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 377 - Sulla nomina dei vescovi

 

Chiediamo una direzione più collegiale

In occasione delle due recenti nomine episcopali nella regione piemontese, tentiamo di dare uno sguardo a com’erano sentiti e praticati i ministeri di tipo dirigenziale nel cristianesimo primitivo e nelle relative comunità ecclesiali ancora abbastanza piccole, quindi più simili alle nostre parrocchie che alle nostre diocesi.

C'era il settore costituito dalle comunità giovannee (e simili), quasi interamente carismatiche, ossia senza una struttura dirigenziale: è quindi possibile anche un cristianesimo come movimento senza capi e senza istituzionalizzazione vera e propria, ossia una Chiesa profetica, un’ecclesia come popolo di Dio locale e territoriale, che si riunisce in assemblea (questo è il significato originario di Chiesa, che non ha nulla a che vedere con le chiese fatte di mura, ma neppure come una super-istituzione a livello nazionale o mondiale). C'è poi la “robusta” comunità di Antiochia, non di fondazione paolina perché Paolo lì è stato catechizzato dopo l'esperienza sulla via di Damasco, come s’intuisce, oltre che dai cenni nelle sue lettere, da Atti 13,1-3: dall’esordio solenne «Ora c'erano ad Antiochia nella chiesa ivi esistente profeti e dottori...» con una serie di nomi precisi, si evince che tale comunità era appunto guidata dai profeti e dai dottori; è come se due grandi diocesi, quali Torino e Milano, fossero dirette collegialmente da P. Mazzolari, L. Milani, O. Romero, A. Schweitzer, R. Bultmann, H. Küng, M. Cacciari e Adriana Zarri!

 

Il gruppo dei presbiteri-episcopi

C’erano poi le comunità di tipo paolino (e simili), in cui non bisogna guardare all'autorità dell'apostolo, indiscussa. Ma l'apostolo Paolo, dopo averle fondate, proseguiva nei suoi viaggi apostolici, ed era già molto se aveva l'occasione di ripassarvi una seconda (o terza) volta; interveniva con le lettere da lontano, soprattutto se c'era bisogno di risolvere problemi molto seri, pesanti e scottanti come a Corinto. Ma la gestione normale, nell'assenza fisica pressoché totale dell'apostolo, era affidata a un gruppo dirigenziale, a una direzione comunitaria. In alcune comunità tali responsabili erano chiamati presbiteri (da cui poi il termine «preti»): cioè seniori, (i più) anziani (del popolo), non tanto per età quanto in senso traslato per preziosità e saggezza; quindi importanti, rispettabili, esperti. In altre comunità tali capi ecclesiali erano denominati col termine di pari grado assolutamente equivalente di episcopi (da cui poi «vescovi»): cioè ispettori, sorveglianti, sovrintendenti, “presidi”, protettori, custodi, regolatori, coloro che «colgono nel segno». La parola episcopo era allora assolutamente profana, per nulla sacrale; questo è stato lo stile dei primi cristiani che, per evitare qualsiasi tipo di sacralizzazione e sacerdotalizzazione, hanno rifiutato ad esempio la parola compromessa “ara” e hanno scelto l'allora parola laica “altare”. Per noi oggi, nel linguaggio normale, purtroppo il termine prete e sacerdote sono sinonimi; ma allora nessun singolo, nessun presbitero e nessun episcopo venne mai chiamato “sacerdote”: sono tutti sacerdoti (sacerdozio universale dei fedeli), oppure, ma è la stessa cosa, esiste l'unico sommo sacerdote, Cristo. Tutti hanno immediato accesso a Dio tramite Gesù, e non esiste nessuna figura, nessuna casta intermedia che faccia da ponte tra gli uomini “normali” e Dio, men che meno nell'eucarestia. Pensare, come in passato, che sia il prete-sacerdote a dire la messa e a consacrare le specie con il popolo che assiste, è una cosa impensabile per la Chiesa delle origini.

Una dirigenza collegiale di presbiteri c’era anche a Gerusalemme, nonostante la probabile presenza in tale struttura-gruppo dirigenziale del «discepolo che Gesù amava»: nonostante tale notevole prerogativa, non si è elevato al di sopra degli altri, ma era un presbitero fra gli altri; ormai è assodato che «il discepolo che Gesù amava» non è Giovanni, uno dei dodici, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (denominati da Gesù figli del tuono), come non sono Giovanni di Zebedeo rispettivamente gli autori del quarto vangelo, dell’Apocalisse e delle lettere “giovannee”. Son tutti personaggi diversi.

 

Dirigenti non sacerdotalizzati

La direzione collegiale, ove esisteva una dirigenza (che in quelle carismatiche poteva non esserci), era quindi standard nel cristianesimo primitivo. Infatti solo più tardi a un certo punto, nel secondo secolo, da questo insieme di “pari” se n’è elevato uno, appunto l’episcopo col suo gruppo di presbiteri (presbiterio). Tale episcopato, detto appunto “monarchico”, è quindi tardivo, secondo la terminologia tradizionale non è di “diritto divino”, e quindi lo si potrebbe modificare benissimo oggi in senso più democratico. Una direzione collegiale avrebbe infatti il vantaggio di abolire una doppia monarchia: quella del singolo vescovo all’interno della diocesi, e quella di Roma sulle Chiese diocesane; è evidente che un gruppo di persone non può che essere scelto nella Chiesa locale (diocesi, o diocesi limitrofe). In tal modo Roma non potrebbe più nominare in modo assolutistico mandando dall’alto e da fuori ad es. una decina/ventina di persone (potrebbe tutt’al più solo scegliere in loco). La struttura vaticano-papale è forse una delle poche monarchie assolute rimaste nel mondo.

Una direzione collegiale (comprese le donne e le persone sposate) avrebbe anche il merito di ridurre l’eccessiva sacralizzazione, ed eliminare quella sacerdotalizzazione dei responsabili giustamente rifiutata dal Nuovo Testamento. È un servizio, un ministero, da non sacerdotalizzare; il sacramento dell’Ordine, inteso come separato dal popolo, sacralizzato, va superato in quanto scoria storica (molto radioattiva) che fa a pugni col N.T.: anche parlando di ordinazione (pur giusta) delle donne, si rimane pur sempre invischiati in quella logica che il Secondo Testamento ha intenzionalmente e consapevolmente voluto evitare. Tutti si dovrebbero de-sacerdotalizzare, soprattutto nella testa ma anche nei paramenti, come quelli rossi-purpurei delle celebrazioni/processioni dei vescovi-cardinali a Roma dentro e fuori San Pietro. E ciò non deve riguardare solo i capi ma anche e soprattutto il modo di guardare a loro da parte della gente/popolo di Dio. Dopodiché, anche senza alcuna solenne e ieratica ordinazione, uomini e donne si alterneranno nella presidenza dell’Eucarestia e nell’amministrazione dei sacramenti. Uomini e donne, nella forza dello Spirito, governeranno collegialmente le varie Chiese locali. Ad Antiochia sono i profeti e i dottori, non gli arcivescovi, che impongono le mani a Barnaba e Saulo; sì, sono loro che conferiscono «l’ordinazione» al grande apostolo Paolo per la sua missione ad extra voluta dallo Spirito; sono loro, non un cardinale e neppure Pietro, che garantiscono la successione apostolica.

 

Il Vaticano come il palazzo di vetro

Allo stato attuale, invece, lo Spirito Santo non ha più nulla a che vedere con la nomina in quanto tale di un vescovo (o cardinale) fatta dalla congregazione romana apposita. Ciò non toglie che lo Spirito possa illuminare e accompagnare i due nuovi vescovi della nostra regione (Torino ed Alba; è il nostro augurio, che possano seguire le orme del dottore Michele Pellegrino); l’assistenza tuttavia dello Spirito non è automatica, poiché bisogna meritarsela seguendo il Vangelo appunto sincero corde (il motto del nuovo vescovo di Alba). Ma realisticamente non crediamo che si possano facilmente cambiare le cose: se risulta oggi utopistico passare a una direzione collegiale, potrebbe per ora bastare l’ottenere almeno di essere sentiti, consultati per la nomina di un nuovo vescovo. Sarà tuttavia difficile che Roma rinunci a uno dei pochi veri poteri che le sono rimasti (appunto le nomine episcopali): non ha più il potere sulle coscienze, perché i suoi dettami in campo etico non li segue più quasi nessuno. La stampa ha dato particolare risalto, il 21 novembre, alla timida apertura del Papa nei confronti del profilattico (in particolare V. Messori ha sottolineato che… la dottrina non è cambiata in quanto si tratterebbe di un atto di carità!). Ma l’attenzione è solo dei mass-media, particolarmente sensibili appena il Papa apre bocca (essi guardano al Vaticano quasi come il mondo antico pagano guardava all'oracolo delfico), perché la gente e i fedeli hanno già ampiamente superato e liquidato il problema, ritenendo che il soggetto debba scegliere autonomamente in coscienza e carità.

Il vero potere assoluto invece rimasto (a livello mondiale) è costituito dalla nomina dei vescovi con le relative nunziature apostoliche, unito (almeno e solo in Italia) a un forte condizionamento politico sul governo e sul Parlamento. Il Papa che si firma Servus servorum Dei (servo dei servi di Dio), in sincronia con le varie congregazioni vaticane, dovrebbe avere, nella Chiesa e fra le Chiese locali, la stessa funzione carismatica e coordinatrice svolta ad es. del segretario generale delle Nazioni Unite coi relativi settori amministrativi nel palazzo di vetro.

Ernesto Ferretti

 

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