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 381 - Libia, cuore del Mediterraneo

 

Non solo guerra, non solo stati

 

La riflessione filosofica, etica e scientifica – insegnano gli antichi – nasce dallo stupore e dalla meraviglia di fronte ai fenomeni inattesi della natura e della storia. Se così fosse anche per noi oggi, la corale confessione di sorpresa e impreparazione con cui tutti abbiamo salutato le rivolte giovanili, che hanno sconvolto gli assetti istituzionali dell'Africa mediterranea, dovrebbe indurci ad un appassionato impegno per rinnovare radicalmente i modelli politici, sociali e culturali con cui leggiamo e affrontiamo quel che la storia ci prepara.

Quanto, invece, riusciamo a produrre è poco più che una preoccupata litania di lamentele e paure, di aggressive rivendicazioni e litigiose difese dei “privilegi storici”, di capziose denunce di complotti nazionali e internazionali, di metafisiche e rassicuranti posizioni di ingerenza o non-ingerenza armata a fini umanitari. Il pubblico riconoscimento di «non sapere», lungi dall'indurci al saggio interrogarci e ricercare della «dotta ignoranza», ci ha condotto al compiaciuto marasma della confusione di idee e di proposte, al rompete le righe del si salvi chi può, alla difesa, senza ritegno di coerenza intellettuale e morale, del proprio «particulare». Nei casi migliori ci ha portati all'arroccamento su posizioni di principio, incapaci di fare i conti con «lo sporco fossato della storia», o al neutralismo del «mai con le armi», quasi la guerra fosse l'unico esito possibile di un intervento armato e, per gli individui e le loro forme associative, non esistessero altri modi di essere presenti nella storia dall'adesione o dal rifiuto di quelli messi in atto dagli stati.

È così che abbiamo finito col trovarci in una sorta di carnevale mediatico in cui tutto si rovescia nel suo contrario e guerrafondai d'antico pelo tentano minuetti con pacifisti più rigidi e puri del cristallo. Chi sempre si è proclamato paladino del diritto-dovere occidentale di imporre con la forza la democrazia, oggi veste panni da vate della pace in nome della pietas per il tiranno e della tutela dei sacri confini di ogni entità nazionale. Chi ieri denunciava l'illegalità pretestuosa e la distruttività di guerre preventive, mascherate da interventi umanitari, oggi prova a ripetere come un mantra, valido per tutti i tempi e tutti i luoghi, gli stessi argomenti a condanna del tentativo di rispondere alla richiesta di soccorso armato di quanti dalle armi sono minacciati, qui ed ora.

Ciò che dovrebbe preoccupare non è, però, solo il conseguente andamento caotico delle operazioni politico-militari degli stati e il disorientamento delle opinioni pubbliche, la perdita di credibilità di ogni argomentare pro o contro l'ingerenza umanitaria armata, quanto il rigurgito di revanscismo grettamente utilitaristico, lo spudorato riemergere di odi nazionalistici e localistici, che sempre seguono le manifeste incapacità d'azione dei governi e la scarsa capacità di analisi persuasive e di progetti coinvolgenti dei cultori della giustizia e della pace.

Ciò che causa la sfiducia e lo smarrimento che ci paralizza non è l'eccessiva lentezza e contraddittorietà, la mancanza di trasparenza nell'intervento, armato o diplomatico, degli stati. Non è neppure l'universale tendenza al reciproco sospetto di tutti verso tutti. È la completa sfiducia in se stessa della società civile delle democrazie storiche. Mentre nelle forme, autoritarie o solo parzialmente democratiche del XIX e del XX secolo, gli individui e le collettività sentivano il dovere di far sentire la propria voce e di agire, anche al di fuori o contro le espressioni pubbliche del potere, nelle democrazie formalmente compiute del XXI, sia i singoli sia le realtà comunitarie intermedie hanno finito progressivamente col delegare le proprie responsabilità alle strutture organizzative degli stati, liberandosi anche di quelle attinenti alle coscienze individuali e alla loro capacità di tradursi in coscienza ed in azione di gruppo. Di conseguenza hanno pure finito col sentirsi estranei e sospettosi nei confronti delle scelte operative dei governi da loro stesse eletti.

 

Sproletarizzati di tutto il Mediterraneo...

Qualcuno potrebbe osservare che questa denuncia porta semplicemente a sostenere le rivendicazioni del conservatorismo cattolico e liberale a favore dell'iniziativa privata nei campi della scuola e della sanità. Rivendicazioni che si appellano al cosiddetto «principio di sussidiarietà». Così non è. Intanto perché la sussidiarietà, se messa in campo correttamente, non è di per sé conservatrice. Poi perché la rivendicazione di protagonismo sociale da parte delle folle nordafricane e mediorientali, diversamente che da noi, non è caratterizzata dal farsi avanti di individui maturi e ben radicati nei settori della produzione e dei servizi, ma di giovani con discreto livello d'istruzione, senza lavoro e destinati ad una vita priva di futuro. Giovani espropriati persino della possibilità di mettere su famiglia, di assurgere allo stato di proletari, primo gradino della scala sociale che permette di uscire dal limbo dell'inesistenza a chi da sempre è senza diritti e dall'inferno della schiavitù a chi se li è visti strappare.

E siamo così tornati alle riflessioni iniziali, al doveroso riconoscimento di quella condizione di cecità che ci ha impedito di prepararci a quanto è accaduto nei regimi autoritari del laicismo islamico, filo-occidentale. È l'anzianità demografica e culturale delle nostre società democratiche, ripiegate su se stesse e incapaci di capire, di riconoscere e di valorizzare le forze del rinnovamento giovanile tra noi presenti, che ci ha resi sordi alle richieste di novità che emergono nelle società giovani del “terzo mondo” a noi più vicine. È l'avidità dei benestanti, abituati a vivere di rendita e di “diritti acquisiti”, che ci ha portati a colorare ogni fermento nel mondo islamico come rigurgito integralista religioso e culturale, a giustificare coi pregiudizi più beceri il nostro sostegno ai regimi autoritari e corrotti che ci aiutavano a sfruttare a nostro vantaggio le risorse economiche, in materie prime e manodopera, di questi popoli. È la rinuncia ad essere soggetti storici, a progettare per noi trasformazioni sociali orientate ad una crescente giustizia nazionale e internazionale, che ci ha portati a teorizzare la fine della storia, a svillaneggiare ogni strumento culturale di analisi materiale e sociale della realtà, surrogandola con fumosi ritorni al naturalismo sacrale, al primato dell'eterno sul temporaneo o con esaltate apologie taumaturgiche  del mercato, a farci spiegare ogni tensione dinamica tra popoli, tra entità comunitarie diverse, ora in termini di conflitto di civiltà, ora come pura espressione di interessi economici contrastanti da risolversi a colpi di libera concorrenza.

 

Democrazia, i dolori del parto

Non è certo solo per questo che non abbiamo capito che anche il mondo islamico, che pure aveva in comune con quello ebraico-cristiano larga parte del proprio patrimonio culturale e analoghe basi etico-religiose, poteva maturare un proprio percorso all'Illuminismo e una propria rivoluzione sociale ed economica. Ma certo è anche e soprattutto per questo che non possiamo permetterci di ripararci dietro altisonanti principi di non-ingerenza e di aprioristico rifiuto di aiuto armato a quelle richieste di solidarietà e di condivisione che ci giungono da chi con la violenza delle armi vede soffocate le sue richieste di libertà e di giustizia.

Nulla ci dice che, prima di raggiungere concreti esiti di democrazia e di equità, tali rivolte non debbano passare ancora attraverso forme di nuovi autoritarismi, sbandamenti integralistici, processi di lento assestamento. Ma sappiamo perfettamente che la frustrazione prematura di ogni speranza, la delusione per l'abbandono e il tradimento dei principi di solidarietà democratica tra i popoli favoriscono la regressione storica agli odi nazionalistici e confessionali, all'uso moltiplicato delle violenze tra i popoli, tra le maggioranze e le minoranze etniche e religiose, tra le classi sociali. Come sappiamo che ciò che non possono fare i governi, nei rapporti ufficiali tra stati, possono farlo le organizzazioni sociali e politiche promuovendo azioni di solidarietà e di conoscenza reciproca, sollecitando i governi e gli stati a meglio disciplinare gli interventi armati, a sostituirli per tempo con azioni di ordine diverso, con forme di alleanze e collaborazioni che riducano al minimo il ricorso alla forza.

Dalla cultura della giustizia e della pace ci attendiamo non solo azioni e proclami, pur necessari, contro la guerra, ma, quando questa si presenta come male minore, soprattutto proposte operative ad essa alternative, tra cui una migliore e più capillare e continuativa organizzazione di scambio culturale e di esperienze tra giovani generazioni del nord e del sud del Mediterraneo.

Aldo Bodrato

 

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