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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 456

Dopo una prima bocciatura della Commissione europea, non è ancora facile capire quali saranno le mosse del governo nato faticosamente dopo le elezioni del marzo scorso, ma ancor prima quanto della manovra sia propaganda, quanto annuncio o tattica, e quanto decisione di affrontare i problemi che la maggioranza ritiene principali: le migrazioni e il declino economico. Per ora si possono solo discutere gli indirizzi di fondo e prevedere che lo scontro con le autorità europee sarà decisivo.

Sulle migrazioni la proposta è molto semplice: si chiede all’Europa di farsi carico di una parte dei migranti che raggiungono le coste italiane e, in prospettiva, di chiudere le frontiere europee e far entrare solo chi noi decidiamo di far entrare. Intanto si comincia da quelle italiane, mandando un messaggio chiaro agli aspiranti migranti: «entrare in Europa attraverso l’Italia diventerà sempre più difficile, costoso e pericoloso, regolatevi!». Il ritorno propagandistico di questa scelta è evidente e immediato, i risultati ancora da verificare (ma le statistiche danno già un’impennata di morti annegati).

Affrontare il problema del declino dell’Italia e del suo enorme debito pubblico accumulato negli ultimi 30 anni del secolo scorso è più complesso, perché l’Italia è ormai profondamente inserita nel mercato europeo e globale e ogni mossa azzardata potrebbe avere conseguenze, per noi e per molti altri paesi incalcolabili. Il nostro rapporto tra debito pubblico e produzione (PIL) è il più alto in Europa esclusa la Grecia. Per questo, seguendo le regole che l’Unione s’è data, da quando ne facciamo parte siamo costretti a fare una politica restrittiva, riducendo le spese pubbliche ed aumentando le imposte. Questo chiaramente deprime l’economia e produce meno crescita, più disoccupazione e più povertà. La sinistra al governo ha sempre cercato di rispettare le regole europee. Il governo Conte, invece, sembra deciso a rovesciare questa politica riducendo le tasse, dando ai disoccupati un reddito sostanzioso, riducendo l’età pensionabile, aumentando gli investimenti pubblici. L’esborso complessivo per il bilancio dello stato sarà ingente, tra i 35 e 40 miliardi di euro. Tutto ciò naturalmente farà aumentare notevolmente il debito pubblico. Il governo però pensa con questi provvedimenti di aumentare anche il PIL, mantenendo sotto controllo il rapporto col debito. Questo è il cuore della sfida della nuova maggioranza ai mercati finanziari e al governo europeo e appare come una scommessa molto rischiosa, perché intanto il debito cresce, ma non si sa se lo farà anche il reddito e di quanto. Questa incertezza però dà ai mercati finanziari l’opportunità di speculare contro il debito italiano e l’euro, gli eventuali danni potrebbero essere devastanti. Ed è proprio quello che teme il governo europeo che ha cominciato a dar segni di insofferenza. Lo scontro col governo italiano sembra inevitabile, anche perché i partiti che lo sostengono non fanno mistero di voler rovesciare alle elezioni europee dell’anno prossimo la maggioranza di centro che governa l’Europa, alleandosi con gli altri movimenti sovranisti. Lo scenario che si aprirebbe se la sfida fosse vinta è difficile da prevedere, perché se i sovranisti sono uniti contro l’attuale maggioranza, sono invece profondamente divisi sul che fare, difendendo ciascuno il proprio interesse nazionale.

Nel complesso, quindi, la politica del governo italiano appare avventurista e velleitaria, ma anche quella europea non è priva di gravi errori. Mentre infatti alcuni paesi arrancano col fiato grosso o subiscono dure punizioni, altri progrediscono o addirittura si avvantaggiano delle loro difficoltà. È il difetto di base della costruzione europea, un’unione economica imperfetta che non riesce a trasformarsi in unione politica, con un progetto comune in cui il governo centrale è deciso a intervenire per ridurre gradualmente le differenze tra zone di sviluppo diverse e per sostenere quelle depresse. Senza questo salto di qualità l’Unione Europea non riuscirà a resistere alla spinta sovranista e si sfascerà. In questo caso per riprendere il cammino interrotto si dovrà attendere un altro tentativo che parta da questo fallimento, con basi più solide.

 455
Quando il “popolo” attribuisce alla paura il numero più alto della cabala al gioco del lotto («la paura fa novanta»), sentenzia che la paura batte ogni altro sentire positivo o negativo della vita e, in quanto tale, va tenuta presente in ogni scelta e in ogni gesto finalizzato ad un’ipotetica vittoria sul proprio malessere. Freud individua nella “paura” (fobia in greco) una delle reazioni emotive più naturali e universali dei viventi, legata al bisogno psichico di strenua difesa della propria identità, «del proprio equilibrio interno ed esterno», vale a dire personale, sociale e territoriale (Massimo Recalcati).

Come sentire comune, dunque, riconosciuto inalienabile patrimonio, individuale e sociale, delle masse e delle élite, la paura diffusa ‒ generata ad arte ‒ fa audience e assume peso determinante nella dinamica fortemente conflittuale e disgregatrice non solo dell’odierna politica nazionale e internazionale, ma persino della chiesa cattolica. Gli ecclesiastici di professione amano chiamarla “pastorale”, in quanto pratica di governo del “popolo di Dio” gestita dai “pastori”, ma di fatto, agli occhi di una spassionata lettura fattuale della storia, si è finora tradotta nel ritorno all’alleanza trono-altare, cioè a un conservatorismo autoritario, socialmente classista, illiberale, potenziale generatore di conflitti.

La questione è delicata e complessa e noi, ripromettendoci ulteriori approfondimenti nei numeri prossimi del nostro mensile, ci limitiamo a prendere in esame le contraddizioni della politica dei “sovranisti” euroscettici a partire da un intervento di Giuliano Ferrara, che, su «Il Foglio quotidiano» (22-23 settembre), rilancia l’allarme di Williams Davies, un professore londinese di sinistra, sul riemergere in Occidente di politiche demagogiche basate sul primato delle passioni rispetto alla ragione.

Ferrara parte da lontano. Risale infatti ai secoli del passaggio tra tardo medioevo e modernità l’affermarsi dell’idea di un’identità occidentale dell’Europa, vale e dire della presa di coscienza che l’occidentalità non è un dato naturale e fisico-geografico stabile, ma storico, culturale e religioso, soggetto a possibili trasformazioni. Inizia allora la riflessione sulla necessità di mettere in discussione i fondamenti sacri e metafisici del potere politico e di affrontare i conflitti sociali e territoriali non sulla base degli studi genealogici, delle dispute ereditarie e delle insondabili volontà di Dio. Prende lentamente avvio la secolarizzazione. È così che tanto i pensatori che privilegiano l’analisi realistica dei fatti storici, quanto quelli che privilegiano la progettazione razionale di società ideali, costruiscono la «loro teoria dello stato sull’affermazione che la prima missione della politica, per garantire la convivenza sociale, è lo sradicamento della paura, che di per sé genera tribalismo (“sovranismo”) e violenza».

Proprio mentre studiano l’origine e l’influenza delle “passioni dell’anima”, divisi tra l’assegnazione del primato al timore o all’amore, riaffermano concordi che ambedue vanno tenuti sotto controllo della ragione e che l’amore, se sapientemente promosso e ben indirizzato, è socialmente costruttivo, mentre la paura, per tornare utile, va moderata e mai incentivata, onde evitare il rischio delle faide e dell’uso privato della violenza, degli scontri tra bande e gruppi armati, prodromi di ogni guerra civile e tra nazioni o popoli comunque contrapposti e contrapponibili.

Sta qui il drammatico e potenzialmente tragico errore della scelta parafascista di Salvini e alleati. Sta nell’utilizzare la paura conscia e inconscia dell’altro, tanto più travolgente e intensa quanto maggiori sono le differenze che ciascun uomo coglie nel diverso da lui: origine familiare e appartenenza di classe, di paese e quartiere, di passione sportiva, di regione e nazione, lingua e religione, costumi, fisiognomica e colore. Colore soprattutto, che sembra esaltare ogni differenza possibile, anche perché subito appaiata con la povertà, la condizione di vita più palese ai sensi, più temuta per sé e più disprezzata negli altri.

Sappiamo tutti che la vera ma inconfessabile ragione dell’attuale forma di paura e di rifiuto degli stranieri, neri soprattutto, è la loro miseria, bisognosa di aiuto, ma avremmo ritegno a dirlo con un linguaggio tanto crudo e diretto, se, in un impetuoso tentativo di giustificare razionalmente l’eticamente ingiustificabile “cattivismo” politico del Ministro degli interni di questo governo, l’ex magistrato Carlo Nordio non ci mettesse in bocca questo chiarissimo discorso: «Un paese può vivere anche con un’economia disastrata, e persino senza libertà, come avvenne per i regimi comunisti e nazifascisti; ma non può sopravvivere senza sicurezza. E quando questa paura ha cominciato a serpeggiare e a diffondersi, l’Europa ha cominciato a frantumarsi … Nessuno in realtà ha agito per nazionalismo sovranista. Ha agito solo perché il proprio elettorato aveva paura. Non dei neri o dei musulmani, ma delle centinaia di migliaia di disperati senza lavoro, senza soldi e senza nulla che sarebbero stati inevitabilmente destinati a finire tra le strade, nei ghetti, e nelle periferie, alimentando prostituzione, droga e microcriminalità. … Se adesso si manifestano insofferenze e disordini non è per il colore della pelle dei migranti, ma perché molti cittadini sono esasperati da un’invasione che alimenta le loro paure» («Il Messaggero» 20 settembre).

Nordio deve davvero essere innocente, avere un cuore puro e la mente del tutto sgombra dalla conoscenza della nostra storia passata e recente, se ritiene possibile considerare meno gravi gli esiti della sistematica violenza istituzionalizzata delle dittature, rispetto a quelli derivati dalla potenziale pericolosità della microcriminalità dei poveri. Nessuno può, in buona fede, ignorare che le distruzioni di vite, di beni economici, di contesti comunitari, culturali e sociali, provocate dalle guerre tra “i nazionalismi” dittatoriali e democratici del secolo scorso, sono inconfrontabili coi guai che potrebbero derivare da un malinteso internazionalismo “buonista”.

Se, come sostengono i più pessimisti tra i politologi, sulla scorta dell’intramontabile homo homini lupus del vecchio Hobbes, la vera minaccia per gli umani sono gli altri umani, allora, dopo millenni di paure fallimentarmente combattute con le armi e con le guerre, con le milizie di confine, coi muri, coi respingimenti, quando non con le stragi, sarebbe ragionevole tentare di calmierare la paura tra uomo e uomo col reciproco riconoscimento, con l’incontro, l’accoglienza, l’aiuto. Non per addomesticarci reciprocamente, ma per convivere arricchendoci l’uno con le diversità dell’altro.

 454
 Il presente numero è andato in stampa privo di editoriale.

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