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 439 - QUALE ALTERNATIVA ALLA GLOBALIZZAZIONE SELVAGGIA? / 1

 

UN’UTOPIA NECESSARIA

 

In Occidente cresce sempre più l’opposizione alla globalizzazione selvaggia in cui viviamo. Ci possiamo perciò chiedere quali alternative si prospettino a questa globalizzazione. Prima però di affrontare il problema direttamente, conviene ricostruire quel che è stato lo sviluppo del capitalismo nel dopoguerra, la sua crisi degli anni 70 e il modo come è riuscito ad uscirne.

L’età dell’oro dell’Occidente è stato il dopoguerra, in particolare gli anni 50 e 60. Il motore di questo sviluppo eccezionale sono stati la ricostruzione e le materie prime a prezzi non equi, in particolare l’energia che l’Occidente pompava senza limiti a costi irrisori dai paesi poveri. Ed è qui che si inserisce il capolavoro del riformismo: usando la teoria keynesiana (intervento dello Stato in economia) e l’imposta progressiva, con l’appoggio dei sindacati, i partiti di sinistra hanno saputo conquistare il governo (o condizionarlo fortemente come in Italia) riuscendo così a ridistribuire la ricchezza, in parte prodotta ed in parte depredata al terzo mondo, costruendo quel capolavoro politico che è stato chiamato “stato sociale”.

 

La stagflazione

Ma all’inizio degli anni 70 il sistema economico è entrato in crisi. Innanzitutto terminata la ricostruzione, le opportunità di investimenti si sono ridotte drasticamente. Nel 71 è crollato il sistema monetario mondiale costruito a Bretton Woods e sono cominciate le fluttuazioni, le incertezze e le scorrerie nei mercati monetari. Infine sono aumentati i prezzi delle materie prime in particolare quello del petrolio che è quadruplicato in una sola notte e poi ha continuato ad aumentare regolarmente. Il male si chiamava stagflazione. Parola ottenuta dall’unione di stagnazione ed inflazione. Un male nuovo, sconosciuto, impossibile per la teoria keynesiana allora corrente che diceva che la stagnazione è causata da difetto di domanda, mentre l’inflazione da eccesso di domanda. In tutto l’Occidente la disoccupazione e l’inflazione avanzavano anno dopo anno superando entrambe in molti paesi le due cifre (in Italia la disoccupazione raggiunse come oggi il 12% e l’inflazione toccò il 25%). È in questa situazione che ha luogo la svolta neoliberista. Per capire quanto la situazione fosse grave e come anche le classi popolari e lavoratrici fossero preoccupate, basta ricordare il referendum promosso dal Pci nel 85 per abrogare la legge che depotenziava la scala mobile. Berlinguer credeva di ottenere una facile vittoria, visto che la scala mobile difendeva il salario di tutti i lavoratori in un periodi di forte inflazione. Invece vinse inaspettatamente il no (55 a 45 con quasi l’80% di partecipanti al voto). Con questa bruciante sconfitta il Pci cedette la leadership della sinistra al Psi di Craxi.

 

La globalizzazione

Ma la svolta che ha permesso la ripresa dell’economia dell’Occidente non è stato il neoliberismo, più uno slogan che una teoria coerente, ma la globalizzazione cioè l’abbattimento progressivo delle barriere doganali protettive e dei limiti alla circolazione di merci e capitali. La quantità di merci che si sposta da una parte all’altra del mondo comincia ad aumentare di anno in anno con un crescendo impressionante e i capitali cominciano a trasferirsi sempre più massicciamente verso i paesi del terzo mondo ricchi di possibilità ma poco sviluppati. Grazie alla globalizzazione tra gli anni 80 e 90 l’Occidente ha avuto uno dei periodi di sviluppo più lunghi della sua storia, mentre centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia, abbandonavano progressivamente il sottosviluppo e la miseria ed entravano anche loro nell’era industriale.

Ma la globalizzazione, mentre spinge l’economia mondiale verso traguardi mai raggiunti, sconquassa la realtà politica degli Stati distruggendo la base su cui si regge il controllo pubblico: la sovranità nazionale in campo economico. I governi hanno cioè perso progressivamente la capacità di controllare i movimenti finanziari e di capitali sul loro territorio, perdendo infine la capacità impositiva sulle grandi ricchezze accumulate e sui profitti delle grandi imprese che possono ora sfuggire alle imposte semplicemente spostandosi verso paesi più accomodanti ed accoglienti. Viene così meno in gran parte anche la loro capacità di ridistribuire la ricchezza. Anche i sindacati ed i partiti di sinistra perdono la capacità di regolare e controllare le condizioni di lavoro perché subiscono la concorrenza feroce dei lavoratori dei paesi emergenti che lavorano a condizioni che da noi si potevano vedere solo all’inizio del secolo scorso o addirittura nell’800. Questo lato negativo, “perverso” della globalizzazione alla lunga ha prevalso e la sta minando dall’interno, perché senza regole né controlli, l’economia è soggetta a crisi sempre più gravi, permette ogni tipo di incursione piratesca,suscita una opposizione crescente nei lavoratori dei paesi un tempo privilegiati che si sentono sempre più danneggiati e alla mercé di forze nemiche.

 

La tentazione protezionista

Se questa descritta sopra è la situazione attuale del mondo, le strade che si possono percorrere sono solo due. La risposta che appare più facile ed immediata consiste nel tentativo degli Stati di riprendere, almeno in parte, il controllo della propria economia con provvedimenti protezionisti e restrittivi della libertà di movimento di capitali, merci, persone. Si cerca cioè di scaricare su altri Stati più deboli il peso della crisi che attraversa il mondo. E’ la strada che ha promesso di seguire Trump e che auspicano molti movimenti populisti di destra ma anche parecchi di sinistra. È una soluzione che appare più praticabile perché ripercorre strade conosciute e già battute. Presenta però alcuni gravi inconvenienti: conduce molto facilmente a uno scontro con i paesi emergenti (altro che scontro di civiltà, si prospetta un più banale scontro di interessi) che si opporranno con tutte le loro forze ad essere ricacciate nel sottosviluppo e si scontra anche con la realtà ormai profondamente integrata di banche, centri finanziari, imprese. Retrocedere in modo significativo dalla globalizzazione troverà quindi anche da questa parte una forte opposizione e potrebbe provocare una grave lunga recessione.

 

La strada più difficile

L’altra, più difficile in apparenza, è quella di cercare di costruire un sistema politico globale in grado di controllare e regolare l’economia globalizzata per tenerne sotto controllo le spinte autodistruttive. Si potrebbe cominciare con accordi su pochi punti essenziali tra grandi potenze da estendere gradualmente ad altri campi ed a potenze intermedie e regionali. Un impegno ancora più difficile spetta ai rappresentanti dei lavoratori, perché le condizioni di lavoro e di vita che separano l’umanità sono profonde. Sindacati e partiti di sinistra, se vogliono riconquistare il potere di condizionare i governi e cercare di riprodurre, su scala globale, quel che è stato possibile nel glorioso ventennio del dopoguerra in Occidente, devono trovare forme di collaborazione e coordinamento globali. Ma certamente questo processo non sarà né facile, né breve, né indolore.

Questa appare la soluzione più logica e progressista, ma purtroppo si scontra con alcuni grandi ostacoli: le già più volte ricordate differenze di condizioni di vita, di sensibilità e di interessi tra le varie zone del mondo che rendono molto difficile trovare punti di accordo comuni. Gli ostacoli più grossi però credo siano di natura culturale e politica. Da secoli i popoli sono abituati a considerare gli Stati nazionali come fonte della loro identità e baluardo contro vicini infidi, ogni popolo infatti ha vivi ricordi di carneficine perpetrate da popoli confinanti. Inoltre in Occidente la maggioranza vive il malessere sociale ma non ha chiara coscienza di quali siano le cause, la posta in gioco,le possibili soluzioni e le conseguenze di scelte avventate, in questo scarsamente aiutata da intellettuali e politici. Soprattutto questi ultimi sono generalmente e gravemente inadeguati. Forti interessi politici tendono a contrastare l’unificazione del mondo senza preoccuparsi di quel che potrà accadere. Stenta quindi a crescere ed affermarsi la coscienza di appartenere ormai ad una sola umanità, indispensabile per dare slancio e possibilità ad un’utopia come questa che abbraccia il mondo intero, e quando si presenta qualche grossa difficoltà il riflesso condizionato difensivo di riunirsi tra simili prevale. Questa strada è dunque impervia, temo però che il fallimento di questa utopia non sarà indolore, in particolare per i paesi e le classi sociali più deboli ed emarginate. Ma anche di questo generalmente si ha una coscienza vaga e nebulosa.

 

Un possibile sbocco

Una volta sotto controllo, la globalizzazione potrebbe permettere al capitalismo di portare a termine il suo compito storico: far entrare nell’era industriale e nel suo sviluppo tutti i popoli. Dopo di che si dovrà pensare ad un’economia di mantenimento e di qualità e non come l’attuale di sviluppo forzato e di quantità che, con forti interventi ridistributivi, garantisca a tutti l’accesso ai beni e servizi essenziali ed un benessere adeguato alle risorse disponibili ed alla tecnologia corrente, tenendo anche conto del livello che nel frattempo avrà raggiunto la popolazione mondiale.

Angelo Papuzza

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