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Tras-formare l'economia

 

Questo testo è tratto dai miei appunti durante la presentazione che il filosofo Roberto Mancini ha fatto sul suo libro, a Binaria (Gruppo Abele), Torino, il 25 gennaio 2017. Prima, l'imprenditore Livio Bertola ha riferito sulla sua esperienza di “economia di comunione” (vedi sito internet) nella sua azienda (che esiste da 70 anni) di cromatura, nel cuneese. Oggi da 800 a mille aziende seguono questa cultura. (e. p.)

Né una rivoluzione violenta, né parziali riforme tras-formano l'economia attuale. Una riforma non tocca il sistema, fa solo del maquillage. Invece: bisogna introdurre una logica diversa.

 

Vediamo tre forme di economia (che significa “regola della casa”:

1) il capitalismo, che è passione per il capitale;

2) la dignità umana come principio economico: dignità del singolo in comunità, perché non c'è identità senza relazione con gli altri e con la natura. Le persone non sono “risorse umane”, cioè strumenti, quindi anche esuberi, scarti. Allora, il criterio è il bene comune, non la crescita − che è assurdità impossibile −, non le politiche accentratrici, ma l'equilibrio e l'armonia;

3) l'economia di servizio. L'economia della modernità è il capitalismo finanziario. E così la società umana è società di mercato: tutto si compra e si vende. Nella storia vediamo la società piramide, la società caserma, e questa società mercato. Oggi abbiamo bisogno della società-insieme, della comunità, non il “prima noi” dei nazionalisti-sovranisti [non l'“America first” di Trump!], perciò la caduta delle barriere. L'altro non è nemico, rivale: nemici sono le malattie, la miseria. Ci occorre uscire dalla narrazione corrente, cambiare profondamente, non superficialmente. Oggi la finanza è la governance globale: c'è l'aggressione della finanza alla vita.

 

La chioma, il tronco, le radici

Si parla di crisi. Questa parola è un sedativo, un inganno, come dire: «passerà!...». Invece si tratta di collasso, fallimento. Che cosa dobbiamo “tras-formare”? Il sistema economico dipende da una cultura, le cui radici sono un mito.

L'economia non si cambia con l'economia, ma con il senso spirituale della vita (spirituale non significa solo religioso). Usiamo la metafora dell'albero: è chioma (sistema), tronco (cultura), radici (mito). La chioma può cambiare, ma dipende dal tronco, che dipende dalle radici. Allora, la prima urgenza è la riforma dell'Università, degli studi di economia. Ci occorre imparare una bio-economia: partire dalla biologia, dalle vite, non dalla matematica, non dai numeri. Ci occorre un nuovo modello plurale, del dialogo, non solo europeo, ma dialogo con le altre tradizioni:

− l'economia gandhiana [un'ampia letteratura è reperibile presso la biblioteca del Centro Studi Sereno Regis: serenoregis.org], in cui vige il principio della “amministrazione fiduciaria”, non della proprietà. Tu dai un contributo di lavoro e di prodotto alla comunità. Il profitto è un mezzo, non un fine. È economia del bene comune, che non si misura con il Pil (prodotto interno lordo), ma ha altri indicatori: come tratti il personale, come tratti la natura, come tratti il territorio, quale benessere risulta per tutti. Una tale economia deve avere radicamento nella comunità, dunque ri-localizzazione democratica della produzione, e solidarietà internazionale.

− l'economia islamica: il prestito a interesse è usura. Ci sono istituzioni islamiche che rispettano questo principio biblico, abbandonato da ebrei e cristiani.

 

Una convergenza tra le sapienze

Il capitalismo è una determinata cultura, non è un dato di natura. Il capitalismo ha questi miti: a) l'uomo è egoista di natura; b) la natura è avara di beni; c) la morte è la verità della vita, perciò angoscia, perciò «devi approfittare della vita!»; d) gli dèi non si occupano di noi: Dio è “trascendente”, cioè lontano, estraneo.

Occorre una convergenza tra le sapienze: l'essere umano è sia unicità sia relazione; ed è aperto ai valori oltre la sopravvivenza; è integro, non è scisso. Come dice la sapienza cinese: «L'uomo è sacerdote del matrimonio tra cielo e terra».

Ritroviamo la responsabilità: non siamo liberi dall'altro. Torniamo a procedere dal consumo alla cura. Il successo dell'economia è quando nessuno ha fame, nessuno ha freddo. Le borse speculative sono i parassiti dell'economia.

 

Adriano Olivetti proponeva: partire dalla democrazia, non dall'economia. Il punto debole delle democrazie è l'essere solo l'atto del votare e delegare, e invece dovrebbero realizzare il primato della vita insieme. La politica non è per vincere, ma per convivere. Occorrono istituzioni mondiali democratiche, perché il mondo dell'economia ora è più dinamico della politica.

La svolta spirituale di cui abbiamo bisogno è la coscienza di comunione, è l'energia dell'amore politico-economico, è l'attingere energia alle fonti interiori profonde, è l'amore educativo e affettivo. La “politica prima” è il tessuto di comunità civili: il nesso noi-comunità-società. La “politica seconda” sono le istituzioni.

 

Una “società decente” (non il paradiso in terra!) comporta: tutela del lavoro, autotutela sindacale dei lavoratori, regole democratiche.

Olivetti proponeva: rappresentanza dei lavoratori, rappresentanza di chi ha la conoscenza. Oggi in Italia e in Europa non c'è rappresentanza politica di questa nostra cultura dell'economia. Si parla di “costo” del lavoro, come se fosse un danno da cui liberarsi! E invece il lavoro è esplicazione di umanità, ha la dignità dell'umanità.

La proprietà può essere privata / statale / pubblica (cioè di una comunità). Il credito oggi è esercitato da banche esclusivamente private, che sono oscena speculazione e osceno fallimento. Occorre il credito pubblico, non esclusivamente privato.

 

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