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 445 - Assisi, 24-27 agosto 2017

 

Dare un futuro alla svolta profetica di Francesco

 

Per quattro giornate, nella Cittadella di Assisi, oltre 200 partecipanti (età media alta) hanno lavorato per comprendere e compiere nella chiesa la svolta profetica proposta da papa Francesco.

L'esperienza è stata impegnativa, faticosa, anche drammatica, perché sappiamo che Francesco può fallire. Il conflitto è tra vangelo vissuto e autosicurezza dell'istituzione. Il lavoro di Assisi vuole proseguire in varie parti d'Italia. Francesco ha acceso speranza in molti, credenti e no. Segue una selezione dai miei appunti.

 

Chi non lo sopporta

Chi ha vissuto da giovane la primavera del Concilio vive ora la primavera di Francesco – dice Enzo Bianchi −, e compie con gioia il proprio cammino di vita. Francesco non fa contrapposizione, ma propone una chiesa inclusiva. Vuole avviare processi, non imporre riforme, e soprattutto vuole che al centro della chiesa sia Gesù, non il papa. Ha ridato slancio al cammino ecumenico, al dialogo e confronto con la modernità, ha posto la misericordia oltre la legge. Su questo punto incontra l'opposizione più dura, come fu per Gesù, crocifisso non per volontà del Padre, né per scontare i nostri peccati, ma condannato dall'autorità religiosa per l'immagine di Dio non conforme, insopportabile ai religiosi. Impegnato dal nome che ha assunto, Francesco invita gli scartati, rende i poveri soggetto di magistero, cattedra da cui la chiesa è evangelizzata. Siamo capaci, noi chiesa, di questa conversione? Si dice che Francesco non è amato dalle gerarchie, ma dalla gente. Però ci sono chiese del campanile che non lo sopportano, perché non riconoscono nello straniero il sacramento di Cristo. Se Francesco percorre le vie del vangelo ci sarà crisi nella chiesa, perché le potenze intervengono, dicono «Così è troppo!», come dissero per Gesù.

 

Agire in silenzio

Per Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, il magistero principale di Francesco è l'omelia quotidiana a S. Marta. Ci sono vescovi normativi e vescovi pastorali. Come li sceglie Francesco? Come fu scelto David (1 Samuele 16): «Non ce n'è un altro? Il più piccolo». Si tratta di portare Dio nella società secolarizzata? O forse di scoprire che là Dio c'è, c'è una sete di Dio. La Parola, la relazione personale con Gesù ha il primato sulla dottrina. La storia è luogo teologico.

C'è una misoginia clericale; bisogna avviare processi; siamo ancora molto condizionati sul mondo femminile. Con Francesco finisce la chiesa “europea” e comincia la chiesa “cattolica”. Sulla “povertà culturale”: il vangelo si incultura, ma non è esso una “cultura”. Sulla “inequità”: Francesco non è il “papa sociale”, si tratta della ricaduta sociale del vangelo, del Regno che viene. Sulle migrazioni: Francesco ha capito che è fenomeno epocale, è catastrofe umanitaria, e in ciò è leader mondiale. I migranti interpellano le nostre coscienze. Le parole «Ero straniero….» e «Questo è il mio corpo..», sono uguali, sono la stessa parola. Sulla mafia: intrinsecamente antievangelica, sempre contro la dignità umana, il problema non è solo la militanza, ma la mentalità mafiosa. Il vangelo si oppone alle potenze di questo mondo.

 

Un Dio che sorprende

«Un Dio che sorprende», quello annunciato da papa Francesco, secondo Raniero La Valle. Ma c'è un altro Dio che non sorprende, che giace nel catechismo. Poi c'è quello onnipotente, nella cultura comune, per chi lo afferma, per chi lo nega, per chi lo ignora. Per gli archeologi del sacro, la ricomparsa di un Dio che sorprende è un incidente sgradito. Francesco è solo, combattuto con astio.

Non è certo la prima volta che Dio sorprende. Ha sorpreso Adamo, col mettergli accanto la donna e dandogli la libertà, non più determinato dalle potenze divine. Ha sorpreso Noè: la terra non sarà più distrutta. Sorprende Abramo, facendo a pezzi l'ideologia sacrificale. Gesù sorprende tutti, tacendo sulla vendetta, nel leggere Isaia (in Luca 4). Sorprende la Samaritana: non c'è un tempio che vale più dell'altro. Sorprende la chiesa primitiva: da uguale a Dio il Cristo si è fatto servo (Filippesi 2).

È un Dio inedito, inesauribile. Dio non cambia, ma lo conosciamo meglio, come chiedeva papa Giovanni al Concilio. Questa è la ragione del pontificato di Francesco. Gli obiettano che Gesù è l'edizione definitiva di Dio. Ma Giovanni evangelista conclude: ci sono tante altre cose da dire di lui. La svolta di papa Francesco fa cambiare epoca. Prima, era angoscioso il problema della salvezza fuori dalla chiesa.

Il Dio di Francesco non è suo, è uscito dopo le tragedie del 900, fa corpo con l'evento Concilio. Francesco non è apolide, appartiene alla tradizione profonda, ritrovata dal Concilio. Anche Benedetto XVI ha detto che è «del tutto errata la tradizione sacrificale» e che c'è una «evoluzione del dogma». La Commissione Teologica Internazionale ha parlato di «Dio nonviolento». Siamo in una nuova fase della storia della salvezza. C'è un ripensamento dell'idea stessa di religione. In questo senso il magistero di Francesco è dottrinale.

La Valle si chiede: e se non fosse vero ciò che diciamo di Francesco? I profeti, si dice, «raccontano i loro sogni, profetizzano i loro desideri». Allora, facciamo un'altra lettura: il papato di Francesco come ultima difesa contro la catastrofe. Come quel katékon opposto al mysterium iniquitatis, al potere assoluto senza legge, selvaggio, che è oggi il denaro. Siamo tentati di farci rappresentare in questo da Francesco? Furono ritenuti tale katékon l'impero romano e il sacro romano impero. Ma Francesco dichiara chiusa la cristianità. Lava i piedi a donne musulmane. Rifiuta di riferire il terrorismo all'islam, rifiutando la guerra di religione. Così il mondo può ancora sperare. Francesco frena-ferma la catastrofe: per questo è combattuto, perché le forze distruttive non vogliono essere fermate. Allora, è nostro compito la resistenza alla globalizzazione selvaggia.

 

Lo stile non si improvvisa

Rosanna Virgili, teologa e biblista, parte da quel «Buona sera!» di Francesco. Lo stile non si improvvisa, è il modo di essere. La gentilezza è amore. Dio parla un linguaggio familiare: «Adamo, dove sei?». Risponde, ascolta, scende a vedere. La sua parola è cor(con)-rispondenza. Francesco pone domande e risponde a domande. Per il sinodo sulla famiglia propone un questionario. Chiede: «Chi sono io per giudicare?».

Usa il linguaggio della gioia. Ha fatto sparire il verbo dovere. Nella Bibbia c'è la legge, la sapienza, la profezia. La tradizione cattolica ha ridotto tutto a legge. Ma la torah significa sapienza, parla con consiglio, narrazione, imbandisce una mensa, alla pari. Francesco ha uno stile di cura, la chiesa infermiera, non mater et magistra.

Il poliedro è sempre altro, non è chiuso. Il linguaggio di Francesco è destrutturato, non dogmatico, ma kerigmatico. Per questo è criticato. Il cristianesimo nasce come destrutturazione: Dio vuole la distruzione del suo tempio, la sua gloria esce dal tempio. Ezechiele denuncia la corruzione nel tempio. Ci vuole coraggio a demolire. Sulla croce finisce il patriarcato religioso, Dio si destruttura come padre. Francesco fa una chiesa orizzontale, costringe i cattolici a pensare.

 

L'islam in pericolo

Il dialogo tra le fedi come via maestra è stato il tema assegnato a Paolo Branca, studioso dell'islam, e a Mariangela Falà, esponente del buddhismo italiano. Branca osserva che nella nostra “società liquida” per i cambiamenti rapidi e le evoluzioni tecnologiche, hanno ripreso forza le identità più radicali: non è una ripresa della fede, ma dei simboli religiosi. Si pone la questione del territorio (minareti, campanili), non l'aspetto interiore. La destra vuol metterci la paura di essere obbligati a costumi islamici. Ma non esiste alcun pericolo di invasione islamica. Non esiste un “buonismo”, mentre le accoglienze positive non emergono nell'informazione. Il Medio Oriente e il Maghreb sono pieni di scuole italiane, tenute da religiosi, ma sono soltanto scuole tecniche. I missionari si preparano qui, ma qui non incontrano persone dei popoli e delle religioni dei paesi dove andranno.

Dopo il discutibile discorso di Ratzinger a Regensburg, il 12 settembre 2006, un importante documento islamico ribadiva: l'islam è amore di Dio e amore del prossimo. Qui da noi non si sa che il re del Marocco è contro la pena di morte per apostasia. Il terrorismo jihadista ha a che fare con certe tradizioni nell'islam: la parola di Dio può pervertirsi, perché parla nello spazio e nel tempo, cresce insieme alla zizzania. Ma se sei tanto arrabbiato da uccidere bambini, sei malato, non sei religioso.

L'islam è in pericolo, rischia di implodere per le divisioni interne. Dobbiamo aiutare l'islam ad essere se stesso. Ma ci sono rivolte identitarie italiane al cibo halal (lecito per l'islam) invece della pancetta nella carbonara! Ci sono persone che mi dicono: «Tu sei l'amico dei nostri nemici».

Mariangela Falà dice che è difficile interessare i giovani al dialogo interreligioso, ma va fatto. Il vero dialogo è sulla propria ricerca spirituale, nel dialogo metto in gioco la mia identità. C'è amicizia, mangiare insieme, ma poco dialogo teologico. Manca uno che attiri, come Panikkar. Dal fascino dell'Oriente siamo passati all'attuale stabilizzazione, cioè una accettazione acritica, isole religiose separate dal contesto sociale. Bisogna distinguere quegli orientali che trasmettono cultura, che conoscono la cultura occidentale e i suoi problemi, da quelli che stanno isolati. Vanno educati al dialogo anche loro. Bisogna sfatare il mito dei buddhisti pacifici: dipende dalle situazioni. La cultura occidentale è più aperta, in oriente solo i “saggi”. Ci sono più buddhismi, come più cristianesimi. In Oriente non c'è “il” buddhismo: questo è linguaggio coloniale occidentale. Solo 300 anni fa si scopre che lo stesso Buddha è ricordato in diversi Orienti. Il dialogo tra buddhismi è portato dall'Occidente. In Italia diverse forme di buddhismo dialogano qui, ed è una novità. Sta crescendo il dialogo tra monaci cristiani e monaci buddhisti. Per i luoghi di culto sarebbe bella una ospitalità reciproca. La Cei ha ripreso il dialogo tra cristiani, buddhisti, induisti, cioè tra coscienze, non tra religioni. C'è una spinta dal basso. Fare audience delle esperienze positive. C'è una unità di fondo delle differenze. Io prego per tutti.

 

Le gabbie della dottrina

«Una chiesa povera incontra la storia» è il tema dibattuto tra Antonietta Potente e Andrea Grillo, teologa e teologo, moderati da Raffaele Luise, giornalista. Il quale dice che la chiesa povera ha preparato la sorpresa di Francesco: una chiesa che si disarma, che esce dall'alleanza con i potenti, dall'idolo giuridico dottrinale. Diceva Arturo Paoli: «Il Regno di Dio è l'amicizia».

Per Antonietta Potente non basta la riforma solo ecclesiale cattolica. Questa chiesa ha bisogno dell'aiuto degli altri. Forse non ce la fa da sola, ma è normale così. È normale l'insufficienza. La povertà è immaginaria. Siamo una piccolissima parte. Non basta l'insieme cattolico, né solo cristiano. Tutti i luoghi di chiesa siano l'incontro di tutti gli uomini e donne che vogliono il cambiamento. Non si tratta solo di aiutare Francesco. Non posso più fare teologia solo con i cristiani.

Secondo Andrea Grillo, certo, non basta, ma se non comincia il papa non lo fa nessuno. Francesco ha in sé una storia più grande della chiesa europea. Nella curia c'è chi non può capire. Francesco è eresia perché viene da un'altra storia. Il vangelo di libertà scandalizza la curia e il cristiano europeo, che pensa solo una chiesa di autorità. Si sciolgono nodi dottrinali. Fa scandalo riprendere al 100% il Concilio. La povertà è, appunto, accettare di non poter fare da soli, è la chiesa sinodale. Francesco ha avviato questo percorso. Nella società aperta non c'è una struttura fissa. Ci sono ancora tante fisime antimoderniste, anche nei laici, non solo nel clero, c'è difficoltà ad accettare la libertà della coscienza.

Antonietta Potente: Francesco testimonia onestà. È successo a lui come a Romero: messo per conservare, si è convertito. È stato eletto per ridare credibilità alla chiesa. In Vaticano ha sentito la puzza. È diventato messaggio per tutti noi. Ma il problema siamo noi: ci occorre una immaginazione sulla chiesa, che non somigli ad uno stato. Mi aspetto un gesto politico: che Francesco esca da questa struttura. Essere noi persone sveglie sul presente. La chiesa non salva la storia, ma si salva con la storia del mondo. Siamo noi che dobbiamo trasformare Francesco papa: non profezia dall'alto, ma dalla chiesa di base. Il papa scenda a criticare la sua posizione di capo di stato. Quello che dice di giusto lo dica insieme a noi. Continuiamo a parlare di riforma di Francesco, ma tocca a noi. Non attendere che lui chiami noi, ma noi chiamiamo lui, e vediamo se viene.

Lasciarsi colpire dalla realtà è più importante dell'idea (Evangelii Gaudium 231-33). Non bisogna partire da fatti acquisiti. La società chiusa si difende dalla sua fragilità; la società aperta tende a rimuovere le chiusure. Ci sono fatti nuovi da onorare, prenderne atto. Fino al 1563 il matrimonio era senza forma canonica. I canonisti controllano la realtà con il codice. I percorsi sono più dello stato di fatto regolato.

Parlavamo noi da anni di ecoteologia, di dialogo tra culture. L'onestà di Francesco ha raccolto. La storia non è solo di disastri, ma di alternative. Francesco chiede a noi della base di leggere meglio la realtà, in modo amico. Amare le vie sapienziali di tutti. La creazione non è oggetto, ma progetto.

Raffaele Luise: Francesco ha detto a S. Marta: «Abbiamo ingabbiato Dio nella dottrina. Scopriamo che è misericordia». C'è tensione tra carisma (tutto si muove) e potere (impossibile cancellarlo). La profezia dall'alto muove davvero le cose. Francesco è misericordia (il tempo superiore allo spazio: Ev. G. 222-25) non in quanto capo di stato. Le religioni non rinuncino alla loro verità, ma alla presunzione.

La Laudato si' è geniale, è inizio di una nuova civiltà, è critica del potere tecnocratico, mette in discussione il capitalismo finanziario.

Luise sintetizza in queste parole: il papa è solo, non è recepito. Può fallire. È prezioso, va aiutato. Chiede a noi tutti di farci soggetti.

 

Il grido della terra e dei poveri

Luigi Ciotti ha parlato sul tema “Ecologia integrale”. Riace, luogo di accoglienza, oggi è un'esperienza cresciuta, che altri cercano di imitare. È a rischio, perché non è sostenuta. Il problema sociale, più che di diseguaglianza (quantità) è di ingiustizia (sopruso del forte sul debole). L'enciclica Laudato si', di grande ispirazione evangelica, offre molti linguaggi e contributi alla cura della casa comune. La biodiversità è minacciata. Il cibo è in mano a 5 multinazionali. Entro 20 anni, 2,5 miliardi di persone saranno senza accesso all'acqua. Il grido della terra è parallelo al grido dei poveri.

Vediamo l'Italia denunciare i migranti, criminalizzare le Ong, vediamo lo sgombero violento di un palazzo occupato a Roma. I migranti sono “merce politica”. Vediamo squadristi di Forza Nuova contro la chiesa di don Massimo Biancalani a Pistoia (accusato di avere accompagnato in piscina dei migranti). Vediamo il sindaco di Licata sfiduciato per aver fatto abbattere case abusive, secondo la legge.

La Terra “casa comune” è un’esperienza spirituale. Il sistema tecnocratico è insostenibile, è una sfida anche per la riflessione morale. L'orizzonte è la sostenibilità. Passare dalla modernità soggettivistica alla relazione costitutiva dell'essere umano. Nel mondo interconnesso è essenziale l'educazione ambientale. La natura e la società umana sono due facce della stessa medaglia. C'è un debito ecologico. Oggi l'ecologia è assorbita dall'economia, la logica delle quantità ha assorbito l'ecologia, cioè le relazioni e le qualità. Ci occorre una ecologia culturale.

Trump e il rilancio degli armamenti. L'Italia in due anni ha venduto l'85% in più di armi, secondo modelli imposti da fuori e dall'alto. Ci occorre che il sapere scientifico sia unito al sapere umanistico.

La povertà materiale, la povertà relazionale, la solitudine, portano alla paura, alla tristezza. I giovani si sentono giudicati prima che capiti. Per i nativi digitali bisogna ripensare la didattica, perché lo web ristruttura le relazioni. Ci sarà il sinodo dei giovani, con il loro contributo. Le spese per l'infanzia sono il 9% in Europa, e in Italia il 4,50%. Occorre impegnarsi sulla pre-adolescenza, o adultescenza: è l'età in cui si determina il malessere o benessere successivo. Se non sei seducente o prestante, in linea con le mode del momento, sei scartato dalla società dei pari, e allora cadi nell'ansia e angoscia, nel senso di sconfitta, che non si confessa in famiglia, ti ritiri nella solitudine, cadi nella dipendenza della rete.

Si trovano ragazzini nei gruppi di fuoco delle mafie. Educare alla legalità è un mezzo, importante, ma l'obiettivo è la giustizia. La scuola sia la casa comune, aperta dalle 8 alle 18 di ogni giorno. Ho detto ai circoli Pd milanesi: pensate alle persone, non agli elettori da cui prendere consenso. La politica è etica.

 

Ragionieri e profeti

Durante il corso si sono svolti gruppi di lavoro su: 1) Quale immagine di Dio; 2) Chiesa povera per i poveri; 3) Dialogo ecumenico e interreligioso; 4) Nuove schiavitù e migrazioni; 5) Ecologia integrale.

Il vescovo Nunzio Galantino, segretario della Cei, ha svolto una relazione dal titolo “Nella chiesa che è in Italia”. Anzitutto, porta il saluto del presidente della Cei card. Bassetti. Esorta a portare avanti l'impegno senza aspettare che gli altri facciano prima di noi. Prendendo spunto dalla storia di Giacobbe e dall'incontro col fratello Esaù (Genesi 32), dice che quel dramma avviene oggi nella chiesa, ci sono anche reazioni scomposte. La vittoria di Giacobbe è una ferita, lo rende più fragile, ma così ritrova il fratello, il rapporto umano. Soffre la sindrome da accerchiamento, ma poi sa aprirsi all'imprevisto. Il faccia a faccia con Dio ci insegna il faccia a faccia col fratello. Rinnoviamo la fiducia nella comunione. Siamo presuntuosi se crediamo che gli altri non abbiano il vangelo. Oggi bisogna decentrarsi per capire se stessi. Diciamo no ai profeti che si autonominano tali. Andiamo oltre la dicotomia tra ministero e profezia.

Facciamo una chiesa “in uscita” dalla retorica, dai luoghi comuni, dal politicamente corretto. Viviamo la mistica del vivere insieme. La chiesa è umanità aggiunta all'umanità di Gesù. Riduciamo le distanze tra amore di Dio e amore del prossimo. Dove c'è conflitto (evidentemente pacifico) e differenza, è bene.

La chiesa italiana sta facendo molto per l'accoglienza e il dialogo. Ci sono solo attacchi alla chiesa istituzionale. Trentamila immigrati sono accolti nelle parrocchie.

Tonio Dell'Olio, presidente della Pro Civitate Christiana, che ha organizzato con passione questo bel convegno, ha concluso: ci va bene cavalcare la profezia, più difficile e costoso è incarnarla. Diceva Ernesto Balducci che troppi ragionieri mangiano il pane intriso del sudore dei profeti.

Enrico Peyretti

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