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 463 - Il quindicinale Adesso: 1951-1953

 

NEL TEMPO, OLTRE IL TEMPO

 

Erano passati solo pochi anni dalla fine della terrificante guerra mondiale e già sembrava imminente una nuova carneficina.

Gli animi erano spesso dominati dall'odio. Il quindicinale Adesso si faceva portavoce di un annuncio diverso, di una pace che doveva cominciare dai cuori di ciascuno. E questa "Rivoluzione" era vista da molti come frutto di imperdonabile ingenuità. Il quindicinale cita Manzoni. Alle parole "ingenue" di Fra Cristoforo, il dottor Azzeccagarbugli così obbietta: «Questa sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non vale niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa». E il frate non rispose. «E così facciamo anche noi», conclude Adesso (1/2/1951).

Questa stridente disparità tra «due mondi, in cui sono in gioco gli interessi della cristianità», non porta a una contrapposizione fanatica: «ci impegniamo, senza pretendere che altri si impegnino, con noi o in altro modo, senza giudicare, senza accusare chi non si impegna; senza cercare perché non si impegna... Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo, per amare anche quello che non è amabile» (15/2/1952). Si commentano i fatti e si propone l'impegno che ne deriva, un impegno che può essere anche il nostro. E ogni ragionamento sottende un richiamo evangelico, anche quando ciò non viene esplicitato. I due anni precedenti, 1949 e 1950, erano stati presi in esame su il foglio 458.

 

Ascoltando la voce della Storia

Per quanto riguarda la politica italiana, non dobbiamo essere bloccati da problemi di "tattica" e di "alleanze". «Il cristiano non sdegna farisaicamente la compagnia di chiunque gli cammini accanto, per breve o lungo tratto» (15/12/1953). L'azione del credente non deve essere condizionata dal timore di "fare il gioco" di chicchessia. «Chi ha paura di fare il gioco di qualcuno non si impegnerà mai, perché ci sarà sempre chi profitterà della sua sincerità» (1/12/1951). In occasione delle elezioni amministrative del maggio 1952, si sviluppa una manovra orchestrata dal Vaticano, dalla Destra democristiana per un'alleanza con le destre, sotto l'egida di Don Sturzo. «De Gasperi ha resistito coraggiosamente» (15/5/1952). «Don Sturzo ha perduto una bella occasione per ricordare che la Chiesa la si serve veramente rifiutandola al compromesso con gli stessi che l'hanno fin troppo compromessa» (1/6/1952).

Trattando dell'economia, si ha una netta presa di posizione: «la fame è peccato, disoccupazione e miseria sono peccati, i quali possono essere redenti non "moralisticamente", accusando e condannando, ma con strutture storiche rispettose dei valori eterni ed adeguate alle richieste temporali» (1/3/1952). «È dovere schiodare chiunque sia crocifisso sulla tremenda croce dell'economia moderna... E non vorrei si discutesse sine fine su come si leva uno dalla croce poiché si darebbe strada a coloro che sanno sbrigativamente schiodare ed inchiodare» (15/12/1953). Occorre inoltre distinguere tra poveri "occasionali" (resi tali da alluvioni, terremoti...) e poveri permanenti. «I primi scomodano poco: si mette la mano in tasca, si dà qualcosa, e loro se ne vanno quasi contenti. E si rischia di fare una bella figura. I secondi sono scomodi, sempre tra i piedi, finiamo per non vederli, salvo quando vanno all'osteria: "non lavorano, sono pieni di vizi!"» (1/12/1951). I ricchi, comprando mobili costosi e gioielli, creano posti di lavoro? «Mi direte: "i gioiellieri, gli artigiani..." Avete ragione. Ma crederei non aver torto neppure io se vi dicessi: "E la polizia e i carabinieri cosa farebbero se questa brava gente che siamo noi non fabbricassimo la delinquenza e... il comunismo?"» (1/1/1953).

La visione cristiana della pace è un «tremendo atto di fede che si propone di leggere il "tu non ucciderai" nella luce sicura e irrefutabile del comandamento dell'Amore... La pace non ammette eccezioni, né guerre "difensive", né guerre "rivoluzionarie" e toglie a chiunque il diritto di comandare di uccidere il fratello» (15/1/1951). «Eppure la guerra è un fiume che può straripare da un momento all'altro e travolgere il mondo» (1/12/1951). «Giochiamo alla guerra, come dei bambini, i quali, avendolo imparato dai grandi, dicono: "alla pace non gioca nessuno perché non c'è gusto". La pace non ha gusto? Può darsi che questa nostra povera e provvisoria pace che ci asciuga ogni risorsa e ci raggela il sangue sia poco gustosa assomigliando piuttosto alla guerra» (1/11/1953). Purtroppo, al momento presente, «siamo dei mercenari di questo o di quel blocco, accettato l'uno da una maggioranza numerica ma passiva, per non dire abulica e accidiosa, l'altro da una minoranza quasi fanatica» (1/1/1951). Quale può essere il futuro dell'Europa? «Oriente e Occidente sono figli dell'Europa, figli più disinvolti e spregiudicati... L'Europa non riuscirà a proporre loro parole salvatrici se essa stessa non le riscatterà da una secolare ipocrisia e gravi tradimenti, se saprà espiare, cioè estirpare i propri vizi prima di correggere i vizi altrui.. .e arrivare a una federazione europea ove l'amore cristiano possa condannare ed espiare lo sterminato fratricidio consumato nei secoli» (15/1/1952).

 

Siamo tutti responsabili

«Il cristiano non ha il monopolio della verità, ma solo l'impegno di far meglio e di più» (15/5/1952). In che cosa consiste questo impegno? Un esempio ci viene dato dal "Patto di fraternità", patto stabilito in vista della possibilità, allora tutt'altro che improbabile, di un'invasione dell'Italia da parte dell'Urss o degli Usa, «per resistere alla diabolica tentazione di divenire boia del fratello, se per disgrazia dovesse scoccare l'ora maledetta dell'invasione» (15/1/1951). Perciò impegno il mio onore «a non tradire la fraternità che mi unisce a tutti gli italiani, farò tacere ogni risentimento e ogni divisione d'animo e d'interesse, non mi presterò a nessuna voglia dell'invasore, gli negherò ogni servigio» (15/2/1951). Era ancora fresco e doloroso il ricordo della tragica situazione dell'Italia negli anni della guerra e del dopoguerra.

Ogni azione, ogni scelta del cristiano deve essere improntata a una profonda umiltà. «Prima ancora di prendersela con l'atomica, dobbiamo assalire il male che è dentro di noi, cominciando da me, senza badare al vicino: e subito» (1/4/1952). «Adesso non è una fazione, un gruppo, sul piano elettorale siamo nulla né ci teniamo a valere» (15/10/1952). Siamo solo delle pattuglie che «sia che vincano, sia che perdano, restano pattuglie e possono scomparire senza che nessuno se ne accorga, come possono aprire un'epoca senza che nessuno sia loro riconoscente» (1/11/1952). Anche nei confronti della gerarchia occorre esercitare sincera umiltà, accompagnata da dignitosa franchezza. Dopo la "censura" abbattutasi su Adesso, Mazzolari risponde: «Può darsi (lo riconosco sinceramente e umilmente ne chiedo scusa) che la "violenza del bene" mi abbia preso talvolta la mano... Adesso distrattamente ha rotto un bicchiere, ma non l'ha gettato in faccia a sua Madre» (15/3/1951). In seguito viene espressa un'accorata sofferenza: «Com'è duro bruciare d'urgenza e doversi fermare; difendere una sorgente invece di dissetare con essa chi ha sete!» (15/4/1951). Occorre annunciare la salvezza «senza far scontare alla Chiesa la propria stupidità e la propria ignavia, pagando di persona errori e audacie»(15/6/1953).

Povertà! Ma "quale" povertà? «È credibile solo un amore il quale accetta in pieno, più che il dovere del lenimento dell'altrui miseria, la nostra condizione. Il quantum del beneficio non è sempre una misura di amore» (15/1/1953). «È ciò che si è disposti a "togliere" a noi stessi quello che conta. In una società senza poveri la vocazione cristiana alla povertà resterebbe impellente ugualmente. Se poi la nostra società alberga i poveri, e tanti, allora tale vocazione comporta il ridurre al minimo, al "pane quotidiano", la parte da riservare a noi stessi per dare il di più agli altri. E senza contropartita» (15/9/1953). Testimoniare la povertà significa anche cambiare la cultura. «Per ridiventare umana, libera, nuova, la cultura deve andare alla scuola dei poveri, perché lì c'è tanta ignoranza ma il soffrire è reale, i problemi sono immediati, essenziali, senza mascherature ideologiche. La nuova cultura comincerà con un atto di umiltà. Prima confessa ed espia i suoi peccati, poi va a scuola dagli "ultimi che sono i primi"» (15/3/1953).

 

La Parola è reale

Scorrendo le pagine di Adesso, l'ispirazione evangelica è costante e decisiva. Ma "come" viene citata la Scrittura? Noi "intellettuali" del Terzo Millennio applichiamo il metodo storico critico, analizziamo il testo greco parola per parola, cercando anche di risalire all'originale in aramaico. Nulla di tutto questo nelle riflessioni che troviamo nel quindicinale. Talvolta le citazioni scritturali sono espresse in latino, come per conferire maggiore autorità ai versetti in questione. Ma, dietro a tanta apparente "superficialità", quanta spiritualità. A quasi settant'anni di distanza, questa Parola, sine glossa, può insegnare molto anche a noi, intellettuali schizzinosi.

Anche le piccole disavventure di Adesso vanno lette alla luce dell'eternità. «Adesso è meno di un attimo, mentre la Chiesa è la custode dell'Eterno» (15/1/1951). «Chi crede non ha fretta e può attendere la sua ora ... La Chiesa e il Papato sono momenti che durano sino alla fine dei secoli. La cupola di san Pietro no, molto meno via della Conciliazione» (15/4/1952).

Il dramma di quell'epoca era costituito dalla presenza massiccia dei comunisti, i "senza dio". «Se avessimo ascoltato il senso dell'eterno, la paura del comunismo non avrebbe occupato i nostri pensieri. Il senso dell'eterno incomincia quando il momentaneo, l'effimero, il transeunte, non ci affanna né ci affascina. I "sovieti" fanno parte del temporaneo, mentre i "poveri" fanno parte dell'eterno. Se hanno aderito al temporaneo gli è perché non è facile fare il povero se nessuno ci vuol bene»(1/1/1951). «Si dice: coi comunisti non c'è un linguaggio comune. È dunque l'ora di chiedere, come a Pentecoste, "il dono delle lingue". Tra i comunisti non ci sono degli "inconvertibili". Chi così pensa, anche se non lo dice, rinnega l'inesauribile fecondità della Redenzione» (15/9/1952). Alla morte di Stalin, si leva l'umilissima voce di Adesso: «I morti, i perseguitati, gli esiliati, lo scortino davanti a Dio. Coloro che hanno subito persecuzioni sono gli unici che, dall'alto del loro calvario, possono rendere testimonianza di pietà: "Padre, essi non sapevano; forse pensavano di rendere omaggio a Te"» (15/3/1953).

Non la nostra volontà sia fatta ma solo la Volontà di Dio. «I poveri vanno amati come sono, senza calcolo, senza pretesa di farli Cittadini del Regno: lo sono già!... La carità non c'è bisogno che "renda": è feconda in se stessa» (1/3/1953). «A noi il Signore non chiede dei "risultati". I risultati li tirerà fuori Lui» (1/6/1953).

«Dio e la Sua Parola sono più veri e reali di qualsiasi avvenimento» (1/3/1953).

Dario Oitana

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