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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 458

In una parrocchia molto “bene” di Torino, la Crocetta, che ha un bravissimo parroco, sono stati invitati Giancarlo Caselli e don Luigi Ciotti a parlare su «Solidarietà e legalità». Riferiamo alcune affermazioni.

C'è un clima di odio, di banalità di massa, di ignoranza saccente, di cui il web è un grande bacino, e di cui la politica si nutre.

C'è una «dittatura della maggioranza» (Tocqueville): il governo è legittimo, ma ascolta solo la sua base, e disattende o sbeffeggia gli organismi “terzi” che devono esercitare il controllo di legalità, e la stampa che esercita il controllo sociale.

La filosofia del «decreto sicurezza» è la difesa tribale della comunità nazionale e dei nostri confini: affondino i barconi dei migranti, ma non tocchino il sacro suolo! Separa persone di serie A e persone di serie B. Accresce l'insicurezza, moltiplica i “clandestini” che nel 2020 saranno 620.000, il 22% in più.

C'è un clima di diseguaglianza, che è nemica di solidarietà e legalità, valori di tutti. Ai bambini poveri, a Lodi, si impone la prova di povertà, ai ricchi di Ischia si dà il condono. Clima di «me ne frego» dei più deboli. La nuova presidente della commissione parlamentare per i diritti umani, aveva scritto: «Un forno gli darei ai migranti che chiedono una casa popolare». Se il ministro degli interni è indagato, disprezza la magistratura: «Ogni iniziativa contro di me è una medaglia sul petto». È il linguaggio del fascismo.

Sotto veste di legalità sono compiuti atti ingiusti (Riace, Aquarius, Diciotti, decreto sicurezza). Bisogna fare cose giuste in modo giusto: iusta iuste.

I casi riconosciuti di difesa legittima con armi private sono pochissimi. Il fenomeno è gonfiato per propagandare la paura e rendere la difesa privata armata sempre legittima. Sono diminuiti i reati contro la proprietà, ma si vuole un allarme artificiale, per strappare consensi in una società feroce. Dov'è la legalità in tutto questo?

Solidarietà e legalità non si contrappongono: legalità è solidarietà, ed è uguaglianza.

C'è un gran ritorno dell'eroina: un morto ogni due giorni. La produzione è aumentata del 30%. È problema degli adolescenti. 2 milioni e 300.000 giovani sono senza scuola né lavoro. C'è corruzione e mafie. Nel decreto sicurezza i migranti sono considerati insieme a mafie e corruzione.

La deriva xenofoba oggi è legittimata politicamente: è una grave frantumazione dello stato di diritto! È alimentata la paura. La condizione umana è fragile, molti si sentono insicuri: ma saperlo ci rende forti. Una società forte accoglie la fragilità degli altri, dei più deboli. 

Le leggi vanno rispettate, anche a Riace. Mimmo Lucano ha imboccato delle scorciatoie per generosità, non per guadagno. Riace è un'esperienza di valore, un modello. È forse un reato l'umana solidarietà? C'è la legge dei codici e la legge della coscienza. Lucano poteva essere contestato, ma non arrestato! Il Gruppo Abele fa accoglienza. Per cambiare le leggi ingiuste si lotta civilmente. Anche con la disobbedienza civile? Se si incorre in una vertenza giudiziaria, le leggi incostituzionali possono essere annullate dalla Corte, se impugnate dal giudice.

Respingere chi fugge da situazioni in cui l'Occidente ha responsabilità storiche e attuali (colonialismo, multinazionali che depredano i paesi poveri), è causare le migrazioni che sono «deportazioni indotte».

Ma, in giro per l'Italia, si vede troppa neutralità, rassegnazione, gente che sta a guardare, indifferente.

La Chiesa deve essere coscienza critica della società. I credenti devono essere credibili. La speranza nasce dove c'è vita; è fragile se non è condivisa: la speranza è un bene comune. Le relazioni umane sono importanti, sono l'essenza della vita. Gli “altri” sono il termometro della nostra umanità. L'accoglienza è la base della civiltà.

 457

  Un quadretto italiano, tra molti altri, di mille generi. Eccolo: tre giovani donne in tuta gialla lavorano di buona lena e di buon umore a scaricare i cassonetti sul camion della raccolta rifiuti: un lavoro socialmente assai modesto. Un vecchio signore si ferma ad osservarle, poi le avvicina: «Grazie del vostro lavoro! È importante!». Racconta poi a casa di avere ricevuto tre sorrisi femminili tra i più belli della sua vita. Chi sono gli italiani? Cosa vogliono? Perché si arrabbiano tanto? Perché hanno bisogno di un nemico, fin sui campetti di calcio? Perché prevale tra loro, dalle sedi domestiche alle istituzionali, un linguaggio affetto da coprolalìa (tipicamente associata alla sindrome di Tourette)? Perché siamo così incattiviti? Il femminicidio, la malavita, la disperazione drogata, non vengono anche da questo animo? Che cosa sognano e desiderano gli italiani? Non è forse il desiderio che qualifica un essere umano? Si fanno sondaggi politici, inchieste sociologiche, si registrano stili di vita, artisti e registi interpretano il costume, alla fine si contano i voti elettorali. Ma dietro questi dati, cosa vogliono e chi sono gli italiani? Qual è l'anima della nostra res publica (la cosa pubblica, di tutti), altrimenti detta Repubblica italiana? Ma poi, è pubblica, o è di questo e di quello, mia, tua, sua, e non nostra? Chi sono le facce, i corpi e le voci, più spesso (o continuamente) presenti sul palco pubblico televisivo? E perché hanno quello spazio? E cosa dice l'infinito rumoroso cicaleccio di scritte e video negli schermini tascabili, attaccati ai nostri corpi, come un dente finto? Un amico scrive in una mail: «La manovra economica è una minestrina tiepida che non parla ai ceti produttivi e non dà nulla ai giovani, ma Salvini e Di Maio la usano per rompere con Bruxelles. Nella corsa alle elezioni di primavera la Ue è l'avversario che diventerà il loro alibi».  Ecco, forse c'è bisogno – vecchio trucco! ‒ di un nemico alle frontiere per sentirci uniti, come quando gioca la nazionale del pallone. Le frontiere – di terra e di mare ‒ sono utilissime (forse sono state inventate per questo), perché ci dicono chi siamo quando non lo sappiamo. Vogliate capire: tutti hanno bisogno, anche noi italiani, di avere un’identità, sentirci con un ruolo, e per questo non c'è nulla di meglio che essere diversi, ben differenti da altri. Ecco, siamo differenti da questa coalizione – non unione! ‒ europea regolata dai più forti, e siamo molto differenti da queste ondate di disgraziati che vengono qui dal sud-più-sud, con la pretesa di vivere un po' meglio. Se abbiamo qualcuno con cui prendercela, acquistiamo sicurezza (anche prima dell'apposito decreto). Abbiamo ragione, o ci sbagliamo, perciò ci illudiamo (con successivo brutto risveglio)? La questione stranieri, e l'invasione. Conosciamo i numeri, o andiamo a naso (menati per il naso)? Sono molto diversi dalla percezione comune indotta da tg e talk show, una fabbrica della paura e dell’ansia sociale che ha fatto breccia anche a sinistra. La realtà è che «in Italia risiedono stabilmente poco più di 5,1 milioni di immigrati, pari all’8,5% della popolazione generale, un punto percentuale in meno rispetto alla media Ue, ma largamente al di sotto di quanto si registra in paesi come Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%), Austria (15,2%), Belgio (11,9%), Irlanda (11,8%)». «Questi 5,1 milioni di “nuovi italiani” costituiscono una solida risorsa alla nostra economia previdenziale e coprono settori di lavoro essenziali ma ormai indesiderati o rifiutati dai nostri connazionali, nostri figli compresi: pensiamo all’incidenza di mano d’opera immigrata nel settore dei servizi, dell’agricoltura stagionale di bassa manovalanza, del lavoro domestico, dell’edilizia». (Dossier statistico Immigrazione, a cura del Centro studi e ricerche IDOS, con il Centro studi Confronti, con l’Ufficio nazionale antidiscrimazioni razziali, con finanziamento dell’Otto per mille delle chiese metodiste e valdesi. Da Confronti, novembre 2018). Ciò non toglie che esistano reali problemi sociali di accoglienza e integrazione, che sono anzitutto di coscienza umana e volontà politica. Inoltre, la questione europea. Che è anche la questione del capitalismo, e del mondo. Slavoj Žižek (Internazionale 1-11, p. 40) parla di una “rivoluzione” necessaria: è inutile alzare muri, occorre la coesistenza pacifica tra civiltà. «La soluzione non è il populismo nazionalista, di destra o di sinistra che sia. L'unica soluzione è un nuovo universalismo». «Dobbiamo spostare l'attenzione dagli sventurati della Terra alla nostra sventurata Terra», dai sintomi alle cause: il rischio ecologico è il rischio generale. «La solidarietà universale e la collaborazione è un'utopia? No, la vera utopia [nel senso di impossibile, ndr] è sopravvivere senza questa rivoluzione». Altre voci sagge ci dicono le stesse cose. Si tratta di gestire in qualche modo l'attuale “ordine delle cose” (progresso tecnologico, crescita economica, diritti individuali...), oppure è necessaria una nuova umanizzazione? Sarà forse inutile, cominciando dalla nostra più vera Europa, ritrovare e tradurre in termini odierni, l'umanesimo universalistico di Erasmo, di Pico della Mirandola, ecc.? E anche gli obiettivi della rivoluzione politica illuministica, la Francese: libertè, égalité, fraternité, e questa volta per tutti, ma proprio per tutti. Non è più affare di alcuni, ma di tutti. Si studia la storia nelle scuole con l'occhio al bisogno vitale attuale, e intero? Arriva forse un risveglio? Sulla “piazza di Torino” abbiamo in redazione pareri diversi: è un buon sintomo civico, oppure è un uso del Tav (sacrificando le ragioni pro o contro) per fare opposizione, e per interessi economici?  E la chiesa, ha solo la voce di papa Francesco (che non per nulla è attaccato), a dare coraggio e obiettivi, a spronare e denunciare, o ha anche parole e azioni minoritarie disseminate nella società concreta, a testimoniare fraternità politica, a proporre desideri giusti e grandi a chi ne ha solo miseri? E le religioni insieme non possono, accettando il metodo critico, valorizzare l'etica universalistica delle loro tradizioni essenziali? (cfr. P. C. Bori, Universalismo come pluralità delle vie, p. 58). La crisi d'Italia pensiamo che possa essere esaminata con queste e simili domande. Non basta un “cambiamento” nominale e improvvisato con decisioni clamorose e illusorie, azzardate, arroganti. Nel porre domande sull'anima, siamo moralisti astratti? Oppure cerchiamo umanità gentile, che è la sostanza di una polis vivibile?

 456

Dopo una prima bocciatura della Commissione europea, non è ancora facile capire quali saranno le mosse del governo nato faticosamente dopo le elezioni del marzo scorso, ma ancor prima quanto della manovra sia propaganda, quanto annuncio o tattica, e quanto decisione di affrontare i problemi che la maggioranza ritiene principali: le migrazioni e il declino economico. Per ora si possono solo discutere gli indirizzi di fondo e prevedere che lo scontro con le autorità europee sarà decisivo.

Sulle migrazioni la proposta è molto semplice: si chiede all’Europa di farsi carico di una parte dei migranti che raggiungono le coste italiane e, in prospettiva, di chiudere le frontiere europee e far entrare solo chi noi decidiamo di far entrare. Intanto si comincia da quelle italiane, mandando un messaggio chiaro agli aspiranti migranti: «entrare in Europa attraverso l’Italia diventerà sempre più difficile, costoso e pericoloso, regolatevi!». Il ritorno propagandistico di questa scelta è evidente e immediato, i risultati ancora da verificare (ma le statistiche danno già un’impennata di morti annegati).

Affrontare il problema del declino dell’Italia e del suo enorme debito pubblico accumulato negli ultimi 30 anni del secolo scorso è più complesso, perché l’Italia è ormai profondamente inserita nel mercato europeo e globale e ogni mossa azzardata potrebbe avere conseguenze, per noi e per molti altri paesi incalcolabili. Il nostro rapporto tra debito pubblico e produzione (PIL) è il più alto in Europa esclusa la Grecia. Per questo, seguendo le regole che l’Unione s’è data, da quando ne facciamo parte siamo costretti a fare una politica restrittiva, riducendo le spese pubbliche ed aumentando le imposte. Questo chiaramente deprime l’economia e produce meno crescita, più disoccupazione e più povertà. La sinistra al governo ha sempre cercato di rispettare le regole europee. Il governo Conte, invece, sembra deciso a rovesciare questa politica riducendo le tasse, dando ai disoccupati un reddito sostanzioso, riducendo l’età pensionabile, aumentando gli investimenti pubblici. L’esborso complessivo per il bilancio dello stato sarà ingente, tra i 35 e 40 miliardi di euro. Tutto ciò naturalmente farà aumentare notevolmente il debito pubblico. Il governo però pensa con questi provvedimenti di aumentare anche il PIL, mantenendo sotto controllo il rapporto col debito. Questo è il cuore della sfida della nuova maggioranza ai mercati finanziari e al governo europeo e appare come una scommessa molto rischiosa, perché intanto il debito cresce, ma non si sa se lo farà anche il reddito e di quanto. Questa incertezza però dà ai mercati finanziari l’opportunità di speculare contro il debito italiano e l’euro, gli eventuali danni potrebbero essere devastanti. Ed è proprio quello che teme il governo europeo che ha cominciato a dar segni di insofferenza. Lo scontro col governo italiano sembra inevitabile, anche perché i partiti che lo sostengono non fanno mistero di voler rovesciare alle elezioni europee dell’anno prossimo la maggioranza di centro che governa l’Europa, alleandosi con gli altri movimenti sovranisti. Lo scenario che si aprirebbe se la sfida fosse vinta è difficile da prevedere, perché se i sovranisti sono uniti contro l’attuale maggioranza, sono invece profondamente divisi sul che fare, difendendo ciascuno il proprio interesse nazionale.

Nel complesso, quindi, la politica del governo italiano appare avventurista e velleitaria, ma anche quella europea non è priva di gravi errori. Mentre infatti alcuni paesi arrancano col fiato grosso o subiscono dure punizioni, altri progrediscono o addirittura si avvantaggiano delle loro difficoltà. È il difetto di base della costruzione europea, un’unione economica imperfetta che non riesce a trasformarsi in unione politica, con un progetto comune in cui il governo centrale è deciso a intervenire per ridurre gradualmente le differenze tra zone di sviluppo diverse e per sostenere quelle depresse. Senza questo salto di qualità l’Unione Europea non riuscirà a resistere alla spinta sovranista e si sfascerà. In questo caso per riprendere il cammino interrotto si dovrà attendere un altro tentativo che parta da questo fallimento, con basi più solide.

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