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 418 - Appunti sparsi di viaggio

 

CAROVANE MIGRANTI DA LAMPEDUSA A TORINO

 

In solidarietà con il Movimento Migrante Mesoamericano organizzatore della 10° Carovana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos è stata promossa la 1° Carovana italiana per i diritti dei migranti, per la dignità e la giustizia, che dal 23 novembre al 6 dicembre ha percorso l’intera Italia da Lampedusa a Torino. Altre notizie su www.carovanemigranti.org.

 

Ho partecipato alla carovana con il compito di seguirla da Palermo a Torino con la mia vecchia Toyota Land Cruiser (1985) 4x4, simbolo ancora oggi in tutto il Sahel dell’attraversamento del Sahara. Ma i simboli “dicono” solo a chi li ha vissuti. Così non so cosa l’immagine trasportata delle ali colorate (come la bandiera della pace), affiancate dalle sagome nere di un battello (Mediterraneo) e un treno (Messico), abbia comunicato. Forse è stata “letta” come una semplice bizzarria estetica: come sempre il simbolo deve cedere il passo al vissuto. Comunque queste ali di speranza finiranno al Sermig di Torino.

 

Ci sono percorsi che ti segnano ad ogni passo. Come questi 3.300 km, tanti, troppi, i segni sulla pelle che ti porti dietro. Ci vuole tempo per capirli, curarli prima di cucirli con filo nuovo, perché il filo raccolto per strada non è più lo stesso con il quale eri partito. Come la carovana: alla partenza era un semplice insieme di singoli con il comune interesse di partecipare all’insolita esperienza, all’arrivo si è ritrovata a essere una comunità per la condivisione di alcuni valori.

 

Sono 501 i tunisini spariti in quel tratto di Mediterraneo che va dalla Tunisia alle nostre coste. di loro nessuna notizia. Le richieste di chiarezza dei parenti si sono scontrate con i silenzi di governi o sono andate perse tra le tante parole del politichese. Non tutti possono condividere il proprio dolore. Forse di qui l’assenza nella loro presenza.

 

A Niscemi mi rendo conto che dovrei ancora una volta affrontare il problema del «limite del limite». ma i chilometri che mi stanno davanti non sono assolutamente sufficienti, come tempo, nonostante la mia velocità di spostamento, ad abbozzare una qualsiasi credibile risposta. Salto così a piè pari la questione.

 

Il Sud-America (Messico in prima linea) ha dettato il tempo durante tutte le manifestazioni: «I migranti non sono criminali, sono lavoratori internazionali!». «Noi cosa chiediamo? giustizia! quando? ora!». E, per i 43 studenti di Ayotzinapa fatti sparire: «Vivi se li sono presi e vivi li vogliamo. Impossibile non unire la nostra voce alla loro. impossibile tirarsi fuori dalla lotta che là (ma non solo) ogni giorno viene combattuta. impossibile restare indifferenti ad un segno di pace dove la formale stretta di mano è stata sostituita da un caloroso abbraccio che testimonia solidarietà.

 

I ragazzi in sciopero a scuola invece di bighellonare incontrano la carovana lungo una scalinata anch’essa multietnica. buon segno, che fa sperare in una società civile dove l’economia criminale non si organizzi attraverso la complicità dello stato. in America latina i governi sono diventati complici dei narcotrafficanti. da noi si corre questo rischio se il delinquere viene sfruttato da chi governa. eppure è da tempo che viene richiesto di fare chiarezza nei rapporti tra stato e mafia: che le nuove tecnologie siano di aiuto a questi giovani (una volta si sarebbe detto impegnati) tecnologicamente avanzati, nel tentativo di comunicare con la società del «non vedo, non sento, non parlo» impegnata nell’esclusivo tornaconto.

 

Per alcuni aspetti ho rivissuto l’antiamericanismo del ’68. giustificato se gridato dal sud, nostro, e del mondo al di là dell’oceano. almeno così io credo, ormai l’America ha perso la k di quegli anni. da allora il capitalismo è diventato il modello di riferimento in tutto il mondo. doloroso doverlo ammettere per chi ha creduto, e crede, in una società più giusta. il dio denaro sta imponendo sempre più la sua legge. vorrei sbagliarmi, ma non posso non notare che sui nostri tavoli ha vinto la coca-cola non più amerikana.

 

La chiesa, almeno quella che ha marciato accanto a noi in difesa dei diritti dei più poveri, non è quella con l'abito della domenica, è quella con il pugno chiuso, quella che dal basso tenta ancora di edificare una nuova umanità. Quella che crede ancora "la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo" (Matt 21,42).

 

"Se l'immigrato (clandestino o meno) non è mio fratello allora Dio (qualunque sia) non è più mio padre" (colto al volo e citato a senso).

 

Se il tempo mi avesse reso vecchio saggio avrei dovuto smussare gli, a volte, troppo calorosi applausi alle parole di alcuni politici. avrei dovuto dire: «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). non l’ho detto. per rispetto all’entusiasmo che muove chi di anni ne ha (ed è una fortuna) ancora pochi.

 

Il viaggio non è poi così disagevole come avrebbe potuto essere per via degli strettissimi tempi organizzativi. complice il rallentamento delle attività (esclusa quella turistica) del periodo estivo. ritornare a dormire come e dove si può nel sacco a pelo può rappresentare un simpatico ritorno al passato. se non si è dei nostalgici. qualche volta a cena avrei voluto trasformare l’acqua in vino. ma nessuno mi ha pregato di farlo. così non l’ho fatto. anche per una forma di rispetto verso chi è astemio o di fede musulmana.

 

A Rosarno la Toyota viene riconosciuta per ciò che è e rappresenta. incontro il Mali. «da dove vieni, da Mopti, Bamako o dalla regione di Bandiagara?». Avrei voluto parlare di casa loro più a lungo. lì ci sono stato tanti anni fa. forse loro non erano nemmeno ancora nati. ora sono venuti in Italia in cerca di fortuna. là coltivavano cipolle, qui raccolgono agrumi in Calabria, i pomodori in Puglia o in Basilicata, e le mele e l’uva in Piemonte. se non fosse per la guerriglia che striscia nelle loro terre non so quanto sia loro convenuto attraversare il mediterraneo. in questo campo di tende appiccicate l’una all’altra si tira a campare giorno per giorno. qualcuno mi dice che ce n’è anche una che serve da banca. lì vengono conservati i soldi da mandare a casa con Western-Union. può darsi. o meglio, glielo auguro. anche se ancora una volta mi viene da pensare che c’è sempre chi è più scaltro e si arricchisce anche tra i poveri.

 

Nella tendopoli di Rosarno è stata costruita una moschea. quattro teli di plastica gettati su dei pali in legno e tenuti insieme da qualche corda. mi fermo davanti al tappetino dell’ingresso. mi rivolgo a Gesù direttamente. lui è il mio dio per tradizione. migrante tra il cielo e la terra. me lo hanno insegnato in famiglia. gli chiedo il perché di tanta disuguaglianza disparità ridistribuzione nel mondo. non mi risponde. il suo silenzio significa: pensaci. ci penso: i privilegi nel mio modo di vivere sono pagati da coloro che non hanno, e quindi, non sono. mi vergogno. ma so anche che non è la prima volta che mi succede. gesù, lo so, e lo sai anche tu, questa è la mia contraddizione più grande. a chi mi si è fatto intorno e mi ha chiesto qualche soldo do tutto quello che ho in tasca (poche decine di euro). non bisognerebbe fare così. così facendo spesso si aiutano i più intraprendenti. o scaltri. lo si fa per sentirsi in pace con la propria coscienza. ma si è solo più falsi. salgo sulla mia Toyota e riparto. il viaggio è ancora lungo.

 

Per fotografare la rosticceria devo pagare qualche euro. la cosa mi riporta indietro negli anni quando nel Mali mi veniva chiesto un cadeau per farsi riprendere. già allora ci eravamo dimenticati che la nostra è una cultura dove per denaro si vende la propria immagine. e non solo. ma non si può disprezzare il denaro. se onestamente guadagnato. e lo si deve disprezzare se usato per acquistare inutili ricchezze. il discorso qui mi si complica. anche se non navigo nell’oro so di appartenere al mondo dei ricchi, di quelli che vivono avendo più di quanto loro necessiti. non piango miseria, ma questo non basta. così mi appiccico un’altra delle contraddizioni che già alla partenza avevo disdetto di portare con me. facile avere dignità quando si ha tutto.

 

Da un cimitero di ruote nella tendopoli qualcuna risusciterà per mano dell’uomo, e diventerà per qualcuno bicicletta, compagna di viaggio tra lavoro e tenda. è fortunato: risparmierà i soldi per il trasporto dovuti al caporale. mi interrogo su come sia ancora oggi possibile la presenza di un fenomeno criminale di sfruttamento della manodopera lavorativa come il caporalato senza l’intervento delle così dette forze dall’ordine. mi interrogo se non esista una consolidata complicità tra controllore e controllato.

 

A S.O.S. rosarno, cooperativa agricola dove «la qualità fa rima con solidarietà», le clementine mi riportano nella mezzaluna fertile quando, migliaia di anni fa, l’uomo passò da cacciatore/raccoglitore a coltivatore/allevatore. avrei voluto questionare con Jared Diamond sul limite della ricerca nella mutazione genetica in agricoltura. credo di dover sopravvivere senza una posizione definita tra sviluppo e progresso.

 

Non sapevo che Gioia Tauro fosse uno dei maggiori porti relè commerciali del mondo. vengono movimentati migliaia di container in transito al giorno. l’inevitabile globalizzazione del mercato comporta l’impiego di sistemi di trasporto sempre più grandi. ho l’impressione che il km zero non possa avere una larga diffusione. forse potrà valere in realtà circoscritte. sarà per questo che, se capita, non disdegno di mangiare al Mcdonald’s. meglio cominciare ad abituarsi. mi rassicura comunque il fatto che in questo porto ci si avvalga delle più moderne strutture di controllo per l’identificazione di droghe e armi. così viene detto.

 

Il sistematico mancato scontrino al bar, o là dove si mangia un frettoloso panino, mi ricorda che l’evasione è più diffusa di quanto si creda. si dice: per una questione di sopravvivenza. sarà, ma non riesco a vederlo come un passo avanti verso una società più civile. mi preoccupa poi il fatto che stia vincendo l’etica dell’illegalità. continuo a pensare che al degrado di una società concorra inevitabilmente il comportamento del singolo individuo. ricordo di aver detto, una volta: se ci sarà salvezza sarà collettiva, o non ci sarà salvezza. resto della stessa idea.

 

È strano: in un mondo dove tutto corre sempre più veloce, soprattutto l’informazione, è sentita la necessità di essere aiutati da un “animatore” quasi che il tempo non conceda più spazi per pensare. io sono troppo io per lasciare che altri mi inducano a pensare con artificiose messe in scena. io voglio solo il tempo di mettermi gli occhiali, nemmeno quelli di Dippold (l’ottico di Spoon River), per leggere quanto accade. voglio che il tempo scorra lentamente per cercare di vedere i dettagli.

 

Credo di avere qualche problema. con tutta la buona volontà (a dire il vero non molta) non riesco a entrare con sufficiente preparazione nelle discussioni sulle bollicine millesimate. è uno degli argomenti da tavola «raccolta fondi per opere di bene» più dibattuti. di qui il mio imbarazzo che supero con una certa disinvoltura spostando il discorso sul Qr code del prosecco che ho di fronte. resta il fatto che il mio problema resta irrisolto. ancora di più dopo aver incontrato nell’Astigiano Canelli con il suo moscato.

 

Mi sono sentito inadeguato, per conoscenza, su tante questioni. troppe questioni. di qui la mia indifferenza di fronte ad alcune di esse, il mio voltarmi dall’altra parte davanti a sopraffazioni che esigerebbero almeno una indignazione. già ero migrante in me stesso. oggi lo sono ancora di più. è probabile che nello scrivere queste poche righe abbia dimenticato qualcosa d’importante. di certo più cose sono state rimosse. infine confesso di non aver fatto, né faccio, bilanci. li trovo inutili. mi basta, e avanza, la certezza che ciò che mi è entrato nel cuore dagli occhi darà i suoi frutti. inshallah.

 

Mino Rosso

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