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 437 - POLITICA E RELIGIONE IN UN MONDO GLOBALIZZATO

 

Senza governo né anima

 

Viviamo un periodo di grandi trasformazioni: il mondo diventa ogni giorno più piccolo.

Masse sempre più grandi di persone, capitali e merci si spostano incuranti dei confini sottraendosi al controllo del potere statale, e ogni sforzo che questi possa fare per recuperarlo, isolando il paese dal consesso mondiale, alla fine non farà che produrre effetti contrari a quelli desiderati. Questo fenomeno chiamato globalizzazione in pochi anni ha modificato profondamente il mondo nato dalle due guerre della prima metà del ’900. Il processo è cominciato nell’ultima parte del secolo scorso: prima la rivoluzione delle comunicazioni di massa in tempo reale ha posto le condizioni di possibilità, poi due svolte politiche, l’apertura della Cina al capitalismo e la fine dei regimi comunisti europei, hanno fatto crollare le barriere che dividevano il mondo in due sistemi contrapposti. C’è da stupirsi della velocità con cui tutto si è sviluppato, tanto che guardando una carta geopolitica del mondo e riflettendoci su dobbiamo convenire sull’assurdità delle frontiere, spesso arbitrarie, che separano popoli e comunità, così come ci risulta ora insensato che, chiuso nei suoi confini, uno Stato pretenda di godere di democrazia e giustizia sociale mentre un altro “vicino” (ormai tutti gli stati sono vicini) sia in preda al caos e lotti per la sopravvivenza.

L’accelerazione imposta dalla globalizzazione alla storia ha però prodotta una profonda rottura gravida di pericoli. Il mondo ormai si sta unificando materialmente: l’economia, la finanza, le informazioni, le comunicazioni, la possibilità di spostarsi in poco tempo da una parte all’altra, ma anche l’inquinamento e la criminalità. A questo processo però si sottraggono ancora la politica e le religioni. La globalizzazione quindi è cieca e il mondo è senza governo né anima e procede per umori e istinti come un bambino o un ubriaco.

 

Un governo per la globalizzazione

La crisi della sovranità nazionale, che fino a ieri era il pilastro degli Stati, la base dei rapporti internazionali e, in mano al popolo, la fonte della democrazia, ha fatto maturare i tempi per un governo mondiale o, più realisticamente, per stretti accordi tra gruppi di paesi federati: la realtà che ci circonda lo esigerebbe. Si potrebbe pensare a un’organizzazione a cerchi sempre più ampi, col potere che sale dal basso verso l’alto: dal locale al regionale al continentale e infine al globale, dove il livello superiore fa quello che l’inferiore non può fare e il livello apicale ha solo una funzione di coordinamento, di mediazione e di redistribuzione. Quel che vediamo però è desolante. Ci sono organismi internazionali e tentativi di unione come quella europea, si susseguono incontri al vertice regionali e mondiali; i risultati di tutto questo lavorio però sono molto deludenti. I politici più attenti si rendono conto della situazione, ma si mostrano indecisi, troppo cauti, timorosi di perdere quei consensi e il poco potere che gli rimane. Anche più arretrata è una parte forse non ancora maggioritaria ma comunque notevole dei popoli, incapace di comprendere e accettare realmente quel che sta accadendo: mentre masse imponenti spingono per accedere al tenore di vita dei paesi più ricchi, gli abitanti di questi sono spaventati, confusi, arrabbiati e sempre più tentati di darsi al primo demagogo che prometta sicurezza e soluzioni miracolistiche.

Ma c’è qualcosa di più profondo. La democrazia è un metodo per prendere le decisioni che si basa sull’eguaglianza dei cittadini, ma questo pur fondamentale principio non basta: occorre un indispensabile riferimento sociale unificante: il bene comune, senza il quale le decisioni prese a maggioranza finirebbero per essere dispersive e disgreganti. Fino a ieri la realtà dello Stato nazionale e il suo bene supremo fornivano la cornice entro cui si esercitava la democrazia. Oggi però, nell’era della globalizzazione, il bene comune per avere significato non può fermarsi alle frontiere, deve abbracciare il mondo intero. È per questo che, dopo il fallimento del comunismo, si sente forte la mancanza di un movimento internazionalista di sinistra che corregga e riscatti gli errori e orrori del precedente e rilanci la speranza e la lotta per un mondo con meno sfruttamento e più uguaglianza.

 

Uno spirito di comunione

Qui il discorso si allarga alle religioni. Oggi fanno sempre più difficoltà a svolgere il compito che avevano garantito, tutto sommato abbastanza bene, fino all’età moderna: dire ai singoli e alla società il significato del loro nascere, vivere, lottare e morire, indicare le mete da raggiungere e mostrare la strada per non perdersi lungo il cammino. È vero erano divisive, perché i loro racconti nati separatamente in un mondo molto grande con scarse comunicazioni erano diversi e spesso in contrasto tra di loro, ma questo non le aveva intralciate, anzi aveva costituito una spinta missionaria ed espansiva. Oggi però mentre i popoli si mischiano queste divisioni rallentano il formarsi della coscienza di appartenere a un’unica comunità umana. Devono perciò liberarsi delle obsolete costruzioni ideologiche e dottrinarie che le separano per attingere e rivelare il cuore vivo dei loro messaggi e poter così contribuire alla formazione di quel profondo spirito di comunione indispensabile per dare direzione e scopo all’unificarsi dell’umanità. Ci sono, in giro per il mondo, movimenti, iniziative, anche personalità coraggiose che vorrebbero rifondare le basi stesse delle varie teologie, intendendole come storie convergenti di un unico grande racconto. Queste iniziative però sono ancora troppo timide, ristrette a piccoli gruppi e spesso ostacolate da potenti forze conservatrici, fondamentaliste ed integraliste, mentre invece dovrebbero raggiungere e coinvolgere al più presto le masse, perché il bisogno di unità è sempre più spasmodico e la necessità di abbattere le barriere incalzante.

Ci troviamo dunque a un passaggio cruciale. E sarebbe un peccato perdere questa occasione, perché ora l’umanità ha la possibilità concreta, per la prima volta nella sua lunga storia, di costruire una civiltà globale democratica senza essere unificata da un centro militare imperiale. Può sembrare un’utopia, ma il suo fallimento non sarebbe indolore: il mondo imploderebbe e i vari stati o spezzoni di stati cercherebbero disperatamente, nel tentativo di salvarsi, di recuperare la sovranità persa, mentre le religioni sarebbero fatalmente sospinte a riassumere la funzione regressiva di generatrici di identità, separazione dagli empi e cemento del gruppo, con risultati disastrosi per tutti. Non resterebbe allora, per riprendere il cammino interrotto, che aspettare tempi migliori con un’umanità più ricca di saggezza e coraggio di quella attuale.

Angelo Papuzza

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