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Il dottor Montanelli e il signor Seneca

 

Il testo che segue è un dittico, costruito a mo’ di collage di frammenti di articoli altrui, dedicato a due italiani, presenti in Abissinia negli anni della conquista e della dominazione coloniale fascista (1935-41), che intrecciano una relazione temporanea more uxorio, detta «madamato» con una donna nativa del luogo.

Il primo è Indro Montanelli, maestro del moderno giornalismo italiano, il cui bronzo dorato troneggia dal 2006 nel parco di Milano a lui dedicato. La statua è stata imbrattata l’8 marzo da vernice rosa lavabile da un gruppo di attiviste femministe. L’altro è un emigrato ignoto, processato e condannato al carcere come «signor Seneca» per essersi innamorato della concubina mora e aver preteso di sposarla ed averne dei figli legittimi. Di costui si conosce l’esistenza grazie al recente ritrovamento, negli Archivi delle Forze armate, di alcune sentenze di un tribunale penale, tra cui la sua, risalente al 1939.

 

Il padre volle dargli nome Indro, italianizzando quello di Indra, già Dio della folgore, uno dei Signori del Panteon Induista. Gli amici e in nemici dell’adolescenza lo chiamavano Cilindro e, l’uso, scherzoso o maligno, di tale appellativo, lo ha accompagnato fino all’età adulta. Precoce negli studi, si laurea in Giurisprudenza e fa il giornalista. «L’unico mestiere ‒ dice ‒ che so fare» e, in seguito, anche lo storico; acuto, ma piuttosto corrivo. Comunque apprezzato.

Nell’ottobre del ’35 l’Italia entra in guerra per conquistare l’Etiopia e Cilindro si arruola volontario per partecipare a «una guerra che – confessa ‒ per noi era una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo (Benito) in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora! Ebbi due anni di vita all’aria aperta, bella, di avventura e in cui credetti di essere un personaggio di Kipling».

Si arruola e scrive su «Civiltà fascista»: «Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà». Sulla base di questi nobili principi partecipa, quindi, alla guerra come sottotenente in un battaglione coloniale di Ascari.

 

Cilindro e la bambina

«Vista l'usanza degli ascari di combattere con la moglie al seguito, decisi anch'io di prendermi una compagna. I miei uomini mi procurarono una giovane eritrea» ... «Era una bellissima ragazza di 12 anni. Avevo scelto bene e tutti me la invidiavano. … Non prendetemi per uno stupratore. In Africa a 12 anni quelle lì erano già donne e passati i venti delle vecchie. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e una capanna di paglia e fango con polli (180 più 320 lire). Era un animaletto docile. Ma faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale. Era infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile, la rendeva del tutto insensibile (dovette intervenire la madre col coltello). Per tutta la guerra, come tutte le mogli dei miei Ascari, riuscì ogni quindici o venti giorni a raggiungermi ovunque mi trovassi in quella terra senza strade né carte topografiche. Arrivavano portando sulla testa una cesta di biancheria pulita, compivano – chiamiamolo così – il loro “servizio”, sparivano e ricomparivano dopo altri venti giorni».

«Ero uno stupido, allora», confesserà Montanelli quando questa vicenda venne alla luce agli inizi degli anni ’80. Era – così mi permetto di suggerire - rimasto sessualmente ed emotivamente un adolescente, un «Cilindro», come motteggiavano i compagni di scuola. Razzolava nel “fango” in cui, pontificando, intimava agli altri di non razzolare. Insegnava la sua civiltà superiore ai barbari, praticando quel che considerava barbarie. Possiamo capirlo. Era uno che, come e meglio assai di tanti, dalla cintola in su sfoggiava un gran cervello, pronto a capire, ragionare, giudicare; ma che, per quanto atteneva al sottopancia, come tutti i colonialisti europei di oggi e di ieri, buttava alle ortiche la vantata superiorità culturale, e affidava il comando al più prepotente e irriflessivo dei suoi organi locali: la bestia, sempre a caccia di «docili bestioline», possibilmente inermi.

La guerra di Montanelli durò solo fino a dicembre: fu ferito e dovette abbandonare i combattimenti, ma Cilindro resta in Etiopia per altri due anni con la piccola schiava sessuale, che, all’atto del ritorno in Italia, cede al generale Pirzio Biroli, che la introdusse nel proprio piccolo harem, diventando poi la sposa di un ascaro eritreo che in guerra era stato agli ordini di Montanelli.

Qui finisce l’avventura di Cilindro l’adolescente e comincia quella di Indro, ancora più avventurosa sul piano politico, giornalistico e forse anche sentimentale, che lo rivede fascista militante, poi fuggiasco e partigiano, carcerato a un passo dalla fucilazione, pluridivorziato, editorialista e fondatore di testate giornalistiche, semi-golpista pentito, antisocialista accanito e amico di Craxi, uomo d’ordine ed anarchico a tempo perso, inafferrabile e urticante come una lampreda, ma attaccato a mo’ di cozza all’immaturità etico-sessuale dell’avventura coloniale. Tanto è vero che l’intera storia del sottotenente e la bambina nasce dall’assemblaggio di ciò che Montanelli stesso, a partire dal 1982, fino alla morte, ultranovantenne, nel 2001, dichiara, in articoli e interviste, rispondendo a chi gli chiede chiarimenti sul suo passato di “violentatore inconsapevole”, compresa l’ammissione che tale inconsapevolezza incrina: «E se lo facesse in Europa riterrebbe di violentare una bambina?». «Sì, in Europa sì, ma…». Ma... «di quella lì», non ricorda bene neppure il nome: Destà, Fatima o altro ancora, intervista dopo intervista.

 

Il travet che amava la bella mora

Viveva un tempo, ad Addis Abeba, un uomo tranquillo, ivi immigrato, dopo la conquista dell’Etiopia e l’invito, rivolto dal nuovo governo coloniale (1936 – 1940) ai sottoccupati italiani a cercarvi lavoro e fortuna. Un italo-etiope, a rigore di legge, di cui quasi nulla si sa. Anzi, di cui fino a ieri si ignorava l’esistenza. Un povero diavolo, evidentemente, ma non in bolletta e, come vedremo, più che alfabetizzato; onesto allo scrupolo, ingenuo e indifeso. Quindi non un satana. Forse un fantasma o il personaggio fittizio di un esercizio di scuola? Purtroppo no.

Lo ha scovato Gianluca Gabrielli tra i fascicoli polverosi degli Archivi delle Forze Armate, aperti verso la fine del secolo scorso. Lo ha trovato in qualità di Signor Seneca, imputato e condannato per violazione del RDL 740 del 19/4/1937 sulla «Difesa della Razza», che tra l’altro recita: «Il cittadino italiano, che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con straniera, appartenente a popolazione di tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana, è punito con la reclusione da uno a cinque anni» («Rivista dell’Ass. Naz. degli antropologi culturali», 2012).

Il nostro “ignoto”, così è presentato dal giudice Nigro, relatore del tribunale cittadino e compilatore della sentenza: «Il detto Seneca, italiano ivi residente, accusato di “Relazione d’indole coniugale con suddita” (priva, a quanto pare, di qualsivoglia identità), confessa, come cosa ovvia e degna d’attenzione, di aver preso con sé un’indigena, di averla portata con sé nei vari trasferimenti, di volerle bene, di averla fatta sempre mangiare e dormire con sé, di avere consumato con essa tutti i suoi risparmi, di avere fatto regali ad essa e alla di lei madre, di averle fatto curare le ovaie, perché potesse avere un figlio, di avere preso un’indigena al suo servizio, di avere preparato una lettera a S.M. il Re Imperatore per ottenere l’autorizzazione a sposare l’indigena».

Del resto il dottor Nigro ha già dato rilievo, come faranno altri inquirenti per altri casi simili, al fatto che l’imputato Seneca, mangiando seduto allo stesso tavolo della sua compagna, probabilmente anche le parla confidenzialmente, l’ascolta e si guardano. Hanno gli occhi alla stessa altezza e ciò non è bene, in quanto la convivialità esprime un riconoscimento dell’altro che desta scandalo, tanto da venire registrato dai giudici, che operano in questi anni, nelle colonie, non solo, ma soprattutto italiane, come elemento inoppugnabile di colpevolezza.

Ma il giudice Nigro non si ferma qui. Dopo aver elencato gli atti costitutivi del delitto, li valuta, li soppesa e personalizza la sentenza. Potrebbe considerare le aggravanti mezze attenuanti, multarlo e scarcerarlo. Non lo fa, per molte ottime ragioni. Si verifica – ci fa notare Gabrielli ‒ un fenomeno quanto mai curioso. In questo caso non è sotto attacco la donna e neppure l’uomo bianco, che come maschio perde la testa per la venere nera e la tiene con sé per disporne sessualmente a piacere con tranquillità e sicurezza sanitaria. Seneca ha fatto di peggio. «Ha lasciato che non solo i sensi si turbassero ma addirittura l’animo. In lui, l’animo dell’italiano si è fatto tutto dedito alla fanciulla nera, sì da elevarla al rango di compagna di vita e partecipe d’ogni aspetto, anche non sessuale, della propria vita».

«È pertanto opportuno comminare la pena, sebbene bianco e incensurato, in misura tale da evitare ricadute. In concreto va inflitto un anno e un mese di reclusione, bastevoli a snebbiare il cervello dell’italiano e a disperdere la femmina in cento altri contatti che la diminuiscano di pregio per il nazionale e la vincolino a nuove relazioni locali o anche a nuovi interessati affetti venali».

La motivazione, che porta l’applicazione del RDL a negare al signor Seneca il diritto a formare una famiglia con la donna amata, è duplice: da un lato viene stigmatizzata la “promiscuità” tra dominatori-bianchi e sudditi-neri al fine di mantenere inalterata, con la distanza, la capacità di dominio dei colonizzatori; dall’altro sono demonizzati i figli che potrebbero nascere. Essi dal punto di vista biologico-razzista sarebbero “meticci”: «Ramo anormale della famiglia umana, dolorosa piaga. Una sorgente di infelici e di spostati, spiacenti a dominati e a dominatori, cause di irrequietudini e di debolezze per la compagine coloniale». Per Nicola Marchitto, vincitore dei Littoriali della cultura del 1939, i meticci non sono un vero «prodotto di fusione ma ... di emulsione, di giustapposizione di elementi che non si fondono intimamente … Quindi il disquilibrio dei loro plasmi originari ne fa degli eterni malati fin dalla nascita. Ne fa degli spostati, che respinti dai bianchi e dai neri, diventano elementi disgregatori della società, proprio come gli ebrei».

Altro non sappiamo su questo mite travet e sulla sua innominata compagna, martirizzati nel loro amoroso sentire. Altro quindi non aggiungo, se non l’invito a una pubblica sottoscrizione per costruire alla loro coppia una bella statua di quercia e palissandro, trattata a cera d’api, accanto al bronzo dorato di Montanelli, per salvare almeno in effige la dignità degli italiani e delle potenziali italiane e la loro fama di impavidi/e e impagabili/e amanti.

Aldo Bodrato

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