poi che essa non sembra aver preso coscienza alcuna di ciò neppure dopo la terribile mazzata. Anche come opposizione, infatti, la sinistra, moderata ed estrema, continua a litigare, dividersi e fare tutto meno che progettare linee operative di riforma, e offrire agli italiani un progetto di rinnovamento economico e sociale credibile.

Detto questo, la presa di coscienza che nella «brace» si sta peggio che nella «padella» è purtroppo doverosa. Infatti al di là delle questioni di legalità e legittimità, messe in luce dall'editoriale scorso e dai numerosi articoli da noi pubblicati, resta il fatto che le prime iniziative politiche di riforma economica e sociale proposte e realizzate per decreto da questo governo, sono tali da far rimpiangere qualsiasi governo successivo alla nascita delle repubblica. Tutto è fatto e sbandierato dai ministri berlusconiani, spesso scelti per pura garanzia di fedeltà e sudditanza al capo, col solo scopo propagandistico di fare colpo, di attirare superficiali consensi. La ricerca del rumore mediatico è finalizzato a nascondere o l'inefficacia reale dei provvedimenti o la loro vera natura anti-popolare.

Giustamente persino settimanali moderati come «Famiglia cristiana» hanno denunciato i pericoli di ritorno al fascismo o almeno di incitamento all'odio razziale e all'intolleranza dei provvedimenti presi a difesa dell'ordine pubblico, da Maroni e dai vari rappresentanti della Lega e di Alleanza Nazionale, contro Rom, stranieri in genere e ogni cittadino che si trovi nella povertà estrema. Se ne vedono ogni giorno i frutti anche nell'aumento dei delitti a sfondo razziale e dei gesti di violenza contro gli indifesi.

Ma al di là della questione giustizia, anche alcuni provvedimenti squisitamente economici, come la detassazione generalizzata dell'Ici per la prima casa, o sociali, come le linee di riforma della scuola pubblica (col maestro unico, la riduzione delle ore e degli anni di studio), hanno come fine la riduzione della spesa pubblica nei soli settori dei servizi e dell'assistenza, senza alcuna preoccupazione di quanto questo peserà sulle classi più povere. Senza gettito Ici i comuni ridurranno i servizi e non taglieranno certo le spese clientelari, ma quelle sociali.

In questo senso la scelta di politica economica di questo governo è chiarissima, dal momento che ha lasciato cadere ogni sbandierata ipotesi di taglio delle spese politiche improduttive, quali abolizione delle province, taglio del numero dei parlamentari e dei deputati regionali e limitazione ai finanziamenti ai giornali di partito, che si moltiplicano soprattutto a destra. La stessa legge per la riforma regionale, che è per ora niente più che una bandierina offerta a Bossi per rallegrare feste e riti padani di fine estate, lascia prevedere in tal senso più possibili aumenti che riduzioni di spesa. Cosa che si configura ormai come quasi inevitabile per la soluzione del caso Alitalia, che se si chiuderà sarà a costi altissimi per l'erario e dubbi vantaggi per la cordata di industriali e finanzieri raccattati a forza da Berlusconi.

Che dire, poi, dei cosiddetti provvedimenti per lo svuotamento delle carceri e per la liberazione delle strade dal penoso spettacolo della prostituzione? Alcuni ministri sono oggi donna, non sappiamo se per il sacrificio fatto o semplicemente perché chiamate a prendere provvedimenti che avrebbero colpito soprattutto le donne, le maestre elementari, le madri di famiglia, che si troveranno senza assistenza scolastica per i figli, e le prostitute che rischiano il carcere se non ritornano a forme, più o meno palesi, di sfruttamento collettivo da parte di qualche privato organizzatore di case chiuse.

I rappresentanti dei cosiddetti partiti della libertà non fanno altro, dai ministri giù giù fino ai sindaci, che promettere carcere, multe, promulgare divieti, che ridurrebbero i cittadini a una vera e propria condizione di «libertà vigilata», lasciando peraltro impuniti i reati, soprattutto tributari e le illegalità finanziarie e venendo incontro a un bisogno viscerale di ordine a tutti i costi. Il tutto in nome della sicurezza e della tolleranza zero. Se in pratica la maggior parte di questi provvedimenti non fossero che fumo negli occhi, lanciati là per propaganda, ma senza vera possibilità di concretizzarsi, per palese irrealizzabilità pratico-operativa, tra poco la vita dei cittadini normali sarebbe resa così difficile che l'Italia potrebbe ritornare di nuovo paese di emigrazione come prima e durante il fascismo. Già lo è per i laureati migliori, che non trovano sbocco nell'Università e nella ricerca e sono costretti a lavorare all'estero.

Intanto il paese sta diventando invivibile per gli emigrati e anche per i cittadini italiani «diversi», visto che basta avere l'aspetto di stranieri, tanto più se di colore, per essere sprangati, e gay per essere bastonati. E la causa è facile da trovarsi: basta assistere ad un pubblico raduno della Lega, alle dichiarazioni pubbliche di ministri, sindaci, deputati di questo partito, ma anche dell'ex-Alleanza nazionale, dichiarazioni mai stigmatizzate dai cosiddetti moderati dell'ex-Forza Italia.

È questa l'Italia della libertà e della felicità che Berlusconi dice di avere realizzato nei suoi primi cento giorni di governo, l'Italia finalmente pacificata e tornata all'ordine di cui si rallegrava il papa? Legittimo o illegittimo che sia, questo governo è un governo da combattere in tutti i modi leciti possibili, anche con ben mirate azioni di disobbedienza civile e di opposizione democratica. Ogni collaborazione acritica sarebbe connivenza non solo da parte dei diversi partiti politici di opposizione, ma da parte di ogni istituzione o gruppo sociale che ami e difenda la giustizia e la libertà. In questo senso dai vertici della chiesa, che hanno fatto di tutto per distruggere la presenza libera dei cattolici in politica, salvo piangere poi lacrime da coccodrillo, c'è ben poco da attendersi. Promette qualcosa di diverso la base, l'insieme dei cristiani comuni?

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