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 404 - Tra paesaggi folgoranti e modernizzazione forzata / 1

 

ALBANIA ALLA RICERCA DI UNA FATICOSA NORMALITÀ

 

«Perché vai in Albania?», mi chiedono in molti. Come se uno dovesse giustificare una vacanza in un paese che è stato, ed è ancora per antonomasia, la terra da cui provengono gli immigrati in Italia, tanto da essere assunto nel sottotitolo del famoso saggio di Stella: L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi.

 

Non è quella del film

Per molti forse l’Albania resta quella nave piena fino all’inverosimile di migranti che raggiunge la Puglia nell’agosto del 1991 o quella del film Lamerica di Amelio. Quell’Albania del film non esiste più (ma quell’Italia cialtrona, profittatrice, cinica, disumana forse non è sparita). Da anni gli albanesi non sono tra gli immigrati il gruppo più numeroso, ma gli stereotipi hanno una inerzia. Dopo un delitto, titoli come Albanesi rapinano /uccidono… non sono scomparsi. Capita anche nell’episodio di Montalbano che vedo al ritorno: vengono arrestati per un delitto dei muratori albanesi che poi si riveleranno innocenti. Forse non è un caso che in biblioteca si trova una sola guida dell’Albania (e una dei Balcani occidentali), e una ne compriamo in loco. Tuttavia di turisti in giro ne troviamo abbastanza, ma gli italiani sono pochi.

Un viaggio di due settimane può essere un’occasione di conoscenza superficiale, certo, ma proficua se la persona con cui organizzi è la quarta volta che ci va e ha studiato la storia recente di questo paese, letto la sua letteratura, conosciuto alcuni albanesi emigrati in Italia. Anche io ne ho conosciuti, alcuni lustri fa: quei minori non accompagnati accolti in comunità di prima accoglienza ora saranno sistemati, spero. Per anni sono stato curioso di vedere da dove venivano.

 

Tutti sanno l’italiano

In tutto il viaggio non abbiamo avuto problemi. Ovunque abbiamo trovato gentilezza e disponibilità. Certo non ci fidiamo del primo che cerca di abbordarci, ma non lo faremmo neanche in Italia. Solo l’impiegato di un museo vuol venderci a 40 euro un libro di icone che troviamo identico in un altro museo a 22, forse voleva intascarsi la differenza. Trovare un appartamento per dormire – siamo in cinque – non è un problema. Con una spesa che va dai 50 euro in giù (10 euro a persona) riusciamo a trovare case più che dignitose. A Girocastro dormiamo in un albergo che sembra rimasto fermo agli anni Trenta: un set perfetto per un film. Altre volte dormiamo in case private, a volte anche belle case nuove affittate per guadagnare qualcosa nella breve stagione turistica, mentre i proprietari si ritirano in quella vecchia. Poiché lo stipendio medio (quando c’è: molti sono i disoccupati) è di 200 euro, si può immaginare che quella che per noi è una spesa più che accettabile, per loro è un gran guadagno. I 20 euro pagati per il trasporto dall’aeroporto alla capitale sono un decimo dello stipendio mensile.

Ovunque capiscono l’italiano, chi più chi meno. Difficile non trovare qualcuno nel raggio di qualche metro che non sia stato almeno una volta in Italia o non abbia parenti in Italia. Stupisce questa conoscenza della nostra lingua in un paese dalla lingua per noi impossibile. Cerchiamo di capire da dove venga: dalle canzoni e dalla tv. Tutti confessanodi aver visto molta televisione, perfino quando durante il regime era proibito, ne citano puntualmente trasmissioni e protagonisti. Appena arriviamo in un bar, ci capita spesso di sentire, dopo esserci sistemati, canzoni italiane. Troviamo gruppi di giovani che studiano italiano: il corso è finalizzato però non all’emigrazione, ma all’assunzione in un call center delocalizzato. Giovani che a volte sanno tre o quattro lingue − inglese, greco, a volte russo – e che hanno fatto lavori diversi in diversi paesi, oltre ovviamente all’Italia.

 

Cani, mucche e guida pericolosa

Anche se l’Albania è piccola, pressappoco come il Piemonte e la Liguria insieme, 3 milioni di abitanti, di cui uno concentrato nella capitale, in due settimane vediamo solo la parte meridionale del paese: da Tirana-Durazzo in giù, Himare, Sarande, Butrinto, verso il confine greco, Girocastro, Permeti, Korça, Pogradec il lago di Ocrida (con uno sconfinamento in Macedonia), al Elbasan, Berat. Facciamo meno di mille chilometri in tutto, ma l’impressione è di averne fatti il doppio, date le condizioni delle strade: da Korça a Berat, specie nella prima parte, pensavamo di non arrivare più. Una strada panoramica mozzafiato, certo, ma ti chiedi: e se succede qualcosa qui, chi verrà a soccorrerci? A parte qualche superstrada, difficilmente si superano i 60 all’ora, guardrail non ce ne sono, la segnaletica è rara, e nelle città ancora peggio. Ho ben presente una buca di un metro non transennata in una strada centrale di Tirana. Oltre a lavori mal segnalati ovunque, pericolosi sono anche gli animali – cani randagi, mucche, capre ecc. – che ti attraversano improvvisamente la strada. Eppure, un po’ come a Napoli, una volta abituati a questo “stile”, il caos si compone in un ordine, e non assistiamo a incidenti.

 

Never Hoxha

Visitiamo la casa di Hoxha a Tirana nel quartiere Blok dei notabili di partito, vediamo il “suo” hotel di lusso (l’unico all’epoca) a strapiombo sul mare a Himara… vediamo le foto dell’abbattimento della statua del dittatore il 21 febbraio 1991, una scritta sulla costa di una montagna è stata trasformata da Enver Hoxha a Never Hoxha. Senza dubbio l’Albania è stato uno dei paesi più “comunisti” del mondo. Quando c’era “lui” i bimbi rom che verso sera si rotolano per terra in mezzo alla strada su un cartone per dormire, le donne con neonati che ci chiedono l’elemosina evidentemente non c’erano. Tutti erano poverissimi, e alle 4 di mattina ci si metteva in fila per un litro di latte. Ma poveri tutti uguali. Questo paese non ha avuto il suo Kruscev, non ha vissuto le crisi di Praga o di Ungheria, è stata chiusa per quasi 50 anni dal 45 al 91 in se stessa: dopo la rottura con Mosca nel 1967 per l’invasione della Cecoslovacchia, dopo la morte di Mao nel 1976 ruppe anche con Pechino, e gli unici rapporti erano con Cuba. Del periodo cinese l’unico segno che osserviamo sono degli ombrellini parasole con una decorazione cinese. Ci dicono che nella capitale c’è un quartiere cinese. L’Albania, come altri stati ex-comunisti, è un paese dove il totalitarismo comunista si è potuto dispiegare completamente, in modo sistematico, ben oltre la dozzina di anni di quello nazista e del ventennio fascista.

 

Paradiso delle Mercedes

Fino a poco più di due decenni fa, dunque, un paese senza legami con l’Occidente. E dal 1992 un’apertura improvvisa e totale. Quel che vediamo è un paese sottoposto a uno sviluppo virulento, rapidissimo. Anche solo rispetto a 4 o 5 anni fa, rispetto all’ultimo viaggio del nostro compagno di viaggio, molto è cambiato, se non tutto. Il paese è (quasi) irriconoscibile. Per le strade moltissimi bar, uno dopo l’altro, con molta gente seduta nei dehor, ma soprattutto moltissimi casinò (così c’è scritto, ma corrispondono quasi ai nostri bingo). L’Albania vista dalla strada è il paradiso delle Mercedes, macchine piccole non se ne vedono in giro. La spiaggia bellissima di Durazzo è ora una teoria di palazzoni da 10-12 piani da far invidia alla costa ligure! Passando per la strada principale il mare non lo vedi più. La cementificazione procede inesorabile anche nel sud dell’Albania, che, come la Liguria, si presenta con le montagne che scendono fino alla spiaggia, con baiette che dovevano essere, un tempo, incantevoli e con un mare trasparente (ancora per quanto?) da far invidia a quello sardo. Perfino una parte dei classici bunker, che caratterizzano il paese e Hoxha aveva distribuito maniacalmente ovunque, sembrano essere stati in parte eliminati.

 

Modernità di superficie

La capitale, Tirana, è una grande città del nostro sud. Piazza Skanderbeg ha una sua maestosità: mentre prendi il caffè al bar dell’Opera percepisci di essere in una capitale, ma basta entrare nella via dove abbiamo abitato per dover attraversare mucchi di spazzatura per la strada e osservare la casa senza intonaco davanti alla nostra. Case in costruzione ovunque, ma la maggior parte ferme a metà, o appena cominciate. La crisi, ci dicono.

Girando per le strade del centro si ha l’impressione di una città che, uscita da un periodo oscurantista, esprime una modernità superficiale, fatta di locali che vorrebbero essere alla moda, scintillanti come si immagina siano le ricche città dell’Occidente, circondata però da una miseria diffusa. Si ha l’impressione di trovarsi in un piccolo regno del kitsch abitato da una borghesia da poco arricchitasi e bramosa di ostentare il suo successo personale con risultati esteticamente (e moralmente) modesti. Certamente questo quadro è il risultato anche di mezzo secolo di isolamento e di azzeramento di ogni ambizione personale, dove l’individuo non contava niente. Ma la liberazione dall’oppressione è avvenuta in un contesto storico dominato dal turbo-liberalismo e dall’individualismo sfrenato, in cui l’unico valore era ed è quello del denaro. Il risultato è l’esplosione delle disuguaglianze e del consumismo più volgare.

Tutto all’ombra di grattaceli e di palazzi di proprietà di banche internazionali che molto probabilmente si sono impiantate nel paese perché privo delle norme di controllo finanziario. Il pericolo che corre l’Albania nel futuro, infatti, è di diventare, se non lo è già diventata, luogo di delocalizzazione dequalificata e di finanziarizzazione opaca. La stessa presenza di tante università private (qui si trova quella dove era iscritto il figlio di Bossi, il Trota) è da leggere, forse, in questo quadro. In fondo, nella diseguale partita dell’economia globalizzata in cui manca, per quanto riguarda il nostro continente, un progetto comune che non sia il semplice pareggio di bilancio, quale altra possibilità ha un piccolo e marginale paese come l’Albania se non di inserirsi negli interstizi del sistema mondiale, offrendo quei servizi al limite della legalità comunque molto richiesti dai paesi cosìddetti avanzati che non possono attivare a casa loro?

 

Un Quarto stato da restaurare

C’è un luogo che più di altri forse può aiutarci a capire: il Museo nazionale, il più importante di un paese che, quando rappresenta se stesso sulle magliette o sulle mag per il the, comprende anche il Kosovo, un pezzo di Grecia e di Macedonia: la Grande Albania. Sulla parete esterna un mosaico dell’81, quando il regime era in pieno vigore, una specie di Quarto stato albanese che rappresenta simbolicamente la storia recente di questo popolo, a partire dall’immancabile partigiano, e tutti i tipi di lavoratori, dall’operaio al ciabattino, disposti frontalmente. Fatta la tara della retorica, non è così brutto. Ma lo stato di conservazione non è buono, emergono alcune strutture metalliche e alcune tessere si stanno staccando. Ci dicono che soldi per il restauro non ce ne sono. E chi ne sprecherebbe per un’opera del regime? La stessa cosa vale per la Piramide di Hoxha: si sta sgretolando inesorabilmente, i ragazzi ci pattinano attorno con lo skate. Poco distante, un corso d’acqua putrida e maleodorante, dove vediamo anche correre dei grossi ratti.

Il museo ha un allestimento pessimo, quando entriamo non ci danno i biglietti perché li hanno finiti! Pochi visitatori, un caldo insopportabile, niente condizionatori. Locali enormi, reperti esposti con uno stile lugubre, freddo, spesso senza didascalie in inglese. Oltre alla parte antica e medievale (Skanderbeg in primis! Il cui museo a Kruje è una costruzione pacchiana costruita dal regime sempre nell’81), ci interessa la parte contemporanea: l’Italia viene ricordata in pochi pannelli, qualche foto di Mussolini e di Vittorio Emanuele III. Grande la sezione dedicata alla guerra di liberazione, con tanto di armi. Poi dal 1996, dopo l’ampio Padiglione della guerra antifascista, dedicato alla lotta per l’indipendenza del paese e della figura del partigiano, che ha costituito per 50 anni la giustificazione dell’esistenza di un dittatore, hanno aperto all’ultimo piano (si muore dal caldo) un padiglione dal titolo eloquente: Padiglione del genocidio comunista. Come se i due padiglioni fossero stati solo giustapposti, senza un ripensamento critico. In pratica, 50 anni liquidati da una retorica uguale e opposta a quella del regime: come se Hoxha non fosse stato altro che un criminale, e “semplicemente” criminale il suo regime comunista.

(continua)

Antonello Ronca

con la collaborazione di William Bonapace

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