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 336 - L’ARCIVESCOVO MICHELE PELLEGRINO, TRA OBLIO E RIMOZIONE

 

CHIESA TORINESE

L’ARCIVESCOVO MICHELE PELLEGRINO, TRA OBLIO E RIMOZIONE

 

Sono passati vent’anni da quella mattina di venerdì 10 ottobre 1986, quando nella clinica San Pietro dell’Ospedale Cottolengo di Torino è morto il cardinale Michele Pellegrino. L’anniversario è passato perlopiù sotto silenzio, coincidendo con la kermesse ecclesiale del convegno di Verona; ma si può parlare anche di esito scontato, per via di un’insistita opera di rimozione toccata a Pellegrino come a molti padri del Vaticano II.

Se si escludono isolate iniziative periferiche e pseudomemorialistiche (come il secondo volume intitolato Padre Michele Pellegrino. Testimonianze e ricordi, a cura di don Pier Giorgio Giorgis della diocesi di Fossano), il mondo cattolico che conta sembra aver definitivamente collocato nel dimenticatoio la figura e l’opera dell’arcivescovo torinese. Là dove si cerca di tenere desta la fiamma del ricordo, come nel paese natale di Roata Chiusani (dove Pellegrino volle tornare a riposare, nell’umile tomba di famiglia), un’accorata e lucida testimonianza di mons. Luigi Bettazzi ha radunato poche decine di persone.

La generazione dei «testimoni oculari» inesorabilmente tramonta, trascinandosi l’onda lunga che impedisce una compiuta decantazione di certe polemiche, tutte incentrate sul confronto tra il «prima» e il «dopo» del ministero episcopale torinese di Pellegrino. La sua fu in effetti una figura scomoda, tanto più oggi che la chiesa italiana pare così lontana da quella «scelta religiosa» operata negli anni ’70 e uscita vittoriosa dal primo convegno di Roma del 1976, dove tuttavia si consumò per Pellegrino il dramma della decisione di dimettersi da arcivescovo di Torino, dopo aver placitato e difeso la discussa relazione di Franco Bolgiani su La presenza dei cattolici negli ultimi trent’anni. Troppo eclatanti i toni di quella denuncia, per una chiesa che avrebbe presto scelto di voltare pagina e di scegliere la strada della «presenza sociale», celebrata al convegno di Loreto del 1986 e ispirata al modello polacco voluto da papa Wojtyla. Oggi che è stata portata all’apogeo la scelta «istituzionale-sociale» del card. Ruini, come l’ha chiamata Guido Formigoni, «centrata sull’ambizione della Chiesa istituzione, grazie alla sua presenza sociale e alla sua creatività culturale, di riplasmare una identità credibile nella civiltà italiana», è ancor più avvertibile lo iato dalla concezione di Pellegrino. Il quale rimane semmai l’esempio démodé di un vescovo intellettuale, che volle unire fede e cultura patristica nel suo ministero episcopale, presentandosi come pastore che mai avrebbe permesso di equivocare il messaggio cristiano e di trasformarlo in una bandiera civile e politica che poco ha a che fare con il Vangelo. Più che a potenziare la presenza e l’influenza della chiesa nella società, a Pellegrino sarebbe interessato mantenerla libera di rispondere in ultima istanza solo al Vangelo, per poter assumere, in nome di questo, posizioni coraggiose, o pronunciare parole profetiche, anche se scomode per l’ordine regnante.

Basterebbe rileggere quanto scritto o dichiarato sulla rivista «Il Regno» nel 1981 (esemplare l’articolo Povertà e riforma della chiesa, emblematica l’intervista Questa chiesa, fra paura e profezia…), poco prima di esser ridotto dall’ictus all’afasia. Il paradosso delle piazze piene e delle chiese vuote era lucidamente paventato: quasi un grido disperato, il suo, a prender sul serio la minaccia dello scisma silenzioso fatto di parrocchie deserte, associazioni sclerotizzate, laici pavidi, movimenti spumeggianti nei grandi raduni e assenti o rissosi in periferia, preti in crisi d’identità.

 

Un soffio impetuoso di libertà

Troppo forte e radicale, la sua testimonianza, per esser adeguatamente ascoltata? Certo il card. Pellegrino ha dimostrato di non poter rinunciare alla libertà, eppure l’ha fatto sempre con spirito di equilibrio e carità fraterna. Pur avendo un’appassionata e insopprimibile dedizione per il Vaticano II, per esempio, ha saputo mantenersi equidistante tanto dalla retorica quanto dalla polemica per il tradimento del Concilio. D’altro canto è stato molto significativo apprendere dell’abbraccio di padre Henry de Lubac, alla fine dell’intervento dell’arcivescovo di Torino durante la congregazione generale del 1° ottobre 1965, a significare la riconoscenza per il «soffio impetuoso di libertà» (sono parole del teologo gesuita) portato nell’aula conciliare a proposito dell’esigenza di dialogare con la cultura contemporanea, liberalizzando la metodologia della ricerca.

Se c’è un modo allora per evitare l’oblio totale e per liberare Pellegrino dal contrasto interpretativo, puntualmente rinfocolato quando escono maldestre ricostruzioni come quelle di Vittorio Messori nel libro Il mistero di Torino, è avviare percorsi di ricerca storica che si basino sul riferimento a fonti e documenti, editi e inediti, che restituiscano la figura a tuttotondo del cardinale. Si rilegga per esempio la dirompente omelia della domenica di Passione del 1966, in cui Pellegrino solidarizzò con le agitazioni della vertenza sindacale per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e di altri settori industriali torinesi: fu il primo coraggioso gesto di attenzione per la situazione esplosiva della città e di volontà di incarnare il motto episcopale evangelizare pauperibus in un incisivo programma pastorale. Si poteva percepire nelle parole del vescovo Pellegrino non l’intellettuale lontano dalla vita quotidiana, ma il pastore capace di lasciarsi interrogare dalla realtà di una città complessa e in profonda trasformazione.

Nei testi di Pellegrino non c’è la teorizzazione della fede cristiana come crociata in difesa dei valori e dei principi non negoziabili, attaccati da un mondo ostile pervaso di male. Il confronto con il cristianesimo delle origini lo portò ad elaborare una riflessione incentrata sulla mediazione culturale: da vescovo comprese infatti che nella vita quotidiana i cattolici dispersi nel mondo si trovano ogni giorno a fare i conti con se stessi, con la propria coscienza, con le grandi e piccole scelte da compiere; di fatto i principi non negoziabili sono negoziati, tutti i giorni, nelle vite comuni dei credenti che non fanno notizia, quelli che, tanto ieri come oggi e domani, soffrono, sperano, pregano, abitano le contraddizioni e la fragilità della condizione umana. Per costoro l’insegnamento di Pellegrino si rivelerà tutt’altro che superato. Vi ritroveranno, piuttosto, coerenza, semplicità e profetico coraggio.

 

Alessandro Parola

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