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 344 - I parenti di Gesù / 2

 

IL REGNO DI DIO NON È LA NORMALITÀ FAMIGLIARE

 

Prosegue il tentativo di esaminare le difficoltà che la famiglia comportava per chi intendeva seguire la chiamata Gesù (il foglio 343). Volutamente non sono state affrontate le problematiche odierne, che formeranno l’oggetto di un’ulteriore riflessione.

Gli autori consultati sono i seguenti (in ordine alfabetico): Barbaglio, Countryman, De Spinetoli, Dupont, Ernst, Fabris, Fausti, Gnilka, Lang, Meier, Pesch, Schürmann, E. Schweizer, Theissen, Wendland.

 

Odiare la famiglia

L’invitato alla grande cena che ha comprato un campo o cinque paia di buoi si ritiene in dovere di scusarsi. Chi ha preso moglie, non ne ha bisogno: è ovviamente scusato (Lc 14,20). Non aveva fatto nulla di male, così come i primi due invitati. Ma tutti saranno esclusi dalla cena.

La sequela di Gesù non ammette esitazioni: il discepolo non ha casa, non gli è consentito di seppellire suo padre né di salutare la famiglia (Lc 9,57-62; Mt 8,19-22). Quest’ultima proibizione, caratteristica di Luca, mette in rilievo la figura di Gesù, più che un profeta, più di Elia che aveva permesso ad Eliseo di baciare i genitori, prima di seguirlo (1Re 19,20). Per Gesù non esistono «se e ma». Gesù chiede al discepolo di liberarsi dalle pastoie della morte, da una vita organizzata per la morte, in cui l’unica preoccupazione è quella di sistemare i cadaveri.

Chi segue Gesù è chiamato a «odiare» tutta la famiglia, moglie compresa (Lc 14,26). L’urtante espressione non dovrebbe essere neutralizzata troppo facilmente. «Odiare» può avere in ebraico il significato di «abbandonare», ed è ciò che Gesù pretende. Né Gesù si rivolge ad una particolare categoria, ma alla «molta gente che andava con lui».

In un incontro conviviale non bisogna «invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi» ma, al contrario, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,12-14). Nella logica del Regno, già proposta nel Sermone del monte (o della pianura) il discepolo è chiamato a uscire dalla mentalità familiare, dalla solita, comoda cerchia in cui domina la legge del contraccambio. Il discepolo è liberato dall’intrico di gradi parentali, sociali, morali o religiosi, per cui l’uomo si chiude sia a chi stima superiore, sia a chi stima inferiore.

 

Mangiare, bere, sposarsi

La Bibbia ebraica è ricca di minuziose prescrizioni sul diritto famigliare. Ma tutte presuppongono l’inserimento in una società strutturata, un rapporto stabile basato su casa, moglie, figli, schiavi, beni, buona reputazione, accettazione di precise regole. Ben diverso appare il quadro descritto nell’epistola agli Ebrei in cui l’elogio della fede viene visto attraverso i grandi testimoni del passato i quali, perseguitati, scherniti, torturati e uccisi, «bisognosi, tribolati, maltrattati, andarono vagando per deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra» (11,37-38). Così sono stati trattati i profeti. Una simile beatitudine Gesù augura ai discepoli (Mt 5,10-11; Lc 6,22-23). Essi saranno perseguitati di città in città (Mt 23,34). Saranno traditi da genitori, fratelli, parenti e amici, alcuni saranno messi a morte, odiati da tutti (Lc 21, 16-17). Non si tratta solo di linguaggio apocalittico. Il rifiuto delle tradizioni patrie e famigliari poteva portare alla segregazione e a una denuncia alle autorità competenti.

Sui discepoli graverà il peso di una pessima reputazione. I benpensanti interromperanno ogni rapporto con loro. La sequela di Gesù, fino alla sua passione, opera un capovolgimento di valori: l’esclusione e la derisione diventano un privilegio per coloro che Dio giudica degni. Al contrario bisogna compiangere le persone ricche e circondate da considerazione che, sfuggendo alla necessità di sofferenza, non si trovano sulla via che porta al Regno di Dio (Lc 6,24-26). Matrimonio, divorzio, adulterio, figli, autorità maritale… tutto svanisce nella drammatica realtà del discepolo perseguitato, diffamato, sempre in fuga.

Allo stesso modo il giudizio di Dio irrompe a sorpresa nella quotidianità perbenista quando nessuno se lo aspetta: «Nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti» (Mt 24,38-39). Mangiare, bere, sposarsi: sono le azioni umane più normali. Il confronto coi tempi di Noè invita i discepoli a non lasciarsi sequestrare dalle preoccupazioni quotidiane al punto da non percepire la dimensione profonda di un’esistenza aperta sul futuro. La generazione del diluvio non è condannata per la sua immoralità (come narrato in Genesi 6), ma per la superficialità spirituale.

 

«Siete degli eunuchi!»

Sconvolti dall’intransigenza di Gesù riguardo al divorzio, i discepoli reagiscono sentenziando: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». La risposta del Maestro risulta enigmatica: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire capisca» (Mt 19,10-12). Non conviene sposarsi, ma non per il motivo interessato suggerito dai discepoli. Il divieto del divorzio dissolveva di fatto la famiglia e rendeva “eunuchi” tutti i maschi, perché li privava dell’autorità necessaria per mantenere la loro posizione patriarcale. A livello storico originario la sentenza sugli eunuchi può essere stata creata da Gesù come risposta a un insulto lanciato dagli avversari contro di lui e i discepoli. Il fatto di non essere sposato conformemente alla prassi comune poteva aver suscitato questa reazione sintetizzata in un epiteto infamante: «Siete degli eunuchi!». Eunuco è colui che non può sposarsi né avere figli. Perciò è escluso dalla comunità del Signore come il bastardo (Dt 23,2-3). Gesù prende spunto da questo oltraggio definendo la sua scelta in rapporto al regno dei cieli. In questo contesto Häring osserva che Gesù donò il suo amore a coloro dei quali nessuno mai si può innamorare. Gesù ricorda che ci sono persone costrette alla castità. Kierkegaard si annovera tra costoro con il suo lamento, peraltro non rassegnato. L’eunuco per il regno mostra ad ogni eunuco come può vivere positivamente la sua situazione di povertà.

 

Vivere senza preoccupazioni

Paolo era celibe. La sua vita avventurosa (2Cor 11,24-27) difficilmente avrebbe potuto essere compatibile con uno stato matrimoniale.

In 1Corinzi 7, vengono trattati diversi aspetti dell’alternativa tra celibato e matrimonio. La preferenza di Paolo è chiara. «Chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso». E lo stesso vale per la donna (vv. 32-34). La persona sposata è tirata in due direzioni non omogenee: il dovere religioso viene contrastato, anche se non impedito, da quello matrimoniale. E se la persona sposata si trova divisa e conosce le «tribolazioni della carne» (v. 28), chi non è sposato rischia di «cadere nell’incontinenza» (v. 2) e di «ardere» (v. 9). L’Apostolo vorrebbe che i Corinzi fossero senza preoccupazioni (v. 32). Purtroppo, in ogni caso, le inquietudini e le tribolazioni non mancano. Si tratta, così almeno sembra, di scegliere la condizione che comporta minori preoccupazioni.

Nei Vangeli la preoccupazione (merimna) viene affrontata in modo diverso. Non si tratta di una scelta calcolata; si tratta, a proposito del cibo e del vestito, di «cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Anche nel caso delle persecuzioni ogni inquietudine viene eliminata: «Non preoccupatevi… perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovete dire» (Mt 10,19). La vita è tutta affidata a Dio: la «preoccupazione» non ha ragione di esistere.

Negli scritti neotestamentari, al di fuori dei vangeli sinottici, assistiamo al crescente tentativo di conciliare regno di Dio e chiese nascenti, realtà ed escatologia, radicalismo ed esigenze comunitarie. Gesù sembra aver visto nelle strutture famigliari (ben più che nel sistema politico e militare) un ostacolo all’avvento del Regno. Nelle epistole autentiche di Paolo le stesse istituzioni sono considerate come periferiche alla luce della nuova creazione. Gli autori delle epistole ai Colossesi e agli Efesini mostrano una sostanziale accettazione delle strutture storiche della famiglia.

A distanza di quasi due millenni la tensione tra esigenze delle chiese e annuncio del Regno permane come «segno di contraddizione». Il Regno è presente, in mezzo a noi, anche nei nostri rapporti umani, anche nelle famiglie. Ma il suo potere salvifico risulta vulnerabile e poco visibile.

(continua)

Dario Oitana

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