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 444 - Politica e pericolo

 

QUESTA DEMOCRAZIA NON BASTA

 

È un momento di serio pericolo per il mondo intero. Chi come noi pensa e comunica ha il dovere di guardare più avanti della politica piccola e introversa. Ci sono prove e minacce, e strumenti allestiti per lo sterminio atomico.

E questo proprio mentre la coscienza civile e morale-giuridica, nel “mondo libero” dalla ottusità del proprio potere, delibera (122 stati nell'Assemblea dell'Onu, il 7 luglio) il bando delle armi atomiche, fuochi accesi nei boschi di tutta la terra. L'Italia, sottomessa a legami potenti e incoscienti, si astiene e si oppone, con motivazioni artificiose, a questo progresso di umanità. Anche sul Municipio di Torino, dal 2 agosto (imminente l'anniversario di Hiroshima), un grande striscione chiede: «Italia ripensaci. Ratifica il bando delle armi atomiche». È l'appello di un bel gruppo di associazioni differenti.

Popoli e stati, che si dicevano civili, non vedono che non esiste più la politica locale, né gli interessi nazionali, se non si ha cura assidua e generosa, altruista, della intera comunità umana mondiale, nel nostro pianeta unico. Il danno tuo è indissolubilmente mio. Unico è il destino, unica la salvezza.

Questa coscienza fonda il dovere dei popoli forti di restituire un futuro storico ai popoli deboli, e di condonare tutto o quasi il debito loro imposto con la brutalità del commercio di rapina, chiamato libertà. La libertà dei più forti, non distribuita, si chiama violenza: libere volpi fra libere galline. E quando le vittime fuggono dalla morte in cerca di vita si alzano muri e leggi contro la loro vita.

Nel teatro mondiale, si dimenano sul palco alcuni attori folli, autentici pericoli pubblici, a volte scelti da popoli sprovveduti, accecati dalle propagande e dalle proprie psicosi. L'Italia politica, culturale, popolare, sembra non rendersi conto della propria coscienza addormentata.

Politica misera, piccoli calcoli di numeri e somme elettorali, personalismi patologici, in una prospettiva di stretto mantenimento, perfino col porre mano alle armi su quel mare Mediterraneo (nomen omen), dove l'umanità invoca, per assoluto diritto di vita, la precedenza che spetta ai finora scartati.

 

Le migrazioni sono un valore

Le migrazioni non sono da respingere – è follia e male – ma da accogliere e valorizzare saggiamente, come aggiunte di vita e contatto di culture. La corruzione non è nelle Ong − che sono l'eccezione sana, l'altruismo pratico − ma è diffusa nel popolo, sfibrato dall'assenza di obiettivi umani grandi e generosi, come un corpo denutrito, in ipotermia morale. L'esempio delle classi dirigenti è corruttore, invece che educatore e correttore. Ritorna persino la miseria umana della mentalità fascista e razzista. Essa fu, cento anni fa, frutto della guerra nazionalista, e dell'antisocialismo dei padroni. Essa è, oggi, opera del culto unico del benessere materiale e privato, una angustia che strozza le anime. Il ritorno del fascismo candida il nostro paese alla morte civile, se non fisica.

Certo, ci sono energie sane, ma non è pubblicamente consentito che l'idea comune della vita, l'ethos sociale, sia vivere per gli altri, per tutti, nella giustizia, e salvare così anche il senso della vita individuale. Ci sono esempi religiosi, ci sono serie testimonianze morali laiche, ma sono la minoranza etica: l'Italia di oggi è al di sotto del suo compito. La cultura, gli intellettuali come categoria, divagano, intrattengono, non fanno il loro compito nel popolo. Quando non fanno peggio: c'è persino un “pane-bianco” non commestibile, che teorizza una volontà politica: mettere a fondamento della Costituzione, cioè della vita umana in Italia, la libertà di chi è libero, e non il diritto alla libertà e dignità, alla partecipazione, all'espressione attiva, di chi non è libero, di chi è scartato, in condizioni di diseguaglianza. C'è una cultura, attrezzata di mezzi influenti, che vuole congelare più che mai l'onore della Costituzione italiana, l'art. 3. C'è chi vuole falsificare la filosofia umana della Costituzione, dell'Italia resistente, risorta da morte, dopo la prostituzione del fascismo e il crimine della guerra.

Ma c'è anche chi mette l'art. 3 in testa al proprio programma di rinascita culturale e politica, di una vera sinistra giusta e nonviolenta. Se c'è una possibilità, per il mondo, e per ogni popolo, di uscire da questo momento di deserto morale e di follie, esso sta, per la cultura occidentale, nell'offrire il proprio apporto intero alla comunità umana mondiale pluriculturale. Questo apporto, che attinge alle più antiche e alte tradizioni morali, è anche nel trinomio, sempre rivoluzionario, «Liberté, égalité, fraternité». La più dimenticata, la fondamentale, è la terza. Questa deriva è dovuta anche al tradimento di quegli intellettuali che vendono parole ai mercanti della parola.

Facciamo una società di pericolosi rivali, o di soci, di amici, di fratelli? Ne va del senso possibile del vivere, oppure campare come morti che si tormentano l'un l'altro, immagine dell'inferno.

La classe politica italiana (c'è di meglio, e anche di peggio) non vede oltre il proprio naso, fa i conticini della serva sulle settimane fino alle prossime elezioni. Non sa di essere dentro una storia umana travagliata. Sembra che la politica, nobilissimo impegno, corrompa largamente chi vi assume compiti di potere. Allora, si faccia più attiva la politica dei cittadini.

Solo l'idealismo e la profezia, ascoltata e intimamente accolta, illuminano e orientano l'intelligenza operativa in scelte decisive, di vita, e di qualità umana. Anche modeste possibilità, come sono le nostre, non esimono nessuno dall'onore dell'impegno possibile, oggi più che mai necessario.

 

Il potere come cosa

La manovra governativa agostana di respingimento dei profughi in Libia più pericolosa del mare, a molti osservatori preoccupati anzitutto della pace nella giustizia appare un errore che può essere grave, tragico per molte persone bisognose. Più che le cronache della tragedia, vorrei riflettere sul "cinismo" della politica. Cioè, sull'anti-umanesimo del "potere", inteso come sostantivo, cioè sostanza, oggetto, strumento, arma, che uno ha e altri no, sovranismo-suprematismo escludente. Potere non come verbo, ma come cosa, simboleggiata oscenamente da animali feroci negli stemmi e nelle bandiere statali; dagli edifici imponenti (le torri signorili, i palazzi sovietici, i grattacieli); dal linguaggio e dalla simbologia militar-patriottica-sovranista, che fa di una sfilata di armi la festa dello stato; da simboli come spade, scettri, corone, divise, scudi, sciarpe, cappelli, stivali, che divinizzano e sovrelevano i corpi dei detentori del "potere", come idoli da obbedire, a cui sacrificare vite.

La democrazia è stata un progresso, ha tolto l'eternità al potere assoluto, ma non ha cambiato la sostanza: ha solo concesso, chiesto e preteso dal popolo di avallare la violenza politica. Non per nulla lo stato si definisce ancora come detentore della "violenza legittima", cioè della falsità: del cattivo detto buono, del brutto detto bello, del crudele detto benefico, dell'ingiusto detto giusto, del mortale detto vitale. Ragion per cui si dice “giustiziare” per dire “ammazzare” (nella pena di morte legale, come nella malavita), e si ingoia questa massima insensatezza senza rendersene conto. La politica davvero umana è ancora tutt'altra da quella che abbiamo.

La democrazia − per la quale hanno dato la vita i Resistenti ai fascismi − ha dichiarato il popolo "sovrano" nelle forme e limiti costituzionali (art. 1), e poi con mille arti e inganni ha conservato e assolta la "sovranità" internazionale, «superiorem non recognoscens», perciò senza legge, belligena, dello Stato Leviatano. Il cui potere viene oggi ridotto, non da un cosmopolitismo democratico, ma solo dal potere supremo della finanza globalizzata, che concede o toglie i diritti umani dall'alto del tempio delle "borse" (giusto il termine).

 

Il potere come verbo

Ben altro è il "potere" come verbo (io posso, tu puoi... tutti possono), cioè la possibilità, riconosciuta effettivamente a tutti, senza discriminazioni, di “pieno sviluppo della persona umana” (art, 3 Costituzione, obbligo politico). Questa sarebbe la “onnicrazia” di Capitini, aggiunta e compimento della democrazia attuale. Nessuno nega che qualcosa la politica attuale realizzi, ma sotto una coltre contraddittoria di cinismo, di ragion di stato (cioè irrazionalità umana), di calcolo utilitaristico immorale, cosicché non ci si può sentire tutelati e realizzati dalle istituzioni politiche, anche democratiche. E noi che ci parliamo qui siamo fra i privilegiati, e ci serviamo anche utilmente di quelle istituzioni, ma i deboli, poveri, deprivati, oppressi, scartati, scacciati, rinchiusi, sfruttati, respinti, e anche torturati e violentati, pesano sulla nostra coscienza, che è complice se non urla la propria vergogna, la propria denuncia, e la volontà costruttiva di politica umanizzata.

Io sono turbato. Il ferragosto, più sacro del Natale, è sempre utile alle manovre sotto i nasi distratti. Nulla di nuovo. Tolstoj è stato il maggiore di questo pensiero, più radicalmente democratico, più avanti delle moderne filosofie politiche e anche delle chiese. I 5 stelle hanno scimmiottato una democrazia diretta, invero un principato e i manovratori soliti.

Credo di conoscere la critica a questa critica: la democrazie è piena di difetti, ma è il sistema migliore possibile. Sappiamo tutti, con pazienza, che l'errare è umano, insufficienti tutte le realizzazioni, ma soprattutto sappiamo che bisogna non fermarsi nel possibile.

Enrico Peyretti

 

Segnalo una profonda riflessione di Mario Dogliani nel saggio Le due piramidi della democrazia, in “Critica marxista” n. 3/2017.

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