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La politica non è una tecnica. Neppure l’economia

 

Che ne è della politica e dell'economia, in Italia ed Europa, dopo le elezioni amministrative, parziali ma diffuse e significative? (cfr. anche la lettera di un lettore a p. 8) Democrazia e giustizia sono esigenze ormai irrinunciabili.

I popoli in certi momenti ne disperano, quando la classe dirigente lavora troppo per se stessa e non per tutti. Allora il rischio dell'egoismo rinunciatario o della violenza distruttiva, si ripresenta. Ma in quei momenti stessi i popoli possono anche, per vie non subito chiare, anche attraverso dolori e indignazione, e proteste scomposte, riconoscersi come umanità media e cosciente, che ritrova se stessa e il cammino della sua dignità.

La politica non è solo una tecnica, come credono e vorrebbero i semplificatori. Non è una tecnica, ma l'arte della tessitura (diceva già un grande antico). È un'arte: l'arte della tessitura delle speranze umane, dei bisogni e dei desideri umani. Esige artisti saggi.

Si dirà che anche le arti hanno bisogno di mezzi e metodi tecnici. Certo. Come mezzi orientati a un fine-valore, che non è un mezzo. L'arte, coi suoi mezzi, permette all'idea, ai barlumi di verità e di bellezza che ci sopravanzano, di venirci incontro, di arrivare tra le nostre cose quotidiane. Così, la buona politica anticipa per frammenti faticosi, anzitutto la giustizia (égalité, fraternité), di conseguenza la libertà, quindi la pace, che è il modesto nome terrestre della felicità.

In politica non basta una cultura e una mentalità tecnico-pratico-quantitativa, che della vita coglie appena peso e statura, come di una sagoma morta. La politica si dovrà servire dei tecnici, ma dovrà insegnargli dove si tratta di andare, perché la tecnica da sola non lo sa: è automatica e cieca, come un'auto in movimento senza conducente. Con un conducente saggio può essere utilissima.

La politica va guidata dalla cultura umanistica, filosofica, spirituale, anche storica, ma senza sudditanza alla storia, che deve sempre rinnovarsi. Infatti, se nel passato ci sono tesori, insieme ai dolori, e molte istruzioni per vivere, nel cuore del futuro c'è più spazio, più possibilità, più libertà e compiti, più incontri. C'è l'av-venire, che non è solo il futuro del presente. Chi teme l'utopia, sinonimo di speranza e azione, cioè di respiro (non di fanatismo), si chiude nel micro-realismo, sinonimo di asfissia.

Neppure l'economia è una tecnica: i ragionieri fanno il loro lavoro – grazie − ma nel fare i conti non sanno per che cosa li fanno. Deve saperlo la politica, quella dei cittadini e dei loro rappresentanti, cioè la condivisa e varia saggezza della convivenza. Si acquista nel confronto ragionevole, che esclude la violenza. Si impara ragionando e studiando, osservando la vita di tutti, specialmente dei più poveri.

L'economia non è solo una tecnica, ma l'uso morale dei mezzi per vivere e per permettere a tutti di sviluppare le qualità umane. L'economia dipende dall'etica e dalla cultura umanistica, ancor più che dai bilanci, che devono essere umani e etici per essere davvero in attivo.

Nella Costituzione, partorita nel dolore degli errori, della tirannia e della guerra, ma animata dall'amore politico, è già detto tutto. È detto che politica ed economia sono applicazioni vive dell'etica, della universale "regola d'oro", quella che ci ammonisce e ricorda: i bisogni, i diritti, le attese dell'altro valgono quanto i tuoi. Orientato è chi guarda a oriente, alla nuova luce che nasce. Ogni giorno rinasce.

 

Enrico Peyretti

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