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 470 - RAZZISMO, MIGRAZIONI E CATTOLICESIMO ITALIANO / 1

 

LA MANCATA OPPOSIZIONE

 

Il testo, presentato a un simposio dedicato al «Razzismo globale» svoltosi in Giappone, è stato pensato per un pubblico internazionale, ignaro o quasi della storia italiana. È stato pubblicato in inglese in «The Ecumenical Rewiew», vol. 72 (2020), n. 1, pp. 37-47, col titolo Racism, Xenophobia, and Migration in Italy, a Post-Catholic Country.

 

«Essere istruite»: così rispondeva una adolescente di un campo di rifugiati interni nello stato del Kachin in Myanmar a una domanda del nostro Pilgrim Team su quale fosse “la vita migliore” che lei e le sue compagne si auguravano per il proprio futuro. E aggiungeva: «Io, per esempio, vorrei diventare musicista e poi… membro del Parlamento, così da poter restituire la terra al nostro popolo che vi potrà vivere coltivandola». Come le sue amiche, aveva al massimo quattordici anni e ne aveva trascorsi già sette in quel campo distante solo alcune decine di chilometri dal villaggio natale. La determinazione e la speranza di quelle ragazze – e di altri coetanei incontrati nei vari campi visitati nel corso del Pellegrinaggio di Giustizia e Pace del Consiglio ecumenico delle Chiese di cui faccio parte – sono stati per me e sono tuttora una chiave di rilettura decisiva degli eventi che da decenni e in particolare in questo ultimo anno attraversano l’Italia: un paese di antica tradizione cristiana e cattolica ormai smarrita come identità collettiva, una nazione che dalla sua nascita come stato unitario (1861) è caratterizzata dalla migrazione – esterna e interna – di milioni di suoi cittadini e ora, da alcuni decenni, anche dall’immigrazione di persone provenienti dall’Est e dal Sud, dalle terre al di là delle Alpi e del Mediterraneo.

 

Un paese etnicamente e culturalmente omogeneo?

Anche le vicende della mia famiglia e la mia personale trovano risonanze particolari nelle tematiche legate alla terra, all’emigrazione e al razzismo. Una mia nonna nacque in Argentina alla fine del XIX secolo da immigrati italiani, mentre i due miei nonni e mio padre da giovani hanno lavorato per alcuni anni in altri paesi europei. A mia volta, dopo aver avuto compagni di classe ebrei alle scuole medie e superiori, ho vissuto come giovane novizio e studente in Svizzera durante gli anni della campagna xenofoba in occasione del secondo referendum popolare contro gli stranieri (ottobre 1974), mentre da alcuni anni mi occupo in prima persona dell’accoglienza e dell’inserimento in Italia di alcuni immigrati e richiedenti asilo provenienti dall’Africa sub-sahariana, accolti dalla comunità monastica di cui sono membro dal 1972. Tra i fratelli e le sorelle del mio monastero – di sei diverse nazionalità e di svariate regioni italiane – una è cittadina statunitense di origine ucraina, mentre un fratello appartiene agli “italiani di seconda generazione”, essendo nato in Italia da genitori dello Sri Lanka. Un insieme di circostanze, comunque, per nulla rare oggi in un paese che invece all’estero si è soliti considerare essenzialmente uniforme dal punto di vista etnico.

Del resto, sulla presunta secolare o addirittura millenaria omogeneità etnica degli abitanti della penisola italica ci sarebbe molto da dire, a cominciare almeno dal mitico sbarco di Enea e dei troiani sopravvissuti alla distruzione della loro città, giunti ai lidi italiani dopo essere stati prima respinti e poi soccorsi dalla regina Didone a Cartagine, come epicamente racconta Virgilio in brani di tragica attualità dell’Eneide. Da allora i Romani si intrecceranno con i vinti Etruschi, l’impero si arricchirà culturalmente della saggezza dello spagnolo Seneca come del dalmata Gerolamo, prima di cedere il potere ai “barbari” Visigoti, mentre al sud della penisola, in Sicilia e sulle coste adriatiche si succederanno nei secoli Bizantini, Saraceni, Arabi, Normanni… In Sardegna orientale sarà la volta dei Catalani, che lasceranno in eredità la lingua, ancora dominante nell’odierno dialetto. Al nord Celti, Longobardi e Franchi si intrecceranno con le variegate popolazioni locali, dando origine a inevitabili meticciati, mentre quasi ogni secolo porterà lungo tutta la penisola una varietà di popolazioni con usi, costumi, lingue ed etnie diverse – Unni, Lanzichenecchi, poi Spagnoli, Francesi, Svevi… – tutte portatrici di fecondi intrecci non solo culturali.

Anche la lingua di Dante dovrà attendere la seconda metà del XX secolo prima di diventare – grazie alla scuola pubblica obbligatoria, al servizio militare universale e, soprattutto, alla diffusione della radio e della televisione – la lingua realmente nazionale, finendo per prevalere sui dialetti locali anche nelle classi sociali più povere. Senza dimenticare che minoranze linguistiche – francofone, allemanofone, occitane, albanesi, slovene… – permangono, più o meno garantite, in alcune aree del paese.

 

Il sorgere del problema razziale

È tuttavia con l’inizio del XX secolo che i fattori legati all’esigenza di avere nuove terre da coltivare e alla necessità di emigrare avranno pesanti ricadute nel sorgere di pregiudizi razziali e di pulsioni razziste. Fino ad allora le migrazioni nelle Americhe – iniziate già nel XIX secolo, poco dopo l’unità d’Italia – e in parte anche quelle stagionali nei paesi europei limitrofi avvenivano per blocchi omogenei di conterranei che mantenevano legami molto stretti tra loro anche nei paesi di arrivo: gli italiani all’estero, come tutti gli immigrati, erano il più sovente vittime di atteggiamenti razzisti da parte delle popolazioni locali, anche e soprattutto a causa della lotta concorrenziale per le esigenze vitali: la terra, la casa, il lavoro.

Ma con le mire coloniali italiane in Eritrea e Somalia – iniziate già negli ultimi decenni del XIX secolo – e soprattutto con l’espansione degli interessi italiani in Libia e la conseguente guerra italo-turca (1911-1912) che porterà alla conquista militare di quel paese, le problematiche legate ai rapporti stabili con le popolazioni arabe locali assumono caratteri sempre più marcati di contrapposizioni razziali. Sarà però l’avvento del fascismo (1922), la successiva invasione e occupazione dell’Etiopia (1928-36), la nascita dell’Africa Orientale Italiana (AOI) – comprendente anche la Somalia – e la conseguente proclamazione dell’Impero italiano (1936) a trasformare le questioni razziali in manifesto razzismo. In questo frangente cruciale si rivelò determinante il mutato atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti del regime fascista, in conseguenza della firma dei Patti Lateranensi e del Concordato (1929) tra la Santa Sede e lo Stato italiano, che sigillavano il pieno riconoscimento del Regno d’Italia da parte della Santa Sede e la fine del divieto per i cattolici di prendere parte alla vita politica del paese (in vigore fino al 1919), proclamando al contempo il cattolicesimo come “religione di Stato”.

 

Dal “Manifesto della razza” alle Leggi razziali

“Il primo provvedimento in materia razziale in Italia fu promulgato dal governo Mussolini nell’aprile del 1937: esso vietava, comminando pesanti pene detentive, ai cittadini italiani di ‘tenere relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana’” (Giovanni Sale, “Il Manifesto della Razza del 1938 e i cattolici” in La Civiltà cattolica, Quaderno 3793, Anno 2008, Vol. III, pp. 11-24). Timore, quindi, di imbastardire la “razza” italiana e preoccupazione di non favorire quella “assimilazione” perseguita invece nei medesimi anni da Francia e Inghilterra e considerata una minaccia alla purezza della razza bianca. In quest’ottica le stesse autorità cattoliche – in particolare i missionari presenti nelle colonie – collaborarono attivamente nel dissuadere i cattolici dal contrarre matrimoni “misti” – definiti “ibride unioni” – contaminando la pretesa “purezza della razza” che si iniziava a propagandare con l’apporto di nozioni eugenetiche di ben dubbia scientificità.

Fu così che il 15 luglio 1938 il Giornale d’Italia pubblicò con l’eloquente titolo “Il fascismo e i problemi della razza” un Manifesto frutto del lavoro di un gruppo anonimo di studiosi e docenti fascisti. L’obiettivo apparente era quello di fornire una giustificazione culturale alle disposizioni previste per affrontare la cosiddetta “questione coloniale”. Rileggere oggi anche solo gli incipit dei dieci punti del Manifesto suscita brividi ed evidenzia come non avrebbero potuto tardare le successive leggi razziali contro gli ebrei: “1. Le razze umane esistono; 2. Esistono grandi razze e piccole razze; 3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico; 4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana; 5. È leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; 6. Esiste ormai una ‘pura razza italiana’; 7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; 8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte, gli Orientali e gli Africani dall’altra; 9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; 10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo”.

Si può forse discutere sul fatto che simili affermazioni avessero o meno a che fare con le conoscenze scientifiche dell’epoca, quello che invece è certo è che non avessero – né allora né mai – alcun fondamento nel dettato evangelico. Per quanto concerne l’aspetto principale di questa nostra riflessione – il rapporto tra razzismo e cattolicesimo italiano – è allora amaro il dover constatare come le scarse preoccupazioni della gerarchia cattolica si limitassero da un lato a minimizzare le ricadute di simili affermazioni sull’esigua minoranza ebraica in Italia e, d’altro lato, a sottolineare le differenze tra “razzismo vero e proprio” (quello del nazismo tedesco, pagano e idolatrico) e la “politica razziale” italiana, tesa al miglioramento della razza umana. In questo quadro generale che accomuna diplomazia vaticana ed episcopato italiano, va tuttavia sottolineato l’atteggiamento molto più preoccupato di papa Pio XI che “assunse una posizione di critica aperta nei confronti della nuova politica razziale inaugurata dal regime” (Sale, art. cit.), al punto da provocare malumori e imbarazzo in alcuni prelati maggiormente in sintonia con gli ambienti governativi.

Considerato l’atteggiamento dialogante o quanto meno interlocutorio della gerarchia cattolica, non sorprende allora il silenzio e l’acquiescenza della stessa al momento dell’emanazione delle tristemente famose “Leggi razziali”, di cui è sufficiente leggere il paragrafo iniziale dell’art. 1 e gli artt. 2 e 3 per cogliere l’insanabile frattura tra ideologia fascista e dettato evangelico o, più semplicemente, morale cattolica: «Art. 1. A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica [...] Art. 2. Delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono far parte persone di razza ebraica. Art. 3. Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica. È tuttavia consentita l'iscrizione degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità ecclesiastiche».

Da quella tragica data il rifiuto esplicito del razzismo da parte della Chiesa cattolica in Italia sarà patrimonio di una minoranza di ecclesiastici e di laici cattolici, pronti – a volte anche a prezzo della vita – a testimoniare il rifiuto di disposizioni così palesemente antievangeliche e disumane e a prodigarsi nell’aiutare i propri concittadini di fede ebraica. La notte dell’umanità che l’Italia, l’Europa e il mondo intero conosceranno negli anni del secondo conflitto mondiale avrà avuto come prodromi proprio la mancata risoluta opposizione e condanna di quelle parole avvelenate da razzismo e antisemitismo.

Guido Dotti

(continua)

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