il foglio 
Mappa | 37 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 448
Nel 2018 si celebra il settantesimo anniversario della proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un documento d’importanza storica che risponde agli orrori della seconda Guerra dei Trent’anni (1914-1945). Cercando di lasciarsi alle spalle ciò che l’umanità non può più permettersi, la Dichiarazione vuole stabilire i diritti di cui ciascun singolo individuo gode solo in quanto essere umano, a prescindere da qualunque differenza specifica. La Dichiarazione del 1948, quindi, aspira ad essere “universale” perché non intende escludere mai più nessuno e per nessun motivo. Occorre rilevare che si tratta di un paradosso perché questa pretesa di universalità e definitività nasce da un contesto “particolare” dal punto di vista culturale e storico. Il testo si ispira ad altri celebri documenti (es. la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese del 1789; basti pensare che nell’art. 1 si stabiliscono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza) e, più in generale, si nutre del patrimonio valoriale della tradizione occidentale giudaico-cristiana. Nel 1948 solo 10 Stati su 58 non votarono la Dichiarazione. Di questi, ben 6 appartenevano al blocco sovietico: volendo estendere i diritti al di là di quelli ereditati dalla tradizione individualista e liberale, spinsero per il maggior riconoscimento possibile dei diritti economici e sociali e si astennero. Si astenne anche il Sudafrica, per altri e ovvi motivi legati all’apartheid, e non votò l’Honduras. Non sottoscrissero la Dichiarazione anche due paesi arabi: Yemen e Arabia Saudita. Già in sede di discussione della bozza, facendosi portavoce dei paesi islamici, il rappresentante dell’Egitto aveva avanzato obiezioni e riserve di carattere religioso «che non potevano essere ignorate» perché sorgenti «dallo spirito stesso della religione musulmana». La maggior parte dei paesi islamici presenti decise comunque di approvare la Dichiarazione, ma quelle obiezioni ricomparvero tra le motivazioni ufficiali con cui l’Arabia Saudita rifiutò di sottoscrivere il documento: si contestavano, in particolare, il diritto di cambiare religione e il diritto delle donne musulmane di sposare uomini non musulmani. Quel passaggio storico inaugurò un importante dibattito nel mondo islamico che giunge fino a oggi. Le riserve sulla Dichiarazione del 1948 e sui suoi fondamenti ideali hanno prodotto una serie di documenti che da un lato si propongono come alternativi, ma che d’altra parte testimoniano un’adesione profonda e sincera da parte del mondo islamico alla cultura dei diritti umani: la Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (proclamata nel 1981 presso l’Unesco a Parigi), la Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell'Islam (risoluzione 49/19-P della XIX Conferenza Islamica del 1990), la Carta araba dei diritti dell'uomo (nel 2008 è entrata in vigore per i 13 paesi che compongono la Lega Araba la versione del 2004 che emenda quella del 1994). Apprezziamo per la sua ricchezza e vastità il modo in cui si declina in questi documenti la trattazione dei diritti umani, ma non possiamo astenerci dal rilevare alcuni aspetti problematici, a partire dalla significativa scomparsa fin dai titoli del concetto di universalità in favore di declinazioni particolari arabe o islamiche. La Carta del 2004, per esempio, all’art. 1 inserisce tra le sue finalità «insegnare ad ogni persona umana negli Stati arabi la fierezza della propria identità, la lealtà al proprio paese, l'attaccamento alla propria terra, alla propria storia e al comune interesse». Un altro elemento per cui le Dichiarazioni del 1981 e del 1990 si discostano da quella “universale” del 1948 – e che riteniamo un passo indietro sul piano della laicità – è la riconduzione dei diritti umani alla volontà divina e alla Legge islamica. Il testo del Cairo, per esempio, si chiude all’art. 25 con la seguente affermazione: «La Shari'ah islamica è la sola fonte di riferimento per interpretare o chiarire qualsiasi articolo della presente Dichiarazione». Ciò non può non influenzare l’interpretazione dei diritti che la Dichiarazione del 1948 cerca di stabilire in modo assoluto e universale.

 447

Dopo le elezioni amministrative e regionali siciliane, stiamo forse assistendo a un’altra resurrezione politica di Berlusconi? Analizzando i risultati parrebbe di sì. Probabilmente alle prossime elezioni politiche Berlusconi non sarà candidabile e Forza Italia è ben lontana dalle percentuali raggiunte nelle precedenti elezioni, e questo lascia aperto il problema della leadership del centrodestra: sarà un moderato proposto da Berlusconi o direttamente Salvini o Meloni? Ma la maggior capacità di fare coalizione del centrodestra e la nuova legge elettorale con un terzo di maggioritario non lasciano dubbi sul più che probabile risultato elettorale. Al Movimento 5 Stelle resterà la soddisfazione di essere il primo partito, ma difficilmente riuscirà a trovare alleati per formare il governo. Il Pd, scontando dopo la batosta subita al referendum di essere sconfitto, cercherà in ogni modo di impedire al centrodestra di raggiungere la maggioranza, costringendolo così a fare una grande coalizione con lui. Neanche per i partitini a sinistra del Pd le prospettive sono rosee. Per avere un peso che non sia pura testimonianza dovrebbero presentarsi uniti, e già questo non sarà facile da realizzare. Ma anche così il loro potere di attrazione è molto ridotto: la classe media ha paura che il loro programma di aumento delle spese pubbliche comporti anche un aumento delle tasse, la famigerata patrimoniale, e il ceto popolare è contrario alla loro apertura all’immigrazione. Il loro obiettivo dichiarato è recuperare tutti gli elettori di sinistra che, delusi, si sono rifugiati nell’astensione che ha superato ormai la metà del corpo elettorale. Ma le elezioni siciliane ci danno una chiara indicazione: pur in presenza di una candidatura forte e molto significativa come quella di Fava, l’astensione non solo non si è ridotta, ma anzi è aumentata. La lista di sinistra ha avuto un risultato molto deludente. Dietro questo fallimento si nasconde una percezione che si diffonde tra gli elettori più attenti, particolarmente di sinistra: le istituzioni italiane hanno ormai ben pochi poteri su ciò che è importante, contano molto di più quelle dell’Unione Europea, quelle delle altre grandi potenze, i centri finanziari, l’industria globalizzata. Questi poteri appaiono lontani e non condizionabili con elezioni marginali come quelle italiane.

Così il panorama che contempliamo è alquanto desolante, perciò forse è il caso di allargare lo sguardo per vedere il contesto generale in cui si svolge questa nostra piccola commedia. Nel mondo è in atto un profondo rivolgimento. Grandi masse, miliardi di persone, che per secoli sono vissute ai margini della storia, fatte schiave, sfruttate, depredate, premono in ogni modo possibile per ottenere il loro posto nella società moderna, per godere di una parte della ricchezza che concorrono a produrre, per far sentire la loro voce e tutto questo si deve realizzare cercando nello stesso tempo di non distruggere l’equilibrio ecologico in cui viviamo. Siamo di fronte a una vera rivoluzione e, come tutte le grandi rivoluzioni, non si presenta come un pranzo di gala. Avviene nel disordine, senza una chiara coscienza della strada da percorrere né una direzione politica. Perciò è contraddittoria, con grandi scoppi di violenza e un pesante contributo di sangue, aperta a tutte le possibilità, anche le più tragiche.

Immerso in questo movimento l’Occidente ha perso la sua centralità, anche se stenta a prenderne coscienza e accettarlo: non è più lui che decide le sorti del mondo. Da qui lo smarrimento e la rabbia che si respirano nei nostri paesi. In questa temperie agli intellettuali occidentali tocca un compito importante: quello di studiare e approfondire la realtà per fare buona informazione e spiegare quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma molti non riescono o non vogliono vedere e pungolare gli uomini e le donne di potere affinché non si attardino con ideologie irrimediabilmente obsolete o cercando ingannevoli scorciatoie, ma prendano giuste decisioni per facilitare questo difficile parto.

 446

Il premio Nobel per la pace assegnato all'ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha un significato bello e nuovo. Non è stato premiato un singolo diplomatico o un costruttore di pace, ma un movimento radicato nella coscienza sociale mondiale. L'obiettivo di ICAN e di tutte le sue organizzazioni partner − tra cui la Rete italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica − è quello di riportare al centro il “lato umano” della problematica sulle armi nucleari. «Non si tratta solo di diplomazia e politica ma di una cosa che incide direttamente sulla vita di miliardi di persone», ha commentato Susi Snyder, una delle massime esperte mondiali di disarmo nucleare, ricevuta ufficialmente nella Camera dei Deputati italiana. Intanto continua la mobilitazione «Italia Ripensaci» lanciata dalle organizzazioni antiatomiche della società civile perché l’Italia, che finora si è rifiutata di allinearsi alla Nato, stia «dalla parte giusta della storia» e ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw) firmato da 122 stati il 7 luglio all'Onu e ratificato già da oltre 50 stati, per primo il Vaticano. Il trattato del 7 luglio è frutto di una diffusa iniziativa umanitaria, culturale, morale, dal basso, per la proibizione e abolizione delle armi nucleari in quanto talmente distruttive, inumane, impossibili da gestire nelle conseguenze, anche a livello militare. La loro stessa esistenza è una violenta minaccia indiscriminata.

Il vecchio Trattato di non proliferazione della armi nucleari (Npt) ha avuto un certo ruolo, ma alla fine è morto. La sua logica è superata. È una norma di auto-convenienza per gli Stati che per primi hanno sviluppato la tecnologia nucleare, e dipendeva dalla volontà che altri non arrivassero a quel livello. Abbiamo visto sempre più violazioni del Npt nel mondo. Il Tpnw, trattato di proibizione, è diverso. La sua logica è basata su valori morali e di giustizia universali. È una necessità e deve crescere. «Non bisogna essere pessimisti − scrive Hisashi Saito (Sinistra sindacale n. 17/2017) − e non è da sopravvalutare l’opposizione degli stati nucleari. Dobbiamo far ratificare il Tpnw in ogni Stato, e persuadere amici e vicini. Le armi biologiche e chimiche sono bandite dalle leggi internazionali e la loro riduzione nel mondo sta procedendo con successo, nonostante qualche opposizione. Niente è stato fatto all’improvviso, in un sol colpo iniziale. Una grande conquista è sempre un’accumulazione di grandi sforzi».

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 461 
 :: 459 
 :: 462 
 :: 456 
 :: 457  
 :: 455 
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml