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UNA GUERRA MONDIALE CHE DURA DA VENT'ANNI

 

Gli articoli che seguono intendono fornire notizie riguardanti alcuni stati dell'Africa subsahariana, in particolare il Congo. Ma lo scopo principale di tale studio non è tanto “informare”. È soprattutto un invito a riflettere.

L'obbiettivo è centrato sull'Africa, certamente; ma sull'Africa «come la vediamo noi» o meglio, come «non» la vediamo e di quanto poco ce ne interessiamo. Alcune domande inquietanti ci accompagneranno nel corso del nostro studio. Lo sapevamo? E, se sapevamo qualcosa, come abbiamo reagito? Come abbiamo aiutato quelle popolazioni?

 

 

Da fine Ottocento al 2016

Penso sia utile un breve riassunto della storia del Congo. Ed è sconcertante paragonarla con la storia della nostra società, relativamente ricca e pacifica. Nel corso dell'Ottocento le ricchezze del Congo attirano l'attenzione delle potenze occidentali, in particolare del Belgio. All'inizio non si tratta di una “colonia”, ma di un possedimento personale del re dei belgi. Lo sfruttamento, nei decenni della seconda metà dell'Ottocento, si configura come un vero massacro: 10 milioni di morti in vent'anni. I congolesi sono ridotti in schiavitù.

Nel 1960 si ha l'indipendenza. Il primo ministro Lumumba vorrebbe un'autentica indipendenza. L'Occidente, temendo l'influenza sovietica, lo fa assassinare. Dopo alcuni anni di guerre civili, abbiamo la lunga dittatura di Mobutu (1965-1997) che si fa promotore di una "africanizzazione" del Congo, a cominciare dal nome (Zaire). In realtà favorisce le multinazionali. Viene ricevuto con tutti gli onori dai principali capi dell'Occidente; ma anche da Mao. Il "mobutismo" è in realtà un governo di ladri (cleptocrazia). Si ha una relativa pacificazione, anche se a prezzo di sanguinose repressioni.

Con la fine della guerra fredda cessa l'appoggio dell'Occidente in funzione anticomunista. Dopo il 1994 (genocidio ruandese, un milione di morti in tre mesi) il Congo orientale viene invaso da profughi ruandesi (fra cui gli autori del genocidio). Il governo congolese viene destabilizzato: ne approfitta Laurent Desiré Kabila (personaggio per metà rivoluzionario, per metà abile uomo d'affari) che con l'appoggio del Ruanda compie una marcia trionfale su Kinshasa mettendo fine alla dittatura di Mobutu (1997, prima guerra del Congo). In seguito Kabila si libera dalla tutela del Ruanda dando così inizio a una seconda guerra. Contro il Congo si schierano Ruanda, Burundi e Uganda; a fianco di Kabila: Namibia, Zimbabwe e Angola. Tale guerra viene chiamata "Guerra Mondiale Africana" (1998-1999).

Da allora, malgrado diversi accordi e impegni a cessare il fuoco sotto l'egida dell'Onu, il Congo non conosce una vera pace. Continua la presenza di militari ruandesi e ugandesi nelle province orientali. Per anni e anni, continua una guerra strisciante, continua la tragedia della popolazione. Difficile è distinguere tra bande armate e reparti dell'esercito "regolare"; ancora più difficile è stabilire chi è dalla parte degli oppressi e chi dalla parte degli oppressori.

Quali sono le ultime atroci notizie ? Nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, sono avvenuti e tuttora avvengono orribili massacri, moltissime persone sono state sgozzate, le braccia di numerosi bambini amputate, donne violentate e sventrate, famiglie intere massacrate. Il 14 maggio 2016 i coordinatori locali dei gruppi della società civile di Beni, Lubero e Butembo hanno denunciato in una lettera aperta le uccisioni di 1116 persone, mentre 1470 rapimenti sono stati ufficialmente registrati solo negli ultimi due anni. La sequenza incessante di brutali omicidi contro la popolazione inerme in vari villaggi della zona, che continua nonostante la presenza dell’esercito congolese e dei caschi blu delle Nazioni unite, è estremamente inquietante e fa intravedere un disegno criminale portato a termine con agghiacciante spietatezza per spazzare via con la violenza e il terrore i civili residenti nell'area.

Riferendosi a tali orrori, papa Francesco, il 15 agosto ha denunciato con forza il nostro «vergognoso silenzio».

 

«Muteranno la loro mucca in un kalashnikov»

Secondo stime della Croce Rossa, dall'estate del 1998 al 2003, la guerra in Congo ha causato oltre 3 milioni 300mila morti, tre quarti dei quali nella regione orientale. Se teniamo presente che i morti italiani in quella carneficina che è stata la Prima Guerra Mondiale sono stati 600mila, possiamo senza esitazione mettere le guerre congolesi accanto alle guerre mondiali.

Amnesty international riporta alcune agghiaccianti testimonianze. Nella regione dell'Ituri ragazzini sono stati costretti ad assistere all'uccisione dei loro genitori a colpi d'ascia, ragazzine sono state violentate davanti alle loro famiglie, bambini sono stati obbligati a uccidere i loro parenti o sono stati ammazzati nei letti d'ospedale (da AI 2003). La violenza era entrata nella vita di ogni villaggio al punto che si dovette arrivare ad una drammatica decisione: «ogni allevatore venda una delle sue vacche e acquisti un kalashnikov». Si verifica un paradossale rovesciamento rispetto alla profezia di Isaia 2,4: «muteranno le loro spade in zappe e le loro lance in falci».

Il 5 settembre 2002 a Nyankunde, a 45 Km da Bunia, il Centro medico evangelico, che serviva tutta l'area, è stato occupato per breve periodo dalle forze dell'UCP (Unione Patrioti Congolesi) . Le milizie sono entrate in città e, armate di machete, pugnali, asce e armi da fuoco, hanno ucciso centinaia di persone, compresi molti degenti. La MONUC (Missione Osservatori Nazioni Unite Congo) ha intervistato più di 150 vittime e testimoni, tra cui anche bambini. Soldati hanno commesso stupri, saccheggi ed esecuzioni, in particolare contro la comunità nande. Scoperte tre fosse comuni. Una donna è stata costretta a cucinare e mangiare il corpo del marito.

Nel 2003 la situazione non è migliorata. Il 22 luglio i militari europei giunti nell'Ituri hanno scoperto i corpi mutilati di 22 civili, principalmente donne e bambini, in un villaggio poco distante da Bunia. Il 5 agosto alcune milizie lendu hanno attaccato Fataki, un villaggio a 80 Km da Bunia, distruggendo e saccheggiando l'orfanotrofio, il mercato, l'ospedale e la chiesa. Due settimane prima nello stesso villaggio erano state uccise 80 persone.

«In piena notte, alcuni ribelli ruandesi appartenenti alle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (Fdlr) hanno attaccato muniti di macheti e coltelli. Mentre gli abitanti più rapidi del villaggio fuggivano verso la foresta, gli assalitori si accanivano su donne e bambini. La maggior parte di loro fu violentata e poi uccisa. Prima di abbandonare quei luoghi i massacratori, lasciandosi alle spalle 32 cadaveri e più di 200 feriti gravi, trovarono il tempo di bruciare e rubare tutto quello che potevano. I Caschi Blu si giustificarono sostenendo di non aver avuto il tempo di intervenire. Gli assalitori avevano operato indisturbati dalle 3 alle 7 del mattino» (da C.Braeckman, Muganga, La guerra del dottor Mukwege).

 

Stupro, arma di distruzione di massa

Il dottor Mukwege racconta: «Fin dal 2002 ho cominciato ad analizzare le ferite delle donne che si presentavano ai miei consulti. Alcune di loro avevano i clitoridi sezionati, i seni tagliati, altre erano state mutilate con lame di rasoio, pallottole sparate nella vagina, ustioni, colpi di baionetta. Come se i carnefici volessero esprimere un autentico odio nei confronti dell'apparato genitale della donna! Non c'era alcun desiderio di godimento, nient'altro che distruzione... L'uomo che ha assistito allo stupro di sua moglie rischia di diventare egli stesso impotente, colpito da depressione, incapace non soltanto di lavorare ma anche di riprodursi... Se distruggete le donne, minacciate la società tutta intera. Quando si domandava ai guerriglieri perché violentavano in modo così' sistematico, risposero che obbedivano agli ordini. Si tratta di una guerra diretta contro le donne. E indirettamente contro gli uomini: umiliati dagli stupri che hanno avuto luogo in pubblico, ridotti all'impotenza, vedendosi incapaci di difendere le loro spose, lasciano il villaggio. Villaggi interi si sono così svuotati».

Una testimone afferma di non aver mai visto un così alto numero di stupri: nella sola città di Bukavu, al confine con il Ruanda, ogni giorno si presentavano negli ambulatori almeno 150 donne, dai 5 agli 80 anni, con lacerazioni interne dovute a violenze sessuali.

Nel novembre del 2010, si organizza La Marcia delle Donne. Viene organizzata una spedizione tra le colline battute dalle piogge. Le partecipanti possono rendersi conto che, al di là della pista fradicia, il dominio degli uomini armati non è mai stato demolito realmente. In ciascuno dei villaggi attraversati, le donne sono uscite dalle loro case. Dall'alba attendono il convoglio brandendo enormi bandiere disegnate a mano. Gridando, gesticolando, le paesane si piazzano in mezzo alla pista e obbligano le vetture del convoglio a fermarsi. Le militanti femministe, provenienti dall'America Latina, dal Canada e dall'Europa, ascoltano il racconto di atrocità sconosciute; capiscono che è la prima volta che delle testimoni, delle vittime, hanno la possibilità di raccontare così, a gente straniera, ciò che hanno vissuto. Le abitanti del villaggio confermano questa impressione: “A parte i veicoli bianchi delle Nazioni Unite che non si fermano, mai nessuna macchina arriva fin qui; i bianchi non osano avventurarsi nelle nostre montagne”. Di ritorno a Bukavu, dovranno passare diversi giorni perché vengano a sapere che l'ultimo veicolo, che era stato superato dal grosso del convoglio, era stato colpito a fuoco da uomini nascosti nella foresta, desiderosi di ricordare che sono sempre loro i padroni del territorio.

Potremmo perciò dire che, se i militari erano stati le vittime della Prima Guerra Mondiale e i civili le vittime della Seconda, sono state le donne tra le principali vittime delle guerre congolesi. E così fino ad oggi, complice il nostro «vergognoso silenzio».

Dario Oitana

(continua)

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