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 353 - LA VENDETTA DI MONSIGNORE

 

IL TEDESCO E IL LOMBARDO

Tra tuoni e lampi, cortine improvvise di nuvole e di celesti fumi, Monsignore, almeno così credo, si è manifestato a me nei filari fangosi della solita vigna, mentre penosamente appesantito dai venti litri di miscela boldolese, caricati sulle non più giovani spalle, a fatica cercavo di combattere la peronospora, in questo maggio di piogge.

E sì, perchè se per più di una settimana diluvia, a giorni alterni, con una temperatura che non scende sotto i quindici gradi, la vigna è a rischio e il trattore non può affrontare i pendii collinari. Resterebbe impantanato e bisogna provvedere col vecchio sistema del verderame spruzzato con la pompa a mano. Roba da anteguerra con la collina piena di vecchi a penare su è giù intorno ai pozzi di campagna, eredità preziosa dei nonni dei nonni, salvati dalla consuetudine degli orti.

Fatto sta, che bagnato per bagnato, bisognava correre, perchè, anche se poco, il verderame che tocca la foglia un poco la salva e tanto basta a richiamare al dovere, chi di dovere è vissuto. Così in una pausa minacciosa di pioggia, mi sono avventurato e lui ne ha approfittato, sapendomi impotente a reagire e mi ha investito con nuovi scrosci violenti e un profluvio di minacce e di proteste. La voce era la sua, ma stereofonica, come se provenisse da cento punti diversi del cielo, come se fossero in cento i monsignori che gridando mi annunciavano la rovina d'ogni mio futuro  raccolto, perchè non avevo dato loro il nome giusto, perchè li avevo ingannati su san Giuliano da Ferrara (il foglio n. 350), che alle elezioni era risultato una frana e aveva coinvolto nella rovina l'intero progetto di pubblica fortuna dell'universo monsignorile, consegnandolo, mani e piedi legati, all'«uomo della provvidenza», senza uno straccio di rappresentanza politica cattolica in grado di mercanteggiare con lui le loro istanze, gli interessi materiali e spirituali della Sacra Istituzione.

Che le elezioni fossero andate male lo sapevo, per me e quelli come me, che credono ancora nella giustizia sociale e nella democrazia dei doveri e dei diritti eguali per tutti. Che fossero andate male anche per loro lo intuivo, dal fatto che la rappresentanza politica dei cosidetti cattolici curiali e clericali, alla Casini e compagni, era tanto ridotta da non contare più nulla e non poter più ricattare alcuna risicata maggioranza. Ma che proprio fossero ridotti alla disperazione non lo avevo capito.

Invece era così. Non un ministro di chiara matrice cattolica, non un rappresentante istituzionale che possa portare bandiera, un solo sotto-sotto-segretario alla Giovanardi, che è come dire zero, e i laici pii bruciati come cerini al vento. Se devono farsi sentire da chi di dovere, non basta più che uno di loro telefoni a questo o a quell'amico, ben piazzato. Deve tuonare dall'altro il Monsignore di Tutti i Monsignori, il Tedesco s'intende, nella speranza che qualcuno, il Lombardo, lo senta e sia disposto a dargli ascolto, naturalmente se non rompe le scatole su altro, sulla giustizia sociale ad esempio o sulla difesa dei diritti umani degli extracomunitari, sulla pace e sulla guerra, su qualsiasi tema che serva a salvargli la faccia come uomo di Chiesa e di Fede, come Esperto in umanità e custode della legge morale naturale.

Peggio di così non poteva andare e la colpa era mia che non li avevo indirizzati bene e non li avevo avvertiti che a forza di scegliersi tra loro, sempre il più lecchino e carrierista, sempre il più incline al compromesso e ignorante di valori umani e cristiani, avevo finito col favorire la decadenza dei loro costumi, e questo per condiscendenza, per amore del quieto vivere, per paura di chissà quale loro ritorsione sul piano spirituale.

«Tu, tu – gridava dai quattro angoli del cielo col suono di mille trombe angeliche – tu ci hai condotto a questo punto. Tu laico senza spina dorsale, che hai sempre chinato la testa e ci hai lasciato fare il bello e il cattivo tempo in politica, purché noi non disturbassimo i tuoi privati deliramenti dottrinali. Tu e quelli come te, persi dietro le loro fantasie evangeliche, ci avete lasciati andare senza stimoli e controlli a livelli di insipienza politica impensabili per dei Monsignori. Proprio in ciò che era la nostra gloria, la nostra specialità, la capacità di muoverci sul terreno delle cose concrete, degli interessi mondani, delle cose che davvero contano, ci avete rovinati. E ora  non c'è più un Monsignore vivente che sappia quello che è conveniente fare davvero per il bene sociale e politico, storico, insomma, dell'istituzione. I Monsignori di una volta, quelli buoni e di marca, capaci di firmare concordati vantaggiosi, di trattare a tu per tu col potere, sono tutti trapassati e quelli che restano sono dei quaquaraquà parolai, pronti sempre a dire di sì. Questo certono devono saperlo fare, ma avendo qualcuno che sa comandarli; è a livello di comando che non c'è più nessuno che valga un soldo bucato e la colpa, è chiaro, è tua, perchè è a te che ci siamo sempre rivolti per dirti quello che volevamo fare e tu te ne sei sempre lavato le mani con la scusa che tu ti occupavi di vangelo, mentre eravamo noi che ci occupavamo degli interessi terreni e, dunque, non avevi consigli da darci. Facessimo pure quello che volevamo, tanto tu te ne fregavi. Prova a fregartene ancora e il vino lo farai con polverine e bastone».

Come era venuto è scomparso, lasciandomi di sale. Senza aprire bocca, ho sfilato i piedi dagli stivali, che erano affondati nel fango al punto da non uscirne più. Ho lasciato la pompa a mano al bordo del filare e sono salito scalzo a studiarmi il manuale del perfetto sofisticatore, che mio zio, buonanima, aveva comprato gli ultimi anni della sua lunga vita, quando di forza per fare la vigna non ne aveva più, ma lo spirito del commerciante ancora non lo aveva abbandonato.

 

Aldo Bodrato

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