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 387 - DOVE VA L'ECONOMIA

 

Ri-moralizzazione del capitalismo e primato della politica

 

Pubblichiamo la parte finale di un intervento di Elvio Fassone a Pinerolo il 14 ottobre 2011 per la capacità di sintetizzare in modo comprensibile la complessa situazione economica, indicando contemporaneamente qualche orientamento per uscirne. (a. r.)

 

La crisi da sovra-produzione

Il progredire della scienza e della tecnologia offre al mondo della produzione la continua possibilità di produrre la stessa quantità di beni con un minor numero di addetti. Questo conduce alla progressiva insufficienza della domanda aggregata a smaltire tutta la capacità produttiva. Di riflesso, il mondo della produzione, da un lato, espelle da tempo una massa di esuberi, i quali solo in parte riescono a riconvertirsi gonfiando il settore dei servizi; e, dall'altro lato, per non eccedere in questa espulsione socialmente pericolosa, gonfia artificialmente i bisogni al fine di non dover contrarre la sua capacità produttiva. Tuttavia, lo stimolo al consumo effettuato attraverso la sollecitazione pubblicitaria (Bush arrivò a parlare di patriottismo economico) non è sufficiente, e allora lo si droga ulteriormente attraverso la detassazione dei ceti più abbienti e l'impulso al debito dei ceti meno abbienti. La prima risponde all'esigenza di favorire un certo elettorato; la seconda alla necessità di non allargare troppo la forbice sociale. Ma la polarizzazione della ricchezza verso l'alto della piramide sociale non si traduce, se non in parte, in aumento della domanda, che stagna nella parte bassa. Si cerca di porvi rimedio con il credito (quasi) illimitato a quest'ultima: ma il credito erogato a soggetti la cui solvibilità è molto a rischio, produce la nota bolla immobiliare dei mutui subprime nel 2007, che è alla base della grande crisi. I titoli tossici si sono propagati attraverso l'intero sistema bancario. L'esigenza (vera o ritenuta tale) di salvare le banche too big to fail, troppo grandi per essere lasciate fallire, ha portato a gigantesche iniezioni di liquidità nel sistema, che oggi rappresentano masse enormi a disposizione della speculazione internazionale.

Se si volesse compilare un manuale di come si arriva a una crisi planetaria, difficilmente si potrebbe fare meglio. Siamo di fronte a una progressiva ristrutturazione del sistema produttivo attraverso una massiccia espulsione di forza lavoro. Questo riduce ulteriormente la domanda aggregata, ed innesca un'altra contrazione della produzione, con nuova espulsione, e consolidamento del circolo vizioso, che alla fine produce la depressione. Il tutto accompagnato dalla massa di liquidità in circolazione, che aggredisce anche quelle fortezze (gli Stati e le istituzioni sovra-nazionali) che dovrebbero arginare i disastri procurati dalla dittatura della finanza.

 

Regolare la finanziarizzazione

La domanda sul come agire per uscire da questo viluppo di esiti drammatici, o almeno per ridurne il peso, al momento è senza risposta: si può unicamente accennare a qualche orientamento. È basilare la premessa secondo la quale la mentalità che ha prodotto un disastro non può essere quella che lo rimedia. Se il capitalismo si è de-moralizzato, occorre ri-moralizzarlo: non nel senso di esigere un illusorio recupero di moralità, ma nel senso di pretendere quel grado di basi etiche minimali che il capitalismo stesso ha sempre considerato come indispensabili.

Dunque, per incominciare occorre regolare l'eccesso di finanziarizzazione. Se ne parla dal 2008, e sembra impossibile che interventi così elementari tardino a essere attuati (in realtà non è impossibile, ma sciaguratamente logico: si sposano le pulsioni anti-stataliste di quel populismo alla tea party che è per principio insofferente alle regole e alle istituzioni con le pressioni lobbistiche del mondo alla Wall Street che dalle riforme vedrebbe ridotte le sue possibilità di arricchimento).

Le indicazioni al riguardo sono numerose. Occorre, ad esempio, disciplinare o anche eliminare il contratto a termine. In base a questo tipo di accordo un soggetto vende a un altro soggetto una certa quantità di titoli, che non possiede, al prezzo odierno, con l'impegno di procurarglieli alla scadenza convenuta. È intuitivo che da quel momento il soggetto venditore opererà come ribassista, cioè agirà sul mercato per far deprimere il prezzo di quei titoli, così da pagarli di meno quando li dovrà acquistare; mentre il compratore agirà come rialzista per la ragione opposta. Se i protagonisti di questi contratti sono soggetti come i Fondi, capaci di mobilitare centinaia di milioni di euro o di dollari, le contrattazioni, puramente speculative, producono sbalzi artificiosi nei valori dei titoli trattati, o anche delle merci, ed effetti a valanga nelle quotazioni. Dal momento che i negoziatori neppure toccano i titoli trattati, limitandosi a regolare i rispettivi rapporti di dare-avere alla scadenza, non si vede quale utilità possa reclamare una simile tipologia di contatti, che quindi deve essere privata della protezione giuridica.

Nella stessa direzione, pare opportuno ridurre di molto la facoltà di dissociare l'assunzione del rischio dalla sua esposizione effettiva all'insolvibilità. L'obiettivo può essere perseguito vuoi vietando alla banca, che eroga un credito a un debitore di dubbia solvibilità, di liberarsene immediatamente, e perciò autorizzandola a cederlo a terzi solo dopo un          certo periodo di tempo, ovvero solo per una frazione del suo importo; vuoi rendendo più rigorosa e più costosa la tecnica dei c.d.s. (credit default swaps), cioè dell'assicurazione contro il rischio di insolvibilità, che si risolve in una pressione dell'assicuratore verso l'instabilità del debitore, per aumentare i premi.

Un altro strumento che occorrerebbe assumere con coraggio è la Tobin tax, cioè l'applicazione di un'esigua tassa su tutte le transazioni finanziarie, o almeno su alcune tipologie. Essa è stata proposta, come è noto, sin dal 1972, da James Tobin, premio Nobel per l'economia, con il duplice obiettivo di ridurre sensibilmente il volume delle transazioni finanziarie, rendendo improduttive quelle che giocano su variazioni di valore molto ridotte, e nello stesso tempo di accumulare ingenti risorse dalla tassazione, a beneficio dei Paesi sottosviluppati. L'utilità dello strumento si rivelerebbe ancora maggiore oggi, poiché una grandissima parte delle transazioni avviene sulla base di algoritmi applicati a computer di estrema potenza (high frequency trader), capaci di individuare la vantaggiosità di un'operazione in minime frazioni di secondo, decorsi i quali il profitto può calare o scomparire per l'entrata in azione di altri operatori. Il semplice fatto di dover sottoporre l'operazione a registrazione renderebbe impraticabili questi guizzi selvaggi, e il danno che spesso ne consegue. La proposta è contrastata più a livello ideologico (si afferma che essa è realizzabile solo a livello mondiale: ma questa non è una difficoltà insuperabile, posto che esistono già organizzazioni di quella dimensione) che dagli operatori, per i quali la tax rappresenterebbe un costo trascurabile (l'uno per mille quanto alle azioni e alle obbligazioni, l'uno per diecimila quanto ai derivati e alle operazioni similari) e comunque scaricabile a valle. Un istituto di ricerca ha calcolato che, applicando la tassa, il volume di affari sui derivati diminuirebbe del 30%; e che, nel solo mercato europeo, frutterebbe all'incirca 57 miliardi di euro all'anno.

Altri interventi imprescindibili consistono nel porre un limite alle banche a proposito della leva finanziaria, cioè al rapporto tra il loro patrimonio e la capacità di indebitamento; leva che ha raggiunto talora il rapporto di 1 a 40, con drammatica esposizione a rischio, e che oggi si vuole ridurre al rapporto di 1 a 11, ma che saggezza vorrebbe fosse ancor più contenuto. Correlativamente si chiede che siano eliminati i conflitti di interesse tra agenzie di rating e banche, le prime chiamate a farsi garanti del grado di solvibilità delle seconde, ma spesso composte da persone che siedono nei consigli di amministrazione dei soggetti “valutati”.

Altre riforme sono auspicate, ma se ne prescinde, per il loro elevato grado di tecnicità. Quel che deve essere ribadito è l'assoluta necessità che il mondo della finanza recuperi quel minimo di correttezza etica che per secoli ha fatto le fortune del capitalismo, e il cui abbandono ha causato i disastri attuali.

 

Globalizzazione dei diritti

Un secondo fronte consiste nel contrastare la ristrutturazione a danno del lavoro. Essendo innegabile la crisi di sovra-produzione della quale si è detto, ed essendo inaccettabile – moralmente, economicamente e politicamente – un mondo di disoccupati, appare inevitabile trasferire la manodopera eccedente dalla produzione di beni e servizi di mercato alla produzione di beni e servizi fuori mercato, ma ancora più necessari di larga parte dei primi. Occorre far convergere l'enorme quantità di lavori che attendono lavoratori (infrastrutture, manutenzione del territorio, beni culturali, ricerca, servizi alla persona in condizione di disagio sociale, e altri simili) con l'altrettanto gigantesca quantità di lavoratori che attendono un lavoro. Quando la domanda spontanea langue, o comunque non copre più la potenzialità del sistema produttivo, è illusorio drogarla, occorre invece affiancarle una domanda estranea alla spontaneità (così J. Keynes). Ma questa ha un costo notevole, e il costo di questo tipo di produzione deve essere sostenuto:

a) dal dirottamento verso questa area dell'aumento di produttività di cui si è detto, ora riversato tutto sui consumi convenzionali, e artefice dei bisogni artificiosi. Ne discende che deve essere auspicata non la decrescita (in sé generatrice di ulteriore disoccupazione), ma la crescita zero dei beni materiali, e il riversamento dell'eccedenza sui beni immateriali esemplificati;

b) da un capovolgimento dei parametri in base ai quali viene misurato il benessere di uno Stato, e quindi degli obiettivi che una comunità di Stati si propone di perseguire; così da giustificare la politica che in nome di quegli obiettivi chiede determinati sacrifici. Oggi l'unico indicatore considerato è il Pil (prodotto interno lordo), del tutto inidoneo a stimare la reale qualità della vita, poiché, tra le molte irrazionalità, conteggia positivamente anche le diseconomie e non conteggia per nulla le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza materiale prodotta. Da tempo si auspica, invece, l'introduzione dell'Isu (indice di sviluppo umano) che prende in considerazione anche altri parametri, quali il livello dell'istruzione, dell'occupazione e della sanità; l'efficienza della pubblica amministrazione, della giustizia e delle istituzioni; l'entità della criminalità e della corruzione; il grado di salvaguardia dell'ambiente, e altri valori similari. Se le nazioni, facenti parte di un qualche sistema integrato, decidessero di porsi come obiettivo comune l'adozione di questo indicatore e il raggiungimento di determinati livelli minimi per entrare a fare parte del sistema (così come avvenuto con Maastricht per l'integrazione delle economie e dei bilanci) diverrebbe possibile ammettere solamente quegli Stati che raggiungono gli standard di occupazione previsti, legittimando in tal modo sia politiche di bilancio espansive, sia politiche tributarie progressive gravose verso l'alto;

c) da un dazio sociale sulle merci provenienti da Paesi nei quali i diritti dei lavoratori hanno un basso o minimo grado di tutela. Come esiste da decenni un organismo sovra-nazionale a tutela delle libertà e della correttezza dei commerci, così si deve mirare a un organismo sovra-nazionale che non permetta l'ingresso, nei mercati ad avanzato livello di copertura, dei prodotti di Paesi che non incorporino una quota minima di protezione dei diritti dei lavoratori locali. In fondo, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, del 1948 impegna tutti gli Stati aderenti non solo a garantire i diritti delle persone nel proprio territorio, ma anche a sollecitarne la tutela negli altri Stati: e poiché non è pensabile una violazione della loro sovranità, l'obiettivo può e deve essere perseguito con queste forme di dissuasione economica. Non è facile, ma la politica ha appunto compiti di questo genere. In pochi mesi la crisi ha costretto l'Unione europea a costruire il c.d. Fondo salva-Stati; in un tempo di poco maggiore, se lo si volesse davvero, si potrebbe dare vita anche a organismi come quello suggerito.

Quanto detto ora ripropone l'ineludibile problema del primato della politica sull'economia e sulla finanza, che oggi siamo rassegnati a vedere capovolto, essenzialmente perché accettiamo la globalizzazione dell'economia e non perseguiamo un'altrettale globalizzazione dei diritti. La centralità della persona non può più essere declinata come una sterile invocazione, buona nei convegni e imbelle nelle aule della politica. La ri-moralizzazione del capitalismo non può essere lasciata alla sua buona volontà.

Elvio Fassone

 

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