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 489 - Di fronte all’Ucraina aggredita e occupata

 

La roulette russa e il nostro domani

Peste, guerra, carestia. I tre cavalieri dell’Apocalisse, secondo alcuni. Saranno loro i burattinai della nostra storia in questi anni Venti del terzo millennio? E ancora: sopravvivrà l’umanità sino al 2030? O – a volere essere ottimisti – sino alla fine di questo secolo? Ormai non occorre essere catastrofisti, apocalittici o millenaristi, per domandarselo. Basta leggere certi segni dei tempi per sentirci prossimi alla “esplosione enorme” con cui si chiudeva La coscienza di Zeno, di cui l’anno prossimo ricorrerà il centenario.

 

Quale prospettiva

Abbiamo preso parte alla prima guerra del Golfo, a quella contro la Serbia, all’invasione dell’Iraq, alla guerra in Afghanistan e (tramite le basi in Sicilia) ai bombardamenti sulla Libia. E ora il governo decide l’invio di grandi quantitativi di armi nell’Ucraina aggredita da Putin. Significa che la guerra è ormai “sdoganata”. Torna ad essere una tra le opzioni possibili, anzi la principale: la si presenta addirittura come l’unica realisticamente percorribile; e si irridono come patetici illusi coloro che non consentono.

Ma, nel caso specifico dell’Ucraina, qual è la prospettiva ‘razionale’ offerta da chi ritiene inevitabile la partecipazione al conflitto armato? Forse che qualcuno spera davvero che la Russia possa essere ‘sconfitta’ senza che si scivoli nel baratro nucleare? O si vuole scommettere su un evento altamente improbabile, come la caduta di Putin nel mezzo di una guerra?

L’esito più probabile di un prolungamento del conflitto è che l’Ucraina diventi una nuova Siria. Che vuol dire: metà della popolazione lontana dalle proprie case (25% all’estero, 25% sfollati interni); centinaia di migliaia di morti o mutilati; proliferazione di milizie mercenarie o estremiste, pronte ad alimentare il circuito del terrorismo internazionale; e la garanzia di giganteschi profitti (anche sul lungo periodo) per l’industria degli armamenti.

Sarà questo il bene degli ucraini? Sembra che anche molti ucraini ne dubitino. Altrimenti non sarebbe stato emanato, sin dal primo giorno di guerra, un decreto che vieta a tutti i maschi (dai 16 ai 60 anni d’età) di uscire dall’Ucraina con le loro famiglie: decreto che fa esplicito riferimento alla simultanea instaurazione della legge marziale. La nostra informazione evidenzia, come è giusto, la generosa abnegazione di tanti resistenti ucraini, ma nasconde sotto silenzio il dramma di molti altri, costretti – come molti soldati in tutte le guerre – a diventare “eroi per forza”.

 

I pacifisti

A proposito di informazione, i nostri giornali sono tornati a occuparsi di pacifismo: in genere, non per illustrarne ragioni e proposte, ma per denunciarne l’inadeguatezza. Come sempre, si sono distinti gli editorialisti del «Corriere» (Galli della Loggia, Panebianco, Polito): i medesimi che nel 2003 pontificavano quotidianamente sull’urgenza di intervenire in Iraq contro il nuovo Hitler che disponeva di un esercito potentissimo, e irridevano i pacifisti imputando loro “una nuova Monaco”.

Oggi, li accusano di non farsi carico del diritto degli ucraini alla libertà e di non volere aggiungere – alle sanzioni – l’invio di altre armi. Ma quando mai si è visto un loro editoriale dedicato ai bambini yemeniti massacrati dalle bombe vendute dall’Italia agli autocrati sauditi? O un editoriale dedicato ai curdi del Rojava, bombardati da un paese Nato come la Turchia dopo che hanno dato un contributo (di sangue) decisivo nella lotta contro l’ISIS? E naturalmente ciò che vale per il “Corriere” vale purtroppo per i nostri tg e per i nostri partiti, oramai quasi senza differenza.

 

I bulgari

Sulla schizofrenia nella difesa e rivendicazione dei diritti umani (o dell’indipendenza dei popoli) molto si potrebbe dire. D’accordo che i siriani o gli eritrei sono un po’ più distanti da noi: ma forse sarebbe stato più umano che i loro migranti trovassero almeno un centesimo dell’attenzione (mediatica e politica) giustamente rivolta ai profughi ucraini.

Ma veniamo al tema dell’indifferenziazione – e omologazione – nella politica. Il Parlamento si è espresso intorno alla metà di marzo votando sull’invio delle armi e sull’aumento delle spese militari: in entrambi i casi i sì hanno superato il 90%. Sono quelle che un tempo si sarebbero definite “maggioranze bulgare”. Solo partitini dell’uno-virgola, come Sinistra Italiana o Europa Verde, si sono schierati contro.

Ora, sappiamo bene che quelli che Panebianco definisce con disgusto o dileggio “pacifisti fondamentalisti” non rappresentano certo la maggioranza del popolo italiano: ma non è neppure così vero che l’opinione pubblica invochi una nuova corsa agli armamenti. Il punto è che – come sempre – la guerra riduce lo spazio di manovra di qualsiasi opposizione. Tutto si focalizza sul “nemico” e sulla necessità di fronteggiarlo con ogni mezzo. Ogni dissenso diventa insopportabile e somiglia a un tradimento. In Russia quindicimila manifestanti finiscono in galera; in Ucraina gli oppositori scompaiono; e anche noi – mentre rivendichiamo giustamente la libertà degli ucraini – riduciamo e ci avviamo a ridurre ulteriormente la nostra.

 

Economia di guerra

Tra quelle due votazioni, la seconda – quella che prevede una crescita di oltre il 50% della spesa militare – rischia di pregiudicare anche le scelte future sul medio/lungo periodo. Che una decisione così rilevante venga assunta in modo pressoché plebiscitario, quasi senza dibattito, in un paese che sta appena uscendo (forse) da una pandemia e che della crisi ucraina pagherà un prezzo altissimo in termini economici, lascia allibiti. Ma lascia allibiti anche la superficialità con cui si dà per scontato che spendessimo troppo poco per armi e difesa. Chiunque consulti il rapporto Sipri 2020 vede che la spesa dei paesi Nato supera la metà di quella globale, mentre la spesa complessiva di quelli dell’Ue oltrepassa i 250 miliardi di dollari (persino molti generali ritengono che volendo arrivare a una Difesa Europea si tratterebbe di spendere ‘meglio’ piuttosto che ‘di più’). Quanto all’Italia, la sua spesa era di 28,9 miliardi di dollari, di poco inferiore alla metà di quella russa (61,7).

 

Un piano straordinario

Non sono affatto certo – lo ammetto ‒ che «l’Ucraina avrebbe miglior sorte se non la si aiutasse a resistere». Ma so per certo che il piano di sanzioni cui abbiamo interamente aderito è per entità e impatto il più vasto e pesante che mai sia stato concepito e attuato; e a detta di molti l’Italia è il paese europeo che ne pagherà il prezzo più alto; per non dire che l’UE stessa pagherà un prezzo di gran lunga superiore a quello degli Stati Uniti (che a inizio marzo hanno annunciato con un’enfasi un po’ esagerata di aver “bloccato le importazioni di vodka e caviale”).

Ora, perché abbiamo fatto questo - che dal ’45 a oggi non avevamo mai fatto nemmeno in minimissima parte per nessun altro popolo, e lo abbiamo fatto mentre la pandemia non è finita, e la crisi economica fa sì che nella nostra Torino più di 11mila famiglie sopravvivano con i pacchi alimentari della Caritas - perché abbiamo fatto questo se non per «aiutare gli ucraini a resistere»? (Cosa che peraltro abbiamo già fatto anche militarmente tramite la Nato; che da otto anni – come affermato dalle sue autorità – fornisce all’Ucraina armi e istruttori).

Non credo, quindi, che rifiutarsi di «aggiungere – alle sanzioni – l’invio di altre armi» significhi semplicemente rifiutarsi di aiutare gli ucraini a resistere. Significa piuttosto, a mio parere, tenere conto anche di un altro obiettivo non meno importante del pur doveroso «aiutare a resistere»: che è l’evitare in tutti i modi possibili che il conflitto si allarghi e deflagri in una guerra nucleare.

Forse qualcuno considera improbabile questa deriva, e spero che abbia ragione: io la considero possibilissima. L’esperienza delle guerre passate dimostra che l’allargamento a macchia d’olio e anche l’improvviso salto di qualità e intensità del conflitto possono avvenire per “scivolamento incontrollato”, talora favoriti da eventi particolari (es. un attacco chimico, magari anche presunto e non verificato).

L’avere deciso con un voto del parlamento di inviare armi nell’area del conflitto – armi che tra l’altro arriveranno con difficoltà a destinazione, e non si sa in quali mani – ci avvicina pericolosamente a una situazione di cobelligeranza e non favorisce in alcun modo gli spazi di mediazione, anzi pregiudica ogni nostra possibilità di contribuire alla trattativa. Inoltre ci si mette su un terreno scivoloso: siamo arrivati a fornire missili, ma sino a quando riusciremo a respingere la richiesta – che continua a esserci rinnovata – di cacciabombardieri?

Per non dire del rischio-Cecenia. La Cecenia non era così trent’anni fa. Molti anni di guerra senza quartiere, sempre più spietata da entrambe le parti, l’hanno trasformata in una palestra a disposizione di terroristi e tagliagole. Qualcosa di simile è avvenuto nella civilissima Siria. Dobbiamo fare il possibile perché in Ucraina il conflitto non si incancrenisca, perché si tratterebbe di una via senza uscita, di cui sarebbero gli ucraini a pagare il prezzo più spaventoso (ma anche altrove se ne raccoglierebbero i frutti avvelenati, come per la Cecenia e la Siria).

 

Cento secondi a mezzanotte

Ma torniamo allo sguardo globale da cui si era iniziato. Se ho tuttora vari dubbi su ciò che potrebbe/dovrebbe fare il nostro paese, ne ho invece pochissimi sul fatto che l’umanità non possa sopravvivere a lungo procedendo sulla strada che sta percorrendo. A forza di sdoganare la guerra e di ripetere – così ‘ragionevolmente’ ‒ che non vogliamo farla ma ci siamo costretti; a forza di evocare sempre più spesso la terza guerra mondiale e il ricorso all’atomica; a forza di accrescere le spese militari e interrompere i rapporti commerciali; a forza di dipingere il ‘nemico’ a tinte sempre più fosche e ignorare del tutto (senza neppure conoscerle e valutarle) le pratiche della Difesa Popolare Nonviolenta, ci troveremo a danzare sempre più vicini all’orlo del precipizio. Tanto più se la crisi climatica incalza, sicuramente aggravata dall’economia di guerra, e se nel frattempo abbiamo depotenziato ‒ sin quasi a cancellarlo ‒ il ruolo dell’Onu, con il risultato che i contendenti stentano ormai a trovare un luogo di mediazione (“il Terzo assente” invocato da Bobbio).

Certo, se l’umanità dovesse andare verso l’autodistruzione (come temevano Einstein e Freud) e rivelarsi la più stupida e micidiale tra tutte le specie viventi in questa «aiuola che ci fa tanto feroci», secoli di umanesimo andrebbero a farsi friggere con lei: una specie capace di inventare il “metaverso” ma incapace di convivere pacificamente («Sei ancora quello della pietra e della fionda…»). O forse possiamo e dobbiamo ancora sperare? Forse, faticosamente, «la creazione geme nelle doglie del parto?». Chissà. Godiamo intanto, in questi tempi difficili, della bellezza della natura, degli affetti e dell’arte. E coltiviamo lo spirito.

Giovanni Pagliero

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