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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 459

L’arresto di Cesare Battisti non può che essere un motivo di soddisfazione. Ma a Salvini la soddisfazione non bastava: ha detto per l'ennesima volta che «la pacchia è finita». E Battisti, che «ovviamente dovrà marcire in galera fino all'ultimo dei suoi giorni», è stato indicato dal figlio del neopresidente del Brasile Bolsonaro come «un regalo» per Salvini. Anche se criminali conclamati, gli esseri umani non possono essere trattati come pacchi-dono: nessuno può regalarli o riceverli come regalo.
Ma non basta. Il ministro Salvini, con la ormai solita divisa della polizia, e il ministro Bonafede sono andati insieme ad aspettare Battisti all’aeroporto di Ciampino, per vedere il catturato che arrivava e controllare se era umiliato. Come si faceva ai tempi dei romani, quando i prigionieri durante i trionfi erano portati in catene perché tutti vedessero che non potevano più nuocere. Ciascuno di loro vuole annettersi il risultato dell'arresto di un delinquente che elude da quasi quarant'anni la cattura per intascare il dividendo al momento del voto. E il ministro della Giustizia (sic), con la divisa della Polizia penitenziaria, per non essere da meno del collega, il giorno dopo ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un video con i momenti salienti dell’arrivo dall’atterraggio alla reclusione in carcere, compreso il momento del rilievo delle impronte. Avrebbero fatto bene a tener conto di quel che ha dichiarato Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 in una sparatoria in cui lui stesso rimase ferito e perse l'uso delle gambe: «Non trasformiamolo in un orco. Mi aspetto che venga trattato con tutti i diritti e il rispetto che deve avere un detenuto».
Invece un'operazione di polizia si è trasformata in parata di regime. La maniera cialtronesca con cui una parte di questo Paese, alcuni giornali e alcune istituzioni, hanno reagito all'arresto di Battisti è squallido. E ci sarebbe da riflettere sul come Battisti sia diventato il simbolo di una stagione e come quella stagione sia oggi resa con un linguaggio al confine tra il pettegolezzo e il film d'azione.
Dall’altro lato, tuttavia, anche una parte della sinistra ha le sue ombre: nel 2004 molti intellettuali ed esponenti della cultura firmarono un appello per la liberazione di Battisti. Non si doveva cedere a quella ingenuità ideologica per cui la violenza di sinistra, anche quando è brutale e immotivata, va considerata migliore per il fatto di essere di sinistra. Nulla del comportamento di Battisti, che non risulta essersi mai dissociato ? né umanamente né politicamente ? da un movimento violento che ha causato vittime, meritava una simile compromissione.
Due sono i piani di riflessione che ci suggerisce il caso Battisti. Esso deve anzitutto farci riflettere sulle cose gravi, che implicano molti e diversi valori, molti e diversi pericoli. La ricerca di giustizia senza violenza (sia giustizia sociale, sia giustizia correttiva) è uno di questi terreni. La passione per gli oppressi, contro gli oppressori, è facile che armi il cuore e la mano. Vivere quella passione con cuore puro da odio e vendetta, è grande impresa umana. Nel movimento di Gandhi, apostolo di questa impresa, ci furono anche violenti e azioni violente. Gandhi, in quei casi, appena poteva imporre la propria autorevolezza, fermava l'azione e la rinviava a dopo la cura del cuore violento. Che la sinistra abbia prodotto violenze folli, fa più dolore che sorpresa. Che la ricerca di una sinistra sociale attiva e nonviolenta sia ricerca di pochi, è povertà di umanità, di noi tutti. Che la giustizia correttiva (cfr. art. 27 della Costituzione) sia ancora largamente vendicativa e infligga dolore per dolore, è un ritardo di umanizzazione, di noi tutti, e di immaginazione.
Il secondo piano è quello storico. L’impressione è che questo Paese debba ancora finire di fare i conti con gli anni Settanta, perché questo significherebbe anche andare a toccare quel nodo doloroso e complesso che lega una parte delle istituzioni, delle forze dell'ordine ed estremismo di destra che invece hanno steso su connivenze e depistaggi una coltre d'oblio e di reticenze. Sarebbe stato bello assistere a uno Stato che avesse manifestato la propria condanna al terrorismo, stringendosi attorno al ricordo di Guido Rossa, operaio comunista dell'Italsider, nel quarantennale del suo assassinio, il 24 gennaio 1979.


 458

In una parrocchia molto “bene” di Torino, la Crocetta, che ha un bravissimo parroco, sono stati invitati Giancarlo Caselli e don Luigi Ciotti a parlare su «Solidarietà e legalità». Riferiamo alcune affermazioni.

C'è un clima di odio, di banalità di massa, di ignoranza saccente, di cui il web è un grande bacino, e di cui la politica si nutre.

C'è una «dittatura della maggioranza» (Tocqueville): il governo è legittimo, ma ascolta solo la sua base, e disattende o sbeffeggia gli organismi “terzi” che devono esercitare il controllo di legalità, e la stampa che esercita il controllo sociale.

La filosofia del «decreto sicurezza» è la difesa tribale della comunità nazionale e dei nostri confini: affondino i barconi dei migranti, ma non tocchino il sacro suolo! Separa persone di serie A e persone di serie B. Accresce l'insicurezza, moltiplica i “clandestini” che nel 2020 saranno 620.000, il 22% in più.

C'è un clima di diseguaglianza, che è nemica di solidarietà e legalità, valori di tutti. Ai bambini poveri, a Lodi, si impone la prova di povertà, ai ricchi di Ischia si dà il condono. Clima di «me ne frego» dei più deboli. La nuova presidente della commissione parlamentare per i diritti umani, aveva scritto: «Un forno gli darei ai migranti che chiedono una casa popolare». Se il ministro degli interni è indagato, disprezza la magistratura: «Ogni iniziativa contro di me è una medaglia sul petto». È il linguaggio del fascismo.

Sotto veste di legalità sono compiuti atti ingiusti (Riace, Aquarius, Diciotti, decreto sicurezza). Bisogna fare cose giuste in modo giusto: iusta iuste.

I casi riconosciuti di difesa legittima con armi private sono pochissimi. Il fenomeno è gonfiato per propagandare la paura e rendere la difesa privata armata sempre legittima. Sono diminuiti i reati contro la proprietà, ma si vuole un allarme artificiale, per strappare consensi in una società feroce. Dov'è la legalità in tutto questo?

Solidarietà e legalità non si contrappongono: legalità è solidarietà, ed è uguaglianza.

C'è un gran ritorno dell'eroina: un morto ogni due giorni. La produzione è aumentata del 30%. È problema degli adolescenti. 2 milioni e 300.000 giovani sono senza scuola né lavoro. C'è corruzione e mafie. Nel decreto sicurezza i migranti sono considerati insieme a mafie e corruzione.

La deriva xenofoba oggi è legittimata politicamente: è una grave frantumazione dello stato di diritto! È alimentata la paura. La condizione umana è fragile, molti si sentono insicuri: ma saperlo ci rende forti. Una società forte accoglie la fragilità degli altri, dei più deboli. 

Le leggi vanno rispettate, anche a Riace. Mimmo Lucano ha imboccato delle scorciatoie per generosità, non per guadagno. Riace è un'esperienza di valore, un modello. È forse un reato l'umana solidarietà? C'è la legge dei codici e la legge della coscienza. Lucano poteva essere contestato, ma non arrestato! Il Gruppo Abele fa accoglienza. Per cambiare le leggi ingiuste si lotta civilmente. Anche con la disobbedienza civile? Se si incorre in una vertenza giudiziaria, le leggi incostituzionali possono essere annullate dalla Corte, se impugnate dal giudice.

Respingere chi fugge da situazioni in cui l'Occidente ha responsabilità storiche e attuali (colonialismo, multinazionali che depredano i paesi poveri), è causare le migrazioni che sono «deportazioni indotte».

Ma, in giro per l'Italia, si vede troppa neutralità, rassegnazione, gente che sta a guardare, indifferente.

La Chiesa deve essere coscienza critica della società. I credenti devono essere credibili. La speranza nasce dove c'è vita; è fragile se non è condivisa: la speranza è un bene comune. Le relazioni umane sono importanti, sono l'essenza della vita. Gli “altri” sono il termometro della nostra umanità. L'accoglienza è la base della civiltà.

 457

  Un quadretto italiano, tra molti altri, di mille generi. Eccolo: tre giovani donne in tuta gialla lavorano di buona lena e di buon umore a scaricare i cassonetti sul camion della raccolta rifiuti: un lavoro socialmente assai modesto. Un vecchio signore si ferma ad osservarle, poi le avvicina: «Grazie del vostro lavoro! È importante!». Racconta poi a casa di avere ricevuto tre sorrisi femminili tra i più belli della sua vita. Chi sono gli italiani? Cosa vogliono? Perché si arrabbiano tanto? Perché hanno bisogno di un nemico, fin sui campetti di calcio? Perché prevale tra loro, dalle sedi domestiche alle istituzionali, un linguaggio affetto da coprolalìa (tipicamente associata alla sindrome di Tourette)? Perché siamo così incattiviti? Il femminicidio, la malavita, la disperazione drogata, non vengono anche da questo animo? Che cosa sognano e desiderano gli italiani? Non è forse il desiderio che qualifica un essere umano? Si fanno sondaggi politici, inchieste sociologiche, si registrano stili di vita, artisti e registi interpretano il costume, alla fine si contano i voti elettorali. Ma dietro questi dati, cosa vogliono e chi sono gli italiani? Qual è l'anima della nostra res publica (la cosa pubblica, di tutti), altrimenti detta Repubblica italiana? Ma poi, è pubblica, o è di questo e di quello, mia, tua, sua, e non nostra? Chi sono le facce, i corpi e le voci, più spesso (o continuamente) presenti sul palco pubblico televisivo? E perché hanno quello spazio? E cosa dice l'infinito rumoroso cicaleccio di scritte e video negli schermini tascabili, attaccati ai nostri corpi, come un dente finto? Un amico scrive in una mail: «La manovra economica è una minestrina tiepida che non parla ai ceti produttivi e non dà nulla ai giovani, ma Salvini e Di Maio la usano per rompere con Bruxelles. Nella corsa alle elezioni di primavera la Ue è l'avversario che diventerà il loro alibi».  Ecco, forse c'è bisogno – vecchio trucco! ‒ di un nemico alle frontiere per sentirci uniti, come quando gioca la nazionale del pallone. Le frontiere – di terra e di mare ‒ sono utilissime (forse sono state inventate per questo), perché ci dicono chi siamo quando non lo sappiamo. Vogliate capire: tutti hanno bisogno, anche noi italiani, di avere un’identità, sentirci con un ruolo, e per questo non c'è nulla di meglio che essere diversi, ben differenti da altri. Ecco, siamo differenti da questa coalizione – non unione! ‒ europea regolata dai più forti, e siamo molto differenti da queste ondate di disgraziati che vengono qui dal sud-più-sud, con la pretesa di vivere un po' meglio. Se abbiamo qualcuno con cui prendercela, acquistiamo sicurezza (anche prima dell'apposito decreto). Abbiamo ragione, o ci sbagliamo, perciò ci illudiamo (con successivo brutto risveglio)? La questione stranieri, e l'invasione. Conosciamo i numeri, o andiamo a naso (menati per il naso)? Sono molto diversi dalla percezione comune indotta da tg e talk show, una fabbrica della paura e dell’ansia sociale che ha fatto breccia anche a sinistra. La realtà è che «in Italia risiedono stabilmente poco più di 5,1 milioni di immigrati, pari all’8,5% della popolazione generale, un punto percentuale in meno rispetto alla media Ue, ma largamente al di sotto di quanto si registra in paesi come Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%), Austria (15,2%), Belgio (11,9%), Irlanda (11,8%)». «Questi 5,1 milioni di “nuovi italiani” costituiscono una solida risorsa alla nostra economia previdenziale e coprono settori di lavoro essenziali ma ormai indesiderati o rifiutati dai nostri connazionali, nostri figli compresi: pensiamo all’incidenza di mano d’opera immigrata nel settore dei servizi, dell’agricoltura stagionale di bassa manovalanza, del lavoro domestico, dell’edilizia». (Dossier statistico Immigrazione, a cura del Centro studi e ricerche IDOS, con il Centro studi Confronti, con l’Ufficio nazionale antidiscrimazioni razziali, con finanziamento dell’Otto per mille delle chiese metodiste e valdesi. Da Confronti, novembre 2018). Ciò non toglie che esistano reali problemi sociali di accoglienza e integrazione, che sono anzitutto di coscienza umana e volontà politica. Inoltre, la questione europea. Che è anche la questione del capitalismo, e del mondo. Slavoj Žižek (Internazionale 1-11, p. 40) parla di una “rivoluzione” necessaria: è inutile alzare muri, occorre la coesistenza pacifica tra civiltà. «La soluzione non è il populismo nazionalista, di destra o di sinistra che sia. L'unica soluzione è un nuovo universalismo». «Dobbiamo spostare l'attenzione dagli sventurati della Terra alla nostra sventurata Terra», dai sintomi alle cause: il rischio ecologico è il rischio generale. «La solidarietà universale e la collaborazione è un'utopia? No, la vera utopia [nel senso di impossibile, ndr] è sopravvivere senza questa rivoluzione». Altre voci sagge ci dicono le stesse cose. Si tratta di gestire in qualche modo l'attuale “ordine delle cose” (progresso tecnologico, crescita economica, diritti individuali...), oppure è necessaria una nuova umanizzazione? Sarà forse inutile, cominciando dalla nostra più vera Europa, ritrovare e tradurre in termini odierni, l'umanesimo universalistico di Erasmo, di Pico della Mirandola, ecc.? E anche gli obiettivi della rivoluzione politica illuministica, la Francese: libertè, égalité, fraternité, e questa volta per tutti, ma proprio per tutti. Non è più affare di alcuni, ma di tutti. Si studia la storia nelle scuole con l'occhio al bisogno vitale attuale, e intero? Arriva forse un risveglio? Sulla “piazza di Torino” abbiamo in redazione pareri diversi: è un buon sintomo civico, oppure è un uso del Tav (sacrificando le ragioni pro o contro) per fare opposizione, e per interessi economici?  E la chiesa, ha solo la voce di papa Francesco (che non per nulla è attaccato), a dare coraggio e obiettivi, a spronare e denunciare, o ha anche parole e azioni minoritarie disseminate nella società concreta, a testimoniare fraternità politica, a proporre desideri giusti e grandi a chi ne ha solo miseri? E le religioni insieme non possono, accettando il metodo critico, valorizzare l'etica universalistica delle loro tradizioni essenziali? (cfr. P. C. Bori, Universalismo come pluralità delle vie, p. 58). La crisi d'Italia pensiamo che possa essere esaminata con queste e simili domande. Non basta un “cambiamento” nominale e improvvisato con decisioni clamorose e illusorie, azzardate, arroganti. Nel porre domande sull'anima, siamo moralisti astratti? Oppure cerchiamo umanità gentile, che è la sostanza di una polis vivibile?

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