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 364 - POLITICA ECONOMICA

 

L’ITALIA E IL DEBITO

 

Un colossale debito pubblico incombe sul futuro dell’Italia rendendolo molto precario.

L’ammontare del debito è quasi il 115% del reddito nazionale e potrebbe avvicinarsi l’anno prossimo al 120% (debito 1750 , reddito 1550 miliardi di €); cioè se lo Stato prelevasse l’intera ricchezza prodotta quest’ anno in Italia e la usasse per pagare i debiti che ha accumulato con i propri cittadini e con quelli stranieri non riuscirebbe ad estinguerli, gliene rimarrebbero ancora per un ammontare di circa 200 miliardi di euro.

 

Come è stato accumulato

Come per qualsiasi famiglia, anche per lo Stato il debito si accumula quando le entrate sono inferiori alle uscite; in particolare per lo Stato italiano dagli inizi degli anni ’70 le entrate fiscali sono state insufficienti a coprire le spese pubbliche; questi deficit, via via crescenti almeno fino agli anni ’90, hanno obbligato i vari governi succedutisi da allora a farsi prestare la moneta che mancava dalla Banca d’Italia o dai privati, emettendo vari titoli del debito pubblico: a breve (3 o 6 mesi) come i famosi Bot o a lunga (vari anni). Ogni deficit di bilancio faceva aumentare il debito accumulato negli anni precedenti che cresceva sempre più del reddito.

Due sono state le cause di questi deficit: la spesa clientelare e la crisi economica. Negli anni ’70 e in particolare negli anni ’80 i governi di centrosinistra, per ridurre la disoccupazione, in particolare al sud, e per allargare la loro base elettorale, hanno assunto molti dipendenti pubblici e aumentato a dismisura le spese nella pubblica amministrazione, nella scuola e nella sanità.

In quegli stessi anni i paesi produttori di petrolio decidevano una serie di aumenti del prezzo del greggio (la prima volta quadruplicandolo); a causa della debolezza del tessuto industriale italiano molte imprese finivano fuori mercato. Per evitarne il fallimento con conseguente dilagare della disoccupazione, il governo le rilevava costituendo così enormi aggregati di imprese pubbliche come Iri, Eni, Enel e altre. Queste imprese pubbliche continuavano la produzione salvando posti di lavoro ma, essendo fuori mercato, perdevano ogni anno migliaia di miliardi che dovevano essere prelevati dal bilancio dello Stato. Altre imprese non potevano essere salvate o restavano private ma avevano lavoratori in eccesso; anche qui il governo interveniva con la cassa integrazione che durava anni o col prepensionamento che scaricavano sull’INPS, già in grave difficoltà per la mancata riforma delle pensioni, enormi deficit che lo Stato doveva ripianare trasferendoli sul suo bilancio.

Da notare che negli anni ’70/80 in Italia vi era il più grande partito comunista dell’Occidente che proprio in quegli anni raggiungeva il massimo dei voti superando il 30%: era così interesse sia di Dc e Psi, in lotta tra di loro per l’egemonia, sia degli altri paesi occidentali, intervenire per evitare che la disoccupazione e il malessere delle masse portassero il Pci al governo.

 

Le distorsioni del debito

Oltre un certo livello, il debito si alimenta da solo, perché per convincere il pubblico a sottoscriverlo occorre pagare interessi crescenti e, anche a causa dell’inflazione, in quegli anni lo Stato fu costretto a offrire interessi passivi superiori al 15%; per pagarli occorreva fare altro debito!

Questo enorme debito oltre ad essere pericoloso per la stabilità della moneta, provoca varie distorsioni nel sistema economico. Negli investimenti: molte imprese e banche preferiscono impiegare i capitali in titoli del debito pubblico piuttosto che rischiarli nella produzione. Somme sempre più ingenti prelevate con le imposte, invece di essere impiegate in servizi pubblici, servono per pagare gli interessi passivi. Si spiega così la discrepanza tra l’alta pressione fiscale e la deficienza dei servizi forniti dallo Stato, che è costretto a tagliare sanità, scuola, difesa del territorio, giustizia, sicurezza per pagare gli interessi. Questi interessi poi vengono incassati dai titoli del debito pubblico che sono in possesso di moltissimi italiani, sono considerati un impiego sicuro, ma certamente in quantità maggiore da persone dotate di alti redditi e anche da banche, assicurazioni, grandi imprese, gruppi finanziari stranieri. Così una parte delle imposte che paghiamo, oltre che non trasformarsi in servizi per la collettività, vanno a rimpinguare il reddito di persone che già ne hanno a sufficienza, con un effetto contrario alla redistribuzione del reddito che spetterebbe allo Stato.

 

Le politiche di rientro

All’inizio degli anni ’90, con la fine dei regimi comunisti in Europa, la situazione cambia radicalmente: la paura del comunismo è finita, la Germania si riunifica e si decide di dar vita a un’Unione europea con moneta unica.

Per far parte di questa Unione però occorreva rispettare alcuni parametri economici per costituire un sistema monetario stabile, in particolare il rapporto tra debito e reddito non doveva superare lo 0,6 (60%); poiché i debiti si pagano col reddito, un debito intorno alla metà del reddito era ritenuto il limite superato il quale viene messa in discussione la capacità di uno Stato di far fronte ai propri debiti. L’Italia era ampiamente fuori, ma poiché era riuscita, con grande fatica, a rispettare gli altri parametri, viene accettata con l’impegno di rientrare nel 60% in tempi ragionevoli. Un paese che per molti anni ha vissuto al disopra dei suoi mezzi può continuare a farlo sfruttando e scaricando i costi sugli altri paesi, da qui guerre, colonialismo, predazioni, scambi ineguali o, prima o poi, è costretto a fare i conti con sé stesso, a invertire la tendenza e a vivere per ancora più tempo al disotto delle sue possibilità. Essendo esclusa per l’Italia di oggi la prima soluzione, non resta che la seconda strada.

Le politiche possibili sono solo quattro: 1) ottenere un avanzo del bilancio dello Stato col quale ridurre gradualmente i debiti. All’inizio i risultati sono modesti, non si può tartassare i contribuenti oltre un certo limite pena la rivolta fiscale, ma poi, man mano che si riduce l’ammontare del debito e quindi degli interessi passivi, il risanamento accelera. Il rapporto debito/reddito diminuirebbe anche con un debito in aumento purché il reddito cresca più del debito stesso. La riduzione però sarebbe molto lenta e oggi, con redditi decrescenti o stagnanti, problematica. 2) Mettere un’imposta straordinaria sul patrimonio (case, terreni, titoli, ecc.). 3) Vendere beni dello Stato, in particolare quelli patrimoniali e le riserve d’oro delle Banca d’Italia. 4) Svalutare la moneta. Poiché il debito si paga a valor nominale, durante l’inflazione conseguente alla svalutazione resta tale e quale, mentre i prezzi dei beni crescono. Un’inflazione del 100% fa raddoppiare il reddito dimezzando così il rapporto debito/reddito. La scelta di questa politica però provocherebbe oggi l’uscita dell’Italia dall’Unione europea.

Il fallimento dello Stato e l’evaporazione della moneta a causa dell’iperinflazione, sono comunque lo sbocco inevitabile se non si riesce ad arrestare l’aumento del debito.

Si può ovviamente adottare un mix di questi metodi, cercando di ridurre il più possibile i notevoli svantaggi che ciascuno di essi, come si può immaginare, presentano per la società.

 

I tentativi di risanamento

Iniziano così le «stangate» e le finanziarie «lacrime e sangue» per arrestare l’avanzata del debito pubblico. In genere queste politiche di rientro, negli altri paesi industriali, sono state gestite dalla destra, tagliando brutalmente i servizi pubblici e lasciando mano libera alle imprese di ristrutturarsi e licenziare. In Italia questa incombenza è stata assunta (coraggio? temerarietà? necessità?) principalmente dal centrosinistra, in particolare dai due governi Prodi. Una certa riduzione del rapporto debito/reddito l’abbiamo ottenuta grazie all’inflazione, probabilmente programmata allo scopo, conseguente all’introduzione dell’euro. Prodi ha poi puntato tutte le sue carte su un risanamento graduale attraverso un avanzo del bilancio dello Stato (esclusi gli interessi passivi). Per far questo ha però dovuto aumentare le imposte e ridurre le spese, perciò anche i servizi pubblici, finendo in una tenaglia di reazioni negative sia da parte della classe media (impiegati, piccoli imprenditori, artigiani, commercianti) che vedevano aumentare le imposte e ridurre le vendite, sia da parte dei lavoratori, che vedevano ridursi il potere d’acquisto del loro salario e aumentare la precarietà del lavoro. Così si spiega l’ambiguità e la reale difficoltà con la quale la sinistra e una parte del sindacato lo sostenevano.

Infatti il suo tentativo non ha potuto proseguire ed è costato molto anche ai partiti di sinistra che hanno dimezzato i loro voti e non sono riusciti a eleggere nell’attuale Parlamento nessun deputato. Occorre anche dire che neanche il centro della sua maggioranza l’ha sostenuto con convinzione e non ha saputo o voluto motivare il suo elettorato spiegando col coraggio e la chiarezza necessari il progetto di risanamento di Prodi. Come se non bastassero le difficoltà oggettive e i suoi limiti, Prodi aveva contro Berlusconi e la sua potenza mediatica incontenibile.

Ora siamo rientrati nella norma, tocca alla destra risanare i conti pubblici e portarli ai parametri europei. Nel frattempo però la situazione è in via di veloce peggioramento perché la crisi economica riduce il reddito e quindi le imposte e aumenta le spese e quindi il deficit di bilancio e il debito. Questo farà schizzare il rapporto debito/reddito a livelli mai raggiunti, mentre non si conosce con chiarezza la politica scelta dal governo per il risanamento. Fino ad ora abbiamo visto solo un uso sapiente e massiccio dei media: la crisi è colpa degli americani che hanno ecceduto, come qualche volta a loro capita, con la finanza, ma non c’è da preoccuparsi, l’Italia è solida, la crisi passerà in fretta e comunque il governo è all’opera e fa il possibile per alleviarla. Inoltre abbiamo un Presidente del Consiglio disinteressato (è molto ricco e non ha bisogno di altri soldi), capace, che si impegna al massimo (non come i soliti politici che sanno solo chiacchierare), che pensa e provvede per tutti noi.

È anche sfortunato, però, perché anche questa volta, come la prima con l’11 settembre, il suo governo ha esordito durante una grave crisi internazionale. E questa crisi sta peggiorando, come detto, molto velocemente i conti pubblici.

Cosa farà Berlusconi, cosa chiederà all’Europa e, in assenza di sue iniziative, cosa ci imporrà l’Europa? Sull’argomento non si conoscono le sue intenzioni, tranne una generica volontà di far crescere velocemente il reddito, ipotesi oggi alquanto stravagante. Le possibilità di scelta, come abbiamo visto, non sono infinite: occorrerà passare per la porta stretta, e più tardi sarà, peggio sarà.

Non credo che Berlusconi riuscirà a superare indenne la prova. Gli resta però il controllo dei media, e in questo campo è veramente esperto e dispone di un’equipe formidabile. Potrebbe essere tentato di scaricare colpe e risentimenti su altri (opposizione, Europa, Cina, migranti, ecc.). Potrebbe persino riuscire nel miracolo di farci ingoiare la pillola convincendoci che non è poi così amara e comunque è per il bene di tutti. E in questo caso gliene dovremmo essere grati.

Certamente molto importante sarà il ruolo dell’opposizione, della sua capacità di vigilare, controinformare, proporre percorsi alternativi, essere credibile, purché si riprenda al più presto dallo stupore e dalla confusione in cui si trova.

Angelo Papuzza

 

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