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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 438

A distanza di un mese dall’esito referendario è forse possibile tracciare un primo bilancio. Spentesi le luci dei riflettori sulla Costituzione, questa è tornato ad essere il pezzo di carta che «senza l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenerne le promesse», come diceva Calamandrei nel celebre discorso agli studenti milanesi, non si muove. La proposta referendaria ha avuto il merito di sollevare problemi reali come la farraginosa procedura di un sistema bicamerale paritario e le insufficienze manifestate dalla riforma del titolo V. Ha fornito tuttavia risposte confuse, spesso raffazzonate, imposte da una parte con una personalizzazione eclatante ed esiziale da parte del premier. La sconfitta del sì e la franosa caduta del governo Renzi hanno tuttavia rimosso, insieme alle parti più discutibili, anche le proposte unanimemente positive (riduzione del quorum nei referendum abrogativi, disciplina dei decreti legge, facoltà del governo di chiedere alla Camera di fissare un termine entro cui deliberare sui progetti rilevanti per l’indirizzo politico dell’esecutivo), sia la consapevolezza di una necessità riformatrice del congegno istituzionale.

Il mese trascorso fa forse emergere un ulteriore panorama di vincitori e vinti. Il contrasto tra favorevoli e contrari alla riforma ha in realtà celato un’altra contrapposizione che non ha lasciato meno feriti sul campo. Il discorso referendario ha ben rappresentato un conflitto tra complessità e banalizzazione del discorso pubblico (non semplificazione, che non è mai un male quando, senza recidere i ponti con la complessità, la rende accessibile ai più). La banalizzazione, l’adulterazione delle questioni referendarie sono state ampiamente perseguite da entrambi i fronti, come scopo lecito per ottenere la vittoria. La linea di faglia tra favorevoli e contrari ha tuttavia oscurato la presenza di linguaggi molteplici. E tra banalizzazione e complessità del discorso pubblico, non è difficile individuare chi ha vinto e chi ha perso. Non sono stati i lucidi interventi di Gustavo Zagrebelski, di Gianfranco Pasquino o il cristallino ragionamento di Valerio Onida a trascinare il no al referendum. La loro scomparsa dai salotti televisivi e digitali, già all’indomani dello spoglio, ne è un’emblematica rappresentazione. Alla stessa maniera, nel fronte del sì le acute disamine di Sabino Cassese o di Paolo Pombeni non sono diventate il cuore della campagna per il sì. Nulla di nuovo sotto il sole, certo. Il rapporto tra classe intellettuale e democrazia è sempre stato problematico e vagliato con un misto di disillusione e amarezza fin dagli albori del suffragio universale. Tuttavia quando la forbice tra classe intellettuale e paese si allarga non è un buon segno. La nube che si profila all’orizzonte, con una probabile contrapposizione tra quattro populismi di diversa matrice, è concreta.

La perdita di incisività del discorso degli intellettuali e del valore delle competenze nel discorso politico ha una grave responsabilità politica. Se Berlusconi e il leghismo sono stati gli iniziatori del processo, Renzi e Grillo hanno rappresentato una seconda, ulteriore fase. Lo stesso governo Gentiloni appare un’espressione della caduta della qualità della classe politica. L’inglese di Alfano, il curriculum di Virginia Fedeli o di Beatrice Lorenzin, le dichiarazioni di Poletti sui giovani all’estero sono manifestazioni diverse della cattiva capacità di selezione alle più alte cariche del governo da parte di un partito, depauperato dal modello leaderistico renziano, preoccupato di avere a disposizione uno strumento dove le fronde che potevano fargli ombra venissero tagliate e nessuna di nuova ne spuntasse. Senza una correzione “aristocratica” la democrazia diventa un puro confronto tra tribuni. Dove si perde la volontà di fornire al popolo il miglior governo possibile, affidandosi alle competenze dei migliori, gli aristoi, cioè di coloro che hanno la passione del bene comune, si perde anche il desiderio di questo di essere governato da «chi è migliore di me» per una identificazione tra governante e governato.

Non molto diversi sono gli esiti dell’effettiva messa in pratica dell’«uno vale uno» pentastellato. Gli eventi dell’ultimo mese (dalle questioni legate alla giunta Raggi a Roma, alla proposta di una giuria popolare per le bufale, fino al grottesco mancato passaggio al gruppo dell’Alde nel Parlamento europeo) ne confermano la natura di movimento umorale di massa. La fragilità del processo decisionale non si può più attribuire all’inesperienza di una forza politica nuova, ma appare deliberata scelta di discrezionalità nell’applicazione dei propri codici, dei regolamenti, dell’organizzazione interna che le permette di mantenere la propria natura anfibia: parlamentare, plebiscitaria, leaderistico-carismatica e dinastica.

Tuttavia i lamenti sull’attuale situazione lasciano il tempo che trovano. La qualità di una classe dirigente non si improvvisa, né si improvvisa una visione e il coraggio di perseguire il bene comune. I timori sono però leciti. Una società che divorzia da questa visione e perde questo coraggio ha più probabilità di essere fragile e ingiusta.

 

Marco Labbate

 437

A 36 anni dall’elezione di Reagan un altro outsider, Donald Trump, sconvolgendo tutti i pronostici diventa presidente degli Stati Uniti. E si può fare anche un altro accostamento: come all’inizio degli anni ottanta oggi due consultazioni consecutive, il referendum inglese e questa elezione marcano un cambio di indirizzo politico nei paesi sviluppati. Allora la vittoria della Thatcher e di Reagan reagivano alla decadenza dei due paesi anglosassoni e aprivano l’era della globalizzazione, oggi indicano che i popoli occidentali la vorrebbero chiudere. La globalizzazione infatti è selvaggia, senza indirizzo né governo e sta realizzando un duplice effetto economico: uno spostamento ingente di ricchezza dai paesi di vecchia industrializzazione a quelli di nuova industrializzazione (soprattutto asiatici) e un suo accentramento in grandi agglomerati finanziari. A questo impoverimento le masse occidentali reagiscono con la richiesta sempre più forte di una chiusura delle frontiere, una difesa delle proprie produzioni e il blocco dell’immigrazione: insomma chiedono la fine della globalizzazione. Le prossime vittime antiglobalizzazione potrebbero essere i governi francese, italiano e forse tedesco. Trump ha cavalcato con grande abilità e successo questo vento di rivolta, però sa benissimo che chiudere le frontiere e scatenare una guerra commerciale con l’Europa, il Messico o la Cina danneggerebbe in primo luogo proprio gli Stati Uniti e d’altra parte le grandi multinazionali e la finanza, ormai completamente globalizzate, difficilmente lo accetterebbero.

Questa elezione perciò apre un grande punto interrogativo: Trump avrà le capacità, la lungimiranza e la forza per tenersi in bilico tra la realtà economica che ha di fronte e le aspettative che ha suscitato nell’elettorato popolare con le sue promesse? Questa impasse è pericolosa per lui, ma anche per la stabilità del mondo intero. Tutti gli scenari sono infatti possibili: la più probabile è che se la cavi con qualche provvedimento demagogico, molta propaganda, magari deviando la rabbia della classe media sui soliti soggetti deboli, ispanici, immigrati, islamici. L’uomo però non sembra all’altezza della sfida in cui si è messo, è inesperto e le sue reazioni non prevedibili, inoltre la situazione mondiale è in equilibrio precario. Viviamo in bilico su una duplice bolla, quella finanziaria e quella commerciale; occorrerebbe raffreddarle, ma questo provocherebbe una crisi peggiore di quella del 2007 dal quale sarebbe difficile risollevarsi. Una serie di provvedimenti maldestri, una decisione arrogante mal ponderata, un incaponirsi eccessivo e tutto può esplodere. Esiste però anche una possibilità positiva, seppure molto tenue: il nuovo Presidente degli Stati Uniti potrebbe essere il tramite di un accordo tra le potenze economiche vecchie e nuove per mettere un freno allo strapotere dei centri finanziari, tenere a bada la concorrenza selvaggia tra lavoratori e ridistribuire, almeno in parte, l’enorme accumulo di ricchezza che si concentra in poche mani, senza però rinunciare ai vantaggi della globalizzazione. Ha due frecce al suo arco: la sua relativa indipendenza dagli apparati sclerotici e compromessi dei vecchi partiti e la somiglianza con altri due potenti autocrati, i presidenti russo e cinese.

È quindi difficile oggi ad elezione appena avvenuta dare un giudizio ponderato e capire verso quale strada si indirizzerà il suo mandato, occorrerà aspettare il suo insediamento, conoscere i collaboratori che sceglierà, vedere i ministri che comporranno il suo governo e le prime scelte significative che farà. Potremo allora capire meglio se dobbiamo preoccuparci veramente.

 436

Dopo le polemiche politiche che hanno accompagnato l'approvazione del documento Unesco sul trattamento cui è sottoposto il patrimonio artistico-culturale di Gerusalemme dal 1980, anno in cui è stata unilateralmente proclamata capitale “unica e indivisibile” di Israele, è utile chiedersi se essa sia mai stata capitale di uno stato ebraico, unico e indiviso.

È chiaro infatti che, alla base del problema sollevato, sta una doppia questione. Da una parte c'è la pretesa degli Israeliani e dei Palestinesi di fare di Gerusalemme il centro amministrativo e politico della propria nazione; dall'altra la rivendicazione degli uni e degli altri a considerare questa città la culla della propria civiltà e della propria religione. Sono due esigenze che si giustificano col richiamo al passato di una stessa entità geografica e storica, ma che possono trovare una giusta soluzione solo se si riesce a fare accettare ai due contendenti la necessità di non sovrapporle. Questo sia perché nella millenaria avventura di Gerusalemme mai si sono significativamente sovrapposte, sia perché quando l'Onu, dopo la seconda guerra mondiale, fu chiamata a decidere sulla divisione della Palestina tra arabi ed ebrei, propose che le due nuove nazioni scegliessero per le relative sedi governative due città diverse da Gerusalemme, così che questa, come centro religioso e culturale di fedi diverse, godesse di uno statuto giuridico tutto suo.

Nasce da questa considerazione la domanda a cui tenteremo di rispondere col nostro editoriale e che ora possiamo così formulare: «Dato per acquisito che la storia religiosa biblica e coranica e la storia laica post biblica e post coranica riservano a Gerusalemme un ruolo culturale e spirituale fondamentale per ebrei, cristiani, e mussulmani, siamo in grado di affermare che ciò attesta pure che essa è stata un tempo capitale di uno stato ebraico e/o islamico e che tale deve tornare ad essere?».

Non potendo qui seguire passo passo le complicate vicende storiche di questa città, ci limitiamo a indicarne i passaggi essenziali. La preistoria ci segnala tracce della presenza di insediamenti umani fin dal IV e III millennio a. C. su un'alta collina, più tardi identificata da ebrei e islamici col leggendario monte di Moria, dove sarebbe avvenuto il sacrifico di Isacco o Ismaele da parte di Abramo, antenato comune di Israeliti e Arabi. Ma tale sito entra nella storia col nome di Shalem, fortezza santuario dei Gebusei, grazie al racconto biblico della sua conquista da parte di Davide.

I Gebusei sono per la Bibbia un'etnia locale, avventurosamente sottrattasi alla conquista di Canaan da parte delle dodici tribù di Israele provenienti dall'Egitto. Davide è il generale giudeo che succede al primo re d'Israele Saul e che trasforma Shalem in “Città di Davide”, detta anche Sion (fortezza) e Yerusahlaym, da cui Gerusalemme, la città destinata a ospitare il tempio di Salomone e a restare capitale di Israele non più di un secolo. Infatti, a seguito della separazione delle 10 tribù del nord dalle tribù di Giuda e Beniamino, Gerusalemme passa a svolgere il ruolo di capitale del piccolo regno di Giuda, mentre sarà Samaria ad avere il titolo di capitale di quello di Israele.

Quale triste sorte tocchi a questi due regni ben lo sappiamo. Mentre Israele e Samaria vengono conquistate e distrutte dagli Assiri nell'VIII secolo, senza lasciare rilevanti tracce storiche del loro passato, i Giudei di Gerusalemme, pur andando incontro ad analoga tragedia ad opera dei Babilonesi (VI secolo), ridotti a “piccolo resto”, mantengono, rinnovandola, la loro identità e, grazie alla parziale autonomia loro concessa da Dario (V secolo), possono tornare a parlare della loro città come del luogo dove si realizzeranno le promesse fatte da Dio ad Abramo e Giacobbe. Ma questa nuova attenzione alla “città santa ed eterna” non si riferisce più a una realtà storica fattuale. Il richiamo al “Regno di Davide” comincia ad acquisire valore di simbolo escatologico sul futuro di Israele. In tale veste, non ha più diretta valenza politica, ma acquisisce una finalizzazione etico-religiosa che può realizzarsi senza la configurazione giuridica di un vero e proprio stato.

Dopo l'esilio babilonese Gerusalemme resterà dunque capoluogo di una regione o di un protettorato imperiale e non tornerà più, per quasi tre millenni, ad essere capitale di un'entità politica e geografica indipendente, che possa dirsi davvero Stato di Israele o di Giuda.

Tali non saranno il regno degli Asmonei (143-63 a. C.), frutto della rivolta dei Maccabei, e quello di Erode il Grande col suo nuovissimo Tempio (36-6 a. C.), nati e conservati ambedue all'ombra dei Romani. E meno ancora saranno embrioni di stato gli effimeri giorni d'indipendenza delle rivolte antiromane del 70 e del 143 d. C. Esse anzi inaugureranno ben diciotto secoli di diaspora e di esilio, con la conseguente graduale ripopolazione della città e della regione limitrofa da parte dei nuovi padroni: Roma pagana e Costantinopoli cristiana fino all'VIII secolo, gli Arabi a ruota e i successivi imperi islamici, Ottomani compresi, fino all'inizio del secolo scorso.

Nessuno afferma che tale diaspora abbia significato la fine di una presenza concreta e significativa di ebrei, dentro e fuori le mura di al Quds (questo il nome arabo di Gerusalemme) e ancor meno che, questa città, come ideale meta di un nuovo e più stabile ritorno degli Ebrei all'antica culla del loro popolo, non sia rimasta sempre viva presenza nella mente e nel cuore dei discendenti degli esiliati. Ma è altrettanto assodato che, sui tre millenni della storia in cui Gerusalemme / al Quds è stata centro religioso e culturale, Città Santa, prima di ebrei, poi di ebrei e cristiani, quindi di ebrei, cristiani e musulmani, ha avuto ruolo di capitale del Regno unito di Giuda ed Israele un secolo solo, più altri due come capoluogo della Giudea.

Ciò sia detto senza tener conto delle ultime acquisizioni delle ricerche di importanti archeologi ed esegeti ebrei e cristiani, credenti e non credenti, che mettono in discussione l'attendibilità delle notizie storiche che la Bibbia ci offre sulle origini di Israele dai Patriarchi a Mosè, da Mosè ai regni di Davide e Salomone. Se ne tenessimo conto ci obbligheremmo a una totale riscrittura della storia antica di Israele e di una radicale reinterpretazione esegetica e teologica della Bibbia intera.

Qui non possiamo farlo, anche se confermerebbe il dubbio che sia storicamente fondata la pretesa di Ebrei e di Palestinesi di trattare Gerusalemme come la capitale di un proprio stato. Nessun evento della storia, passata o presente, può da solo costituire valida premessa a nuovi e desiderabili eventi storici, quasi l'uno stesse all'altro come sua causa o fine. La storia liberamente conserva e/o innova. Nel caso di Gerusalemme, la vecchia proposta dell'Onu di tenere distinto il problema della capitale politica dello stato, da quello della città-fondamento comune di diverse fedi e di diverse culture, adattata ai tempi e alle situazioni nuove, dovrebbe, secondo noi, ritornare al centro dell'attenzione dei contendenti e dei mediatori internazionali come la chiave per aprire una delle tante porte che aprono la strada a una possibile trattativa di pace credibile e risolutiva.

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