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 377 - Dopo le elezioni di midterm negli Usa

 

La sconfitta di Obama, un pessimo presagio

 

Interpreto la sconfitta di Obama e del partito democratico nelle recenti elezioni di mezzo termine in Usa, come un pessimo presagio, perché potrebbe essere il segno dell’inversione di tendenza dell’elettorato e quindi preludere al fallimento del tentativo, generoso ma fragile, di Obama e della parte più liberal dei democratici di cambiare profondamente in senso progressista la politica degli Usa, dell’Occidente e del mondo.

Non che l’evento sia eccezionale, anzi è abbastanza normale che il partito del Presidente in carica subisca una battuta d’arresto a metà del suo mandato. Questa volta però almeno tre motivi lo rendono differente. Innanzitutto le grandi speranze suscitate e l’eccezionalità del personaggio; in secondo luogo il repentino cambio di umore dell’elettorato, tenendo anche conto che la crisi economica in cui si dibattono l’America e il mondo non è colpa di Obama, ma è stata ereditata proprio dalla precedente gestione repubblicana; e infine perché tra i repubblicani si fa strada una destra molto aggressiva ed estremista, per tanti aspetti simile a quella che sta mietendo successi in tutte le elezioni del nostro continente.

 

Uno scacco alle speranze

Indubbiamente Obama ha una personalità, un carisma e una visione della società decisamente superiore alla media della classe politica mondiale. Si spiegano così le speranze che ha acceso, la mobilitazione che è riuscito a suscitare e il miracolo che ha realizzato facendosi eleggere contro ogni previsione, nonostante il colore della pelle e l’ostilità dei maggiorenti del suo stesso partito. Un suo fallimento sarebbe perciò un grave scacco e un colpo durissimo alle nostre speranze.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare che un cambio di politica così profondo come quello impostato dall’amministrazione Obama potesse dare frutti in meno di due anni; questo fa pensare a una forte fragilità ed emotività dell’opinione pubblica americana e a una scarsa coscienza dei gravi problemi da affrontare e dei sacrifici da sostenere se si vuole veramente cambiare modello di sviluppo, oltre che a un difetto di comunicazione di Obama.

Infine un’ultima osservazione: le enormi somme (pare sia stata la campagna elettorale più dispendiosa di sempre) messe a disposizione dei candidati repubblicani dai circoli finanziari mondiali e dalle multinazionali, petrolifere innanzitutto, fanno comprendere fino a che punto i poteri forti siano disposti a spingersi pur di avversare qualsiasi tentativo da parte della politica di mettere delle regole all’economia mondiale, perché lo stato delle cose gli va bene così com’è. Questo mostra chiaramente la loro irresponsabilità e miopia: non sarebbe la prima volta infatti che, pur di non perdere niente del loro potere e della loro ricchezza, chi tira i fili finisca per perdere tutto e danneggiare gravemente la società intera.

 

Per amore o per forza

Dopo oltre 200 anni di sviluppo diseguale e di sfruttamento di una parte di mondo sull’altra, le contraddizioni accumulate sono enormi e non più sostenibili. In particolare è necessario: ridistribuire la produzione e la ricchezza tra i continenti; regolare l’uso delle risorse mondiali per non esaurirle; rivedere a fondo il modello di sviluppo sia per garantire il lavoro a tutti gli abitanti della terra sia per contenere l’inquinamento degli ecosistemi.

Un programma politico già di per sé molto difficile da impostare, che diviene proibitivo se i detentori del potere economico lo contrastano a testa bassa. Anche perché una parte crescente dell’opinione pubblica sta cedendo alla propaganda populista, demagogica e spesso xenofoba di gruppi politici di destra sempre più aggressivi e dotati di ingenti mezzi finanziari. Il loro messaggio è elementare, molto facile da comprendere e da accettare perché solletica gli istinti di base: difendiamo con tutti i mezzi a disposizione quello che siamo e che ci siamo conquistati a prezzo di duri sacrifici.

Come è evidente, questa propaganda è menzognera perché la scelta non è se modificare l’organizzazione produttiva mondiale oppure no, ma solo se farlo per amore, attraverso scelte politiche razionali, o per forza, sotto la spinta di avvenimenti tragici e violenti. I fallimenti a ripetizione dei vertici mondiali sull’economia e sulla salvaguardia dell’ambiente confermano purtroppo che non siamo sulla strada giusta.

 

Il ruolo delle chiese

Obama ha le caratteristiche giuste, per capacità, cultura e spinta ideale per tentare di smuovere lo stato attuale delle cose e indirizzarle nel verso giusto, ma il repentino cambio di clima intorno a lui è molto preoccupante. Anche perché è solo. Era prevedibile che la parte del suo stesso partito più legata alle varie lobby e che lo aveva già contrastato durante le primarie, lo boicottasse. Quello che invece colpisce dolorosamente è la miopia di molte chiese evangeliche che gli si oppongono strenuamente a causa della sua posizione sulla legge che regola l’aborto. Questo è incomprensibile, perché la sua posizione sull’aborto è limpida. È contrario ma non può lasciare, come Presidente dello stato e capo del governo, una realtà così tragica e traumatica per le donne alla clandestinità. Colpisce anche la debolezza dell’impegno della chiesa cattolica americana, forse occupata a leccarsi le ferite e a far fronte ai danni economici provocati dallo scandalo dei preti pedofili. Non vorremmo che i cristiani americani commettessero il grave errore fatto da quelli europei che, preoccupati dell’avanzata comunista, sottovalutarono il pericolo fascista e nazista.

Tutto questo ha costretto Obama a moderare il suo programma di riforme e scendere a compromessi con i suoi oppositori: ciò ha raffreddato molti sostenitori e gli ha procurato dure critiche. C’è però ancora spazio per un recupero e, assumendosi la intera responsabilità della sconfitta, Obama, oltre a confermare la sua levatura morale, ha voluto chiaramente indicare che non si ritiene ancora battuto ed è pronto a dare battaglia. Vedremo, e intanto speriamo ardentemente che riesca, per il bene dell’umanità, in questa impresa. La sensazione, tuttavia, è che l’Occidente democratico non sia in grado di presentare al mondo una politica credibile di riforme adeguate alla situazione. Non ha ancora scelto quale strada seguire, se quella della trattativa o quella dello scontro, oscilla incerto tra le due soluzioni. Ma intanto la situazione si degrada e il tempo si fa sempre più stretto.

Angelo Papuzza

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