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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 432

La profeticità del messaggio di papa Francesco a Lesbo non sta in quanto ha detto, ma in quanto ha fatto. È il fare, la capacità e il coraggio di agire nella realtà del presente, con tutti i suoi limiti e condizionamenti, che rende profezia, parola di Dio, la parola e l'azione di un uomo. La profezia non è parola, intesa a dire cosa accadrà nel futuro o cosa dobbiamo fare e dire perché alcunché accada, quando noi più non saremo a prendercene la responsabilità. Profezia è dire e fare ciò che è possibile e doveroso nel presente, anche se ancora non ci sono tutte le condizioni sociali e storiche per farlo come cosa normale.

In questo senso, commentando il passo in cui Marco ci presenta la piccola tragedia del povero fico maledetto da Gesù perché, non essendo ancora la stagione, non aveva fichi da offrirgli a sollievo della sua fame (11,12-14), il Vangelo ci chiede di «dare frutti in anticipo sui tempi naturali e storici» (A. Bodrato, Il vangelo delle meraviglie, 1995). Il profeta non è colui che si ripromette o propone agli altri di fare cose inaudite, di produrre meloni se siamo soltanto zucche, di realizzare la società perfetta se siamo imperfetti, ma di cominciare a fare oggi quello che possiamo e riteniamo giusto fare, anche se il momento non pare opportuno. Ridurre la profezia a un concreto e storico “dare frutti fuori stagione”, “con qualche anticipo, cioè, sui tempi della storia”, parrà forse a qualcuno una resa ai limiti del presente, ai vincoli della realtà quotidiana, restare invischiati nelle miserie e nei labirinti del contingente. Così la pensava probabilmente Pietro, quel bravo discepolo che alla previsione del Maestro sul prossimo tradimento dei discepoli, giura e spergiura che lui mai lo tradirà. Ma poi non riesce a vegliare con Gesù nell'Orto degli ulivi e, se lo segue fino al cortile del Sinedrio, messo alle strette, lo disconosce. Si fa, a parole e con tutte le migliori intenzioni possibili, con Gesù profeta del Vangelo, impegnandosi a seguirlo dovunque e comunque. Ma di fatto ne diventerà seguace profetico solo quando diverrà portatore operativo del suo messaggio con la sua vita.

Alberto Melloni ha interpretato la visita a Lesbo di Francesco e Bartolomeos come finalmente intercomunione, tra cristiani stupidamente separati, nel corpo di Cristo che è il povero, il profugo, il bombardato. Melloni ricorda anche che qua e là (a Torino da cinque anni un piccolo gruppo assiduo di cattolici e protestanti) i cristiani scavalcano le barriere teologiche e diciplinari erette dalle chiese autocentrate e divise, e prendono insieme, alla mensa di Gesù, il pane e il vino che alimentano il vivere gli uni per gli altri, cioè l'ultima soluzione politica umana che ci è rimasta.

Questa lettura è illuminata: vede che il soccorso, difesa e accoglienza del povero in fuga dal disumano, è un atto che riconosce nella persona umana scacciata e perseguitata, quel Vivente che chiamiamo Dio, fattosi carne nostra per farci vivi come lui: «Quel che avete fatto al più piccolo di questi fratelli l'avete fatto a me». Questo è umanesimo pieno e luminoso, che a nessun altro umanesimo si oppone e si impone, ma è offerto a un’Europa dimentica di se stessa, atrofizzata come corpo senza vita, in un benessere malato, vuoto, ebete, murato. Si compirà il prodigio della risurrezione dell'Europa? Questi pastori delle chiese europee lo credono e lo fanno, e non sono soli nelle loro chiese.

Il gesto profetico compiuto da papa Francesco a Lesbo avrà ricadute profetiche non se moltiplicherà i suoi echi sonori, ma se credenti e non credenti, in primo luogo le comunità diocesane, parrocchiali e di base, i “movimenti” e con esse i singoli lo seguiranno nella scelta operativa di quell'accoglienza che da tempo chiede loro di tradurre in fatti.

 431
 Gli ultimi attentati dell'Isis a Bruxelles e dei talebani a Lahore in Pakistan ci obbligano a ritornare su due questioni: lo scandalo del dare la morte in nome del “Dio della vita” e il pericolo dello scontro di civiltà tra l'islam e l'Occidente. «Uccidere in nome di Dio è bestemmia»: proclamano con enfasi i seguaci delle varie religioni. A noi pare che tale enfasi suoni ridondante. È l'uccidere che, in quanto colpa gravissima, la peggiore di cui possa macchiarsi un essere umano, è di per sé blasfemo. Chi invoca un'istanza superiore per giustificare un atto tanto contrario al comune sentire, confessa apertamente di saperlo.

Di fatto nella storia quotidiana degli uomini si uccide per le più diverse ragioni personali e collettive. Dovunque e comunque si uccida, chi lo fa si sente in colpa e cerca una qualche motivazione che renda ciò comprensibile e accettabile agli occhi propri ed altrui. Ma quando l'uccidere vuole trasformarsi in un atto lecito, una sorta di dovere che autorizza qualunque membro di un gruppo etnico, politico, religioso, nazionale e sovranazionale, a trattare come nemico mortale ogni individuo che a tale gruppo non appartiene, è allora che si profila la necessità di individuare un principio assoluto che renda lecito l'umanamente illecito. Un principio che rimandi a un livello d'autorità che tutti ingloba e tutti trascende. Un principio il cui tradizionale modello è rappresentato dal ricorso al volere e all'agire di Dio, ma che nelle società secolarizzate può prendere le più diverse forme dell'ideologia laicista. Le religioni debbono ricordarselo quando prendono le distanze dai loro strumentali epigoni. Insieme all'uso, l'abuso del nome di Dio accompagna tutta la loro storia.

Terrorismo e guerra non sono, nelle loro manifestazioni storiche, la stessa cosa; proprio come non tutte le forme di azione, definite terroristiche, e non tutte le guerre sono tra loro sovrapponibili. Facilmente l'una si serve dell'altro e l'altro nell'altra si trasforma. Ma ciò che davvero le accomuna è l'abitudine a rivestire di paramenti sacri, religiosi o ideologici, le cause umane dell'uso della violenza estrema. Ieri ci si appellava ai miti della (T)erra (M)adre, della (P)atria, del (S)angue e della (R)azza. Oggi alle (T)radizioni e ai (V)alori della (C)iviltà, ai fantasmi dell'(I)slam e dell'(O)ccidente. Fantasmi perché né il cosiddetto islam, né il cosiddetto Occidente (cristiano) sono ormai qualcosa di più di una realtà nominale e fittizia. Sono ombre del passato proiettate sullo schermo della storia presente a rappresentare i proprio sogni e a dar volto agli incubi che tali sogni turbano.

Gli integralisti islamici parlano di un islam puro, unito e onnipotente. Inseguono l'utopia di un califfato religioso e politico, guidato da un emulo di Maometto, capace di conquistare il mondo e di governarli in pace grazie alle leggi della sharia. In realtà governano le popolazioni islamiche che riescono a conquistare usando il terrore e fomentando l'odio e la rivalità tra le diverse confessioni della loro stessa religione. Sbandierano il fantasma dell'anti-islamismo crociato per giustificare la propria spietatezza e accusare di connivenza col nemico occidentale i loro nemici interni. Per gli integralisti islamici l'Occidente è Satana che ambisce al primato di Allah, ne scimmiotta l'onnipotenza e minaccia l'islam nei suoi valori più sacri. Di fatto la vera minaccia per il futuro dell'islam è l'integralismo, sono le guerre inter-islamiche. Coloro che hanno il compito di liberare l'islam da questo cancro mortale sono gli islamici stessi.

Speculare è la posizione dell'integralismo occidentale, che mentre moltiplica le grida contro il pericolo di perdere la propria libertà e di vedere stravolti i valori della propria civiltà superiore, innalza muri verso l'esterno e l'interno, rivendica autonomie escludenti, divide le comunità in gruppi e gruppuscoli tra loro in guerra, rifiuta ogni disegno di maggiore integrazione europea, emargina i paesi più poveri e più deboli, lascia marcire nel fango i profughi asiatici e affogare in mare quelli africani. I fan dell'Occidente utilizzano il fantasma dell'invasione islamica, per pugnalare i propri nemici politici e sociali interni. Per odio reciproco neppure riescono a dar vita a una politica comune della difesa e della collaborazione investigativa. Sbandierano i diritti dell'uomo per sequestrarne l'uso a proprio vantaggio e negarli agli altri. Il nemico dell'Occidente non è l'islam, sono gli occidentali stessi, quando, come molti islamici “moderati”, fingono di non vedere la rovina che incombe sull'islam a opera dell'Isis e del jihad, e trattano con indifferente indulgenza, se non con tacito consenso, quelle forze politiche organizzate e quei movimenti eversivi che vorrebbero il ritorno alle rivalità nazionali e alla prova di forza di tutti contro tutti.

 430
Nel clima politico in cui è affrontata, è quasi impossibile riflettere con serenità sulle delicate tematiche sollevate dal disegno di legge Cirinnà. Nel nostro Parlamento ormai da anni accade che, quando un'iniziativa legislativa su problemi di rilievo etico, sociale e culturale, dopo estenuanti mesi di trattative giunge al momento cruciale della decisione finale tutto viene rimesso in discussione. Il problema in oggetto, con tutto ciò che esso implica, passa in secondo piano e comincia un gioco al massacro che non ha per obiettivo il miglioramento del provvedimento ma l'indebolimento dell'avversario, interno o esterno.

Tale tattica parlamentare, insieme all'ostruzionismo e all'inflazione dei «voti di fiducia», fa indubbiamente parte delle tattiche politiche d'uso legittimo e comune. Ma osserviamo che non è questo ciò che può interessare chi intende occuparsi di politica non a livello di mercato elettorale e di giochi di potere, ma di orientamento etico e culturale e di concreta trasformazione economica e sociale. Tanto più che proprio tali iniziative tattiche volentieri provocano la degenerazione dell'argomentare etico, sociale e culturale dei sostenitori dei diversi schieramenti. Infatti tali argomentazioni sono esse stesse, troppo spesso, più che la ricerca della soluzione equa e funzionale del problema affrontato, l'enfatizzazione del proprio punto di vista ideologico, l'innalzamento di una barriera retorica a difesa della proprie convinzioni soggettive e delle proprie scelte di parte.

Anche questo è connaturato al dibattito politico stesso. Lo sappiamo, ma sappiamo pure che il peso argomentativo di certi appassionati richiami a valori, principi, diritti e doveri, ha raggiunto limiti di tale sfacciata strumentalità da mettere a rischio la loro stessa credibilità. Valori, principi, diritti e doveri, giocati come jolly pigliatutto, finiscono col perdere ogni specifica identità e ogni significato concreto. Diventano formule magiche o flatus vocis.

Senza ribadire o contraddire nessuna delle posizioni di parte finora espresse ci limitiamo a evidenziare il nocciolo delle questioni poste da un disegno di legge che mira a trasformare le «unioni di fatto» in «unioni civili».

1) Innanzitutto osserviamo che la legge, nel moderno stato di diritto, non ha compiti performativi, non serve cioè a promuovere comportamenti, a creare prassi e realtà sociali inedite. Non mira alla restaurazione dell'Età dell'oro né a costruire il Regno dei cieli., ma, al più, là dove esistono Costituzioni, storicamente nate dal consenso di un popolo, la legge mira alla graduale concretizzazione dei fini sociali individuati dai costituzionalisti di ieri e di oggi. È in quest'ottica che le leggi, approvate dal parlamento e applicate dalla magistratura, risultano finalizzate a regolare la realtà esistente nella sua dinamicità, così che grazie ad esse sia rispettato il comune senso della giustizia, che non è il «buon senso comune», né l'immediato sentire della maggioranza, ma neanche la cosiddetta legge di Dio e di natura. È la normativa giuridica che dà storica voce culturale ed etica al vincolo comunitario su cui si fondano questa o quella società storicamente strutturata e capace di graduali trasformazioni.

2) In secondo luogo teniamo presente che, se fino a qualche decennio fa il matrimonio religioso e in subordine quello civile costituivano la modalità comune di creare una famiglia, oggi non è più così. Le «coppie di fatto» eterosessuali costituiscono ormai una considerevole o forse maggioritaria parte dei nuclei familiari che concorrono a formare la società. Piaccia o non piaccia è necessario tentare di regolarne la presenza sociale, proponendo loro doveri e diritti simili a quelli delle famiglie tradizionali. Discorso analogo è oggi doveroso fare nei confronti delle coppie omosessuali: grazie al superamento dell'odioso pregiudizio sull'innaturalità e sull'immoralità del loro comportamento sessuale, infatti, esse si vengono a trovare in una condizione sociale simile a quella delle «coppie di fatto» eterosessuali. Rispetto a queste inoltre, sulla base dell'attuale legislazione, neppure volendolo, possono sposarsi e ottenere qualche forma di pubblico riconoscimento; per esse «le unioni civili» sono il solo percorso possibile per accedere ai diritti e ai doveri sociali di tutte le altre coppie.

3) Resta a questo punto da esaminare l'ultimo importante problema etico e sociale connesso alla regolamentazione giuridica ed economica dell'esistenza delle coppie di fatto etero e omosessuali, problema che è stato utilizzato per differenziare, punitivamente, le coppie omosessuali coi pretesti più speciosi e spesso infamanti. Si tratta del problema della possibilità di adozione, da parte di un membro della coppia, del figlio naturale già messo al mondo dell'altro membro, sempre che il genitore naturale, rispettivo, sia defunto o privato della patria potestà, o consenziente.

Sappiamo che, allo stato attuale del cammino parlamentare della legge, la soluzione di questo tema, connesso alla tutela del minore, rimasto a carico del solo padre o della sola madre, pur facendo ormai parte di un gruppo sociale pubblicamente riconosciuto, con ogni probabilità verrà rinviata alle calende greche. Ma riteniamo opportuno sottolineare l'incongruenza di questa scelta, determinata da strumentali ragioni partitiche. È evidente infatti che la possibilità di questa adozione completava il processo di normalizzazione delle coppie di fatto, sanando una ferita da sempre inferta al principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, valido per gli adulti quanto per i bambini che sono l’anello debole da proteggere. In questo caso infatti il diritto all'adozione non è negata solo agli adulti non uniti in matrimonio, che desiderano esercitarlo in forma attiva, come adottanti, ma anche ai bambini che si trovano a far parte di un nucleo sociale incentrato su una coppia di fatto e a cui molto gioverebbe essere adottato. E ciò è profondamente ingiusto, anche se perpetrato per evitare future ingiustizie.

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