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 400 - La rinuncia di Benedetto XVI

 

«Anche io sono un uomo»

 

«Anche io sono un uomo»: questa è la reazione vivace di Pietro (in Atti degli apostoli 10,26) quando il centurione pagano Cornelio lo accoglie prostrandosi ai suoi piedi. Cornelio, uomo «pio e timorato di Dio», aveva avuto l'ispirazione di chiamare Pietro per ascoltare da lui il messaggio del vangelo.

Egli diventa il simbolo dei pagani che accolgono il vangelo. In questo episodio Pietro impara (contro la propria tradizione nei riguardi dei pagani) che «nessun uomo è profano o immondo», e Cornelio impara che Pietro, nell'annunciargli il messaggio universale di Gesù, non è un dio, ma un uomo come lui. A quel rifiuto e quella parola di Pietro abbiamo subito pensato nel sentire la straordinaria notizia delle dimissioni di Benedetto XVI.

A molti giustamente quella decisione è parsa un atto che demitizza, desacralizza, la figura del papa. Conosciamo per contro i titoli divinizzanti usati in omaggio a personalità religiose di rilievo: Santità (anche per il Dalai Lama), Santo Padre (che è titolo di Dio Padre!), Vicario di Cristo (che considera Cristo assente, bisognoso di un sostituto), Beatitudine (nel vangelo i beati di Dio sono i poveri, i miti, i sofferenti, non chi esercita un potere sacro). L'autorità divinizzata è profondamente violenta, schiacciante. Re e imperatori si sono fatti consacrare per meglio dominare popoli religiosamente succubi. Nella Bibbia la stessa immagine di Dio è spesso terribile, violenta, arbitraria, ma la Bibbia non è un trattato teorico, bensì una storia, in cui c'è un cammino costante, dall'inizio, attraverso i profeti, con una evoluzione spirituale e teologica verso l'umanità del Messia, di Gesù, il Verbo di Dio venuto nella nostra carne umana. Egli guida con un potere vivificante e non dominante, e piega il linguaggio tradizionale in senso liberante, fino a scandalizzare il proprio ambiente religioso e le autorità, che lo condannano. Il cristianesimo è umano, è Dio che ama l'umanità col farsi come noi. Si può credervi e aderirvi o no, ma questa è la sua caratteristica più autentica.

 

La rottura della sacralità

Ecco perché la rinuncia del Papa ha suscitato sconcerto in un vasto numero di persone: perché è connessa alla caduta della sacralità imprescindibilmente legata sia al ministero petrino sia alla persona che lo incarna. In Occidente, anche per un agnostico, il capo della Chiesa cattolico-romana costituisce la massima personificazione sacrale, l’incarnazione del senso del sacro come prosecuzione del sommo pontefice (summus pontifex) sin dall’epoca romano-pagana. Sacro significa separato, ossia che esula dal quotidiano e dal profano; infatti tutto ciò che è antico, estraneo alla vita corrente, lo crea e lo esprime: abbigliamento (paramenti sacri bianchi o purpurei), musica del passato lontano (gregoriano, organo, corali), lingua (latino). Ma la sacralità papale deve perdurare per tutta la vita. La morte, coi solenni riti di commiato per il papa defunto, da una parte consacra definitivamente tale sacralità consegnandola all’eternità (possibilmente senza pause: «Santo sùbito»); dall’altra la passa al successore nei termini tradizionali, cioè per volontà di Dio sotto l’influsso dello Spirito Santo nel conclave (una bestemmia idolatrica che rafforza la papolatria).

La suddetta ieraticità perdura tutta la vita in quanto unica e indivisibile nel suo grado più alto, appunto quello del sommo pontefice; ma due papi viventi, rendendola divisibile, ne dissolvono l’unicità portandola al collasso (non ci possono essere due sacri-separati in cima alla piramide gerarchica). Il nostro augurio è invece che la fine della ieraticità del Papa porti alla fine della sacralità del papato, ossia alla dissoluzione del papato stesso sui tempi lunghi; nell’ambito della collegialità invocata e proclamata dal Vaticano II, c’è solo bisogno di un centro romano-vaticano di coordinamento delle chiese locali per gestire questa collegialità sinodale di tutto il popolo di Dio.

 

Non si scende dalla croce

Papa Ratzinger è stato criticato anche dal segretario del precedente papa, ora vescovo di Cracovia: «Non si scende dalla croce». Ma si identifica forse il papa con Cristo? Si consacra il dolore che non andrebbe attenuato o evitato? Il dovere dovrebbe schiacciare l'uomo stanco? Gesù si è lasciato aiutare dal Cireneo, non ha amato la croce (il masochismo è una forma di violenza): l'ha accettata quando divenne inevitabile, per «amare fino in fondo». Volontà del Padre era il suo coraggio fedele, non la sua morte, crimine del potere politico-religioso.

Del resto una delle ragioni, forse scatenante, che hanno spinto Benedetto XVI a un gesto di cui è perfettamente in grado di dedurre le conseguenze teologiche inevitabili, dev’essere la declinante condizione di salute che riguarda l'animus non meno del corpo. Avendo visto il degrado dell'azione pastorale di Giovanni Paolo II a seguito della sua decisione di non lasciare, benché ridotto all'impotenza, papa Ratzinger non vuole che si ripetano i mali di quegli anni di malgoverno. Una seconda ragione, ugualmente grave e combinata con la prima, potrebbe invece essere collegata alla citazione che papa Ratzinger, il 13 febbraio, due giorni dopo la Dichiarazione, in udienza generale, ha fatto di tre figure di convertiti per nulla convenzionali: Pavel Florenskij, Etty Hillesum e Dorothy Day (vedi box). Perché parlare di conversione per far riflettere su una decisione come la sua? Perché citare quelle figure extracanoniche, di cui una sola cattolica? Probabilmente perché si è reso conto dell'irreformabilità della curia, della sua sordità a ogni istanza di svecchiamento, delle sue ingovernabili lotte intestine e della sua corruzione. Il tutto a fronte di una Chiesa profondamente in crisi, sull'orlo dell'insignificanza.

 

Un atto di umiltà

Prima di aggiungere altre considerazioni, aspettiamo i prossimi eventi. Per intanto quel che possiamo dire è che anche chi, nella chiesa e fuori, ha criticato qualche aspetto importante del papato di Ratzinger, vede ora nella sua rinuncia un atto di umiltà, di onestà, di mitezza. Col deporre un ruolo che ha pure, nella storia, oggettivamente un peso autoritario, sacralizzato, assolutizzato, fino ad essere considerato canale infallibile di verità, Ratzinger si è dimostrato fraterno coi deboli, coi vecchi, con gli stanchi, anche con chi si sente inadeguato al suo compito. Si dirà che è ciò che tocca a tutti noi, nella vecchiaia. Certo, ma si consideri da quale ruolo il papa esce con discrezione e semplicità. Ci vediamo una libera rinuncia a quel tanto di violenza che sta in un potere tradizionalmente posto al di sopra delle cose umane. Un cristiano crede che la Parola viva cammina nel tempo umano e può essere meglio compresa e vissuta. Lo dice il Concilio e lo diceva l'antica tradizione, prima di una stagione di dottrine troppo fissiste. Anche quel tanto di violenza sottile che si insinua nelle religioni, nelle loro pretese autoritarie spesso incarnate in personaggi o strutture “superiori”, può nel cammino storico venire ridimensionata.

Nella fonte più genuina di ogni spiritualità si trovano valori umanizzanti, liberanti. Il cristianesimo ha il detto di Gesù: «Il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il sabato». La persona vale più del ruolo, della legge, della struttura, forse anche del dovere. Restituirsi agli altri così come siamo, tolti gli orpelli, forse è il compimento di tutti i doveri, cioè la semplice comunione umana. Rispondere come Pietro a Cornelio: «Anche io sono un uomo». Ogni tanto, piccole o grandi testimonianze ci restituiscono questa viva libertà, questo respiro vitale.

 

Necessità della conversione

 

Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: «No, non si può vivere senza Dio!», e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.

Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri] (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: «Vivo costantemente in intimità con Dio».

La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: «Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: «È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…». Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.

Benedetto XVI


 
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