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 434 - Dopo il referendum inglese

 

Un’Europa non solo economica

 

È in pieno svolgimento la campagna elettorale per il referendum costituzionale. Certo la materia oggetto della consultazione è importante ed è bene vagliare attentamente i pro ed i contro, magari leggendo il testo delle modifiche proposte per farsi un’idea di prima mano e votare con cognizione di causa. Anche perché le conseguenze politiche derivanti dai risultati referendari saranno rilevanti per l’Italia.

Io però non riesco ad appassionarmi, non mi sento pienamente coinvolto. Perché il dibattito mi sembra fuori tempo, rivolto con la faccia all’indietro, incapace di cogliere i problemi che abbiamo di fronte. Discutiamo di istituzioni, democrazia e sovranità italiane che in un contesto europeo dovrebbero perdere importanza, mentre dovremmo parlare d’Europa.

Intanto manca ancora una Costituzione europea. In sostituzione di quella bocciata dal referendum francese del 2005 c’è il trattato di Lisbona del 2009, che disegna le istituzioni europee dopo l’allargamento e garantisce i diritti fondamentali ai cittadini dell’Unione, manca però ancora un completo disegno istituzionale che solo una vera Costituzione può garantire. Il potere legislativo è diviso tra Parlamento, Commissione, Consiglio e Parlamenti nazionali, e anche il potere amministrativo si distribuisce tra Commissione, Consiglio e governi locali. Il risultato è che manca la base stessa della democrazia: una maggioranza chiara che governa ed è responsabile per le decisioni prese e una minoranza che controlla e si prepara a sostituirla. Per questo alle elezioni europee si vota in base alla situazione politica locale e non si può dare un giudizio elettorale su quello che è avvenuto nei cinque anni della legislatura. Insomma l’Europa fa politica senza che sia chiaro chi la dirige, qual è la strada che sta percorrendo e senza che si riesca a giudicarla. È per questo che i cittadini europei hanno l’impressione che l’Unione sia governata da un gruppo di burocrati anonimi con poca trasparenza.

 

L’Europa negata

In questa situazione già difficile è piombato l’inatteso risultato del referendum inglese, che dimostra quanto siano forti e virulente le istanze populiste e antieuropee. Ora veramente la costruzione europea è a un bivio. Perché purtroppo le forze disgregatrici hanno le loro ragioni: la costruzione europea è monca. C’è un mercato e una moneta comuni, ma mancano una politica comune lungimirante e un welfare accettabile, senza i quali le zone più ricche e sviluppate dell’Europa si avvantaggiano costantemente a scapito di quelle più depresse. Così le prime si sentono frenate dalle seconde, mentre queste pensano di subire un’egemonia contraria ai loro interessi. E la crisi economica in cui ci dibattiamo da un po’ di tempo è un moltiplicatore di disuguaglianze. Se poi, con la scusa di bloccare i migranti, si vuole impedire il libero spostamento del lavoro entro la comunità, come si adombra da qualche parte, la situazione diventa insostenibile e il ritorno alle sovranità nazionali inevitabile. È su queste contraddizioni che fanno leva gli oppositori dell’Unione europea che però sbagliano grandemente proponendo per risolverle il ritorno alle piccole patrie. Immaginiamo un’Europa in preda al caos monetario, con svalutazioni competitive, inflazione, barriere doganali protettive, dazi di ritorsione, forte contrazione degli scambi commerciali, nazionalismi montanti. Purtroppo abbiamo già visto questi scenari e sappiamo come vanno a finire, manovrati da demagoghi ignoranti e senza scrupoli. Non era un artificio dialettico quello di Cameron che paventava la guerra come probabile finale della disgregazione dell’Unione. Purtroppo questa volta la maggioranza degli inglesi non lo hanno ascoltato.

Ora l’uscita dell’Inghilterra dalla Comunità potrebbe accelerarne la disgregazione ma si potrebbe dimostrare anche un’opportunità, perché la Gran Bretagna è sempre stata sostenitrice di un’Europa economica di libero scambio, ma strenua oppositrice di quella politica. Senza di lei si potrebbe riprendere il cammino interrotto, ma occorre una visione politica di alto respiro che senza penalizzare le zone più ricche e produttive, dia speranze e futuro a quelle più arretrate, che riesca a coniugare la valorizzazione delle diversità culturali, storiche ed economiche delle varie zone in cui si articola l’Europa, con un forte spirito comunitario e altrettanto forti ed efficienti Istituzioni comuni. E servono anche leader visionari e coraggiosi che non si limitino a gestire impauriti il presente o difendere cocciutamente il passato.

È questo l’impegno a cui dovremmo dedicare tutte le nostre forze, già in difficoltà per il montare di una sempre più agguerrita campagna antiunitaria, facilitata potentemente dai terribili attentati che si susseguono e uccidono inermi cittadini completamente ignari, spesso giovanissimi, e invece discutiamo accanitamente su problemi, come la modifica della nostra costituzione, che ormai sono, o dovrebbero essere locali, come se fossero essenziali. Ma anche questo dibattito inconcludente e un po’ surreale mi pare in fondo un segno preoccupante della grave crisi dell’Unione europea. Non c’è però tempo per le recriminazioni, è arrivata l’ora di dire forte che è necessario un vero spirito comunitario e che la sovranità e le istituzioni nazionali devono cedere definitivamente il posto a quelle comunitarie; siamo infatti a una delle ultime occasioni perché la realtà ormai incalza minacciosa. Un nuovo ritardo nella costruzione europea sarebbe colpevole e foriero di conseguenze per l’Italia, l’Europa e il resto del mondo veramente tragiche.

 

Angelo Papuzza

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