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 392 - La tragedia del comunismo / 3

 

LE DUE U-TOPIE, CON E SENZA RETE

 

La storia del comunismo è la storia della torre di Babele (Gen. 11,1-9). Doveva toccare il cielo. Invece non vi riuscì e i suoi costruttori, fin dall’inizio, non si capirono. Quali alternative si presentano, se ci accingiamo a riflettere sulla più titanica avventura del XX secolo? Demonizzazione? Ridicolizzazione? Esaltazione del vincitore, cioè del capitalismo? Velo pietoso di silenzio?

 

Il ferro del chirurgo

Occorre tornare sul fallimento dell’esperienza comunista. Neppure i più accaniti anticomunisti avrebbero potuto immaginare un fallimento così totale. I paesi ex-comunisti si distinguono per la loro granitica adesione al peggiore capitalismo.

Storici, politici, economisti, filosofi hanno cercato, negli ultimi decenni, di fornire una risposta soddisfacente alla fine ingloriosa di questo immane tentativo di eliminare lo sfruttamento, di rimodellare la persona umana. Si è detto che i paesi del socialismo reale sono stati costretti a serrare i ranghi, a mutare i programmi iniziali e a irrigidirsi in regimi dittatoriali a causa dell’accerchiamento capitalistico. Questo cominciando dai tempi della guerra civile russa fino al vano tentativo di opporsi alla politica economica e militare di Reagan. È vero, ma il colosso comunista poteva disporre di immense risorse con cui resistere all’offensiva avversaria. Un altro genere di spiegazione (legato in parte al precedente) mette in rilievo l’impossibilità di imporre con la forza gli ideali che si vogliono portare avanti. La persona umana non può essere modellata dall’esterno. Il rigetto della dittatura ideologica e poliziesca porta a una diffusa insofferenza, a una sorda resistenza quotidiana che conduce, prima o poi, alla implosione del sistema.

Ma, a questo punto, ci si può domandare: perché volere imporre il «Bene» con la forza? Il cuore dell’uomo non è fatto per accoglierlo con gioia? Talvolta mi lascio trasportare dalla fantasia e mi domando: se fossi vissuto sotto lo stalinismo, o sotto il maoismo, sarei stato un convinto comunista? La risposta, forse, sarebbe un «sì», anche se ora, col senno di poi, se si presentasse una situazione anche lontanamente simile, sarebbe un «no».

Ma non possiamo eludere una drammatica questione: il «Bene» sarebbe stato accolto spontaneamente se non fosse stato imposto? La imposizione non è stata in certo qual modo necessaria dal momento che molti di coloro che dovevano essere beneficati si rifiutavano di venire beneficati? Di conseguenza ai “benefattori” non rimaneva altra scelta: farsi crociati del Bene.

Ma allora chi potrebbe mai fermare chi si crede «missionario del Bene»? «I gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme di un nemico, ma non il ferro di un chirurgo» (I promessi sposi, cap. XXVII). Nel corso della storia, forse l’uomo è stato torturato più dai chirurghi che dai nemici, più dai santi che dai boia, più dai farisei che dai pubblicani, più dai fautori di una palingenesi totale che dai peccatori “semplici”. Questo anche a livello dei rapporti personali. «Lo faccio solo per il tuo bene!» può diventare la password che apre la strada a ogni genere di sopraffazione.

Anni fa, avevo conosciuto una signora che, da bimba, era stata condotta dal padre al congresso di fondazione del Partito Comunista d’Italia, a Livorno, nel 1921. Suo padre era sempre rimasto comunista ed era morto sotto tortura nella famigerata caserma di via Asti, nel 1944. Pur con un simile esempio di fede nell’ideale comunista, la signora così rendeva la sua testimonianza: «Meno male che non abbiamo preso il potere! Eravamo così dogmatici che avremmo rischiato di combinare un disastro».

 

In senso opposto rispetto a Dante

È meraviglioso volare nell’utopia, sempre più su, sapendo che in una parte del pianeta l’utopia si va realizzando! A ogni difficoltà che i “realisti” ti presentano, tu puoi rispondere: «Anche il socialismo è una realtà!». Quella è la “rete” che mi permette di sognare un mondo vero e giusto, sicuro che il sogno può diventare realtà. Ma se la “rete” non c’è più e non c’è mai stata? Se il Paradiso a cui potremmo arrivare dopo un lungo viaggio fosse solo un’illusione?

Occorre sì, viaggiare, ma in senso opposto rispetto al cammino di Dante. Occorre toccare il fondo del “Paradiso”, averne orrore. Avere orrore di un paradiso in cui l’ultima guida è impersonata da Bernardo di Chiaravalle, fanatico crociato, stalinista spietato nei confronti dei nemici. Occorre umilmente purgarsi da ogni tentazione di “Bene”. Quindi analizzare obiettivamente l’Inferno, cioè il “male” volgare da cui mi posso difendere. E, al termine, trovarsi in una selva oscura, la selva dei nostri dubbi, delle nostre speranze, della lotta quotidiana contro le nostre tendenze autodistruttive.

Dunque non ci resta che fuggire ogni tentazione utopistica e rifugiarci nella comoda tana del realismo? Ma che cosa è “realismo”? È forse credere ancora al dogma più = meglio? Ma è realisticamente possibile che, nel terzo millennio, la crescita possa proseguire indefinitamente? È realisticamente possibile che la crescita possa ancora continuare a migliorare all’infinito la qualità della nostra vita? Ogni seria ricerca scientifica ci porta a mettere in discussione proprio il realismo di chi pretende di essere realista.

Forse il mito della crescita illimitata è una forma subdola di utopia. Utopia insidiosa in quanto risponde ai bisogni profondi del nostro inconscio collettivo. È d’obbligo, infatti, porci la domanda cruciale: la gente comune è in grado di dubitare dell’onnipotenza della crescita? Gli studiosi del funzionamento del nostro cervello hanno dimostrato che siamo ancora in gran parte dipendenti da strutture arcaiche che non hanno subìto l’impatto dell’evoluzione culturale. Siamo dipendenti dalle emozioni che, per milioni di anni, hanno dominato il comportamento dei nostri progenitori; in particolare siamo condizionati dalla paura di rimanere senza il necessario per vivere. Il nostro essere, guidato da tali passioni primitive, si ribella visceralmente all’idea che ci possa essere una crescita dannosa.

Ma c’è anche un altro dato di fatto. L’impetuosa crescita nel corso del Novecento ha consentito di fare registrare un prodigioso aumento della popolazione mondiale e anche di raggiungere un certo benessere, di vincere, in buona parte del pianeta, fame, malattie e analfabetismo e, in linea di massima, di migliorare la qualità della nostra vita. L’appello a frenare la crescita in nome del bene della collettività umana e delle generazioni future va in rotta di collisione con la parte del nostro cervello che dipende dal nostro passato “paleolitico”. È difficile ammettere che la crescita possa scontrarsi con limiti invalicabili, sia quantitativamente che qualitativamente. Gli utopisti della crescita possono perciò contare su di una comoda “rete”. La u-topia, il «non-luogo», trova un «luogo»: i nostri neuroni, la voglia di crescita che troviamo in noi.

 

Il comunismo dentro di noi

Per questo ogni appello alla decrescita e al superamento dell’individualismo, in una parola all’autentico comunismo, è destinato a essere respinto con orrore dalla schiacciante maggioranza della popolazione umana. Colpa di chi possiede il potere economico, politico, mediatico, militare? I “potenti” fanno semplicemente il loro mestiere, che è quello di gestire l’egoismo ancestrale dei più.

La «tragedia del comunismo» non riguarda perciò solo il sistema storico che molti hanno cercato di costruire, e di imporre, nel corso del Novecento. Riguarda anche ogni progetto di costruire, attraverso mezzi nonviolenti, una società più giusta, fondata sul bene comune. È fin troppo facile ironizzare sul comportamento da sempre liberamente tenuto nei confronti di ogni aspetto del settore pubblico, sia da parte degli utenti che da parte dei dipendenti. Questi ultimi raramente mostrano entusiasmo nel lavoro e fierezza di essere al servizio della collettività.

Forse occorre prima di tutto costruire il comunismo dentro di noi, lottando non solo contro la nostra antica “pancia” individualistica, ma anche contro la tentazione di trovare sempre e comunque un capro espiatorio, responsabile di ogni male. Certamente i potenti della terra fanno la loro parte. Ma non potrebbero essere potenti senza il sostegno dell’immensa maggioranza. La denuncia dei potenti potrebbe essere un comodo alibi, una pericolosa scorciatoia per evitare il necessario lavoro di convertirci al comunismo solidale.

È anche vero che può anche essere un alibi rifugiarci in una pura ricerca della perfezione personale, rifiutando ogni dimensione politica. Perciò è anche necessario agire politicamente. Ma, senza cadere in un dogmatico «gandhismo» (rifiutato dallo stesso Gandhi), bisognerebbe porre come necessaria premessa all’azione politica il seguente avvertimento del Mahatma, veramente «Grande Anima»: «Tutti ammettono che il sacrificio personale è infinitamente superiore al sacrificio degli altri. Inoltre, se questo tipo di forza è usato in una causa ingiusta, soffre soltanto la persona che la usa e non fa soffrire gli altri per i propri errori. In passato gli uomini hanno fatto molte cose che in seguito si rivelarono sbagliate. Nessuno può pretendere di essere assolutamente dalla parte della ragione, o che una data cosa è sbagliata perché egli la considera tale» (Antiche come le montagne, Comunità 1983, p. 124).

Non ci resta che scommettere con umiltà, puntando sulla parte migliore di noi. Passare da un fallimento all’altro, senza fare pagare ad altri i disastri provocati dai nostri errori. Imparare dalle tragedie della storia. Forse, tra duecento anni, qualche seme germoglierà.

 

Dario Oitana

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