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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 473

Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio (Il Mulino 2020) suona l'inchiesta del sociologo Franco Garelli che ha condotto un'indagine nazionale (finanziata dalla CEI) sulla religiosità degli italiani, confrontandone i risultati con una simile ricerca realizzata nel 1994 dal medesimo professore. In tale scenario (recensito sulla «Stampa» del 19 Agosto) sono cresciuti l'ateismo e l'agnosticismo non solo tra i giovani; gli italiani credono e praticano di meno. Solo un quinto partecipa regolarmente ai riti, mentre un terzo non ci va mai (esclusi funerali e matrimoni). È triplicata infatti la percentuale di chi non presenzia mai alle liturgie: dal 10% al 30%. C'è sempre chi alla domenica non manca alla Messa, ma dal 31% si è arrivati al 22%. Uno su venti negli anni '90 pensava che in Dio credessero solo le persone più ingenue e illuse; oggi è l'idea del 23%.

Tuttavia nei meandri di questo presunto ateismo è largo ad es. il consenso per il crocifisso nei luoghi pubblici, appoggiato da quasi sette italiani su dieci: ossia ben il 70% si rifugia in un cattolicesimo di «matrice identitaria» o di «appartenenza educativa». E non va trascurato l'incremento di chi crede che esista una potenza maligna subdolamente «in campo» contro l'umanità: è il 40%. E più del 30% assicura di avere ricevuto una grazia, un miracolo o comunque aiuti divini.

Mentre alla fine del secolo scorso coloro che si professavano atei erano il 10%, oggi quelli che non credono nell'esistenza di Dio sono saliti al 30% (anche questo dato, forse il più rilevante, triplicato in 25 anni). La motivazione principale è la seguente: «Se davvero esistesse un Dio, non permetterebbe l'esistenza diffusa del male, delle tragedie, delle calamità e delle ingiustizie nel mondo» (p. 28 del quotidiano; l'articolista è Domenico Agasso jr). Persiste ancora in maniera pesante la millenaria concezione teistica e creazionista di Dio; solo in una visione non-teista ed evolutiva si può cercare di abbozzare una risposta alla suddette questioni di teodicea: nell'evoluzione sono fondamentali le variazioni del Dna (altrimenti noi non ci saremmo), purtroppo anche quelle dannose (malattie). Come è fondamentale il sistema “caotico” terrestre (terremoti, eruzioni, inondazioni, drastici cambiamenti climatici dell'habitat come le epoche glaciali...): reagendo a tale pressione selettiva gli organismi si sono creativamente modificati sino alla comparsa dell'uomo. Prima l'evoluzione, poi la storia umana non sono tele-guidate dall'alto, poiché Dio non interviene materialmente nel mondo. La responsabilità poi del male morale (ingiustizie) è tutta dell'uomo medesimo (Dio non c'entra); non si può più obiettare: perché Dio ha creato l'uomo con la tendenza al male? Oppure buono; ma allora da dove viene il male? Tutte obiezioni creazioniste oggi prive di senso: non basta accettare astrattamente l'evoluzione solo a parole. Dio infatti non ha creato nulla direttamente e come prodotto finito: solamente in tal caso gli si potrebbe contestare di non aver creato una Terra migliore senza malattie, tettonica a zolle [che causa certo i terremoti, ma ha permesso l'origine delle specie-figlie per separazione e diversificazione dalla specie-madre]..; perché non un mondo perfetto sin dall'inizio, dato che tutte le specie sarebbero presenti da sùbito e per di più fatte direttamente da Lui (sic, milioni di...“stampi” diversi solo per gli insetti)?

Quegli a-tei hanno ragione, poiché tale Dio non esiste; purtroppo però (nonostante i nostri sforzi per contrastare l'onnipotenza divina) non sono in grado di distinguerlo dal Dio ben diverso del Crocefisso, e quindi risulta loro preclusa la via alla fede (esplicita). Ma non del tutto, perché, anche se in maniera anonima e implicita, è cresciuta significativamente dal 27% al 43% l'adesione al cristianesimo come “deposito di valori”.

 472

Ognuno ha detto la sua sul tempo della pandemia (che non è finito). No, non tutti l'hanno detta, ma ognuno l'ha sentita personalmente. Saremo capaci di fare sapienza da questa esperienza? Anche questa domanda, mica tutti ce la poniamo. Tanti pensano solo a buttarsi dietro la schiena questo tempo chiuso: nel senso di chiusi in casa, e di tempo passato, da non pensarci più.

Se ne abbiamo avuto una coscienza sufficiente, è stata l'esperienza di una minaccia in parte oscura in un mondo in cui cerchiamo il più possibile di chiarire il tutto, e di controllarlo (anche) in modo scientifico-tecnico, specialmente quando è nocivo. C'è qualcosa di piccolo-enorme che conosciamo (diversamente dalla peste del 1300 e da quella manzoniana), ma che almeno inizialmente non riusciamo a controllare.

Il fatto è questo: siamo minacciati. Siamo intimoriti da quel materiale genetico (Dna) parassita in quanto non auto-sufficiente, per cui ha bisogno dei corpi umani per sopravvivere. Di conseguenza gli altri esseri umani, coi loro corpi, ci insidiano con la sola presenza, col loro fiato avvelenato. Temiamo gli altri, e gli altri temono noi. Siamo tutti pericolosi e impauriti. «L'enfer c'est les autres», diceva Sartre. Siamo la società della paura, associati nella paura, dissociati per la paura. Tu paura per me, io paura per te. Bruttina assai, la situazione umana. Tanti muoiono (la fila di camion militari carichi di salme, chi la dimentica?), tutti possiamo morire.

Stiamo chiusi in casa, usciamo in fretta, l'indispensabile, per pane e latte e poco più. Le strade sono vuote, non c'è da guardarsi dalle auto, c'è silenzio. Non è poi così male. Leggeremo poi che l'aria è molto migliorata. Ci diamo coraggio: bandiere dai balconi, cartelli sui portoni «Andrà tutto bene», disegnati dai bambini. Si scherza, si canta, divertenti vignette su facebook: il 25 aprile, da qualche balcone «Bella ciao!», anche con la chitarra. Da altri balconi niente.

Qualcuno avverte subito, dai primi dibattiti in tele-conferenza: è troppo innaturale per bambini e ragazzi il taglio della socialità (la scuola, i coetanei). La telescuola rimedia qualcosina, ma il più manca. Per i vecchi, altri problemi. Per quelli ricoverati è tragedia.

La famiglia è valorizzata? Mah. Oppure, la solitudine accentuata? Si intensificano le comunicazioni via web, grande scoperta il lavoro da casa, più ancora che la scuola da casa. Anche qui, però, discriminazione secondo le possibilità: chi deve lavorare fuori per forza, chi con maggiori contatti pericolosi, come le cassiere dei supermercati: un giorno il papa le nomina nella preghiera delle sette alla tv, seguita da molti. La tv è la finestra più grande: da lì si può uscire.

Ci si fida del governo e dei medici: cos'altro si può fare? Verrà poi, a emergenza calante, l'accusa estremista al governo di aver fatto un esperimento totalitario. Anzi, di avere inventato la pandemia, che era «una normale influenza». Salvo moltiplicare le morti naturali.

Spicca il ruolo morale di papa Francesco: alle 7 del mattino, e la sera del 27 marzo in piazza S. Pietro deserta: c'eravamo tutti, empi e pii. Un grande momento di uguaglianza: «Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». «Nessuno si salva da solo». Intanto, le chiese senza messa. Crisi di quella religione che respira principalmente nei momenti rituali. Discussioni sulla necessità o meno del clero e del rito sacro, sulla fede «in spirito e verità», e rivendicazione dei vescovi verso lo stato, e il papa che dice di tutelare anzitutto la salute fisica, e lo scandalo dei tradizionalisti. Le preghiere contro il virus (anche il papa), oppure per invocare lo Spirito che ci sostiene e ci guida?

Il mondo, in conclusione, è insicuro: si sa che arriverà un altro virus dopo questo. L'equilibrio tra le specie selvagge e la specie umana è rotto, col disastro ambientale in corso. Abituarsi all'emergenza. Mascherine sul viso per tutta l'estate, e oltre, probabilmente. Una paura aggiunta a quella ambientale e atomica.

Poi, al primo sollievo, il tuffo nella vita piacevole precedente: movida, mare, viaggi, imprudenze. Ma i dati calano (salvo Lombardia e Piemonte, e cominciano le cause giudiziarie) e dunque, via! Specialmente i giovani.

E le conseguenze economiche: crisi di portata storica, crollo del Pil, imprese fallite, posti di lavoro perduti, famiglie nel bisogno, code ai centri di ascolto (parrocchie, conventi, moschee, associazioni, banco alimentare...) dove si distribuiscono cestini alimentari completi. Meno male che c'è l'Europa, e l'euro, quello da cui certuni volevano uscire.

La prima immagine è su un cestino, calato da un balcone a Napoli: «Chi può metta, chi non può prenda». Poi un po' dappertutto. L'effetto più sano del virus: altri hanno bisogno, non sono soltanto un contagio. Socialismo spontaneo, il migliore.

Insomma: apprendimento, o stolto oblio? A noi rispondere nei fatti.

 471

Il mondo non è impegnato in una guerra, perché non è in corso uno scontro tra popoli, ma una lotta comune contro un virus, però le conseguenze economiche, politiche e sociali che dobbiamo affrontare sono simili a quelle che si verificano dopo una guerra: un aumento vertiginoso dell’indebitamento pubblico e privato e la variazione delle posizioni reciproche nella società delle classi, dei gruppi sociali e degli Stati. L’indebitamento, in particolare degli Stati ‒ si parla di migliaia di miliardi di euro ‒ potrà sconvolgere l’economia mondiale per anni; la tentazione per le classi sociali o per gli Stati di approfittare di questa situazione di debolezza generale per migliorare la loro posizione o per modificare le gerarchie mondiali, potrebbero creare pericolose tensioni sociali all’interno dei paesi e negli equilibri politici tra potenze locali o globali.

Quello tratteggiato sopra è lo scenario che potremmo dover affrontare nel post-pandemia. Abbiamo però questa volta un’alternativa: la possibilità forse irripetibile di imboccare tutti insieme una strada diversa. Innanzitutto perché gli Stati si trovano in una situazione di precarietà e debolezza difficilmente valutabile, che non dà a nessuno la certezza di uscirne meglio di altri, e poi perché la globalizzazione in cui viviamo, potente e fragile nello stesso tempo, invita tutti alla prudenza. Infatti se si dovesse frantumare, le perdite sarebbero incalcolabili: per qualcuno molto alte, per altri minori ma ingenti per tutti.

È per questo che assistiamo con molto interesse e speranza al dibattito che si sta svolgendo nell’Unione europea, emblematico e precursore di quello che potrebbe avvenire a livello globale. Gli europei debbono decidere come fronteggiare l’emergenza e sono indecisi tra il «si salvi chi può» e la solidarietà. Il confronto politico si svolge con difficoltà, stretto tra due tendenze regressive: la furbizia di una parte dei paesi più deboli che vogliono cogliere l’occasione dell’emergenza per attingere a piene mani ai fondi comuni, senza preoccuparsi di correggere antichi e nuovi mali, spesso incancreniti, e senza assumersi impegni o responsabilità, e la tentazione di importanti frange politiche dei paesi più forti di approfittare della situazione di debolezza di altri per migliorare ancora la loro posizione. Le trattative tuttavia procedono e si sono fatti alcuni importanti passi avanti come l’intervento illimitato della BCE per l’acquisto del debito pubblico emesso dai singoli Stati, evitando così il fallimento dei più deboli, l’istituzione da parte della Commissione europea (il governo europeo) di un fondo comune per le emergenze e la possibilità per i vari paesi di ottenere prestiti a tassi agevolati (non è ancora chiaro, però, se ci sono condizioni, e quali, per accedervi). Si sta discutendo se dare alla BCE la facoltà di emettere titoli del debito pubblico dell’Unione con tassi di interesse decisamente più bassi di quelli praticati agli Stati più indebitati.

Lo sviluppo di queste faticose trattative ha un’importanza generale perché può indicare una strada da seguire per il resto del mondo. A livello globale, infatti, la politica non si è ancora mossa, ciascun paese annaspa per conto suo con sporadici gesti di solidarietà. Ma prima o poi si porrà il problema perché, come detto, la globalizzazione non fa sconti: l’affondamento di interi continenti o la lotta di tutti contro tutti potrebbe trascinarci in una spirale perversa.

Questa potrebbe essere dunque l’occasione per una svolta, per allargare la visione politica e quella dell’opinione pubblica dal ristretto ambito locale al livello globale, là dove si possono affrontare veramente questa come le altre emergenze che ci affliggono. Per questo però il mondo ha bisogno di leader coraggiosi, lungimiranti e pronti a cogliere i segni che la storia ci sta pressantemente inviando, come papa Francesco.

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